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Full text of "Storie bresciane dai primi tempi sino all'età nostra"

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STORIE BRESCIANE 



Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/storiebrescianed09odor 



STORIE 



BRESCIANE 



DAI PRIMI TEMPI 



SINO ALL' ETÀ NOSTRA 



NARRATE 



FEDERICO ODORICI 



Vol. IX. 



BRESCIA 



PIETRO DI LOR. GILBERTI 

TIPOGRAFO - LIBRA.JO 

1860 



Sotto la tutela delle leggi. 



QdlSs 

* 9 



£ettoxh 



Per quanto mi argomentassi di agglomerare nel 
precedente volume i documenti più singolari del 
secolo XIII, non vi sono riuscito. È un secolo co- 
sì ricco di patrie cose, che certo non basterebbe 
un intero volume. Povero me, se aderendo agli 
inviti che mi venivano per ogni lato, avessi lar- 
gheggiato di carte più che noi feci: non sarebbe 
rimasta pel racconto che qualche grama paginetta. 
Che avrebbe detto allora il benigno lettore? Ma 
voi senz 1 altro vi sarete accorti quanto bello e de- 
coroso imprendimento sarebbe un' edizione che, sul 
fare delle Monumenta historìca di Piacenza e di 
Torino, raccogliesse intera la serie preziosissima 
delle cose bresciane del medio evo. Di questa idea, 
che lungamente ho vagheggiato, il Codice Diplo- 
matico sin qui recato non è che un saggio; e se 
a malincuore non ho potuto pei limiti prescritti 
porvi innanzi nella loro integrità gli statuti del 
secolo XII e XIII, e il Liber Poterìs Brixice, mi fu 
di conforto la speranza che i larghi brani per me 
fatti conoscere dell'uno e dell'altro codice destino 

182988 



6 

la brama di vederli interi. Non è città lombarda, 
non esclusa Milano, che vanti sì bella serie di sta- 
tuti e di documenti urbani di quo' due secoli più 
vitali della storia italiana; e il loro oblìo, quando 
gli altri si fanno belli di lor modeste ricchezze, 
non è lieve rimprovero per noi. Né forse mai co- 
me al presente tornerebbe opportuno e glorioso il 
richiamo delle antiche nostre leggi e degli atti del 
Comune bresciano, adesso che dopo cinque secoli 
ripiglia sotto larghi auspicii la sua dignità. E in quel- 
l'alacre fervore di storiche investigazioni preceduto 
all'acquisto della nostra indipendenza è un senso 
provvidenziale che e 1 invita a ritogliere dalle tene- 
bre in cui sono i monumenti del Comune lombar- 
do, quando appunto ci è dato di ricongiungerli a 
quelli della risorta sua libertà. La storia patria può 
narrarsi al fine con libera e franca voce a libera e 
franca gioventù; e se a questa verranno dispiegate 
innanzi le glorie del passato, avrà stimoli e scor- 
te per educarsi ali 1 avvenire. L' avvenire è per lei; 
essa è che deve improntarlo della sua vita. Ed è 
perciò che riservato al Codice V ultimo volume, pa- 
recchi de'miei lettori manifestarono il desiderio di 
veder legata in un complesso la narrazione, talché 
proceda non dimezzata da documenti; ma solleci- 
ta quasi di giungere a' nostri dì, riunisca ed av- 
vicini i tempi e le vicende, talché si vegga per 
quali casi e per quanto e contrastato cammino fum- 
mo condotti a quest'ultimo risultamcnto della no- 
stra indipendenza. 



Né questa brama soltanto, che a dirla schietta 
è pur la mia, farò contenta; ma poi eh' è soper- 
chio a' fatti nostri dalla lega di Cambra! al ritorno 
della veneta signoria Y intero volume, e perchè in 
esso può benissimo comprendersi la storia nostra 
fino al 1797, spazio larghissimo ci resta al rac- 
conto delle grandi vicende che restituirono a libertà 
la nostra patria. Talché se il mio programma già 
fino dal principiare dell' opera fu così diviso , 

T. IX. La lega di Cambrai e il ritorno della 
veneta dominazione, a. 1509-1516. 

» X. Continua la Repubblica veneziana fino 
alla sua caduta, a. 1516-1797. 

» XI. / tempi Napoleonici, a. 1797-1814. 

» XII. // Governo austriaco. 

avrà in appresso quest 1 ordine un po' diverso, ma 
del quale vorrete sapermi grado: 

T. IX. Dalla lega di Cambrai alla caduta della 
Repubblica veneziana, a. 1509-1797. 

» X. / tempi Napoleonici ed il governo Au- 
striaco, a. 1797-1848. 

» XI. La rivolta del 1848. // ritorno dell' au- 
striaca dominazione; V indipendenza 
riconquistata, a. 1849-1861. 

» XII. Arti, lettere, scienze, commerci, costu- 
ma — Documenti. 



In quanto a me sono lieto, che principiate nel 
1855 sotto ferreo giogo queste pagine di storia cit- 
tadina, costretto a reprimere sotto i triboli della 
censura gli aperti sensi della mente e del cuore , 
pur mi fu dato condurvele sin qui. E provvidenza 
fu al certo per me che all'appressarmi colle pa- 
trie cose agli anni infausti delF austriaca servitù, 
quando appunto avrei dovuto preferire il silenzio 
al dirvi intera la verità, cacciato lo straniero, fatta 
libera di sé la terra lombarda, potrò tutte narrarvi 
e ad alta voce le miserie del passato; ed alle pa- 
gine dolorose dell'infelice ma nobile conato del 
48 e del 49 aggiungervi la più bella di quante 
fanno gloriosa la storia italiana — la pagina del 
nostro riscatto. 



CQ^L? 



DALLA LEGA DI CAMBRAI 

ALLA CADUTA DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA 



A. MDIX - MDCCXCVII 



LIBRO XXI. 



LA LEGA DI CAMBRAI 



ED IL RITORNO DELLA REPUBBLICA 



1. 
LA LEGA 



Come speravano i cardinali che l' avevano eletto, Pio III 
quasi appena salito il trono, morì; pochi giorni appresso 
(1 novembre 1503) Giuliano della Rovere gli succedeva, non 
senza maraviglia che ad un uomo di assai diffìcile natura e 
formidabile a ciascuno 4 , irrequieto, insistente negli odj e 
nelle offese, e però cordialmente inviso da molti e potenti 
romani, si affidassero le sorti della Chiesa: ma più valsero 
le smodate promissioni da lui fatte agli elettori. Frattanto i 
Veneziani, cogliendo il tempo che tutta Roma era intenta al 
negoziato della elezione di Pio III e di Giulio II, aspirando, 
soggiunge il Guicciardini, al dominio di tutta la Romagna 2 , 
tenevano pratiche per togliere al Valentino le città di Faen- 
za 3 e di Cesena. Avuto Rertinovo, Fano e Montefiore, vole- 
vano Rimini ed Imola; e vista la morte del Pontefice, la loro 
cupidità non ebbe più freno 4 . Giulio II, benevolo in prima 

1. Guicciardini, Stor. d'Italia, a. 1503, 3- Romanin, Storie Yen. t. V, p. 162. 
lib. VI, p. 92, ediz, ven. 1846. A. La Cronaca contemp. del Priuli fa 

2. Idem, pag. 95. ragione delle parole del Guicciardini. 



12 LA LEGA DI CAMBHA1 

«.noi alla Repubblica, talché solea chiamarsi il veneziano l , caduta 
Faenza 2 , e veduti gli apprestamenti guerrieri della Serenis- 
sima, altamente se ne lagnò. Poi venivano le Bolle ( IO gen- 

»•«« naio 1504) 3 benché miti da prima; e la tregua tra Francia 
e Spagna dava cemento a pratiche istigate dal papa, colle 
quali Francia, Spagna, Impero e Y arciduca di Borgogna vo- 
levano dalla Repubblica restituzione delle terre occupate. 
Quest' ultima resisteva, e il 22 settembre 1504 si firmavano a 
Blois le vergognose contrattazioni per cui Massimiliano in- 
vestiva del ducato di Milano Lodovico di Francia, e Francia 
• e il re dei Romani si proponevano di spartire come buona 
preda gli Stati veneziani di Terraferma; trattati riconfermati 

a.i5os il 4 aprile 1505. Qualche vaga notizia di quegli accordi non 
ebbero i Veneziani che al 27 novembre, quando gli amba- 
sciatori dei collegati giuravano ancora sul loro affetto per 
T amata Repubblica, la quale dissimulando s' apparecchiava 
da tempo e con tanto secreto, che a distogliere i sospetti 
accomodavasi col papa, che un ? altra volta chiamolla buona 
e carissima figlia sua 4 : e mentre Massimiliano, geloso del re 
di Francia, parea volerla amica, annunciandole anzi la sua 
venuta, questa fìngendosi lieta di tanto onore, ma dubitando 
di quelle subite carezze, avvertiva re Luigi che si avanzasse 
a Lione, mentr' essa porrebbe in armi le valli friulane 5 . 
Era un triste inviluppo di più tristi inganni; era V arte di- 
plomatica del tempo. 

a.i506 Ma i dissapori col papa si rinnovarono 6 . e i vescovati 
vacanti di Padova e di Cremona, e Y ospizio dato dalla Sere- 

1. Sanuto, Diario. -Romanin, p.21 1, 4. 6 marzo 1505, Secreta cit. dal Ro- 

Storia Veneziana documentata, t.V. manin, p. 176, t. V. 

2. 26 novembre 1503. 5. Secreta 17 agosto 1505, citazione 

3. Lunig, Cod. Diplom. t. IV, pag. Romanin, 1. cit. 

1826. 6. Secreta 22 aprile 1506, idem. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 13 

nissima ad Ermes Bentivoglio, mentre la Santa Sede gli a.isoe 
avea rapita la città di Bologna, ne furono P appiglio. 

Continuava intanto Massimiliano (1507) a voler dalla sua «.i»' 
la titubante Venezia, e proponendo gli accordi, metteva in- 
nanzi le minacce arcane/di Francia e le palesi della Corte di 
Roma 4 . Annunciata dall'imperatore nel 22 di giugno la sua ve- 
nuta, il Senato veneziano negava i passi; donde Tire imperiali 
e un subito radunarsi d' armi tedesche ai limiti del Friuli e 
del Trentino. Bartolomeo d'Alviano fu all' istante colà spedi- 
to, e fu chiamato da Brescia il conte di Pitigliano alle difese 
dell' agro di Verona 2 . 

Le armi dell' Alviano prosperavano (1508), e di belle a,iw>« 
vittorie 3 faceasi glorioso il veneto leone, ma il conte di Pi- 
tigliano avea rimproveri dal Senato 4 per le sue lentezze. 
L' assalto del castello di Petra, bombardato invano dalla Re- 
pubblica, fu occasione della proposta d' una tregua (8 mag- 
gio ), ma non durò. Giulio II intanto, rinnovando gli antichi 
lamenti, metteva in campo un altro accordo pel quale sotto 
pretesti diplomatici il cardinale d' Ambosia trovossi a Cam- 
brai con Margherita d' Austria figlia dell' imperatore, muniti 
P uno e 1' altra d' amplissimi poteri, perchè da un cardinale 
e da una donna si ponessero le basi di un tristo 5 e nequi- 
toso accordo. Venuti allo spartimento degli stati veneziani, »•*»» 
si ritornavano al papa Ravenna, Cervia, Rimini e quanto a- 
vesse la Repubblica ad Imola e Cesena. Si davano all' Impe- 
ro Padova, Vicenza, Verona, Roveredo, P Istria, il Friuli e 
il Trivigiano; al re di Francia Brescia, Bergamo, Crema, 
Cremona, e colla Ghiaradadda il ducato di Milano. Né i re 

1. 3 marzo 1507, Dispacci di Vincen- 4. Marino Sanuto, Diario Veneziano, 

zo Queruli. VII, 307, citaz. Romanin. 

2. Sanuto, dicembre 1507. 5. Raynaldi, Ann. Eccl. Manifesto di 

3. Romanin, t. V, p. 185. Massimiliano 6 gena. 1509. 



14 LA LKGA di càmbhai 

a.150» di Napoli e di Spagna entrando nella legan' andavano senza 
qualche branello delle terre veneziane, e le armi spirituali 
dovevano rincalzare coi già vieti terrori 1' armi dei principi 
convenuti. 

Gol venti d' aprile fu licenziato dal re di Francia il vene- 
to ambasciatore; annunci di guerra venivano per ogni parte 
alla credula Venezia, che sperava ancora nei re nemici e nel 
papa. Ma il papa colla famosa Bolla del 27 aprile scomuni- 
cava la Repubblica { , autorizzando i popoli e gli stati 'a di- 
spogliarla, farle in somma tutto il male possibile, rinnovando 
cosi gli anatemi di Clemente Vedi Sisto IV; e mentre già rumo- 
reggiavano 1' armi intorno a lei, continuava ancora l'arti sue 
troppo lente e intempestive. La guerra fremeva nel proprio 
seno, e primissimo il re di Francia, sostenuto da Francesco 
Gonzaga, 1' aveva incominciata. L/ esercito della Signoria, 
comandato dal Pitigliano e dall' Alviano ; raccolto a Pontevi- 
co, s' apparecchiava: duemila uomini d' arme, tremila ca- 
valleggieri e stradioti, quindicimila fanti, il fiore della milizia 
italiana, ed altri quindicimila di cernide, oltre le artiglierie, 
lo componevano 2 . Settemila soldati avea mandati all' eser- 
cito la patria nostra 3 , e n' ebbe il comando l'Alviano istes- 
so 4 , che arditissimo condottiero, feroce d'ingegno e d'incredi- 



1. LuNiG,Cod.Dipl.t.lV,sez.VI,art.l07. darebbero altre forze, ed è in tutti 

2. Il numero delle genti è desunto dal una tale discrepanza che tiene un 
Guicciardini. Il Mocenigo darebbe po' del singolare. 

3000 uomini d' arme, 4000 cavai- 3. Spini, Supplemento alle Istorie di 
leggieri e 30000 fanti. 11 Bembo Brescia del Capriolo, p. 257. 
risponderebbe al Mocenigo, aggiu- 4. Codagli, St. Orceana, 1. 5, p. 122. 
gnendo per altro 2000 cavalleggieri. « Sotto cui militavano da settemila 
Pietro Giustiniano s' allontanava di brescianistipendiati dalla città». Non 
poco dagli altri due, scrivendo che erano comprese dunque le cernide 
tra cavalleggieri ed uomini d'armi del territorio che pur vi si dove- 
si numeravano 7000 cavalli. Altri vano ritrovare. 



E IL RITORNO DELLA KEPI'». 15 

bile celerilà l , proponeva che rotto il confine, passato l' Adda. 
si tentasse Lodi. Alvise Mocenigo insisteva che levato uno 
stendardo colle parole Defensio Italiw, gridando Italia e libertà, 
varcato il fiume si portasse la rivolta nel Milanese, eccitan- 
dolo contro gli strani che V avevano invaso. Il riacquisto di 
Treviso parve lieto augurio, ma il bottino disordinò le nostre 
file, talché indarno Y Alviano a distoglierli dal sacco facea 
mettere in fiamme la terra. Se n'accorsero i Francesi, e pian- 
tato il campo a Cassano 2 vi si fortificarono, assecondandovi 
la magnifica posizione un ampio canale che recinge il luogo. 
L' Adda fu passato da tutto 1' esercito. L' Alviano, che in- 
sofferente d' indugi volea darvi dentro, collocati i fanti e le 
gravi artiglierie lungo un argine elevato alato d'un torrente in 
queir istante asciutto, gittavasi impetuoso contro V avversa 
cavalleria, che rovesciata sopra campi vitati, ritiravasi dis- 
persa ed inceppata verso il grosso dell' esercito reale che 
procedeva, mentre quello del Pitigliano a gravissimo danno 
dell' impresa movea lento, inerte, irresoluto. Nò 1' Alviano 
abbandonato impaurì, ma trasfusa nei militi la sua virtù, per 
ben tre ore sostenne 1' urto immenso e poderoso dei cre- 
scenti nemici, talché recinto alfine con tutti i suoi, non soc- 
corso a tempo dal Pitigliano, fu messo in rotta, ed egli fe- 
rito in volto e tratto prigioniero, lasciava il campo da lui 
difeso con tanta e sì infelice virtù, ricoperto di morti e di 
feriti. All' esercito del Pitigliano, quasi che incolume, non 
rimaneva che togliersi di là per apprestarsi agli eventi 3 . 



1. Guicciardini, Storia Hai. I. Vili, s'accostò poscia a lui. Dall' esame 

e. II, a 1509. Né può dirsi che dei fatti risulta evidentissimala quasi 

1' Alviano fosse uomo di strana o- colpevole condotta del Pitigliano. 

stinazione. Ha un' orazione del Pi- 2. Battista Carmelita mantovano, 

tigliano esorlante all' assalto di Tre- La guerra di Cambrai, Canti, 

viglio, contradetto dal primo, il quale 3. Romanin, Slor. Veneziana, t. V, 207. 



16 LA LEGA DI CÀMBHÀl 

Secondo il Guicciardini, prima fazione di quella guerra 
fu al 15 d' aprile, in cui 1' armata passato a guazzo il fiume 
Adda, tolto ai Veneti Treviglio, tornò di là dal fiume, mentre 
il Gonzaga, pigliato Casalmaggiore, si allargò per que' siti. 
La grande battaglia seguiva il 14 maggio. All' Alviano, forte 
com' era di ventimila fanti e duemila lance- 1 , non parea ve- 
ra tanta lentezza dell 7 altro duce, talché ai 13 maggio, saputo 
come profittando delle tenebre passassero i Francesi di qua, 
recatosi dal conte, chiedendogli che s' avesse a fare, questi 
adduceva per iscusa la notte; s'indugiasse alla mattina, in cui 
sarebbesi parlato. L' Alviano si disperava 2 . 

Venuto il mattino del 14, già pronte essendo le venete 
fanterie, già imminente lo scontro, quand' era più necessaria 
la sua presenza, fu chiamato dal pusillanime compagno ch'era 
lungi un miglio dal campo; e poich' ebbe il Pitigliano udito 
che già si combatteva, alla buon' ora, soggiunse, me ne sono 
lavate le mani 3 . Tornato l' Alviano alla battaglia, e fatto chie- 
dere al conte uno squadrone, gli fu risposto che fuggisse; 
ond' egli, vedutosi diserto, assaltò gì' inimici con tal furore 
che li costrinse a piegarsi. Ma in questo mezzo Francesco 
e Gianfrancesco dei Gambara, lasciate le insegne della Re- 
pubblica, passavano dall' opposto lato 4 : né per tanto V Al- 
viano s' arrestò dal combattere ; cadevano sul luogo ma non 



1. Relazione della battaglia fatta dallo 3. Relaz. Alviano cit. Me ne ho tolta 
stesso Alviano e data dal Roraanin. la pelliccia, alla buon ora, fu la 
« Ordinato V esercito instruttissimo sua precisa risposta. Ad altri i 
di 2000 lance e 20 mila fanti... io commenti. 

che era ultimo a dir V opinion mia 4. Relaz. citata, p. 210, t. V del Ro- 
percliè voleva udire miopadre conte manin. « E in questo mezzo Gian- 
di Pitigliano ecc. ». francesco Gambara, Francesco Gam- 

2. «E io mi disperava.» Relaz. dell'Ai- bara e Giacomo Secco condottieri 

viario pubblicala dal Romanin, t. V, nostri e straordinarii andarono in 

p. 208 e seg. della Storia Vcncz. campo di Francia ». 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 17 

cedevano ristretti a lui d' intorno i militi veneziani, e le sorti 
della giornata pendevano incerte ancora, e già i Galli grida- 
vano soccorso, tanto è vero che un sussidio del Pitigliano 
avrebbe bastato. Se non che fattasi innanzi per questo peri- 
colo la battaglia dell' esercito francese, nel cui mezzo era il 
re, serrossi intorno all' insistente Alviano, che smontato di 
cavallo, correndo qua e là, scaldava coir ardente sua voce i 
militi concitati al pari di lui. Tuonavano intanto senza posa 
le venete artiglierie. Da un lato il re di Francia, dalF altro 
il ferocissimo d' Alviano s' avvolgevano fra la mischia, alter- 
nando all'uopo rimproveri e comandi. L'orgoglio francese era 
di fronte all' italiana virtù: e se un altro Alviano avesse avuto 
il comando del restante esercito contenuto in queir istante 
dalle paure di un vegliardo, meno altero sarebbe suonato il 
vanto dei baroni di Francia, che passando l'Adda inavvertiti, 
con beffardo riso ci proverbiavano. 

Finalmente, mancando i soccorsi, la veneta costanza fu 
vinta dal numero. « E nondimeno resistendo con grandissima 
virtù più per la gloria che per la salute, facemmo sanguino- 
sa e per alquanto spazio di tempo dubbia la vittoria francese, 
e ultimamente, perdute prima le forze che il valore, senza 
mostrare le spalle agli inimici, rimasero i Veneziani o morti 
o feriti sul luogo » * . Per la quale resistenza, conchiude il 
Guicciardini, di una parie sola delV esercito, fu allora opinione 
costante di molti, che se tutto V esercito dei Veneziani fosse 
entrato nella battaglia, avrebbe ottenuta la vittoria. Bartolo- 
meo d' Alviano, così ferito com' era e tutto lordo di polvere 
e di sangue, fu condotto dal re, il quale avendogli chiesto se 
fosse queir Alviano eh' erasi vantato avrebbe messo in ceppi 
il re di Francia: questo non dissi, rispondeva 1' altero, bensì 

1. Guicciardini, Storia d' Italia, ì. Vili, a. 1509, e nella relazione dell' Alviano. 

Odorici, Storie Brese. Voi. IX 2 



a. 1509 



18 LA LEGA DI CAMBRAl 

a.i509 n* aveva V animo e V avrei fatto se tutti i Veneziani fossero 
stati uguali a me l . Sanguinosissima fa la strage, ma più di 
fanti che di cavalli, perchè il re messo bando non si faces- 
sero prigionieri, fu facto una mortalità de homeni che non fu 
longho tempo in Itallia. Io vidi all' artellieria del Senato Veneto, 
prosegue il Grumello, una montagna de homeni morti, che fo- 
rono estimati qualtromilia, cosa terribile da vedere; et assai an- 
chora quali non herano fornito de morire, li Guaschom li sega- 
vano la gola. Fu estimata la mortalità de li militi veneti da 15 
a 16 millia, da piede et da cavallo 2 . Incerto è per altro il nu- 
mero, qui forse dallo storico alterato: di ottomila soltanto 
parlerebbe il Guicciardini 3 , ed altri avvisano che non pas- 
sassero i seimila. 

In quello scontro infelice sono pur troppo a lamentarsi 
le diserzioni dei Gambara e di Luigi Àvogadro, il quale 
del proprio avea condotti all' esercito seicento fanti 4 . La 
diffalta dei Gambara fu attestata dal medesimo Alviano; e 
indarno Gianfrancesco, alla testa in allora di cinquanta uo- 
mini d'arme, tentò scolparsene da poi provocando nel 1554 
innanzi a giudici deposizioni di uomini che nel 1509 non 
erano più che quindicenni 5 . Benché in esse lo si voglia par- 
tito coli' esercito fuggente e coi veneti Provveditori, è certo 
almeno che giunto a Peschiera, lasciò le nostre insegne per 
darsi alle straniere, come è certo che durante la pugna entrò 
nel campo nemico 6 , dove accordatosi di soppiatto con 
esso, tornò forse di qua per fingersi tuttavia della ingannata 
Repubblica, di' ei fosse traditore non ha più dubbio. Fra i 

1 . Grumello, Cronache pubblicate dal 4. Bembo, St. Ver., t. II, p. 55. Ven. 1 790. 
Miiller nei Cronisti e docum. storici 5. Odorici, Uberto Gambara, con do- 
lombardi, t. I, p. 112, 113. cumenti. Brescia 1856, docum. I. 

2. Idem, 1. cit. 6. Relazione dell' Alviano. - RoMANIN, 

3. Guicciardini, t. V, e. II. Storia Veneziana, p. 210, t. V. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 19 

principali della nostra città l sappiamo di lui che alla stessa a . 
battaglia per nimistà coi Loredani 2 o per più cupi ed ambi- 
ziosi disegni, abbandonava le insegne del veneto leone 3 . In 
quanto air Avogadro, narra il Grumello, che andasse caval- 
cando pel campo con cridi: Salvalive gente d' arme; et per ta- 
li cridi fu misso lo exercito in piglia, soggiungendo si tenesse 
per certo che il conte Luigi Avogadro et Sonano Benzone fosseno 
d' accordo con il re Gallico k . Fu questa la celebre giornata di 
Ghiaradadda, o com' altri la vogliono, d'Agnadello o di Vaila, 
per la quale fu fatta erigere sul luogo dal re di Francia la 
cappelletta di s. Maria della Vittoria 5 . 

L' intrepido Alviano, benché sconfitto, ebbe gloria dalla 
infelice ma terribile resistenza, quanto sospetto fu Y inerte 
od invido abbandono del Pitigliano. 

Nella Grande illustrazione del Lombardo-Veneto ha uno 
scritto intorno a Brescia ed alla sua provincia. Non è mio 
divisamento porlo ad esame, né chiedere come siasi P autore 
sdebitato del proprio assunto. Per quanto andasse errato nei 
fatti e nei giudizj, non è questo il luogo da farne soggetto di 
discussione. Ma dove parlandoci dell'impresa di Ghiaradadda, 
va replicando parecchi appunti da lui già fattimi altra volta 6 , e 
dame facilmente l*un dopo l'altro confutati 7 , il silenzio par- 
rebbe assentimento. Non è dunque indarno un cenno della que- 
stione tanto per avvertire come errasse il Cocchetti nel ri- 
destarne la memoria. Varrommi di quanto ho già ridetto. 

1. Bembo, Stor. Veri. 1. X. Interrivi- manio Fino, Storia di Crema, 1. VI. 

tatis Brixiance. principes clarum. 6. Archivio storico del Vieusseux, serie 

2. Gambara, Gesta dei Bresciani ecc. II, t. IV, disp. 4 , n. 7. Ivi l'articoletto 

3. Guicciardini » Facendosene autori sulla mia scrittura / Congiur.Bresc. 

(della resa di Brescia) li Gamba- del 1512 ed il processo inedito che 

resclii ». Storia d' Italia, 1. cit. li riguarda, con doc. Milano 1856. 

4. Grumello, Cronache e luogo cit. 7. Mùller, Cronisti e docum. lombardi, 
5» Guicciardini, 1. Vili, e. 11. - Ale- t. II, p. 8 e seg. Milano 1856. 



20 LA LEGA DI CAMBRA! 

M&09 I.° M' incolperebbe l' autore d' aver sostenuto papa Giulio 
avverso alla Repubblica. 

II. Aver cbiamato traditore il Pitigliano. 

IIf.° Aver omesse alcune cose dell' Avogadro ed un pas- 
so del Grumello che lo riguarda. 

IV. Non averne citato un altro del Nassino. 

V.° Aver dato per inedito un documento da lui medesimo 
stampato, servendomi dell' edizione sua propria. 

E in quanto al primo — Non è memoria italica che non 
ricordi 1' acerba severità pontificale anteriormente alla vitto- 
ria di Ghiaradadda. Basti per tutto la infelice ambasciata 
della Repubblica a Giulio descritta dal Bembo e dal Dubos, 
e la Bolla orribile, come la disse il Guicciardini 4 , che è forse 
la più fiera che mai papa scagliasse dall'altare, e che il Bem- 
bo asseriva di bestemmie e di fulminazioni ripiena 2 . Che se 
guardiamo alla natura molto difficile, inquieta e formidabile 
a ciascuno di Giulio II, come la disse il Guicciardini 3 , gra- 
vemente ne parlano, a principiare dalle pagine del Giustinia- 
ni, tutte le memorie di quegli anni infelici. 

II. Io non dissi traditore il Pitigliano : ho gittato un so- 
spetto sulla sua prudenza asseverato da parecchi storici, al- 
cuni dei quali ne accagionavano le antiche rivalità coli' Al- 
viano, altri 1' oro di Luigi XII 4 . 

1. Guicciardini, Slor.d'It.l. Vili, e. II. viano, od all'essere stato corrotto 

2. Bembo, Slor. Veri. t. II, 1. Vili. p. 65. dal re di Francia ». E il Romanin: 

3. Guicciardini, 1. VI, e. II, a. 1503. Le prime notizie.. .di Sebastiano 
Anche il Giovio (1. I delle Storie) Giustiniani e Marco Dandolo rettori 
parla dell'animo terribile ed irre- di Brescia (giunte il 15 del mese) 
quieto del cardinale di s. Pietro 'portavano la rotta del campo, la 
in Vincola. fuga del capitano ecc. Tutti si do- 

4. Rosmini, Storia di Milano, t. Ili, levano ( in Venezia) dell' avversa 

a. 1509, p. 512. «Molti scrittori fortuna... e biasimavano l'Alviano, 

hanno accusato il Pitigliano, ciò ma più ancora il capitano gene- 

allribuendo ad invidia contro 1* Al- rate. Stor. Venez. t. V, pag. 212, 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 21 

ìli. In quanto alle omissioni, la fretta dell' avvertirne a.1509 
qualcheduna, rese dimentico Y annotatore delle mie parole. 
Mi legga dunque un' altra volta, e vedrà che que' cenni bre- 
vissimi non furono anteposti al processo dei congiurati ( così la 
mia prefazione) che a far sentire V importanza del documento. 
Fui breve, soggiunsi ancora, perchè bisognava lasciare che i do- 
cumenti parlassero da sé l .La brevità dello scritto era dunque 
largamente scusata, in cui se tutto avessi voluto accoglie- 
re quanto fa dal Cocchetti dimenticato, non sarebbero ba- 
state di molte pagine. E neppure il Grumello, a proposito 
dell' Avogadro, fu obliato da me 2 , recandone anzi alcuni 
brani dal Cocchetti non avvertiti. 

IV. Ed anche il passo del Nassino, di cui mi fa dimen- 
tico, è là nel mio scritto 3 , che verbo non ne manca, e più 
completo che il Cocchetti non diede. 

V.° L' accusa d' aver tolto a lui stesso, e senza dirlo, ri- 
stampato un documento da lui messo in luce, è una replica del- 
l' altra da me già confutata. Con aspri detti il conte Luigi 
Lechi la rinnovava in un suo libello, dove tanto a sproposito 
m'incolpa d' avermi appropriato 1' altrui. 

Riguardo al sig. Conte ne pure un accento. L 5 infelice na- 
tura del suo libello, la sua grave età, quando pure non fossero 
state alcune intromesse perchè rinunciassi ad una risposta di 
cui erano preparate le stampe, dovevano farmi un debito del 
mio silenzio. E la risposta anch' essa non era che per con- 
vincere il Lechi della facilità colla quale potea ribatterne 
punto per punto l' acre parola senza imitarlo nella triste sod- 

\. Odorici, l Congiur. Bresc. del 15 12, presso di me. Ecco le sue parole: 

t. Il delle Cron. del Mùller,p.3,pref. Et lo conte Aluysio Avogadro fu 

2. Idem, noia 1, p. 8, e nota 1, p. 9. traditore alla Signoria di Venetia, 

Il tradimento dell'Avogadro è nota- et dede lo castello de Bressa alla 

to ancora da un anonimo cremonese majestà del re de Franza. 

del sec. XVI, la cui storia inedita è 3. Idem, nota 5, pag. 7. 



a<y 



LA LEGA 1)1 CAMIUIAI 



io9 disfazione dell' insalto contro chi aveva ( qual fosse parsa a 
lui) ritrattata la propria. Bensì al Cocchetti non sarà indarno 
sovvenirsi che quel documento eh' ei disse tolto a lui, me 
l'ebbi da lui medesimo, tutto steso di proprio pugno, quando 
con lettera 20 gennajo 1850 gli piacque farmene dono, ren- 
dendolo ancor più accetto con queste parole: Io divisava di 
pubblicare questo documento e gli altri che gli spedii : ma riflet- 
tendo ecc., mi consigliai d' inviarli a lei, che li faccia vivere nella 
sua storia. Avendo per questa guisa rinunciato all' edizione 
di quella carta, parrebbe che pubblicandola egli, dopo aver- 
mela offerta, si fosse ripreso il proprio dono : e in questo 
caso non avrei io tolto a lui, ma egli a me. 

Torniamo alla storia. 

Terminala la battaglia, in cui fra i molti militi bresciani 
perivano il conte Martinengo e Pietro Bona, se ne sparse 
all' istante la voce, talché la notte istessa giunse a Brescia 
portatavi l da qualche fanciullo. E tosto, come al solito, un 
accorrere, un addensarsi di villici fuggenti alle porte della 
città, e dietro ad essi una fila di carri e suvvi le donne coi 
bimbi e coi vegliardi impotenti alla fuga. 

Avvicinavasi intanto alle nostre mura l'esercito di Francia. 
Dacché Giacomo Trivulzio (12 giugno 1508) era passato ra- 
sente alla porta bresciana di S.Alessandro con 12 mila uomini 
fra spagnuoli, francesi, guasconi e strad'iotti quali havevan donne 
assai et la maggior parte a cavallo 2 , tutta gente che parca 

\. Baitellt, Annali storici del Mona- notte fu Bressa sottosopra et ande- 

stero di s. Giulia, ediz. del 1794, teno alle porle assai huomini tutti 

p. 106. Ma già del resto anche il erano sbigottiti. - Tutte le terre de 

Melga, e più precisamente, V avea Bresana fugevano a Bressa. 
narrato. Nota chel venne a Bressa 2. Melga e Marcanda, Cronache ine- 

certiragazzifugitidalaGcrradadda dite della città di Brescia, in fine 

digando che lo nostro campo era ex incerto autore - Cronichetta 

sia rotto da francesi. A ore 2 di contemp. dal 1508 al 1545. 



É IL K1T0RN0 DELLA REFUB. 23 

tener le parti della Repubblica e non facevano che tradirla, 
non fu mai tanto sperpero e rovina pei campi nostri i . 

Già s' erano dal marzo, per ordine della Serenissima, in- 
cominciate alcune fortificazioni e fatto un bastione a s. Cro- 
ce 2 ; poi cavate le fosse a Porta Pile, rimarginando quivi 
stesso il guasto che un fulmine caduto il 10 giugno 1508 nel 
torrione di Mirabella a sommo del Cidneo, facendo scoppia- 
re duemila bariletti di polvere da bombarda, avea recato per 
1' intero castello e pei forti vicini. Milleseicento del contado 
furono chiamati al lavoro ed ai trasporti delle macerie dalle 
polveri lanciate, e dei crollati edifici. Poi costrutti rivellini 
a porta s. Giovanni ed alle Pile, mentre un grosso di quat- 
trocento Romagnoli, condotti da Bortolo Gaviva, rinforzarono 
il presidio; e un da Perugia tratta fuori la sua bella compa- 
gnia d' ottocento fanti, fatte mostre e bagordi militari (20 
marzo), l'armava di tutto punto. Era in somma una qualche 
attività previdente Y avvenire, ma non bastava. Le finte bat- 
taglinole del Perugino non erano tanto a svellere da radice 
i difetti dell' esercito veneziano, eh' erano quelli di tutta 
quanta la milizia lombarda: e quando lo nostro campo andete a 
tor Treviglio, il sacco della terra, che fu prima cagione degli 
altri guai, mostrò 1' incondita disciplina dell' armi nostre. 

1. La stessa città paurosa dell' amico conquistai niente. Cronache del Mel- 

Trivulzio, « poneva le sbarre di sol- ga trascritte dal Marcanda, in fine, 

to de la porta de S. Zohanne a ciò Cronichetta ex incerto autore. 
non andasse per il corso ila che 2. 1509 3 martii, prò perservatione 

per ogni otto milia li contadini li Comuni ceptum fuit bastionum in 

facevano le spese tanto che stavano verlicem montis s. Crucis propler 

sul territorio bressano, et non fa- metum Gallorum belli futuri, con- 

cendogli le spese, rubavano gran- sulente cornile Pitiliani armatorum 

demente et tajavano le biade et o- capilaneo et Rev. D. Fratre Ju- 

gni sorta di viti et altre arbore, cundo. Diario latino nelle Schede 

et erano incagnesali come lupi di- Zamboniane, Cod. 134 della mia 

gando che lo so Roi non aveva raccolta, pag. 51, tergo. 



a.1509 



24 LA LEGA DI CAMMlAl 

a.tsoa Aggiungi la defezione occulta di parecchi ottimati già datisi 
al re prima ancora che dall' armi si decidessero le sorti, e 
T indolenza del popolo fedele sì, come vedemmo, alla Repub- 
blica, ma che per 1' intima condizione delle genti lombarde 
del secolo XVI più non sentiva le energiche volontà che lo 
facevano assurgere propugnatore un tempo della patria indi- 
pendenza, né più sentivasi capace di quei conati che distin- 
guevano le inerti masse della propria età dalle vivide ed ir- 
requiete dello spento Comune. Re Luigi era dunque securo. 
La nostra provincia dopo l' arduo fatto di Ghiaradadda 
fu a sua discrezione, ond 7 egli se ne veniva con tutto Y eser- 
cito a lente giornate, pigliandosi frattanto le terre convenute. 
Sappiamo che quattro giorni appresso Y ottenuta vittoria 
metteva il campo a Chiari (18 maggio) che tosto si arrese, 
ponendovi a podestà Giovanni dal Gambaro. Il giorno 20 
alloggiò nel monastero di S. Bernardino fuori della terra, e 
soggiunge lo Zamara, che Y intero esercito di centoventimila 
uomini (!) si pose ne' campi di Villatico e di Marengo, gua- 
stando ogni cosa. Poco stante fu a Travagliato, dove ad 
ossequio già pattuito si recavano gli ambasciatori della 
nostra città, molto più che alla porta di s. Giovanni quat- 
tro araldi (o come altri, uno solo superbamente vestito) era- 
no comparsi a chiederne la resa poc' oltre il mezzogiorno 
del diecinove. In questo mentre Y esercito veneziano, 
incalzato alle spalle dal re di Francia, accostavasi a Brescia 
dimandando l Y entrata, pronto a difenderci dall' armi stra- 
niere. Mirabile a dirsi che i nostri chiedessero alla patria un 

1. Provisiones Civitat. 1509-1510, tentatur q. hic deputenlur 150 

carie 73, 17 maii. Convocato eie. milites... nam provisionatos etpe- 

quod reverente)* respondeatur pre- dites ad bonum numerum civi- 

fali Macjnifìc. Provisoribus quod talem nostrani expensis snis fa- 

hec fedelissima Civilas nunc con- cere intendit. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 



25 



qualche asilo; più strano ancora che il già venduto Consiglio lo 
rifiutasse, mettendo innanzi la viltà di un pretesto = eh' egli 
avrebbe pensato a difendersi da sé 4 . = Del resto la fede- 
lissima città, così continuavano i magistrati, riterrebbe a 
difesa una mano di 150 cavalli: poi decretavano che 500 
militi vigilassero alle porte, perchè gli stipendiarli non le 
sforzassero e durante la notte non accadessero guai 2 . Ma il 
sacrifizio era già consumato. La patria di Brigida Avogadro 
era venduta. Le porte furono sbarrate di fronte al nostro 
esercito, che irato della ripulsa, affranto dalla fuga, volse a 
Peschiera. E move a riso la puerile difesa che fa lo Spini 
delle corrotte magistrature, dicendole risolute a riedere quan- 
to prima sotto le tradite insegne; parole accolte con molta 
serietà dalla Grande illustrazione, quasi lo Spini, posteriore 
di tanto ai fatti, avesse potuto indovinare le intenzioni recon- 
dite di quegli uomini già compri, opposte ai fatti, né confor- 
tate da documento alcuno. 

Due giorni dopo (20 maggio) Giacomo Feroldo, Sigi- 
smondo Bocca, Nicolò Gambara, Ettore Martinengo, Matteo 
Avogadro, Onofrio Cigola, Pietro Porcellaga, Agostino Ca- 
priolo, Lodovico Nassino, Gian Antonio de Monte, Apollonio 
Bona, Gerolamo Maggi e Battista Piano consegnavano a Lo- 



1. Maxime prò stipendiarios forenses 
qui spretis mandatiti MM. DD. Re- 
ctorum... civitatem ipsam temera- 
rie ingredi vohmt.... quod statini 
expensis nostris fìant tres seu quin- 
que homines comestabiles cum ea 
bona pedilum quantitate eie. qui 
invigilare habeant die noctuque prò 
quieto ac pacifico vivere universe 
civitatis. In margine - Comestabi- 
les cum equitibus 500 fiant prò 
scandalis amovendis etc. 



Provis. Civit. 1509 21 mail. Spe- 
rabili et generosi XI deputati ad 
negoiia belli, et congregati in do- 
mo D. Sigismundi de Bucchis 
cont. S. Nazarj, ubi formata fuere 
capitula nomine Comunitatis no- 
stre humiliter Christ. Francorum 
Regi porrigenda etc. - eligerunt 
XII oratores qui statim post 
prandium accedant ad sacratiss. 
Majeslatem Regiam, quorum no- 
mina eie. 



2C 



LA LEGA DI CAMBRA 1 



a. 150» 



dovico XII le chiavi della città, rimunerandoli questi, come 
era ben naturale, di privilegi e della conferma di qualche 
capitolo a prò del Comune, che parve gran cosa. Questo av- 
veniva proprio in quel di, che convocate le urbane magistra- 
ture, fu discussa, qual noi rechiamo, la servile mozione * : 

In nomine sancte et individuai Trinilatis. 

La sacratissima e cristianissima Maestà del re de Franzo, ne 
ha fato rechiedere per imo suo Araldo e doi Trombetti che gli vo- 
gliamo dar questa nostra cita de Bressa, et aprirli le porte, per- 
che facendolo, ne tractarà tuli mi da carissimi e fedelissimi filioli 
de la sacra Maestà sua, et ne concederà tnto quello che per nui 
già sera dimandato ; altramente facendo venirà qua cum el suo 
potentissimo exercito e la expugnerà e la melerà a fogo e a san- 
gue come vole la guerra, et ad questo aspeta esso Araldo resposta, 
Imperochè a nome del Spirito suprascripto onderà parte che con- 
siderato tuto quello che se ha prudenter da considerar, chel sia 
risposto al predito Araldo e Trombete che siamo contenti tuto 
questo Consilio rapresentante universalmente tuta questa cita et 
populo fidelissimo de darli questa cita Magnifica alacri animo et 
a V obedientia dela sua sacratissima Majestà, dare et in omnibus 
humilissime remeterse et suplicando ut quella se degni occeptarla 
et abrazarla cum la clemenlissima gratia sua, et concederli quelli 
honesti capitoli et dimande che per i nostri cittadini ad negotia 
belli deputati saranno dimandati et humiliter suplicali, come se 



1 . In nomine sancite et individua Tri- 
nilatis. Liber Provisionum Com. 
Brix. ceptus sub. Felicissimo Do- 
minio Chrislianissimi Francorum 
Regis Inviciiss. dni Ludovici exi- 
slente Brixice Regio Locumtenente 
Rever. ac 111. D. Carolo de Ca- 
reclo Card, de Finario, Car. 1, 
M.D.YIUI, die XX mail in die 



dominico. — Ed in fine alla cronaca 
delMelga la cosi detla del Soldo: Nola 
come a di 19 de mazo 1509 a fiore 
15 mandò lo re de Franza a la 
porta de S. Zoane quattro trom- 
betti e uno alli deputati ... a dir- 
gli se volevano rendere, et subito 
andeteno da li reclori et feceno 
consiglio subito. 



E IL KITORNO DELLA REPUB. 27 

vedemo certissimi la sacra Maestà sua essere per fare per la sua 
incomparabile clementia. 

L'astutissimo Avogadro, già d'accordo col re, facendo Y ir- 
resoluto, rispondeva all'araldo che si voleva il termine di quat- 
tro giorni, e veramente l'ingresso di re Luigi non fu che al 23. 

Dopo ciò, gli eletti alle cose della guerra incaricavano il 
dottore Giacomo Feroldo perchè si recasse al campo di sua 
maestà portatore della infelice deliberazione, con quelle ac- 
comodate parole che al Feroldo fossero piaciute, e che poscia 
n' andassero gli oratori ad esso re colle supplicazioni della 
sua fedelissima Brescia. 

Più tristi cose accadevano intanto per le nostre vie. Poi- 
ché nel giorno istesso che dovea decidere delle nostre sorti, 
il popolo commosso, levatosi a rumore, non per la patria li- 
bertà, ma per uno di quegli istinti che gli avveduti sanno a 
tempo risvegliare nelle masse per distogliere il pensiero di 
chi forse avrebbe chiesto ragione di quel subito mutamento di 
stato, uomini e donne corsero al sacco delle case de' Giudei *. 
Fu in quell'istante un serra serra di porte e di botteghe come 
nelle subite concitazioni urbane; né pago a ciò, dato l' assalto 
il giorno dopo ai magazzini militari e delle pubbliche der- 
rate, si mettevano a ruba, mentre i fanti di Battista Marti- 
nengo e di Luigi Avogadro vi si opponevano indarno. La 
chiesa di s. Agostino, si prossima al Broletto e zeppa allora 
di grani, fu in un attimo vuotata, ed ottocento some di avena 
ed altrettante di frumento scomparvero, e che più è, ruban- 
doci ad un tempo le munizioni di guerra, talché parve il sacco 

4. Nota ohe a dì 20 de mazo 1509 in Tolta che ebbe la munitione, tolse 
domenega lo populo de B ressa mei- biave dei cavalli forse per 800 some 
tele a saccomano la munitione de et olirà tante some de frumento (di 
Bressa a comenzare in lo far del cui) era piena la gesia di s. Agosti- 
giorno fino all' altro giorno a nona. no andò tutto a saccomano. Melga. 



28 



LA LEGA DI CAMRltAI 



a.1509 d' esercito nemico ed irritato. Finché sì rapido impreveduto 
sbrancare allo sperpero delle cose nostre non ci venga spie- 
gato come una conseguenza dei fatti; finche non ci si dica 
come un popolo non abbia avuto in queir istante fatale un 
sol pensiero di se, sospetteremo in quel fatto un tranello dei 
parteggiatoti di Francia per togliere alla città le sue muni- 
zioni e le sue conserve, dispogliarla di quanto avesse potuto 
dare appiglio, speranza, proponimento di difesa, per volgere 
la plebe ad una preda qualsiasi, per seppellire nel saccheggio 
1' attenzione del popolo sui fatti che accadevano intorno a lui. 
Chi segue appunto que' fatti s'accorge senza più che la in- 
tera città si dominava in quel tempo da un pugno di ottimati 
che la facevano strumento della loro ambizione 1 . Il popolo 
era nulla. Cessato l'antico e glorioso Comune, la onnipotenza 
personale, colpa in gran parte la già viziata Repubblica e 
1' arti avvedute del patriziato che lentamente assorbiva la 
prevalenza infausta sulle cose della nazione, era come ri- 
surta. I tanti privilegi della Serenissima avevano levato sulle 
inerti masse il nobile di cui s' era valsa nei grandi pericoli, 
ed alla quale non aveva obbedito che a patto di concessioni e 
di ducali rincalzanti P antica feudalità. Tutto allora facea del 
nobile un essere così prevalente sull'artigiano, che questi o per 
bisogno, o per clientela, o per abitudine, non più memore dei 
Malli che lo chiamavano un tempo a discutere sui bisogni della 



Osservisi che tutte le fila della ri- 
volta del 1512 erano condotte con 
alto secreto dalla nobiltà, sicché 
scoppiava senza che il popolo 
sbalordito comprendesse la ragio- 
ne di questo correre all' armi cui 
era chiamato. Come V automa che 
si muove per mollc,tumultuava chie- 
dendo ad un tempo -che astato? 



Il Bembo sfesso e' incolpa d' aver la 
nostra città negato asilo ai fuggenti 
Veneziani per non volere un esercito 
dentro che la consumasse. -Storia 
Ven. 1. IX, f. 112. -Ma donde ve- 
niva queir ordine se non dal Con- 
siglio, che tutto chiuso in que' mo- 
menti fatali, deliberava da sé, facendo 
al popolo mistero delle cose sue? 



E IL RITORNO DELLA REPLB. 29 

patria, lasciava che delle proprie sorti decidessero i Signori. aises 
Era quindi naturale che quasi spenta nel popolo la gelosia 
della sua libertà, si fosse abituato a quelle tristi indifferenze 
civili che sono la morte degli Stati. Da qui la ragione per cui 
se il blasone fu causa della patria caduta in silenzio e con viltà, 
senza che il popolo neppur si ricordasse delle sue campane; 
se non badò che il suono eccitatore di quella del Comune 
avrebbe bastato ad una grande riscossa, fu ancora il nobile 
che deluso ne' suoi disegni dalle superbe noncuranze del 
vincitore, in un istante di spregiata alterezza congiurò, mise 
sossopra un' altra volta la patria per ritoglierla a quello che 
tutto ancora non avea pagato il prezzo del tradimento. 

Non è quindi meraviglia, se i Gambara e gli Àvogadro 
volgessero a posta loro il Consiglio tutto di casta e d' ambi- 
zioni eguali alle loro: e se il popolo non cercasse a quali 
patti fosse venduto, mentre un pugno di aristocratici in casa 
Bocca venivali raffazzonando a modo suo, per essere senz' altri 
complimenti presentati al re * . 

Quarantotto furono le inchieste 2 . — Le più importanti, 
che dimandavano 1' assoluzione di qualche gravezza, era ben 
naturale non venissero concesse. Del resto permise che i 
Notai serbassero Collegio, ed avessero pensione dal Comune. 
Che dal Consiglio cittadino si levassero i magistrati delle ter- 
re. Che i beni degli omicidi passassero al Comune. Che le 
reliquie dei Santi ci fossero lasciate. Rimanesse il Monte di 
Pietà. Si bandissero gli Ebrei da Brescia e dal distretto. Po- 
tessero i cittadini mercanteggiare in Milano. Che i privilegi 
della Repubblica alla vinta città si confermassero dal re di 

i. V accusa che-ci deriva dalle Storie 2. Questi patti descrive succintamente 

del Giustiniani, di tiepidi a quel lo Spini , Supplemento alle Cro- 

tempo (1. XI, f. 431), non dee fé- nache del Capriolo, pag. 260-261 

rire il popolo, ma il patriziato. nella edizione veneziana del 1744. 



30 



LA LEGA DI CAMBRAI 



a. 1509 



Francia, compresi gli antichi del cessato Impero, specialmente 
pel monte Palozzo e perle rive dell'Oglio. Concesse che i pri- 
gioni di guerra si riscattassero : che avessero i Bresciani le 
cariche urbane e del distretto, promettendo di non imporre 
altre gabelle; e se le venete scemò di tredicimilacentosei du- 
cati, vedremo innanzi come venisse questo patto adempiuto. 

I nobili veneziani eh' erano in grido appo il re di opu- 
lenti parean segno all'ira sua, perocché nell' arrendersi delle 
terre non patteggiava per essi; e se al povero nostro podestà 
Sebastiano Giustiniani perle intromesse dei cittadini perdonò, 
se fecelo anzi accompagnare al campo nemico, fu perchè la 
indolente sua natura facilitò la vittoria i . 

Qual pensiero intanto si pigliasse il re dei patti conve- 
nuti, e di Brescia e del popolo e delle terre nostre, basti il 
dire che pago forse che le reliquie dei Santi ci venissero la- 
sciate, toglievaci due grosse terre fra le più ragguardevoli della 
provincia, Asola e Lonato, per investirne Gianfrancesco Gon- 
zaga, forse per patto della lega, e donava come un' inezia 
tuttaquanta la riviera di Salò coi lati campi di Leno e di 
Ghedi al Cardinale d' Ambosia 2 . In quanto agli ottimati che 



4. Spini, 1. cit. 

2. In quanto alla Riviera vedremo al- 
trove. Pel resto con suo decreto dato 
da Peschiera il 10 giugno 1509 (Re- 
gistro F dell'Archivio municip. di 
Brescia, carte 157 ) infeudava il 
cardinale de' luoghi - videlicet lo- 
cum de Rumano, locum de Collio- 
t\e, locum de Vignano, locum de 
Gisalba, locum de Moricho, locum 
de Calcinate, locum de Martinen- 
go, quee terree fuere q. Bartolomei 
Colioni... loca de Valseriana, Lo- 
veri, Vajale, Com. de Trecio, Villa 



de Serio, Com. de Fontanella, et 
loca et territoria de Cede, Leno et 
Malpaga cum eorum squadra et vi- 
caria, sitas in agro Brixiano, at- 
que bonis domibusque etc. in dicto 
loco et territorio de Cede q. fue- 
runt corniti Pililiani notorie fo- 
renlis partem inimicorum nostro- 
rum. Non so poi se qui parli del 
generale Pitigliano come parrebbe, 
o di qualcuno della nob. sua fa- 
miglia. Tutti i luoghi soprascritti 
capiunt ac faciunt summam duca- 
torum quattuor. 



E IL RITORNO DELLA REPIB. 31 

lo sostennero, rimunerava i Gambara l del feudo di Gottolengo, 
di Quinzano e di Manerbio 2 ; il Monti, della carica di Sinda- 
co e procuratore del re, mentre il Nassino e il Porcellaga 
n' avevano quella di Senatori di Milano, e così via. 

In quanto ad Asola 1' ebbe il Gonzaga perchè primo che 
levasse l'armi contro la Repubblica. Indarno, con Ducale del 
6 maggio 1509, rallegravasi il Doge della sua fedeltà e 
dell'opera che ferveva intorno alle sue fortificazioni per vo- 
lersi difendere e conservare sotto il veneto dominio; ed all' e- 
sempio di Luigi Avogadro, che assoldati 600 uomini s' era 
offerto di mantenerli per quattro mesi, l'asolano Ricino Daina 
mise in armi 50 lance, mentre il Comune 3 v'aggiugneva 200 
armati mandandoli all' Alviano. Indarno prima del fatto di 
Ghiaradadda, ito il Gonzaga all'assalto di Casaloldo (asolana 
terra), fu messo in fuga dai soccorsi del Contarmi Provvedi- 
tore della Repubblica, donde le lettere ducali 12 maggio di 
laude al Contarini ed ai prodi che lo seguivano 4 . La rotta 
d' Agnadello precipitò le cose. Non pertanto la Repubblica 
sconfitta raccomandava pe' suoi Provveditori — si tenessero gli 
Asolani sulle difese; n' avrebbero privilegi e concessioni di 
tutto quello saprebbero domandare, sicché in breve tal provi- 
sione avrebbero veduto che i loro nemici non si sarebbero gloriali 
di loro felicità 5 . — Inutile provvedimento. Scema di vettovaglie, 
circondata da potenti nemici, la terra d' Asola si rese il 29 
di maggio, e due giorni dopo capitolava la rocca, pigliata a 
nome del marchese da Vettor Martinengo e Lodovico dei 
Fermi, lasciando che il veneto presidio n' andasse aPeschie- 

i. Cod. 9 della mia raccolta, carte 59, 3. Mangini, Storie ms. d'Asola, p. 145. 

Diploma rilasciato a Gianfrancesco 4. Ivi, Ducale a pag. 146. 

e Nicolò Gambara, e che fu argo- 5. Ivi, Lettera del Provveditore Gior- 

mento di lunga lite. gio Cornelio data da Peschiera il 

2. Dipi. 16 gennajo 1511. Ivi. 21 maggio 1509. 



\V2 La Léga di caM&raI 

ra. Novello podestà fu Raffaele Gonzaga, che principiò suo 
reggimento col mandare a Mantova ostaggi asolani Daniele 
Daina, Tristano Mangeri ed altri affezionati alla Repubblica: 
presidiò di Svizzeri e di Guasconi la rocca ed il paese, molte 
famiglie pose a confine, irato che più altre sdegnando il 
nuovo stato esulassero da sé. Riformato il Consiglio, chiamò 
da Mantova famiglie di salda fede, ed aggravò di balzelli la 
troppo veneziana terra l . 

Tanto rigore non era duopo in Brescia; e bellamente con- 
trattati, o poco meno, dal partito francese, da una trama in 
somma con lento ed arcano lavoro preparata, s' apparecchia- 
vano i Bresciani ad accogliere un re straniero. Contrattati 
io dissi; e nel patto indegno vedemmo queir Avogadro 2 che 
gli storici italiani dipinsero quale ardito propugnatore della 
nostra libertà, sino a farne Y eroe della congiura del dodici. 
Tutto combinato, la urbana deputazione, numerosa coni' era 
di trentadue cittadini, fu dal re pei capitoli, mentre l'Anibo- 
sia il giorno prima era entrato con quattrocento cavalli a 
prendere il possesso della città. Poco stante si arrese la roc- 
ca per le vili arti dell' Avogadro 3 , et andeteno suso li francesi 
com grande honore et grande triumpho 4 . 

1. Mancini, St. Asol. 1. cit. carie 147. /' Avogadro havere ancora reccpulo 

2. Era dito conte Alovisio... bello ho- infuria dal Gallico per averli esso 
7tio et yrando. Lui fu traditore ai re mancato de le promesse fatte ad 
Veneziani al tempo eh' el dito re esso Aloixio per la cui via et mo- 
Ludovico rompete lo campo inGer-* do la città de Bressa venne sotto 
radadda. Lui fu quello che fece lu imperio yallico senza un botto 
vendere il castellu de Cremona et di artiglieria. 

da poi entrete in castellu de Bressa 3. Grumello, Nassino e l'inedito 

el lui se salvò, el (lete li diti ca- GronisLa contemp. di Cremona. 

stelli a dito re de Franzo. Nas- 4. Odorici, 1 Congiurali Bresciani del 

sino, Mem. Ant. Cod. Quir. C 1, 15, 1512, con docum. pubi), nelle Cro- 

e il Grumello, Cronióli lomb. t. I, nache del Mùllcr, t. II in fine. Brani 

p. 145, pubi), dal Mùllcr. Tenendosi inedili della Cronaca del Nassino. 



E IL IUTOUNO DELLA REPUB. 33 

Entrava dunque Lodovico in Brescia essendo il mattino 
del 23 di maggio, e reale corteggio di fanti e di cavalli eragli 
intorno. Ventimila combattenti, tra pedoni e cavalieri avea 
con sé, ricoperti di lucide armi, e 400 di questi in abiti d'oro. 
Quant' era lungo il tratto da porta s. Nazaro fino al palazzo 
del Broletto, le nostre vie, ricoperte in alto di candide tele, 
s* erano parate a festa. Sotto ricchissimo baldacchino, in cui 
spiccavano su celeste drappo i bianchi gigli della stirpe di 
Capeto* procedeva il re; e dietrogli, maraviglia al volgo per 
le nuove fogge, nobil seguito di baroni, di contestabili e di 
prelati, tutto il fiore in somma della corte francese * . Tutte 
le religioni s'erano mosse ad incontrarlo: suonavano a gloria 
le campane della città, e per 1' ampio scalone del Broletto, 
ricoperto di fresche zolle e convertito in un dolce clivo di 
verdeggiante collina, saliva il re cavalcando fino alle sale sfar- 
zosamente addobbate del palazzo civico. Marco Martinengo, 
Giangiacomo Trivulzio, Gianfrancesco Gonzaga marchese di 
Mantova ed altri condottieri accompagnavano il re; né tra la 
pompa militare mancava il seguito di molti vescovi e cardi- 
nal^ compreso 1' ambasciatore di Giulio II. Singolare è un 
detto del Capriolo vissuto a quel tempo, che noi dipinge in- 
franciosati come per incantesimo, sicché fino al parlare in tre 
dì sentìa di Francia. In quello storico nostro, non ad altro 
intento che a porci innanzi ad ogni pie sospinto le minute 
particolarità dell' età sua, non era certo a supporsi altro 
proposito che di narrarci a suo modo una stranezza: perché 



lì UberPragmentorum del can. Ono- riam, pag. 44 del mio Cod. 134. 
fri narra: 23 mail, Ludov. rex... 1. Cinquemila fanti e diecimila cavalli 

ingressus est Brixiam et fuìt su- descrive il Capriolo nel regale cor- 

sceptus egregie cum parte copia- teggio. Fasto veramente maravi- 

rum n. 2000. Reliqui iverunt Cai- glioso, aggiunge lo storico, e a noi 

citiatum et deinde versus Pisca- tutti nuovo ed incredibile. 1. XIV. 

Odorici, Storie Krcsc. Voi. IX. 3 



34 LA LEGA DI CAMBRAI 

a.i509 detto in prima della carezza dei viveri e del prezzo dei gam- 
beri e delle rane, poi della veneta milizia perdonata e man- 
data dal re ad accamparsi in Peschiera, poi dell' incanto dei 
beni del Pitigliano, nota di questa imitazione delle fogge stra- 
niere, e delle mosche sorvenute ad invadere i refettorj e le 
cucine 4 . La Illustrazione del Cantù, non avvertendo al ca- 
rattere dello storico bresciano, si arresta quivi ad una inge- 
nua opposizione di quanto dissi altrove, la quale non parmi 
che meriti risposta. State a vedere che ogni età ed ogni sesso e 
quasi ogni paro (sono parole del Capriolo) simulasse le ma- 
niere ed il parlare dei francesi, per un profondo pensiero di 
simulazione 1 2 

Cinque giorni fermossi Lodovico in Brescia, celebrandovi 
le feste della Pasqua. Il vescovo, assistito da tre cardinali, 
il Rovano, il Delfino e quello di Ferrara, pontificò nella 
Rotonda, presente il re con tutto il seguito di corte. Un frate 
domenicano recitò in francese Y orazione, e cantori di 
Francia riempivano il tempio d' inusitate armonie. Tanto av- 
veniva il 27 di maggio. Nella notte del, 28 Lodovico partì 
con tutto T esercito, ed arrestossi a Lonato ove pose il 
campo. Di là mosse (30 maggio) alla presa di Peschiera 
piantandovi quattordici bombarde e fulminandola aspramente: 
ma il capitano rispondendo all' assalto, lanciata una bombar- 
da nello stesso padiglione del re, v' uccise due baroni, talché 
Lodovico ringagliardita Y oppugnazione ridusse il castellano 
a chiedere i patti, proponendo la resa al terzo di: ma chie- 
dendo il re gli fosse dato il castellano, e rifiutandosi il pre- 
sidio alla vile proposta, la terra fu pigliata. Il castellano, il 
giovinetto figliuol suo, lo stesso veneto provveditore furono 
appiccati ad un noce, e i 400 fanti del presidio tagliati a 

1. Capriolo, 1. XII. 2. Gronde Illustrazione, Brescia, p. 78. 



E IL RITORNO DELLA BEPUB. 35 

pezzi: bassa vendetta contro uomini che soli, coli' altezza dei 
propositi e l! amore della patria venduta, rimproveravano la 
viltà dei traditori. 

Nella nostra città lo splendido e rilassato costume di 
Francia portava i suoi frutti. Que' nobili che postergando 
la dignità nazionale, s' erano fatti mancipi i dello straniero, lo 
convitavano a sontuosi banchetti, del valore talvolta, aggiun- 
ge maravigliando il Capriolo, di trecento zecchini * . Perchè 
spesso venivano imbanditi (così narra lo storico) sette porci 
colle loro teste dorate, cinquanta capretti, quattordici vitelli, 
venticinque castrati, cento conigli, venticinque pavoni, cento 
tortore, cinquecento quaglie, duecento capponi, recandosi 
a centinaia sulle vaste mense pernici, tordi, anitre, fagiani 
e tutti graziosamente rivestiti delle morbide e svariate loro 
penne. Temo per altro che il poco diligente narratore con- 
fonda il reale banchetto dato a Luigi nell' ingresso trionfale 
in Brescia co' lauti pranzi della servile nobiltà. Aggiunge il 
cronista che i convitati toccavano talvolta i cinquecento. Erano 
i principali Carlo d' Ambosia luogotenente del re, Carlo del 
Carretto cardinale del Finario governatore di Brescia, Gero- 
lamo Morone senatore e podestà, Giovanni Zane vescovo di 
Brescia, Mattia Ugoni che lo fu di Famagosta, .ecc. 

Ma intanto che gli ottimati venivano accarezzando la 
Franca nobiltà, sprecando tesori che potevano ravvivare con 
subiti soccorsi le speranze della Repubblica, non era questa 
venuta meno a se stessa; ed ai rettori di Brescia dopo il fatto 
di Ghiaradadda avea già scritto che la sventura non ismar- 
risce i forti, volersi anzi difendere, a dentro ai fidati castelli 
ed alle rocche conglobare frattanto lo sparso esercito. Ma 

ì. Chi sa qual prezzo, comparativa- la somma ricordala dal Capriolo, 

mente al valore delle valuto e dei non potrà sorridere allo stupore 

generi, fosse allora per un pranzo del patrio cronista. 



'36 LA LEGA DI CAMBRA! 

poi che a Bergamo, chiesti i patti al nemico, veniva espulso i( 
rettore veneziano, che Brescia era caduta 4 , che dalla ri- 
bellata Valcamonica era fuggito il castellano di Breno 2 , e che 
solo Pizzighettone, Asola e Cremona si tenevano a stento 3 , 
fu pensato a provvedere Venezia: e tutt' altro che sciogliere 
dal giuramento di fedeltà, come da tutti fu pensato e da me 
stesso, non faceva il Senato, qui aggiunge lo storico Bomanin, 
che resistere coir armi e colla diplomazia, non cedendo la 
terra che a palmo a palmo. 

Infatti il Pitigliano, perduta Brescia, si chiudeva in Pe- 
schiera, indi a Verona, la quale rifiutandosi di riceverlo, fu 
stimolata dalla Repubblica, che ad ogni costo voleva entrasse il 
provveditore con tutte le forze 4 . Dove tanto fosse in Brescia 
accaduto, re Luigi non avrebbe al certo che a prezzo di san- 
gue comperata la nostra città. Ed anche la Valcamonica fu 
tradita: e gli estratti del Ronco istorico contemporaneo, ser- 
bati dalFOrmanico, raccontano che li traditori che vollero dar 
via la Valcamonica a Valtellina ed al castellano di Tirano fran- 
cese, furono Filippo, Pietro ed Antonio dei Federici, Michele Ma- 
lugazzi, Giancristoforo, quel di Raimondo, Giovio, Gianfrance- 
schino da Vezza il quale menava il trattato, Giovanni di Tabac- 
chino d 3 Auriga ecc. et seguì il trattato in casa di Filippo suddetto, 
et ciò inante che seguisse la rotta di Ghiaradadda (poi si notano 

1. Citando un passo del Sanuto, sup- Repubblica. Spini, Sup. al Capriolo, 
pone il Romanin che Brescia se- 2. Sanuto, Stor. Ven. p. 285. - Ro- 
guitassel'esempio di Bergamo (Stor. manin, 1. cit. p. 216. 
Ven. t.V, p. 21 6). Dalle mie ricerche 3. Sanuto, p. 261. Tutto il resto è 
risulterebbe precisamente il contra- perso e reso ai francesi senza de- 
sovrapponendosi anzi la città perchè snudar la spada, che è gran cossa, 
Lodovico trattasse generosamente dalla infedeltà dei popoli, e con 
il rettore veneziano, per cui venne tradimento tutto è perso. 
accompagnato da guardie francesi, 4. Secreta 22 maggio 1509, cit. Ro- 
che il difendessero, al campo della manin, t. V, pag. 218. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 37 

più altri cooperatori). Ai 23 di inaggio vennero tatti a Breno 
e chiesero la fortezza al castellano eli 3 era Matteo Zentani, a cui 
non fu dato tempo di poter desinare: e gli fu promesso di salvar- 
gli la roba e la vita, ed a' suoi compagni solamente la vita, a cui 
non sarebbe valuta se non ne fosse fuggito. I Signori della valle 
erano andati li^k maggio a Brescia per rendersi ai francesi, ma 
per li sopranomìnati ne erano di già al possesso, e vi stettero iti 
castello fino alli 21 (meglio 3) di febbrajo del 1512. A questi 
fatti Valcamonica fremeva; e rodendosi del mutato governo, 
chiamava traditori della patria i pochi partigiani di Francia; 
ed ai Federici che lo erano davvero, que' risoluti montanari 
solevano dir loro in faccia, che i privilegi del Cristianissimo 
dovean pigliarsi in prestito l . 

In quanto all' altre valli, col 22 d' aprile avevano i Trium- 
plini mandati all' esercito duecento armati: e richiesti neh' 11 
maggio dai rettori bresciani a voler mettere in ordine il maggior 
numero di fanti che immaginar si possa pel campo di Treviglio 
e di Caravaggio, ne allestivano altri 100 2 , mentre che gui- 
dati dal gagliardo soldato Angelo Avogadro da Brozzo al fatto 
di Casaloldo, dopo avervi sostenute le parti della Repubblica, 
correvano alla custodia di Pizzighettone (13 maggio). Erano 
trecento valligiani 3 , ed Angelo n' era capo: e nel giorno istes- 
so che a Ghiaradadda si decidevano le sorti della guerra, 
altri 100 la valle ne decretava per la rocca di Asola; e 
quattro giorni dopo Y infelice battaglia, l'Avogadro istesso co- 
mandava che trecento soldati per ogni Comune radunassero 
le valli a sostegno della patria invasa, mentre dal 16 eli quel 
mese Giovanni Secco luogotenente della Valtrompia, manda- 
tovi dall' Obignì per conto del re di Francia, aveva eletta 

1. Odorici, Memor. di Valcamonica. 2. Benemerenze delle Valli, Cod. 103 
Brescia 1857, p. 132, e Cod. 40 della mia raccolta, p. 110-111. 
della mia race. Ivi, Mem del Ronco. 3. Benemerenze citate, pag. 114. 



38 LA LEGA DI CAMRIUI 

9.1509 una giunta di dodici montanari, e decretata una guardia 
valligiana all' urbano governatore 4 . 

Una supplica territoriale contro le valli fu in quegli istanti 
presentata al re 2 . Dicevasi che le squadre pedemontane, le 
terre di Nave e Travagliato, le valli Trompia e Sabbia, sempre 
state devote ai Veneziani, ottenevano dal celebre senatore Ge- 
rolamo Morone e da Riccardo capitano la ingiusta rinnovazione 
dei loro privilegi, e dolersene perciò tutto il resto della terra 
bresciana. Que' privilegi essere stati alle valli concessi dalla 
Repubblica, perchè sempre nemiche ed avverse allo stato di 
Milano, e però da infrangersi ed annullarsi dalla S. M., poi- 
che non era conveniente che i fedeli sviscerali alla buona memoria 
del duca Fdippo, a cui era succeduta la M. del re di Francia, 
fossero oppressi dagli avversari così noti per la loro ingratitu- 
dine e infedeltà. Vegga prima il re concessore di buona fede, 
vegga il Luogotenente di Francia, oltre i monti come avvenivano 
le cose, e interroghi le parti pregiudicate dai reali decreti, le 
quali anch' esse potevano porre innanzi i loro diplomi viscon- 
tei, da preferirsi a quelli dei nemici di S. M. 

La supplica fu presentata dal podestà di Brescia il 19 
ottobre al Senato di Milano. La lite fu agitata; e frale cau* 
se che alle valli ne la diedero perduta, era questa principalis- 
sima, che i privilegi vaUeriani (come allora si chiamavano) 
s' erano conceduti dalla Repubblica alle valli perchè queste 
n' avevan sempre sostenuta la causa durante la occupazione 
ingiusta della città fatta un tempo dall' armi veneziane, po- 
nendo innanzi per la salute (come dicevano i Senatori) del- 
l' avversato governo le sostanze e la vita 3 . 

Vediamo adesso le cose della Riviera, e come accogliesse 
la novella servitù. Direm poi della pianura: e toccato in ge- 

1. Benemcr. cil. pag. 117. 3. Benemerenze delle valli Trompia e 

2. Idem, pag. 121 e 122. Sabbia, docum. a p. 121, 122, 123, 



K IL RITORNO DELLA EIEPUB. 39 

nerale della delusa nobiltà tanto più pronta alla riscossa 
Veneziana quanto lo fu nell'abbandono della Repubblica do- 
po il fatto d' Agnadello; vedute le condizioni del territorio e 
della città, allorché venivano maturando i germi della con- 
giura del dodici, parleremo di essa perchè si vegga quanto 
importi la costanza di un forte convincimento e d' una fede, 
rotta la quale, rado è che possano crearsi le grandi occasioni 
delle rivolte senza involgere la patria in alte sventure, che 
per la sola e irrevocabile saldezza di un principio ponno 
essere talvolta allontanate. 

Mentre che in Rocca d'Anfo, e non erasi data ancora la 
battaglia di Ghiaradadda, Giovanni Sarasino capitano dei 
militi di Valsabbia e Giacomo Graziotti, 1' uno e 1' altro di 
Proano, tenevano presidio di trecento soldati, e 1' ebbero 
più tardi mantenuta contro Tarmi di Sigismondo eh' era sceso 
nelle valli bresciane * (giugno 1859), la Riviera benacense 
mettevasi tuttaquanta in sulle difese. I castelli di Padenghe, 
di Pozzolengo e di Salò venivano ristaurati (24 aprile), e 
diversi provvedimenti, anche dopo la sconfittadellaRepubblica, 
mettevano in armi le terre di quel lago deliziosissimo 2 . Ma 
sia che in esse, come in Rrescia, primeggiasse il patriziato 
avido allora di novità 3 , o che l' ira temessero del vincitore, 

1* Panelli, St.di Bagolino ms.^a. 1 509. 3.11 Comparoni, Storia delle valli Trom- 

Neir esercito tedesco ( che quasi pia e Sabbia pag. 248, avverte la 

senza colpo ferire si ritirava su quel scissura urbana tra plebe, cittadini 

di Trento dond' era venuto) coni- e nobiltà. La plebe, come serva* 

battevano i Lodroni, che messa fa- inerte e indifferente; i cittadini af- 

glia di 400 ducati al Coni, di Ba- fezionati alla Repubblica, ma timo- 

golino, invadevano il piano d'Oneda rosi dell' esercito vincitore; i no- 

giugnendo fin sotto la rocca. bili vogliosi per ambizione di can* 

2. Lumen Revelalionis, Regisiro didoc. giar signoria, sperandone grandez- 
della Riviera dalla sua dedizione al za: fur questi, aggiunge, che ser- 
veneto governo sino all'anno 1610. rarono le porte all'esercito vene- 
Codice presso l'Arch.Com. di Salò, ziano; talché venuto precipitoso 



40 



LA LEGA DI GAMHKAI 



fatto sta, che al 20 di maggio, essendo rettore tuttavia della 
nostra Riviera Tommaso Marino, il Consiglio generale di 
essa, proclamata la novella signoria, nominava sei legati * 
perchè recassero al re di Francia gli usati giuramenti di fe- 
deltà di tutta la quadra di Salò. Per Salò un Antonio tigo- 
ni, per Gargnano Gerolamo Bosio; non so dell' altre quadre. 
Così chiamavansi a quel tempo i distretti o circondari, come si 
vogliano, dell' antica Riviera, donata, quasi dissi non ancor 
sua, dal re di Francia al cardinale Giorgio d' Ambosia arci- 
vescovo Rotomagense, il quale vi confermava podestà 
Gerolamo Cisoncello da s. Felice, che ne resse la cosa 
pubblica dal giorno della mutata dominazione fino all' ulti- 
mo di luglio 2 . 

La fretta del correre ai giuramenti di sudditanza ed 
agli ossequi non aspettando neppure Y ancor vaga notizia 
del cardinale fatto signore, stimolava il Consiglio Benacen- 
se, raccolto il 30 maggio, ad eleggere tostamente un' altra 
ambasceria, perchè offerisse all' Ambosia le proteste della 
pubblica servitù. E Gerolamo Cisoncello podestà, Gerolamo 
Bernardino e Domenico Ugoni da Salò formavano la servii 



Giorgio Gornaro per allestire gli 
alloggi, fu costretto porre il campo 
fuor delle mura. E inutilmente il 
Gritti Provveditore, ammesso al 
Consiglio urbano, cercò di persua- 
derlo ad accogliere V armata. 
1 . Liber Ordì inameni or am Coni. Saludj 
a die 26 maii 1500 usque ad diem 
30 septem. 1509. Congregato Con- 
silio etc. - Electi fuerunl infrascri- 
pti ad eundum ad prescntiam cum 
stimma reverentia Sacratissimi Re- 
gi Fr ancorimi domini nostri, qui 
jnrent fiddilatem et suplicent dc- 



lationem, prò formando capitala 
roganda. Si erano proprio dati a 
discrezione! 

Lumen Revelationis, Cod. cit. f. 10. 
Nomina rectorum Riperice 1500, 
Thomas Marinus usque ad diem 26 
maii, quia mutatus est status subje- 
ctaque fuit Riperia Domino Regis 
Francorum qui eam donavi t Rev. 
Georgio de Ambosia Card. Archiep. 
Rothomagensi, ipsaqucc Riperiaz 
pr ce fuit ab il la die speci, D. Hiero- 
nimus Cisoncellus usque ad diem 
ullimum Julj 1509. 



E IL RITORNO DELLA REPUR. 41 

commissione 1 . Undici Salodiani stendevano intanto i capitoli 
bramati dalla Comunità, e primissimo vi campeggiava — che 
avesse la Riviera mero e misto impero, che fosse totalmente 
separata dalla nostra città, che i suoi Comuni non potessero 
staccarsi da lei; che Brescia nulla più avesse di comune 
coi Benacensi 2 . — Ma già Lodovico (supplicante la città 
di Brescia perchè gli uffici provinciali fossero a lei devoluti, e 
il podestà di Salò serbasse il mero e misto impero col 
solito suo palazzo da qualche tempo usurpato) avea risposto 
che si conservassero le consuetudini. 

Frattanto ( 1 giugno) venuto il cardinale con sacra pom- 
pa a prendere possesso di tanto dono, accompagnato da cin- 
que vescovi e da tre arcivescovi, entrava in Salò, celebran- 
dovi poco dopo colla magnificenza dei porporati di Francia 
il Corpus Domini, lieto in cuor suo che mentre levava in alto 
per le vie della terra il Cristo dei pusilli e dei tribolati, potea 
dire a sé stesso: questi colli coperti di olivi, di cedri e di laureti, 
la parte più deliziosa della terra lombarda, rimpetto a cui sono 
deserti le belle sponde del Reno, è tutta mia! — Ma fra gli 
inchini ricominciava negli animi, forse indignati, il desiderio 
della Repubblica. Al vedersi delusi dallo straniero, che largo 
di promesse raddoppiava quasi a scherno la servitù, cessate 
quelle prime caldezze, ritornando le menti più riposate alla 
mitezza del regime veneziano, ne deploravano la caduta. Ep- 
però il cardinale, che n' avea sospetto, pensava già come git- 
tare a terra le fortezze benacensi 3 ; ed è una lettera di Carlo 



1. 30 maggio. Congregato il Consiglio, territ. aliquicl communem habeat 
electi fuerunt etc. ad jurandum in (Luta. Revel.) 

manibus... dui Cardinalis Rovani, 3. Odorici, I Congiurati Bresciani del 

ut dicitur ab ipsa majestate a nobis 1512 e il loro processo, doc. IV, 

dari prò domino (Lum. Revel). dal II volume dei Cronisti lomb. 

2. Item quod cum ipsa cintate nec ejus del Mùller. 



a.lf.09 



42 LA LEGA DI CAMMlAt 

1509 d' Ambosia nipote del porporato, che ringrazia coloro i quali, 
teneri tuttavia della straniera dominazione, ne avevano sman- 
tellata qualcuna, raccomandando al capitano di Salò che at- 
tendesse alle rovine delle rocche di Vobarno, di Padenghe e di 
s. Felice l , mentre il Gisoncello podestà regalava per conto 
del Comune (8 giugno) il cardinale di due carri di vino, di 
50 cedri, di spelta e di caccio, per averlo assenziente alle 
bramate concessioni. 

Ma la notte istessa del 1 6 giugno in cui partivano gli oratori 2 
alla volta di Peschiera (ove trovavasi il cardinale) per le con- 
ferme delle chieste benemerenze 3 , il santo grido di viva la 
Repubblica si conteneva a stento dalle borgate benacensi, 
talché (21 giugno) cum maxima displacentia (così nei procla- 
mi del Cisoncello) excellentissimi dni Cardinalis et Salatissimi 
Francorum Regis, fu gridato Marco Marco 4 per le terre della 
Riviera e per le vie medesime di Salò. E poiché il regio po- 
destà non potea supporvi implicato alcuno di parte francese 
e degli ufficiali governativi, mettea bando che più non si le- 
vassero evviva che al nome del cardinale e del re. Poi la terra 
di Pozzolengo si dichiarava del duca di Mantova 5 per non 
essere francese, talché la benacense Comunità incaricava un 
Lodovico dei Cozzagli perché riferisse al cardinale la subita 
volontà di quella terra. Era inutile: lo stesso re di Francia 

1. Odorici, Memorie isteriche del ca- Sanseverino (Doc. Ili dei Congiur. 
stello di s. Felice. Brescia 1850 di Brescia). Centocinquanta ducati 
per Apollonio, pag. 25. prese a prestito la Riviera il 30 

2. Gerolamo Cisoncello, Antonio Ugo- maggio per ottenere l 1 accettazione 
ni ed il Monselice. delle sue dimande. Lib. Orditi, cit. 

3. E senz'oro nulla ottenevasi. Mille- 4. Alla voce clamatumfuit Marco Marco 

quarantaselte ducali d' oro fu duopo iam in ipsa terra Salodi quam in 

al Comune di Brescia per scodar el alìis divc.rsis totius Riperielocis ,1 e. 

previlegio de la cita, e 904 ne da- 5. Provis. del Com. di Salò 26 giugno. 

va allo scudiere del re Galeazzo Liber Oidinainvitorum. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 43 

scrivendo il 4 luglio al secretarlo Francesco Caimo, dolevasi *.i509 
che dopo aver donato la nostra Riviera al suo cugino cardi- 
nale, ne avversasse 1' autorità, rifiutandosi all' obbedienza del 
novello signore, e mandavalo in Salò per que' forti provvedi- 
menti che ritrovasse del caso *. Poi comandava agli uomini 
di Pozzolengo e di Desenzano riaccettassero 1' Àmbosia, cui 
furono sottomessi sotto bando di mille ducati 2 . E forse ap- 
punto per questi torbidi, che minacciavano più tempestoso 
avvenire, vediamo sostituito col 1° luglio al Cisoncello pode- 
stà Leonino Billia da Milano, e decretato da questi nel 1° set- 
tembre che le fortezze della Riviera venissero in quindici 
giorni spianate et minati li muri et fortilitii almanco braza cento, 
et similmente.... li ponti levatoi che no se posseno levar né serar 
le porte dove sono steccati o repari e questo sotto pena ducati mille 
et de la indignation regia 3 . Il Cisoncello fa allora posto a ca- 
po d' un' ambasciata che si recasse a Desenzano per ottenere 
dal nobile Dambize (d' Àmbosia) 1' abrogazione del severo 
editto 4 ; e ne venne per avventura la lettera 12 novembre, 
donde appare che la demolizione del castello di s. Felice fosse 
già principiata. Pochi giorni dopo 1' orizzonte politico si ag- 
gravava : poiché il Billia dimandata la consegna dell' armi a 
tutti quanti della Riviera, fu duopo che il Cisoncello (tanta 
n' era in quegli istanti 1' autorità) si frapponesse perchè fos- 

1. Decr. 4 luglio 1509. Lib. Orditi.- 3. Decreto 1 seltemb. 1509 in Liber 
Posteaque Mas (lerras) quas ca- Ordinamentorum. 

rissimo consanguineo nostro Car- 4. Provvis. 2 settem. del Liber Ordin. 

dindi Rothomagensi donamus, se Quivi risulta si trattasse nienteme- 

renitentes prestare eie. ut ab juris- no che de omnibus castellis et for- 

dictione ipsce se eximunt, quod cum tiliciis exislcntibus in tetris et lo- 

nobis moleslum sit et egre fera- cis Riperice. Ma il Billia veniva 

mus etc. Vedi nei Congiurati, art. messo in carcere per accusa di 

111, Riviera di Salò, docum. 1. furto. Leoninus fuit septus et su- 

2. Lettere del re nel Liber Ordinarti. pur furtum regis Gallim et super 
cit. date da Milano il 4 luglio. inquisiiionem etc. -Liber Orditi. 



14 LA LKGA DI CAMBRA I 

sero ai Benaccnsi restituite Y armi loro. Veramente i poveri 
Salodiani se ne indignavano ma senza paura, e mescolando 
ai lamenti la corruttela dei doni, regalavano al re d' armi di 
Lodovico oglio, carpioni, olive composte e carta velina * . Le 
armi non furono restituite, e le fortezze cadevano intanto: si 
colmavano le fosse, i ponti venivano inchiodati, buttate a terra 
le saracinesche, e V odio si rinfocava di tanto più. Il perchè 
cinquecento Benacensi, guidati da Francesco Calsone di Salò 
per balze e per pendici di monti senza via, quasi nel mezzo alle 
schiere nemiche s' avvicinavano a Padova, pigliandola d' un 
tratto per istratagemma: il quale acquisto dagli storici vene- 
ziani non è al Calsone rivendicato, e neppure dall' ultimo e 
diligente Romanin, che valendosi di un dicilur del Senato noi 
ricorda 2 , benché fosse da queir impresa mantenuta viva nelle 
terre dei vinti la speranza dell' avvenire. Fuori di porta Co- 
dalunga tre carri carichi di frumento, altri dicono di fieno, 
chiedevano di entrare. Aperte le porte, l'uno di questi s'ar- 
resta a mezzo il ponte e ne impedisce le alzate saracinesche: 
i militi del Calsone appostati fuor della porta, la passano gri- 
dando Marco Marco, e Padova fu ripresa, e dalla virtù di un 
Salodiano fu dato alla fortuna di Francia e dell'impero il pri- 
mo crollo: e a chi trovasse improbabile quel penetrare di 500 
venturieri sul Padovano senza che l'inimico se n'accorgesse, 

1. Provv. 13 settem- Lib. Orditi, cit. tori, e tra questi il dott. Lodovico 

Ordinaverunt q. M. D. Laurentio Cozzalio da Tremosine. 
Mozaniga duci armarum Christ. 2. Romanin, Stor. Veri. t. V. p. 224. 

Regis . . . mìttatur in dono unum Tanto avveniva nel luglio del 1509. 

modium ohi, medium pensum car- Il Grattarolo, storico salodiano 

pionum et unum resinum papiri contemporaneo, raccontando il fatto, 

vcncrini, cum quarte tres olivarum rende giustizia al suo concittadino 

compostarum prò sili grati fìcarietc. (Istoria della Riviera di Salò). 

causa armarum etc. Ma nel 15 self. Veggasi ancora il Brunati, Dizion. 

furono mandali al cardinale altri ora- degli Uomini illustri di quella Riv. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 45 

risponderebbe il Guicciardini « che in Vicenza ed in Padova «isog 
non era quasi soldato alcuno per l' imperatore, ed egli per la sua 
tardità raffreddava la caldezza degli animi e delle terre i ». 

Questo affetto risurto nei popoli pel governo veneziano 
cresceva intanto per le nostre terre, e forse più nelle valli 
dove meno potea neir animo dei montanari la lusinga stra- 
niera. La Valcamonica, minacciata ne' suoi confini dall'armi 
dell'impero, già dal marzo del 1509 2 preparavasi alla guerra; 
e nel 23 aprile provvedendo affinchè da Valtellina già invasa, 
per essa non irrompessero di qua, mandava Bernardo Moro- 
ne dei Ronchi capitano della valle, perchè da Breno proce- 
desse coi militi della valle ad Edolo, vegliando che i Francesi 
non passassero i burroni dell' Aprica (15 maggio): né cesse 
all' armi loro che al 22 di maggio, quando Crema, Bergamo, 
Brescia, Caravaggio e Soncino avevano già schiuse a Lodo- 
vico le porte 3 , il quale donava a Carlo d'Amboni signore di 
Codelmonte, maresciallo di Francia, le proprietà dei Colleo- 
ni e la terra di Lovere 4 . E colà pure in quella valle, non 
gli aperti e costanti alpigiani, ma la volubile nobiltà, ma i 
Federici ai quali appartenevano, riputando strano Y affetto 
dei montanari per la infelice Repubblica, e però chiamati alla 
recisa • traditori mandavano oratori al campo nemico per gli 
ossequi e per le conferme delle antiche feudalità. Era cosa 
tutta personale che non toccava il popolo. 

Ed anche la pianura non era in ciò meno avversa delle 
nostre montagne. Vedemmo altrove la resistenza di Peschie- 

1. Guicciardini, Storia d'Italia, 1. VII. provisio de viris aptis ad arma. 

2. Cod. Quir. C. 1, 10. Storie di varie 3. 22 maxi. Deditio vallis nostrce facta 
terre del Bresciano,Valcamon. Tran- Christianissimo . . . postquam Ber- 
sunti di Registri e Provvisioni del gamum, Crema, Caravagium, Son- 
Comune, di pugno dell' Ormanico. cinum et Brixia se Me dederunt. 
23 aprii. Belli predicti causa cum 4. P. Gregorio da Valcara. Tratten. 
advenlareiit iti Valletellina eie. - Caniuni, p. 544, giorn. IV, tratt. IV. 



46 LA LEGA DI CAMBRA 1 

i:i«og ra ' , e come gli Asolani, fatti audaci dell' aver messo in fuga 
(IO maggio) il duca di Mantova al castello di Casaloldo, avean 
fermo resistere a quell' armi, cui non cedevano che per vo- 
lontà del Provveditore 2 . E fu singolare in Casalmoro un 
subito ammutinarsi di villici risoluti a ributtare di viva forza 
il presidio francese, che nel passaggio del re per alla volta di 
Peschiera ivi piantava gli alloggiamenti. Se non che un Cri- 
stoforo Boccalini fece posare dall' un canto queir armi e pla- 
cò dall' altro le lance straniere anelanti all' eccidio della mi- 
sera terra. La grossa borgata di Montechiaro, opponendosi alle 
ingenti provvisioni richieste dall' esercito francese, veniva 
costretta all' obbedienza da fieri bandi per aversene carri, 
taglie, derrate, guastatori, pena 1' essere saccheggiati arsi 
confiscati et impiccati (le solite mitezze), fatti ribelli, svaligiati 
et maltrattati con tutto il resto delle dolci ordinanze del Cri- 
stianissimo, il quale tutt' altro che tranquillo delle avute vit- 
torie, metteva militi e pedoni per le rocche bresciane più 
che non comportasse la natura dei luoghi e la guerra ornai 
compiuta. 

Ma il fatto che più d' ogni altro fu segno d' odio contro 
la nuova signoria, fu la rivolta di Rovato, repressa poi dalle 
assaltate guarnigioni. 

1. Temo errasse il Grumello dove li gittavano infra le fosse. Vìn- 

narra non senza contraddizione, felice capitano, impiccato col figlio 

che non essendo alcun dessi mi- ad un noce, avea nome, secondo il 

liti Veneti (in Peschiera) che fa- Bembo, Andrea da Riva. 
cesse difese, epsa rocca si perse 2. Odorici, Falsa opinione del Guic- 

vilmente. La difesa fu anzi delle ciardinì sulla fede volubile dei pa- 

più accanite; aggiunge il cronista dri nostri nel 1509. Strenna Bre- 

che pigliati tutti epsi militi Ve- sciana del 1850. Cod. 103 della mia 

neti furono dai Galli occixi et raccolta. Benemerenze delle valli 

aperti da epsi Galli disfacendoli Trompia e Sabbia, e Mancini, 

le budclle per vedere se dentro Storie Asolane ms. 180 della ci- 

havevano denari ...et poi aperti . . tata raccolta. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 47 

Correndo il 13 settembre, T Ambosia cardinale racco- 
mandava, come luogotenente del re di Francia, alla discreiione 
del Ricault, del Finario e del Morone podestà etiam non ser- 
vando la forma de' statuii, decreti né ordini l - alla militare - 
processi e processati d'una congiura, della quale non è cenno 
a me noto nelle cronache bresciane, ma intorno a cui ci 
apprendono i documenti come il castello di Rovato, stanco 
del provocante orgoglio degli stranieri, levasse in armi contro 
alle lance che lo guardavano, e ribellasse ad un tratto le terre 
vicine. Tanto avveniva sul principiare d' agosto 1509, quando 
tutto era già del re di Francia Y agro bresciano, né senza 
taciti accordi probabilmente colla stessa Repubblica 2 . 

Dacché la nobil terra di Rovato fu costretta il 19 di mag- 
gio aprire le porte ai condottieri di Francia che pigliarono 
possesso del suo castello 3 , non ebbe più pace; e le arroganti 
presunzioni degli stranieri addoppiavano in petto ai cittadini, 
col desiderio del governo antico, il corruccio della sua ca- 
duta, molto più che forse allora quella grossa borgata avea 
T alto onore d' essere custodita dalle lance del Rubineto e 
dell' Allegre, le quali, come le ispaniche masnade ricordate 
dal Manzoni, non vi so dire qual modestia insegnassero alle 
fanciulle, quai ricordi lasciassero di tratto in tratto sulle 
spalle dei poveri mariti, e come alleggerissero la fatica dei 
ricolti al contadino. Lorenzo Gigli da Rovato, uno dei consoli 



Lettera del cardinale inserita nella Primo tributo alla Patria, 1842, 
sentenza del Morone 9 novem. 1509. e specialmente l'ultimo documento. 
(Congiur. Bresc. doc. VI). 3. .,.///. D. Balzati, D. S.Severino 
Seguito in questi fatti il sunto che venit acceptum terram Roadi no- 
ne ho dato nella citata memoria mine Reg.Majestatis etc.die XVI III 
sulla falsa opinione del Guicciar- maij. Classane di quel Comune dal 
dini ecc. Intorno alla congiura di 1500 al 1513. Cocchetti, Dflcum. 
Rovato si vegga il Cocchetti, di Storia patria, 1851. 



48 La lkoa di cambra! 

del borgo e dal quale dipendea lulto il governo della terra i t 
stanco di quella appena incominciata servitù, tanto s' affac j 
cendò, che preparati alla rivolta i suoi terrazzani, non man- 
cava che un pretesto aporia in atto; ed è probabile assai che la 
faccenda si maturasse colle intelligenze del Senato. Qualche 
sospetto n'avevano i Francesi, ed accrescevano il 6 d' agosto 
la stanziata cavalleria. Ma forse appunto per ciò, o timore 
che fosse d' essere discoperti, o rabbia per la insolente al- 
bagia del presidio rinforzato, nel giorno 7 scoppiò il tumulto, 
ed alla guisa di un vespro siciliano furono gli stranieri cer- 
chi, battuti ed inseguiti per ogni parte. Quel subito ribolli- 
mento durò due giorni, e pace non ebbe fuorché allorquando 
le lance straniere furono in rotta. Marco Marco fu il grido 
che volò di terra in terra per tutta la Franciacorta rioccu- 
pata dai capitani della Repubblica: ma se nobile fu il conato, 
nobilissima la vittoria, non ne durarono gli effetti perchè 
dalle prossime campagne debolmente secondata. Lorenzo 
Gigli fu preso mentre appunto sedevasi a Consiglio; ed esso 
e i principali seguaci suoi nel settembre di quell'anno sulla 
piazza maggiore della nostra città furono decollati. I beni 
del Gigli messi al bando si vendevano al Comune di Rovato. 
Processi e condanne seguirono da poi, finche stanchi del pu* 
nire i commissari del re assolvevano il Comune (22 marzo 
1510), eccettuati due Delaidi, Agostino ed Ercolano, fautori 
della rivolta 2 . 

Io non so se taluno la impresa del Gigli chiameralla 
stolta: era per altro di quelle che non lasciavano tranquilli i 
nostri nemici; perchè i Franchi d' allora in poi non ebbero 

1. Istrura. 12 marzo 1584. Cocchetti, Gili, provvedeva del piombo a fon- 
Primo tributo alla Patria. Nel 16 dere e farne palle. Massarie, Iieg. 
maggio il Comune per ordine del Rovatensa 1500-1513. 
Sindaco eletto in quel di, Lorenzo 2. Cocchetti, Doc. di Storia patria. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 49 

più tregua, ed opponendosi indarno al dipartirsi dei nostri a.1509 
gentiluomini per lo campo veneziano, temendo un insidioso 
apprestamento di qualche gran fatto, ponevano taglie sui loro 
capi l . Lo spettacolo commovente dell' adriaca città, sedia 
antica e veneranda delle glorie italiane, conquassata da prin- 
cipi confederati a' danni suoi; quella veneta insegna, quel 
palladio della nostra indipendenza con tanto impeto caduto, 
già comprendeva i cuori di pietà profonda. 

Anche gl'improvidi e gli ambiziosi, che allettati dall' arti 
ingannatrici dello straniero, miseramente avevano tradita la 
patria, e sulle prime caldezze banchettavano lautamente i 
vincitori 2 , trovando in cambio lo sprezzo e 1' albagia, ri- 
manevano punti al vivo dalla insolenza provocatrice dei 
condottieri di Francia. Traditori e traditi a un tempo, invisi 
ai loro concittadini, non curati da quei medesimi che padroni 
della comperata città, non sapevano più che farsi di chi 1' a- 
vea venduta, fremevano di rabbia, meditavano la vendetta, 
cercavano le occasioni a consumarla. Arrogi le tracotanze 
forestiere, le rotte condizioni del trattato, stipulate piuttosto 
a scherno che a saldo proponimento di fede, le terre corse, 
malmenate, angariate, e peggio dai presidii e dagli eserciti; 
quant' era di sacro e d' inviolato messo all' arbitrio d' una 
sfrenata, bordaglia 3 . 

Nel giugno del 1509, computata la lancia, come parrebbe 
dai registri di quella età, quattro militi (il milite era sempre 
cavaliere), quattrocento cavalli aveva il Rubineto a Coccaglio 



1. Palazzo, Cronache. Frammento re- dalla città, descritto in una nota 

cato dal Gambara nelle note al can- Quiriniana identica al racconto 

to 1 delle Gesta Bresciane. dello storico, e citata dal Gambara, 

2. Capriolo. Come dissi, temo assai Gesta dei Bresc. p. 57. 

ch'egli confonda questi prandj col 3. Odorici, 1 Congiurati Bresc. del 1512 

banchetto dato al re di Francia ed il loro processo. 

Oooric!, Storie Brcsc. Voi. IX < 



50 LA LEGA DI CAMBRA! 

.1509 ed a Rovato; altrettanti mons. di Comi a Pontoglio e Castrez- 
zato; 200 il Foix agli Orzi ed a Pompiano; 400 Y Obignì a 
Quinzano ed altre terre ivi presso; 360 l'Imbercurto a Pon- 
toglio, Bassano e s. Gervasio; 200 il Chatilion ad Offlaga, 
Manerbio e Bagnolo; 200 il de Dunes a Carpenedolo, Monte- 
chiaro ecc.; 200 l'Allegre, 200 il marchese di Monferrato, 160 
mons. Frontalia, 200 il conte Gianfrancesco Gambara *, e cosi 
via; tutta gente che vivendo a discrezione delle borgate, fu 
causa di lamenti le più volte o negletti od ischerniti 2 . 

E già il Gambara pentito prometteva copertamente alla 
Repubblica il conquisto della patria purché gli fosse reso 
quel grado che prima del fatto di Ghiaradadda sosteneva 
nell' esercito veneziano 3 : e già lo stesso Avogadro indispet- 
tito, come narrasi nel processo di cui diremo più innanzi, del 
trovarsi negata dal re di Francia una condotta di cavalli 4 , 
poiché in lui non era che sola una brama — di salire in alto 
e salirvi ad ogni costo, vi andasse la patria — con quella 
indifferenza con cui sbarrava le porte cittadine ai poveri Bre- 
sciani reduci dalla sconfitta d' Agnadello, lo vedremo propor- 
re di riaprirle all' esercito veneziano. Erravano quindi il Gam- 
bara ed il Belloy nelle loro infelicissime tragediole facendo- 
mi dell' Avogadro, il primo un eroe di patria indipendenza, 
r altro un vigliacco, un assassino. L/ Avogadro non era né 
V uno né Y altro : era un ambizioso che tutto avrebbe sacri- 
ficato alla sua grandezza, ma di alti spiriti e gagliardi, come 
di cuore impavido e risoluto, sicché a stento fu fatto prigioniero 

1. Cod. 69 della mia race Transazione 3. Gambara, Gesta dei Bresciani, note 

fra Chiari ed altri Comuni per gli al canto I. - Spini, 1. cit. -Bembo, 

alloggi delle lance francesi, 1509. Storie Venez. a. 1510 - Odorici, 

2. Spini, Suppl. al Capriolo. - Guic- Famiglia Gambara, nelle Famiglie 
ciardini, Storia d'Italia, a. 1512. celebri del Lilta, tav. IV. 
Palazzo, Cronache. -Casaro, De 4. Giunto esso re Callidio a la città 
exterm. Drixicc, Cod. Quir E, Vili, 4 . de Bressa, fu con grandissimo ho- 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 51 

colla spada in pugno bagnata ancora di sangue francese, a.1509 
Le congiure di questo non sono dunque a confondersi colle 
nobili e generose dei Gigli e di Giammaria Martinengo, ben- 
ché poi tutti miseramente pagassero col sangue l'alto pensie- 
ro. Sventurato Martinengo! Con tutto che avesse giurato fedeltà 
(replicherò le nobili parole di Ottavio Rossi) al re di Fran- 
cia, non credeva però d y essere più obbligato a quel distrut- 
tore della libertà d' Italia, che alla Repubblica conservatrice del- 
l' antico splendore e deW incorrotta dignità delV imperio italiano. 
Così non sono a mescolarsi quelle rivolte coli' altra di Gian- 
giacomo Martinengo. Cercheremo più innanzi delle prime le 
origini e Y esito infelice. 

Ma ritornando alle cagioni di generale scontento, lamen- 
tando la città le disoneste arbitrarie degli armigeri allogati 
pel territorio, e convocato nel 29 luglio le sue magistrature 
per chiedere al maresciallo Giacomo Trivulzio che s' avesse 
a fare, bellamente rispondeva il capitano che la città potea 
bene alloggiarli ne' suoi quartieri, sicché n' ebbe rifiuto 4 . 
Pochi giorni dopo si provvedeva perchè il celebre senatore 
Gerolamo Morone, eletto podestà di Brescia, venisse accolto 
a grande onore; e però nel 13 agosto si eleggevano dodici 
illustri cittadini, affinchè movendo incontro al nuovo podestà, 
facessero le onoranze; e furono il conte Cesare Martinengo, 
Matteo Avogadro, Stefano Ugoni, Agostino e Gerolamo Ca- 
prioli, Sigismondo Lovelli, Giacomo Feroldo, Lodovico Nas- 
sino, Giovanni da Monte, Scipione Provaglio, Antonio Ave- 

nore etc. et il castellano del ca- (jnati li capituli per il re Galli- 

stello vedendo non potersi tenere... elio di donarli quaranta lanze. 

si fu reso, restando suo prigione, Grumello, Cronache pubblio, dal 

et ala resa de Bressa fu il pr in- Mùller, t.I della sua raccolta, p. 11 4. 

cipio il conte Aloysio Avogadro 1. Provvisioni della città di Brescia 

gentiluomo br essano, et furono si- del 1509, carte 19, tergo. 



52 LA LEGA DI CAM BUA! 

...509 roldo, Giacomo Calino 4 . Il Morone arrivava seguito dalla 
propria corte il 25 agosto 1509, la quale si componeva del 
suo vicario (Agostino Vimercato), del giudice delle ragioni 
(Giovanni Crotti), di un cancelliere (Lorenzo Toscano), di 
un contestabile (Gianambrosio da Guarzate) e di due secre- 
tari. Ma questa nomina del gran senatore veniva anch' essa 
annunciatrice che le promesse di Lodovico non furono che 
ad illusione. Il re di Francia gli confidava colla nostra città la 
provincia intera 2 . Investito di amplissimi poteri, indipenden- 
te dagli statuti e dai decreti che vincolavano i suoi prede- 
cessori, e che pur si erano riconfermati e garantiti dal re, 
esonerato dal rendiconto delle proprie azioni 3 , più che 
podestà potea dirsi il Morone governatore di Brescia e della 
provincia, messovi più eh' altro a mantenerci in fede 4 , e per- 
chè ad esso non la urbana soltanto, ma obbedissero tutte 
F altre popolazioni delle provinciali Comunità 5 , le quali noi 
conosciamo per un elenco rimastoci del 1505 6 , le cui som- 
me complessive darebbero un ammontare di 276585 abitanti. 
Secondo 1' elenco se ne denno aggiungere 26880 delle terre 
feudali: numero che sommato coll'altro darebbeci un totale di 
303465 anime, come stanno registrate appiè dell' elenco 
soprascritto. Si confrontino adesso codeste risultanze coi dati 
statistici dell'età presente, e se ne traggano le conclusioni = 



1. Provvisioni Municipali del 1509. civitatem et universam ejus pro- 

2. Idem. - Esiste presso di me la co- vinciam commisimus, et per pre- 
gia del lungo diploma col quale Gè- sentes committimus per annuiti u- 
rolamo Morone è fatto dal re di nuni etc. Così nel diploma reale. 
Francia podestà di Brescia: è dato 4. Et ubi ufficio funclus erit, nolumics 
da Milano il 26 di luglio 1509; al 9 eum sindacar*. 

di agosto prestava Y eletto il suo 5. Operata dat quo totus ille populus 
giuramento. et agri in tranquiltitate sine se- 

3. Benedilectus fidelis noster M. Hie- dilioiie eie. vivai. 

ronymm Moronus cui Brixianam G. Registro Municipale F, carte 205. 



E IL RITORNO DELLA REPLB. 



53 



Ànime della città et del territorio. 



Citta e Chiusure 65000 

Quadra di Gussago 9730 

Q. di Rovato 10670 

Q. di Rezzato 4640 

Q. di Gavardo 3770 

Valtrompia 10605 

Valsabbia 10855 

Valcamonica 54000 

Q. di Nave 1850 

Riviera di Salò 50000 

Q. di Ghedi 6950 

Q. di Montechiaro 5030 

Q. di Travagliato 2765 

Q. di Orzinovi 5280 

Q. di Pontevieo 5780 

202925 



Q. di Bagnolo 
Q. d' Iseo 
Q. di Palazzolo 
Chiari, Rudiano 
e Roccafranca 
Q. di Castrezzato 
Q. di Pom piano 
Q. di Quinzano 
Q. di Maneibio 
Q. di Gambara 
Q. di Calvisano 
Q. di Mairano 
Q. di Asola 
Quadra (!) 
Lo nato 



14635 
4575 
5610 

7220 

4490 
2590 
3755 
5510 
1605 
8550 
2975 
5200 
4085 
5100 

75660 



In ardui tempi assumeva il Morone V affidatagli potestà, 
perchè i capitoli a noi concessi da re Luigi venivano con essa 
quasi al tutto infranti l , e le arbitrarie infeudazioni del re ave- 
vano scompigliate le condizioni civili delle terre bresciane. 
Ghedi, Leno, Malpaga, già del conte di Pitigliano, divenute 
feudalità del cardinale d' Ambosia (10 giugno); il furto delle 
investiture municipali 2 ; la terra di Chiari data in feudo a 
Giacomo Gabanes signore delle Paliste ed a' figli suoi, col 



1. A carte 150, 151, 152, 153 del Re- 

gistro B Municipale esiste il pri- 
vilegio di Lodovico nel quale si 
acchiudono, e sono 48. 

2. Reg. Mun. B, carte 157 e 163. De- 

creto del re 10 giugno per la rin- 
novazione delle rapite investiture. 
Coli' 1 ottobre (V. a carte 182 di 
quel Registro) il cardinale vendeva 



al nostro Comune, assenziente il re, 
Ghedi, Leno e Malpaga, siccome a 
lui vennero dati, per 17 mila scudi 
d'oro del sole, e ciò a ragione di 
entrata del 6 per cento, dando quelle 
terre di entrata all' anno 10:20 scudi 
d'oro. Nove giorni dopo il Comune 
saldava al cardinale venditore la 
somma convenuta. Carte 182. 



54 LA LKGA DI CAMBRA! 

1509 mero e misto impero ' e colla separazione dalla città (1° lu- 
glio 1509); la Riviera donata all' Ambosia, alteravano visi- 
bilmente lo stato di parecchie terre nostre. Una sola delle 
infrazioni dei patti è degna di tutta lode, ed è nel decreto 
16 luglio che agli ebrei permetteva lo starsene in Brescia 
per due anni onde potessero ricuperare le cose nel tumulto 
del 15 maggio ad essi rapite 2 . Del resto V ordine dell' Am- 
bosia 11 dicembre 1509, che il commissario reale non s' in- 
gerisca nelle cause di Stato 3 , e i decreti moltiplici mandati 
a frenare le estorsioni degli ufficiali del re, annunciavano un 
arbitrio, una licenza che al re medesimo parea soverchia. 

A queste cause alimentatrici dell 7 odio rinascente contro 
1' armi straniere s' aggiugnevano le religiose. Perchè avendo 
papa Giulio scomunicati i figliuoli del Bentivoglio che avea 
ceduta, come notammo, alla Repubblica la città di Bologna, 
volle interdette con una strana ,e quasi ridicola sua Bolla 
anche le terre in cui avessero cercato asilo: onde il 4 no- 
vembre 1509, sendo sparsa la voce che i profughi giovinetti 
attraversavano la provincia bresciana, decretò che fosse tutta 
da un capo all'altro interdetta: e poiché furono veduti in Brescia, 
tanto bastò perchè il vescovo facesse chiudere i templi, e cessato 
ogni sacro rito, obbligasse i superstiti dei cari estinti a gittare 
i cadaveri in luride fosse lungo il terraglio, o pei campi con- 
tristati da insoliti sepolcri, o nel secreto delle proprie case 4 . 
E queste barbare e stolte esorbitanze venivano dall' infallibile! 

l.Reg.cit. carte 1 88, priv.l luglio 1509. vcva scomunicato li pioli de Ben- 

2. Decreto reale 16 luglio 1509, carte tivolio... et da poi la loro partila 
157, Reg. B. volse fosse interdito illogo dove ha- 

3. Decr. 11 die. carte 162, Reg. B. bilavano, ..et furono visti in Bressa t 

4. Melga, Cronache inedite, a. 1509. et Mons. mandeteper ogni Gesia a 
Adì 4 novembre 1509 in domenica far cessar le Messe ...si portava li 
fu interdilla tutta Bressa coni lo corpi morti al terraglio, ovvero ali 
Bressano perchè lo Papa Julio ha- campi, ovvero in casa propria. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 55 

Paolo Zane, veneto di patria e di pensiero, teneva al- a.1509 
lora la sedia episcopale di Brescia, e il Capriolo che proprio 
di questi dì va narrandoci alla distesa delle zingare tornate, 
e delle grandini, e del prezzo dei capponi, accenna di volo 
un fatto che io non so come credere come verificare, che 
il vescovo cioè venisse mandato con altri cittadini per ostaggio 
a Milano, temendo i Francesi il rinascente amore dello Stato 
veneziano 4 . Certo è che il castello fu tostamente fortificato 
e rifornito di materiali di guerra: che la torre Mirabella, dal 
fulmine scrollata, fu ricostrutta con più salde compagini, e 
che le fosse urbane venivano allagate 2 . Tutto questo non 
per anco spirato il 1509; segno che le paure non erano vane 
e che poca favilla sarebbe allora bastata a un grande incendio: 
e se il Gritti (che supplicando nel 15 maggio gli si aprissero le 
porte, indarno perorò nel Consiglio la causa dell' esercito) 
fosse ricomparso, una sua parola sarebbe valsa una rivolta 3 . 

E già qualche Comune levavasi ardimentoso contro le 
stesse vicarie del re, perchè i conti Gambara avendo espulsi 
i vicarii di Quinzano e di Manerbio mandati dalla città di 
Brescia, ed ordinando il re venissero redintegrati, il Comune 
di Gottolengo a pieni voti (34 ottobre 1509) si dichiarava 
pei Gambara. II senato di Milano (24 novembre) ricono- 
scendo i diritti della città, V autorizzava rimettere i vicariati 
contesi; durò la questione, onde a farla finita ordinava il re 
(8 marzo 1510) che fosse mandato ai tre Comuni, fino a lite 
decisa, un suo rappresentante con mero e misto imperio 4 . 

1. Capriolo, Stor. Bresc. lib. XIV. alla fede antica: ed anche il Giu- 

2. Idem. stiniano la dà. 

3. La Storia veneta del Mocenigo ha 4. Zilioli, Indice ms. dell 1 Archivio del 
un' orazione attribuita al Gì itti quan- conte Carlo Ant. Gambara, 1731, 
do entrato in Brescia, presentatosi voi. in foglio, già possed. dall' avv. 
alle urbane magistrature, tentò ec- Feroldi. Ivi la serie degli alti re- 
citarle ad accogliere V esercito ed lativi alla lunga lite. 



56 LA LEGA DI CAMBRAI 

E la Repubblica? 

Sempre intenta coli' arti della diplomazia, coi taciti e co- 
perti eccitamenti che tenevano svegliata nelle città perdute 
una speranza, gettando astutamente quinci e quindi la scon- 
cordia nella lega e il sospetto geloso tra 1' uno e 1' altro dei 
collegati, venivasi lentamente risollevando a più arditi ed a- 
perti passi. Vile per altro, e lo confessa il medesimo Roma- 
nin, fu T abbassarsi col papa alla rinuncia di futuri concilii 
pel veneto anatema, e il dichiararlo giusto e il domandarne 
perdono, e il promettere che più non si sarebbe impacciata 
né di decime, nò di sacre elezioni, né d' ecclesiastico foro, e 
che irriti e nulli terrebbe i patti conchiusi colle città della 
Chiesa. E abbietto e ben più degno del XIII che de' tempi di 
Paolo Barbo fu il rito per cui furono in Roma assolti e perdo- 
nati gli oratori della Repubblica (24 febbraio), la quale se 
a tanto era discesa, vedremo più innanzi come talvolta nelle 
cose degli Stati lo scendere di un giorno altro non sia che il 
prepararsi a più gagliarde riscosse. Essa intanto aveva otte- 
nuto di togliere alla lega il papa e volgerlo contro la Francia, 
ed essendo già morto il Pitigliano, attendere all'aperto e sen- 
za misteri a ristorare 1' esercito, e darne il comando a quel 
Grilti a cui era toccata un anno addietro la bresciana ripulsa. 
In sulle prime fu la sorte dell'armi avversa un 7 altra volta 
alla Repubblica, le cui truppe abbandonando all' inimico 
Legnago, Cittadella, Marostica, Bassano l , si ritiravano su 
quel di Padova: ma stipendiati diecimila Elvetici, riavute 

1. Maggio 1510. Romanin, t. V. p. 245. Lellres de Louis XII et clu Card. 

Intorno a tutli questi falli del dicci d' Amboise, 1. 1, p.29.-BELC.\r;iu.s, 

si vegga il Guicciardini, Stor. d'it. Comment. Rer. Gali. 1. XII, p. 344 

1. Vili e IX. - Bembo, Stor. Vcn 1. e scg. - Hisloire do la Liyue de 

X, p. 222. -n\iK\LDUS,Ann.Eccl. Cambrai, 1. II. - Paolo Giovio, 

a. 15i0, n. 1 e scg p. 545eseg. Vita di Alfonso, eec, 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 57 

parecchie borgate, la fortuna già sorrideva (luglio ed 
ed agosto) all' operosa costanza veneziana. Fu in questi 
momenti che nella città di Brescia e nelle terre della 
provincia risurse più vivo F odio all' armi di Francia, e 
forse più contro i Tedeschi, che sotto Padova nel settembre 
del 1509 avevano lasciata così infelice memoria. Costoro, ag- 
giunge il Macchiavelli, attendono a rubare il paese e saccheg- 
giarlo; e vedesi e sentesi cose mirabili senza esempio, di modo che 
negli animi di questi conladini è entrato un desiderio di morire e 
vendicarsi, che occorre tuttodì che uno di loro preso si lascia am- 
mazzare per non negare il nome veneziano, di modo che consi- 
derato lutto è impossibile che questi re (Luigi e Massimiliano) 
tenghino questi paesi con questi paesani vivi i . Ma quesf odio 
non era tale ancora da sollevarsi con armonia di propositi ed 
impeto di conati ad una vasta rivolta. Noi vedemmo la infe- 
lice riuscita della congiura di Lorenzo Gigli: or ne vedremo 
un' altra. Non parlo di quella di Gianfrancesco Gambara, il 
cui trattato rimasto fra i secreti della Repubblica non ebbe 
effetto, benché fossevi di mezzo il cardinale del Rio. Doveva 
esserne prezzo la restituzione al Gambara, col mezzo di papa 
Giulio, d' ogni sua benemerenza; ma forse troppo non si fi- 
dando del papa, il Gambara 2 da quel trattato si allontanò, 
ed alla gelosia del secreto dobbiam forse il mistero in cui 
sono avvolte le cause della rottura. 

Quasi ad un tempo e senza tanto mistero, ma sempre 
col fomite universale di queste congiure del secolo XVI — 
l'ambizione — un nobile bresciano, Giammaria Martinengo, 

1. Macchiavelli, Opere, t. VII. Le- rante la lega di Cambrai, pag. CO, 
gazione a Mantova, lette a VI, 26 nota 16 al canto 1; ma più ancora 
novembre 1509. Patrizio Spini, Supplem. al Ca- 

2. Bembo, Storie Veneziane, 1. cit. - priolo, Storie Bresc. p. 262 della 

Gambara, Gesta dei Bresciani du- traduzione pubblicala nel 1747. 



58 LA LESA DI CAMBIMI 

a.i5io avea risolto di rendere sol esso alla Repubblica la città di 
Brescia. I complici e la rete del suo disegno non si cono- 
scono ancora., ma più che V ardimento del pensiero una 
stolta imprudenza gli costò la vita. 

Perchè affidate sue lettere ad un servo, che teneasi offe- 
so per non so qual torto dal Martinengo, raccomandavagli 
recarle tosto al veneto Senato. Il servo, dissugellato il piego, 
lettovi T accordo, e più dell' accordo, una postilla che a vero 
dire parea soverchia per lui, come quella che ordinava la 
morte del messaggiero, abbreviando la strada, corso in ca- 
stello, diede ad Ivo d' Aligne le lettere fatali, e il castellano 
ai ministri del re. La faccenda era grave, né i commissarii di 
re Lodovico sapevano a qual partito gittarsi, perchè l' ira mal 
compressa ribolliva negli animi tutta chiusa, e ad ogni minima 
favilla potea scoppiare ad alto irreparabile incendio. Bilan- 
ciate le cose, a troncare di queto e senza tumulto la trama, 
bruttavasi il d' Aligne d' una di quelle infamie che per alcuni 
deir arte sua sono picciole glorie, sono titoli ad aumento di 
grado e di favore; ed invitato il Martinengo, suo padrino, a 
domestico banchetto, lo imprigionò. Un Medici ed un Lodro- 
ne si ritrovavano con lui, ma furono tosto rilasciati: ed aper- 
tegli dinanzi le proprie lettere non ebbe discolpa. L'incauto 
Giammaria, dannato a morte, attraversando fra le lance stra- 
niere le nostre vie zeppe di popolo, lagnavasi che un solo fra 
tanti amici suoi non si levasse per lui. Salito il palco (IO 
settembre), volto alla folla immobile e silente un ultimo 
sguardo come di spregio e di rimprovero, diede il capo alla 
scure. La sua testa confitta in alto sulla torre del popolo vi 
fu lasciata per otto dì; essendosi così verificata la risposta di 
non so quale spirito folletto, che il povero Martinengo dicea 
tenersi rannicchiato in un anello: cui domandando un giorno 
che sarebbe di sé, dove restituisse alla Repubblica la città di 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 



59 



Brescia, vuoisi che rispondesse il tristo: Saria in fine la sua 
testa più alla che testa de Bressana { . 

Era già morto il 4 giugno il cardinale d'Ambosia, im- 
provvisato signore della Riviera di Salò, cui succedeva nella 
avversata signoria Giorgio d'Ambosia fratello di Carlo gran 
maestro luogotenente del re 2 , e fu per otto giorni fenato 3 ; 
ma eran lustre di dolore e nulla più. Se n 5 avvedevano gli 
stranieri, e da qui forse quel loro assentimento (per più 
dividerne ed isviarne le forze) alle separazioni delle borgate 
provinciali dalla città, come ad esempio Ghedi, Leno *, Mal- 
paga, da noi disgiunte per decreto 10 luglio 1510 del cardinale 
Carretto luogotenente di Lombardia. Le estorsioni frattanto 
s' aumentavano, ed un ordine del re (19 settembre) fu 
pubblicato a frenarle 3 : e poiché nelle gravi emergenze rin- 



Dilo conte Zoanmaria era homo de 
bassa statura el scarmo et naso 
aquilino et vendicativo. - Fu deca- 
pitalo in piazza grande de Bressa 
etc. Dito conte Zoanmaria, a quello 
se diseva, haveva in uno anello 
uno spirilo etc. Nassino, Memorie 
Ani. Quir. G, I, 15. Si vegga del 
resto Patrizio Spini, Suppl. cit. 
p. 263, e il Gambara, Gesta dei 
Bresciani, p. 63. Ebbe Giammaria 
due mogli, 1' una Martinengo, l'al- 
tra Lodrone: era del ramo cui spet- 
tava il palazzo al di sotto della 
Pallata, ma la sua casa fu quella 
che passò poi negli Archetti parr. 
di s. Agata.- A di 5 seti. (Gron. 
del Palazzo ) fu preso M. Zamma- 
ria Martinengo et messo in ca- 
stello, a di 10 gli fa tajada la 
testa etc. - 1 di lui tre figli peri- 
rono tutti di morte violenta. Luigi 



fu ucciso da G. Paolo Nassino; Giu- 
lio, da Carlo Averoldo; Scipione, 
da Gerolamo Martinengo. 

2. 11 Buonacorsi mette al 25 di mag- 

gio la morte del cardinale. In quan- 
to a data nulla è nel Guicciardini, 
lib. IX, a. 1510 delle sue Storie. 
Obiit 111. D. Card. Rothomagensis 
Dominus Riperice 1510 ut in loco 
ordinarli, sub die 4 Junj. Succes- 
sitene in dominio Riperia; 111. D. 
Georgius de Ambosia frater 111. 
et Excell. D. Caroli Magni Magi- 
siri etc. Cosi nel Lumen Revel. Cod. 
dell' Arch. Coni, di Salò, p. 10. 

3. Idem, p. 184 - 1510. Interdictum 
per dies odo propter mortem 111. 
Card. Rothomag. Doni. Rip. A Junj. 

4. Indice cron. dei docum. dell' Arch, 
Com. di Leno, redalo da Angelo 
Maria Franchi nel 1754, fil. A, f. 11. 

5.Reg.Mun.B,c. 181, dec.l9sett. 1510. 



00 LA LEGA DI CAMBRAI 

a.1510 crescevaci 1' obbedire a questi nuovi luogotenenti e maestri 
e cardinali venutici dall' alpi, inutilmente ponevamo innanzi 
gli statuti del Comune. Così volendosi alloggiare in Brescia 
(23 agosto 1509) non so che genti, presente il Morone e lo 
stesso gran maestro di Lombardia, si oppose il Consiglio, 
mandando al cardinale due cittadini, perchè secondo i privi- 
legi non si mettessero soldati nelle nostre case l , talché fu 
comandato nel 29 marzo 1510 da re Luigi, che gli statuti di 
Brescia venissero dal Comune secondo i tempi modificati 2 : 
così fu duopo di reale decreto 3 perchè fosse in qualche mo- 
do solennizzata in città la vittoria di Ghiaradadda. E quelle 
nobili resistenze onoravano il Comune benché stretto in 
allora da sì urgenti necessità, che dovette chiedere al cardi- 
nale di poter mettere per 18 mesi una taglia di due denari 
per ogni libbra di carne * . A queste miserie aggiungasi la 
volontà di Lodovico perchè il Morone spacciasse le procedure 
con quella formola crudele, eppur tanto usata nel secolo di 
cui parliamo — summarie, sempliciter et sine strepitìi judicii 5 ; 
segno che più crescevano le paure. 

Né più allegre volgevano a Francia le cose nei vasti piani 
della provincia. Abbiam toccata la rivolta di Rovato e di Ca- 
salmoro 6 : sedata appena quest'ultima, il Gonzaga, dura- 
mente ammonito, raccoglieva i Guasconi e l'altre genti ad 
Acquanegra, mentre in Asola tramavano alcuni contro il nuo- 
vo reggimento. Raffaele Gonzaga, ivi rieletto podestà, metteva 

1. Reg. Muri, delle Provv. 1509-1510. dini, 1. IX, e. Ili, a. 1510: a Nel 

Ì2. Reg. Mun. B, carte 168, decreto 29 qual tempo essendo venuto a luce 

marzo 1510 indirizzato al Morone. un trattato che i Veneziani aveva- 

3. Idem, decr. 11 maggio 1510, e. 169. no in Brescia per farla ribellare 

4. Reg. F, carte 190, agosto. al re di Francia, vi fu decapitato 

5. Reg. F, carte 186, 10 dicembre. il conte Giammaria Martinengo ». 

6. In quanto all' altra del Martinen- Erano dunque seguite tra il Marti- 

go, ceco le parole del Guicciar- nengo eia Repubb. alcune trattative. 



E IL RITORNO DELLA KEIHJB. 61 

taglia di 200 ducati, e a raddolcirne il peso prometteva coni- a.m» 
pensi e privilegi; ma vennero sì limitati, come appunto è la 
carta 27 agosto 1510, che fecero desiderare agli Asolani le 
venete larghezze. È un lunghissimo decreto in cui sembra che 
molto si doni e si perdoni, ma che bene discusso è una serie 
di picciole benemerenze con arte diplomatica descritte ! . 

Dal loro canto i Francesi, conturbati della mente mutata di 
Giulio II, e degli Svizzeri chiamati a soccorso dalla Repubbli- 
ca 2 , e de' luoghi riconquistati di Bassano, Cittadella, Asola, 
Marostica, Belluno (30 agosto), e della stessa Verona che 
inutilmente difesa da truppe spagnuole, tedesche, francesi ed 
italiane, si combatteva con molta virtù dai Veneziani, ringa- 
gliardivano i presidii di Brescia, di Legnago e di Peschiera 3 . 
Inutili provvedimenti. Se da un lato al principiare del 1511 a.isu 
parve che un accordo progettato in Mantova fra V Impero, il 
Papa, Lodovico e i Veneziani alludesse ad un raggio di pace 
(11 marzo), le arroganti pretese dell' imperatore concitarono 
il papa, donde la celebre Bolla in ccena Domini, che avvolgeva 
nelle scomuniche Alfonso d' Este, il Trivulzio, i magistrati di 
Brescia, di Milano, di tutte le città sottoposte a Francia, e 
l' alleanza di Giulio e della Serenissima riconfermata il 4 ot- 
tobre 1511. Massimiliano fremeva, e il Senato, sempre avve- 
duto nelP arti della diplomazia, tentò di farselo amico po- 
nendo innanzi la insaziabile cupidità di re Luigi. Gli 
offeriva il ducato di Milano e gravi somme e terre da lui 

1. Mangini, Storie Asolane, ivi il do- tocche le paghe veneziane, veduto 

cumento a carte 149, 150, 151,152. l'oro del Caumont, ritornarono indie- 

2. La storia di que 1 diecimila Elvetici irò (Romanin, t. V, p. 251), come fu 
stipendiati dal Senato altamente di- detlo,per la penuria di vitto e di dena- 
sonora la Svizzera, che dava più tra- ro. Propendo pel sospetto del Roma- 
diloriche soldati a prezzo. Lo vedre- min, confermato dai fatti susseguili, 
mo più innanzi. Basti qui il dire, che 3. Guicciardini, Storie Italiane, 1. IX, 
appena cominciala la campagna, e già a. 1510, cap. II. 



G2 LA LEGA D! CAMBRA] 

desiderate 4 . Le cose procedevano, e (5 agosto) il cardinale 
Seduense, fattosi mediatore, prometteva ottenere al veneto 
Paolo Zane vescovo di Brescia, cognato diLichtenstein, il cap- 
pello di cardinale, e guarentire gli Stati di quest' ultimo nel 
Tirolo 2 . 



11. 



LA RIVOLTA 

Vane speranze. Massimiliano ruppe que' veneti divi- 
samenti, e la guerra fu assunta dalla Repubblica. Le nostre 
valli Trompia e Sabbia, chiuse al nord dalle montagne tiro- 
lesi, venivano guardate in questo mentre da due governatori 
del re, Bernardino Carretto residente in Vestone, e Prospero 
Colli in Gardone di Valtrompia. Eppure, benché vegliate, 
molinando ritorsi all' odiata servitù, stimolavano gli ardenti 
giovani ad arruolarsi, a raccorsi, passato il confine, sotto le 
insegne della Repubblica. Centosessanta ne die' Valtrompia 
ed altrettanti la consorella. Degli uni e degli altri fu duce 
Giovanni Sarasino. Onde il Trivello podestà di Brescia uden- 
do che uomini nefandissimi come solea chiamarli, e ribelli 
della regia maestà, lasciate le patrie valli, convenivano in 
Castiglione su quel di Mantova per combattere nelle file della 
Repubblica, con suo decreto 29 marzo 1511, ordinati pro- 
cessi e investigazioni per tutta Valtrompia, vietava, pena il 
bando e l' essere appiccati per la gola, che nessuno lasciasse 
la terra natia senza il passo commissariale; che per boschi 
e casali abbandonati si cercassero i profughi, e le innocenti 
lor famigliuole cui non bastasse Y animo di fare la spia si 

J. Romanin, Stor. Ven. t. V. p. 260. 2.Sccr.XLlV,5agos.l511,cit.ROMAMN. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 63 

trattassero come ribelli, tenendo Y occhio agli emissari e 
militi stranieri che nelle valli arruolavano soldati per P ini- 
mico * . Lettere di ugual tenore mandava lo stesso dì Fede- 
rico Avalle capitano di Brescia al commissario di Yaltrompia 
Prospero Colli 2 , che da Gardone (1 aprile) pubblicava 
quelle gride, aggiugnendovi come al solito qualche altra gen- 
tilezza tutta sua 3 . 

Inutili rigori; per cui Bernardo del Carretto podestà di 
Valtrompia (16 giugno) veggendo che né promesse, né mi- 
naccie eran freno a quest' impeto d' amore per la patria 
libertà, vietava Y italo grido Marco Marco, ed i padri sconta- 
vano la colpa giovanile dei figli. Era pena la morte, come di- 
cemmo, a chi passasse il confine o procurasse ingaggi; e il de- 
latore n' aveva in premio il terzo di tutta la proprietà dell'accu- 
sato, e la metà per coloro che lo facessero prigioniero. Proibite 
T armi, si punivano le accolte di gente che non fossero per 
andare alle Fosse ed alle usate fazioni 4 ; e un fiero editto 
(17 giugno) fulminava il bando contro assai ribelli della tor- 
bida vallata; erano emigrati di parecchie terre: Gardone, 

1. Benemerenze delle Valli, cori. 103, pena ecc. ed il padre sarà tenuto 

p. 129. Perchè anco siamo avver- per il figlio ecc. La parola andare 
liti che di lì sono venute genti per alle Fosse allude all' obbligo dei ri- 
to/e effetto etc. et ritrovando alcuni stauri o scavi delle fosse accerchianti 
sieno absenti, fate comandamento colle patrie rocche la intera città. 
a quelli di casa sua o padre o Benemerenze ecc. p. 132, 133; e 
madre o fratelli o sorelle o mogli... diffatti un decreto del Gap. di Bre- 
cce subito vengano da voi solio scia del 1511 ordina i ricavi delle 
pena di ribellione. fosse bresciane, scrivendo alle terre 

2. Idem, png. 131. pei contingenti. Ghedi, Reg. di 

3. Idem. Ordini pubblici 1510-1523, già di 

4. 1511, 16 giugno. Proclama di Ber- spettanza dell'Ardi. Com. di quella 
nardo del Carretto ecc. Si ordina terra, ed ora di proprietà della sig. 
che nessuno ardisca gridare altro INlaria Sandri Goffi. Ivi una lettera 
nome che di Francia, massime non del capitano di Brescia diretta a 
ardisca gridare Marco Marco, sotto Gerolamo Paitone vicario di Ghedi. 



G4 LA LEGA DI CAMBRA! 

a.isu Pcsazze,Cemmo,Collio,Marmentino,Erma,Bovegno,Àbrozzo, 
Lodrino, Magno, Inzino, Sarezzo, Carcina, Pregno, Villa, Co- 
gozzo, Marcheno, Lavone,Lumezzane ecc. più di 135 valligiani 
che n'andavano sulVenezia.no, come adesso i Veneti fuggenti 
Tira straniera vengono a noi. Era l'accusa d'essersi appena 
vinta dal re di Francia la patria terra, involati ad essa per 
accrescere senza stipendio le ordinanze della Repubblica l . 
Francesco d'Arco, vicario in Àsola del podestà, obbligava 
intanto il Comune a prestazioni gravose per 1' esercito 2 del 
Gonzaga. Gli Àsolani, udite le vittorie veneziane, tentavano 
ma inutilmente ritorsi al duca. Non così d' altri luoghi, peroc- 
ché da per tutto era un tacito involarsi per correre, passato 
il confine, alle insegne di san Marco. Gerolamo Paitone 
vicario di.Ghedi (29 marzo) registrava per ordine del Tri- 
vello (citerò un solo esempio) quanti fossero dai 20 ai GO 
anni obbligati alle guardie della città 3 ; ma or l'uno or l'altro 
scompariva, donde il bando del giorno appresso 4 , e Y armi 
vietate 5 , e le vane prolungazioni di termini al ritorno dei 
profughi crescenti 6 . Veramente, come suole in questi odii 
maturati dall' avversione dei popoli a straniera servitù, che il 

1. Idem, 1511, 17 giugno, pag. 135. 5. Idem, p. 17, 1511, 9 sett. Francesco 
Ht'C est queedam inquisiti o eie. Trivello podestà al vicario di Glicdi 
ed in line: Quod suprascripli omnes Giulio Trivelli... persona alcuna 
inquisiti et quilibet eorum post- non ardisca né presuma portar 
quam Christianiss. Regia Majeslas armi d'alcuna sorta in questa 
reeuperavit Civitafem Brixice et città di Bressa et suo territorio 
dislrictum eie accepto stipendio ne de dì ne de notte; ed altro 
partim, et parlim sine stipendio in simile proclama 19 settembre. 
armisetcaslris Veneturum sleteunt. G. Idem, p. 18, 151 1, 1G sett. Proclama 

2. Mangini, Storie Asolane ms. p. 154, del Trivello per gli absenti non ob- 

Cod. 180 della mia raccolta. stante le crid e duplicai e el triplicate 

3. Registro di Ordini pubblici del Co- che perseverando nella sua damnata 

mime di Ghetti 1510-1523 cit. obstinatione hanno voluto restar al 

4. Idem, pag. 9. soldo et nelle terni dalli inimici. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 



G5 



sospetto di chi regna, raddoppiando le acerbità, è alimento a 
que' rancori e le più volte ne sollecita lo scoppio, non mai 
come nel 1511 fu strano Y arbitrio dei commissari e degli 
eserciti di Francia, che vedutisi in ira, sfogavano il dispetto 
con ordini ed arbitranze suggerite piuttosto dall' albagia di 
chi vorrebbe farsi credere al di sopra d' ogni minaccia, che 
per necessità delle difese. 

Indarno il Trivello istesso, pubblicando per ordine del re 
i lamenti della città e delle valli contro i militi, che sotto il 
titolo di rappresentanti o capitani angariavano la nostra terra e 
specialmente le valli 4 , minacciava bandi e castighi. La rapi- 
na, per valermi d ? una frase moderna, pareva air ordine del 
giorno, e non è quindi meraviglia che si levasse infastidita 2 la 
delusa nobiltà. U esito infelice delle congiure di Lorenzo 
Gigli e dei Martinengo non bastò; e Luigi Avogadro, come fu 
primo a contrattare col re di Francia la vendita della patria, 
lo fu al proposito di rivenderla con arrischiata congiura ai 
Veneziani. E già spedito al Consiglio dei Dieci un Avogadro, 
correvano tra loro le trattative, quando sulprincipiare del 1511 
nove gentiluomini bresciani, raccoltisi intorno ad un altare in 
s. Domenico 3 , giuravano sulla pietra santa, come scrive un 
congiurato che narrò con rude ma leale accento la sventurata 
impresa, fratellanza strettissima e perpetua per liberare la patria 
che si trovava in disperazione e cattività 4 . Erano questi = 



a.t sii 



1. Registro di Ghedi cit. p. 13, 1511, 

27 maggio. 

2. Onde essendo poi la città di Bre- 
scia... malcontenta per le insolenze, 
vessazioni e violenze che continua- 
mente facevano i Francesi nella 
città come nel territorio, nove gen- 
tiluomini ecc. Relaz. xMartinengo. 

3. L'altare della terza cappella a sinistra 



del tempio antico di s. Domenico, 
sulle cui rovine fu precisamente un 
secolo dopo eretta la presente. 
Della congiura dei Bresciani per 
sottrarre la patria alla francese do- 
minazione; racconto di Giangiaeomo 
Martinengo, pubblicato dal Labus 
nel t. IV della Storia di Milano del 
Rosmini. -- Documenti. 



Obokici, Storie Unse Voi. IX 



GO LA LEGA DI CAMBRA! 

a.1511 Valerio Paitone Annibale Lana 

Luigi Valgoglio Angelo Gandino 

Giacomo Filippo Rosa Gabriele Lantana 

Francesco Ronzone Giangiacomo Martinengo 

Galeazzo Fenarolo 

ond' era fatale che nel sacro asilo in cui Gerolamo Savona- 
rola maturava i germi d' una rivoluzione d' altra natura, que- 
sta pure, che non era men sacra, si cementasse col giura- 
mento, ma che di entrambe fosse il termine infelice. 

Ma in voi senz' altro sorge viva la brama di far qui degli 
intrepidi congiurati, o dei principali almeno, un po' di cono- 
scenza. Del Paitone e del Martinengo, se ben vi ricorda, 
dissi altra volta, quand' erami proposto di raccontarvi quai 
forti e vaste anime anche nel fiacco secolo XVI fossero 
in Brescia, e come ne avrebbero migliorata la sorte se 
ad altro si fossero volte che all'ardua e perigliosa idea della 
congiura. Era il 1850; e a tener vivo tra le catene il santo 
amore della nostra libertà, m' era posto in pensiero di rac- 
cogliere le gesta di que' martiri del 1512 che gettarono per 
essa le sostanze e la vita, e della loro memoria scaldare i 
petti generosi che inutilmente nelle pugne gloriose del 49, 
quivi stesso lungo le vie prese d'assalto, 1' avevano propu- 
gnata. Scelta la vita di Valerio Paitone ', e stesala d'un 
tratto, dopo lungo contendere sulle frasi di quella biografia, 
perchè il concetto sfuggisse alla Censura, non badando al fron- 
tespizio che non poteva essere il più gradito, fu 1' operetta 
recata al Susan per la firma. Erane il titolo / Congiurati Bre- 
sciani del 1512. Povero me! Credo che il generale fosse 
ad un pelo di gettare il libro dalla finestra, e chi 1' avea re- 
cato nelle carceri di s. Urbano. Ond' io, fatto ricopiare per 

1. Odorici, I Bresciani del 1512, ricerche isteriche - Valerio Paitone. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 67 

altra mano lo scritto e postovi in fronte I Bresciani del 1512, a.isu 
lo rimandava al generale, ed esso = così va bene! = e f u 
stampato, ed appresi che per alcuni il frontespizio è tutto. 
Ivi appunto diedi la vita dell' infelice Paitone, della quale 
non siavi discaro un picciolo brano. 

Valerio Paitone. 

Li signori Venetiani.... lo tenevano un Dio. 
Massino, Mem. 

Non è forse chi alzando lo sguardo alla fronte bruna dei 
nostro tempio di s. Giovanni non avvisi a prima giunta un 
marmoreo scudo e suvvi l'impresa di tre mezze lune: eppure 
non è forse chi se ne curi e cerchi di qual monumento fosse 
queir unica e miseranda reliquia. È un povero avanzo delle 
sepolture dei nostri Paitoni, rovinate già tempo dai canonici 
di quella chiesa; e quello stemma che noi degniamo appena 
d' un guardo, spavento od amore dei castelli nostri, secondo 
che minaccioso od amico s' appresentasse, teneva in appren- 
sione la città tuttaquanta * . 

Valerio Paitone, vissuto al principiare del secolo XVI, 
accrebbe a queir insegna potenza e terrore; e le tre mezze 
lune d'argento in campo azzurro sursero convegno di uomini 
feroci e venturieri. 

Della famiglia, della nascita, dell' adolescenza di Valerio 
nulla ci è noto; Y antica e nobile sua stirpe attestavasi dai 
monumenti che abbiam nomato: ma le cronache noi ci pre- 
sentano che nel vigore della sua gioventù, fra la corte ban- 
dita del suo Monticelo: ed è pur con sorpresa Y apprendere 

1. Anche nell' ultima cappella a destra stemma vedesi ancora nel fianco me- 
della chiesa del Carmine erano i se- ridionale di quella chiesa. 11 Gelmini 

polcri dei nobili Paitoni, e il loro ha di essi parecchie memorie. 



G8 LA LEGA DI CAMBRA! 

a qual vasto e misterioso potere pervenisse quest'uomo senza 
conoscere come siavi giunto ; meravigliare la viva immagine 
del proprio secolo nella splendida, superba, intollerante anima 
sua, e ritrovarla ad un tratto nei torbidi commovimenti d'una 
rivolta in tutto V ardore delle sue passioni. 

Nudrito per tempo fra l' armi e le mollezze, cominciò dai 
suoi primi anni a mescolarvisi colla spensieratezza e V abban- 
dono di un cuor giovanile 4 . Educato alle colture dinervatrici 
del secolo XYI, dotato di mente acuta e scrutatrice, uomini 
e tempi sperimentò, diffidò degli uni e degli altri, e levatosi 
ben presto al di sopra de' suoi rivali, li costrinse a dimenti- 
care nelle magnificenze del suo castello la mortificazione del- 
l' aver ceduto. Da tutto ciò quei suoi modi signorili ad un 
tempo e prepotenti, quella sua tempera, quel miscuglio di 
gentilezza e di soperchieria, di coltura e di ferocità, di cor- 
tesia cavalleresca e di simulazione, di vizio e di virtù, e per 
poco è eh' io non dica di coperto ed amaro scherno dell'uno 
e dell' altra, che è carattere intimo fondamentale del secolo 
di cui parliamo. 

Circondato da un forte seguito di bravi, e da un corpo di 
Svizzeri cui stipendiava del proprio, corteggiato da gentiluo- 
mini del suo calibro, erasi fatto del suo palazzo di Monticolo 
come un signorile e temuto asilo, per entro al quale un mo- 
vimento era sempre, una faccenda di messi, di soldati, di 
venturieri; e quand' erano grida di musicale concento, e 
quando un percuotere di tamburri, un apprestarsi guerresco 



Nassino, Diario ms. presso la Qui- bilina; era gagliardissimo in gio- 

ìiniana, C, I, 15. Io ditto Valerio tira, Costui faceva et teneva una 

era homo picolo et per quella poca bellissima corte a Navi ecc. era 

persona beniss imamente informalo superbo et bestemiatore, et quello 

et galante ecc. et era gelfo, nicn- che a luy veniva in fantasia ogni 

t emetto lui portava la impresa gi- cosa mandava ad effetto. 



E IL RITORNO DELLA REPLB. 



69 



e procelloso a qualche arcana ed arrischiata impresa, onde a.isn 
tacevano intimidite le circostanti castella. E veramente, co- 
mecché gliene venisse il capriccio, or prorompeva nel piano, 
e venia taglieggiando le terre fino alle porte della città; or 
volgevasi alle valli, e i valligiani pagavano perchè si rinta- 
nasse ne' suoi ridotti. Ond' è eh' io non so se la Repubblica 
veneziana abbia mai dato segno ad un privato di quella os- 
servanza che tiene alcun po' della paura, come al nostro 
Paitone, quando il Serenissimo Principe in pieno Senato se 
cibasele zozo deh sedia alquanto per farghe onore * . E chi so- 
spettasse in tutto questo una mia reminiscenza dei castelli di 
don Rodrigo e dell' Innominato andrebbe lungi dal vero, che 
qui non è parola cui non convalidi la testimonianza solenne 
della storia 2 . 

Il Gambara, per mo' d' esempio, parlandoci del Paitone, 
lo disse zotico e d'ogni scienza ignaro 3 , né saprei qual fosse 
modo più reciso e più speditivo a darci di quel mirabile sol- 
dato una storta idea. Ma il Nassino, vissuto con esso lui 4 e 
dal quale ebbe carichi gelosissimi, ci fa sapere come fosse 
bon scolaro, cioè dotto, et bon cantore. Il Rossi poi, scrittore 
anch' esso del secolo XVI, ne lo descrive di modi signoril- 



1. Nassino, Memorie citate. 

2. Rossi, Elogi di Bresciani illustri - 
Valerio Paitone- p.265. / migliori 
soldati del Bresciano lo seguita- 
vano a guisa di un piccolo Cesare, 
e manteneva una compagnia di 
Svizzeri taglieggiando or questa 
or quella terra. 

3. Gambara, Gesta dei Bresciani ecc. 
Feroce assai, ma di scienza ignaro. 
Canto 1, ed altrove nelle note, n. 
28, zotico ma valoroso. 

I. Et io sempre con Iwj et atendeva 



a la artilieria: di continuo haveva 
la nobiltà de Bressa per venturieri 
con luy ecc. et tanta nobiltà di 
altri zentiluomini così bressani che 
forestieri. Di fanti lo comprendere 
lasso a voi: doi bandieri grandis- 
simi cum tamburi. Fin di Sgui- 
zari era con luy et quali li pa- 
gava ecc. Costuy era bon scolaro 
cioè dotto, era bon cantore, et 
quanto fosse possibile in atezar, 
et de continuo staseva sui pia- 
cevolezzi. Nassino, Diario cit. 



70 LA LEGA DI CAMBRA! 

d.1511 molilo affabili e gentili, ed aggiunge conio trattenesse con le 
musiche et con le giostre * il fiore della nobiltà bresciana. Se 
questa è rozzezza, resterebbe a sapersi che sia coltura. Ve- 
diam ora qual sorte di congiurato fosse costui. 

Il buon Nassino lo tenne di parte guelfa; certo è che nes- 
suno dei gentiluomini di Brescia dispettò più di lui la som- 
messione ingloriosa dei padri nostri a Francia poco stante 
la battaglia d' Agnadello. 

Che fosse di lui dopo quel fatto, non è ben chiaro; e 
tranne un cenno di non so qual somma pagatagli pochi giorni 
appresso dalla città qual condottiero di un centinaio di fanti, 
non è parola che tra V accorrere servile de' pari suoi per 
bearsi di un motto, di uno sguardo del nuovo re, lo ci ricor- 
di. Il perchè sarei d' avviso che togliendosi a quella ignobil 
gara di chi più sapesse prostrarsi, come leone che si rinselvi 
dopo un colpo fallito, al suo Monticolo si rinchiudesse, una di 
quelle facili colline per le quali muoiono degradando i mon- 
ticelli di Nave, e sulla quale tenea fortissimo palazzo, che 
congiungendosi per opere militari ai monti circonvicini, potea 
resistere ad ogni assalto 2 . 

Sventata la congiura di cui diremo in appresso (1512), reca- 
vasi a Venezia, ove altri quattro dei congiurati cercavano col 
Martinengo dalla ingrata Repubblica un guiderdone. Ma il no- 
stro Valerio non aspettò: rimproverata con grandi ed ardite 
parole ai Serenissimi del Collegio la sconoscenza, accomia- 
tavasi alteramente, ma roso dall' amarezza del disinganno. 
Eppure tuttavolta non poteva staccarsi dal cuore l'amato regime 

1. Rossi, idem, 1. cit. le rovine di quel palazzotto, clic 

2. Rossi, 1. cit. - Martinengo, Re- restano tuttavia sul colle che ab- 
lazione della Congiura del 1512, biarno ricordalo. Sonvi tracce an- 
da nui già ricordata. — Il sig. Gel- cora d'una fossa, d'un cortile e 
mini con molta diligenza investigò di qualche torre. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 71 

veneziano; e un anno dopo (1513) ne tenne sì fattamente 
le parti, che leardo governatore gli sentenziava il bando. 

Indi a non molto (1514) venuto in ira ad un uomo ce- 
lebre ne' patrii fasti per valore militare, per vendette da si- 
cario, per alterezza, per avarizia, per crudeltà, il conte Bar- 
tolomeo dei Martinenghi di Villachiara, rimase vittima del- 
l' odio suo. Ammonito il Paitone che si guardasse, profittò 
del consiglio: ma non è chi ti guardi dal traditore. Giacomo 
Antonio Pocopanni l , V intimo suo che gli dormiva allato, 
compro dal Martinengo, invitavate un giorno recarsi quasi a 
diporto con esso lui. Giunti ad una risvolta, quattro scherani 
furono addosso a Valerio, e il Pocopanni primo di tutti: ro- 
vesciarlo, trafiggerlo, fuggirsene fu un punto solo 2 . Costretto 
il Martinengo a discolparsi, non per 1' abbominio del popolo 
che la vile vendetta gli avea mercato, poiché degli odii altrui 
non si curava se non quando potean essere strumento a sod- 
disfare i suoi; ma per timore dei principi dell' età sua, face- 
vaio in modo che bene manifestava quanto e principi e tempi 
avesse avuto in non cale. Disse per bando che il Paitone vo- 
leva ammazzar lui; che vacillava nella fede della Repubblica 
veneziana; che mulinava non so che trame contro allo Stato. 
Così terminava queir audacissimo condottiero la concitata 
sua vita. D' alti spiriti e virili, splendido, affabile, gentile nel 
suo castello, di risoluta e prepotente gagliardia nel campo, 
scrutatore degli uomini e de' tempi, fu il congiurato cui più 
degli altri s' addicesse il pericolo, la vastità della missione, 
la quale anch' essa è una prova, che se le sollevazioni sono 
difficili, e le congiure lo sono ancora più 3 . 

1. Luy no se fidava de persona alcuna 2. Idem. Questo Jacomo Antonio ecc. fo 

salvo de Jacomo Antonio filio de quello che lo amazò a peticione del 

M. Sipio Pocopanni, et de mi ecc. ditto M. Bartolomeo de Villachiara, 

Nassino, Mera. cit. 3. Balbo, Speranze. 



72 ' LA LEGA DI CAMBRAI 

a .i5ii In quanto all'infame che lo tradì, rimangono ancora nelle 
pagine del Nassino alcuni versi volgari sì ma gagliardi, fram- 
mento di più lunga canzone di cui lamentiamo la perdita e 
nella quale si descrivevano appunto 1' un dopo l' altro i con- 
giurati del dodici. 

L' altro è quel che vorrebbe esser digiuno 
Del suo cognome, aspettando l' inverno 
E la fredda stagion che imbianca il bruno. 

Di Pochi-panni è detto, s' io ben cerno : 
Di poca fede assai si mostra ognora, 
Vizio odiato più eh' altri ne Y Inferno. 

Questa casa fu sempre traditora, 
Era coperta pur dal tempo alquanto, 
Ma l' infelice fu scoperta allora 

Quando il pover Paiton si fidò tanto * . 

Giangiacomo Martinengo. 

Giangiacomo 2 di Giambernardo Martinengo 3 non toccava 
ancora il sesto lustro quando insofferente di straniera servitù, 
non atterrito dall' esempio di Giammaria cui fu tronco il capo, 
giurò sull' altare di s. Domenico. Singolare per altro che né 
il Ferrari 4 , né il Cozzando 5 , né il Rossi 6 cercassero di 
lui, posponendolo anzi quest' ultimo all' Avogadro, al Fena- 
roli, ai Porcellaga. Lo Spini lo rammenta però 7 , com' è 

1. Nassino, Diario cit. p. 115. nengo che abbiamo ricordato. Nel 

2. Veggasi la sua vita da me pubbli- t. IV della Storia di Milano del 
cata per la seconda dei Congiurati Rosmini, documento 1. 

del 1512, Giangiacomo Martinengo, 4. Ferrari, Origine e stemma della 

Brescia 1855, tip. Speranza, ediz. famiglia Martinengo. 

di soli 30 esemplari, da cui levo 5. Cozzando, Libreria bresciana, 

questi rapidi appunti. 6. Rossi, Elogi istorici di Bresciani 

3. Non di Ettore, come scrisse il Labus, illustri. 

prefazione al racconto del Marti- 7. Spini, Suppl. alle Istorie del Capriolo. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. /Vi 

compreso negli Eroi Bresciani del Calzavacca ! , ene riven- 
dica lo Zamboni 2 la memoria. Studiò nelle scuole della sua 
città, che gli fruttavano l'amore degli Scovoli, del Castiglione 
e di Nicola Bornato, i quali poi lo sovvennero in due frangenti 
gravissimi a lui tocchi fra i pericoli del cospiratore, che più 
innanzi racconteremo. Fuggendo, a trama già sventata, così 
ferito com' era, si trascinò fino a Carpenedolo, dove colto 
da una banda nemica, fu tradotto a Castiglione: quivi 
protetto dagli uomini della terra sbandò quel pugno di 
Francesi, e dopo varie venture giunto a Venezia rivide i 
pochi amici di s. Domenico campati a gran ventura. Bramoso 
di contemplare il campo su cui cadde il Foix, tornato in patria 
risvegliatore degli spiriti abbattuti, dopo varie imprese libe- 
rato per istatici dalla prigionia degli Svizzeri che Y avevano 
colto, seguitò l'armi veneziane che per la pace del 1514 
abbandonavano con aperta sconoscenza gli ultimi e raminghi 
avanzi dei congiurati del dodici. Costretti a mendicare il 
pane, pregavano misericordia; ma in quanto al Martinengo, 
che tutte aveva perdute le sue sostanze per la causa vene- 
ziana, non ebbe che 300 ducati all'anno, che poi gli vennero 
ridotti a 200. Non è a dire quanto ne rimanesse indignato. 
Chiese udienza, ma indarno; finché al tutto dimenticato, 
que' pochi ducati gli venivano rastremati anch' essi e dati a 
centellini e fatti sospirare più volte. 

Ritornato mestamente in patria, sposava una sorella di 
Gerolamo Patussi, che gli diede probabilmente quel Cesare 
che lo Spini ricorda qual fìgliuol suo. Sembraper altro che pur 
questo gli morisse adolescente, perchè il vecchio Giangiacomo, 
chiamato allora coi soliti diminutivi delpopolo, Cornino, lamen- 
tavasi che niun sostegno all' età cadente più non avesse che 

1. Calzavacca, Univ. Her.Brix.y. 13. 2. Zamboni, Libreria Martinengo. 



>4 LA LEGA DI CAM Hit AI 

^m. un figliuoletto di tre anni appena, chiamato Camillo, e pel 
quale supplicava che a tarda benemerenza de' sofferti guai 
potess' egli portar l'arme con doi compagni per tutto lo Stato. 
Ornai sessagenario, trasse in Brescia il povero Cornino 
la rimanente sua vita; fu allora probabilmente che, pregato 
dagli amici, venia scrivendo colle sue sventure quelle degli 
animosi che furono con esso all' arrischiata impresa. È il 
candido racconto di sette anni procellosi di storia lombarda, 
recataci dinanzi, come disse il Labus, con assai maggior verità 
che non s' abbia dall' Anselmi, dal Bembo, dal Guicciardini. 
Una supplica del Martinengo ignota al Labus fu da me pub- 
blicata, rinvenuta nelle schede Zamboniane, in cui riassume 
coir eloquenza della sventura le proprie avversità. E in vero 
ci s' appresenta curvo dagli anni, offeso dalla gotta, trasci- 
narsi lento e sorretto da due servi 4 per quelle vie medesime 
che colla spada in pugno tante volte avea corse baldanzosa- 
mente alla testa de' suoi, disputandole palmo a palmo alla 
rabbia dei Francesi e degli Spagnuoli, bagnandole del loro 
e del proprio sangue. A lui dobbiamo la custodia di tutti li 
Costituti (com' egli dice) dei complici eh' erano in castello, da 
me stampati nelle Cronache del Miiller, ed a lui ceduti dal 
podestà, quando pauroso dello scoppio imminente della con- 
giura, facevasi raccomandato al Martinengo perchè non fosse 
ammazzato; e il buon Cornino lo toglieva egli stesso ad ogni 
pericolo. Nel 1549 il Martinengo viveva ancora. 

1 . Odorici, I Bresciani del 1 51 2 - Gian- delle tristi rimunerazioni avute, con- 

giacomo Martinengo - p. 18 e seg. chiude: La qual (domanda) è che 

1545, docum. Supplica dell' infelice ritrovandomi io al presente (1545) 

Jacopo Martinengo alla Serenissima. di anni più che 60 et ammalato delle 

Raccontate le sue mille sventure, gotte, talchènonposso andar unpas- 

parlato della perdita di tutto Paver so se nonajutato da doi servitori, et 

suo (che passava i XVmila ducati) ritrovandomi avere un sol filiolino 

per amore del suo paese, narrato chiamatoCamillo di età d'anni^ ecc. 



E IL .RITORNO DELLA REPIB. 75 



Luigi Avogadro. 



Figlio di Pietro, di quel gagliardo che nella eterna guerra 
tra la Repubblica e Filippo Maria Visconti serbò alla prima 
la sua città, ereditava dal padre la grandezza dei propositi e 
1' ardimento del porli in atto a qualunque costo. Di tal nome 
appresso i montanari di Valtrompia e di Valsabbia, che 
potea dirsi piuttosto principe che patrizio di quelle schiatte 
generose, gli bastava un cenno per sollevarle a qual si fosse 
impresa. Era il padre feudatario di Polaveno già dai tempi 
del Malatesta. Nel 1427 * la Repubblica mutò per esso e 
figli suoi quel misero feudo nell' altro di Lumezzane. Ma ben 
altre cose volgea pel capo Luigi. Condottiero veneziano alla 
battaglia di Ghiaradadda, tradita la patria per libidine di 
promesse avute dal re di Francia, lasciato Y esercito nazio- 
nale nel forte della pugna, corse a Rrescia per disporre la 
trama così che ad un bel tratto il castello che le sta sopra 
capo passasse a Francia senza colpo ferire. Deluso dallo 
straniero che avea chiamato, con tanta più di saldezza volse 
1' animo irato ad isnidarnelo, quanto fu rapido il disinganno 
del suo tradimento. Non volea rivali, e i Gambara lo erano; 
e nel bollore della mischia noi lo vedremo più contento all'ab- 
battere le loro case che le file de' suoi nemici. Uomo di bra- 
me più smisurate che grandi, di volontà risoluta ad ogni ri- 
schio, d' alte forme, di nobile incesso e d' anima irrequieta, 
non amore de' suoi, non della patria, non fede, non lealtà, 
ma saldo irremovibile proposito era dentro nel secreto di 
quella mente, a tutti chiusa tranne che al figlio, di levarsi al 
di sopra de' pari suoi. La ferrea volontà delle sue risoluzioni 

1. Duc.27nov. 1427,Cod. 134 della mia giornata del Taro con 240 cavalli, ed 

Rac.Nel 1495 combatteva Luigi nella altrettanti ne aveva Gianfr. Gambara. 



70 LA LEGA DI CAMBBA! 

dolcemente il figlio venia tentando un giorno, ma ne aveva 
in ricambio forse più insulti che ragioni. Voglio porti in alto, 
disse un giorno Luigi al fìgliuol suo, vo' dare in mano ai 
Veneti la nostra città. — Guardate che di mille, rispose il 
giovinetto, di codeste imprese ne va ben una = a cui bru- 
scamente di rimando il padre: Tu se' una bestia l , e fa quel 
che ti dico. Noi lo vedremo all' opera seguendo queir anima 
arrischiata fino al patibolo. Rannodar qui tutta la vita di que- 
st' uomo sarebbe un tessere la storia della congiura di cui 
fu capò, istoria che noi serbiamo alle pagine venture 2 . 

Toccammo così di volo dei tre congiurati che tenevano 
in mano le somme fila dell' arcana impresa e che ritraggono 
più rilevato il carattere singolare degli audaci cospiratori del 
secolo XVI, perchè si vegga da quali anime sdegnose e riso- 
lute venissero arrischiate le sorti di una intera città. 

Noi lasciammo que' gagliardi stesa la mano sull' altare al 
gran giuramento. Fermate le condizioni dell' impresa, man- 
davano al Senato la offerta generosa della patria terra. 
Come venisse accolta, quando appunto la Repubblica pen- 
sava alla guerra, noi vi dirò. Se non che avendo prima di 
loro messo innanzi Luigi Avogadro al Consiglio dei Dieci un 
egual pensiero, a togliere la duplicità di quelle forze tendenti 

1. Mììller, Cronache lombarde, t. II. proposte dell' Avogadro fossero in- 

Ivi li Congiurati Bresciani del 1512 dirizzate al Gritti. Continui adun- 

ed il processo inedito che li ri- que, ivi si legge, Vostra Magni- 

guarda, die 24 januar.Constituta... ficenza a fermar et stabilir quel- 

D.D .Petrus filius comitis Aloijsj eie. l'opera sua e seguito acciochè sic- 

— Tu es belva, age quod dico etc. come vostro padre fu principale 

1. Da una lettera Ducale 5 febb. 1511 autore di farne aver Bressa, il che 

diretta a Luigi Avogadro, God. 134, similmente è sta fatto ora per la 

p. 89, 90 (se la data del mio apo- Magn.Vostra ,così siale etiam causa 

grafo non è sbagliata e non debba de conservarla con ferma certitu- 

leggersi 1512), pare che le prime dine et convenienti grafie ecc. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 77 

ad un unico scopo, determinò la Repubblica di far nota all' A - 
vogadro Y unione di s. Domenico; il perchè Luigi, comuni- 
cata al Ronzoni, al Paitone e al Martinengo la sua, s' affra- 
tellò con essi; dal che 1' aggiunta d' altri fautori. Come suole 
in questi arcani radunamenti, che il secreto medesimo, la 
incertezza, la varietà, il pericolo dei concerti e delle pratiche 
porta sempre negli animi diversi, diversa la mente e le opi- 
nioni sul modo a tutta reggere ed indirizzare a certo fine 
l'impresa, ed a far sì che le ascose fila non trapelino ad anima 
viva, passò inerte alcun tempo e non senza contrasto. E però 
il De Luda governatore di Brescia, sia che già sospettasse del 
terribile Paitone alcun che di sinistro e ne volesse tentare 
dalla lunga il pensiero, sia che sperasse averlo dalla sua, più 
volte lo presentava di larghissimi doni, ed è noto come un 
giorno lo regalasse di una mula guernita d' argento, e come 
il Paitone, che non voleva obbligategli ma gareggiare con lui, 
lo ricambiasse d' un cavallo superbamente bardato * . 

Alla fine s'accordarono in questo i congiurati e con essi 
la Repubblica 2 , che nella notte del 18 gennajo 1512 il Gritti 
Provveditore si trovasse coir armata dei Veneziani alle porte 
di s. Nazaro, le quali dovean essere al di dentro pigliate 
d' assalto per opera di alcuni dei nostri cospiratori, mentre 
che gli altri fuor delle mura sosterrebbero l'impresa. Gero- 
lamo Riva, l'uno di questi, reduce dal Senato a cui fu messo 
per gli ultimi accordi, recava le intelligenze avute e la cer- 
tezza che alle otto di quella notte Andrea Gritti con 800 
cavalleggeri, 200 uomini d' arme, 500 fanti e 4 pezzi d' ar- 
tiglieria non sarebbe mancato. La schiera dei forti cospira- 
tori s' era intanto raddoppiala, e Pietro e Francesco figli 
dell' Avogadro eh' era capo della trama, Antonio Martinengo, 

1. Rossi, Elogi di Bresciani illustri. dano dissentisse dall' accettare in 

2. Narra lo Spini che il Doge Lore- Senato 1' offerta dei congiurati, 



a. 1511 



78 LA LEGA DI CAM B RAI 

Tommaso Ducco, i fratelli del Riva, Ventura Fenarojo, Gia- 
como Negroboni da Valtrompia s' aggiugnevano a quelli del- 
l' altare di s. Domenico * . L' Avogadro, il Paitone e il Ne- 
groboni, cogli uomini delle valli, dovevano appostarsi fuor 
delle mura, mentre il secondo avea mandato il suo fedele 
Nassino, l'autore del notissimo Diario, per incetta d'uomini 
e d'armi, tanto più che Valerio con forte seguito di Camuni 
e de' suoi, ferocemente assaltato il castello di Breno, fattavi 
strage del presidio, trattone prigioniero il castellano, avea 
mandato al Gritti 1' annuncio della subita vittoria 2 . Non 
erano in città di parte francese che dugento cavalli ed altret- 
tanti pedoni guidati dal De Luda e da Tarlatino da Castello, 
cui s' aggiunsero poco dopo cento lanzi condottivi dal Tre- 
mosa, e secondo il Casaro, 500 pedoni. Tutta gente che 
all' improvviso entrarsene in città, coir arrogante gittarsi per 
le case, col piglio feroce, colla licenza irrefrenata cui s'erano 
abbandonati rivolsero ad ira ed a mestizia la'spensierata alle- 
gria che i bagordi del carnovale avevano diffusa 3 . Era gover- 
natore di Brescia, come dicemmo, il De Luda, e podestà mes- 
ser Gerolamo Botticella. In città doveano starsene Pietro 

i. Comino Martinengo, Relaz. della Le Memor. autogr. dell' Ormanico 
congiura ecc. nel Rosmini, Storia estratte dal Ronchi, presso di me, 
di Milano, t. IV, doc. I. — Molti cod. 40, come ho detto a p. 35, 
sono gli esemplari di quel racconto, dicono rimasti li Francesi in Breno 
uno del secolo XVII è presso di me. fino al 21 febh. ma con errore ma- 
Parecchi altri sono citati dal Labus, nifesto. Il Ronco istesso alli 3 febb. 
ma quello posseduto dal conte Ip- 1512 nota li 32 affezionati di s. 
polito Fenaroli è sovra tutti pre- Marco che entrarono nel castello 
zioso, come arricchito di documenti di Breno circa le 16 hore. Cod. 
che negli altri non sono. cit. Si vegga la lettera del Gritti 

2. P. Gregorio da Valcam. Curiosi pubbl. dal P. Gregorio 3 nov. 1512. 
trattenim. dei Camuni, giorn. IV, 3. Casarius, De exlerminio Brixioz, 

p. 544 - Rossi, Elogi, 1. e. - Nas- Cod. Quirin. e traduz. del Gambara 

sino, Diario autografo Quiriniano. ne' suoi Ragionam. t. II, Rag. X. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 79 

Avogadro, Antonio e Cornino Martinengo, il Ronzone e i due 
Fenaroli. Tutto era in pronto, quando il Lana fu da Cornino 
recando Y annuncio che la Valtrompia scendeva in armi per 
ritogliere a Francia la nostra città. I giurati fratelli ne furono 
commossi, ed il sospetto avvelenò le torbide gioje del gran 
disegno. Annibale Lana, benché dei congiurati, non era al 
fatto dell'accordo stabilito col Gritti. Gli venne secretamele 
comunicato in casa di Gerolamo Riva, non senza fargli capire 
che la Repubblica avea promesso in premio a ciascuno la 
grossa entrata di mille ducati all' anno: premio che, più del- 
l' altezza del proposito, parve gradire al Lana, chiedente ve- 
nisse accolto nella fazione Annibale Gandino ! . Tommaso 
Ducco avea già preparati cinquecento cittadini che all' ora 
decima di notte dovevano sforzare la porta di s. Nazaro. 
Aggiunge il Casaro, che questi e i montanari, aperto così V a- 
dito all' esercito veneziano, dovevano tagliarvi a pezzi quanti 
Francesi venisse loro fatto di cogliere; e il Ducco istesso 
convitati a cena secretamente gli amici, con infuocate parole 
ne accendeva i cuori già per sé risoluti ad ogni rischio. 

Il Gritti Provveditore, venuto dall'Adige secondo gli ap- 
puntamenti, a due ore di notte sostava coli' esercito a Mon- 
techiaro. Giorgio Longhena lo vide, fu a cavallo, e via preci- 
pitoso a Rrescia, talché il cavallo crepò 2 . Introdotto a gran 
sollecitudine dal De Luda e dal Botticella, svelò l'arrivo del 
Provveditore, e fu ad un tratto spaventevole commovimento. 

Tra le tenebre ed il silenzio dell' intera città tuonavano 
ferocemente e come all'impazzata le artiglierie: i cavalli del 



1. Martinengo, Relazione cit. t. IV trice la moglie di un congiurato 

della Storia Milanese del Rosmini innamorala com 1 era del castel- 

pag. 280-285. lano. A questa Tavoletta contrappo- 

2. Opinerebbe il Bembo che della niamo i racconti esatti del Marti- 
scoperta della' congiura fosse au- nengo e del Casaro. 



80 LA LEGA DI CAM BUA! 

atsi2 presìdio furono in armi, e presa la piazza come in tempo di 
guerra, corsero notturni le nostre vie. Attoniti, confusi quei 
poveri congiurati si tennero perduti, e nella incertezza d'uno 
scampo, e come lor consigliava in queir istante supremo o 
r ira o la paura, lo cercavano incerti, riparando qua e là 
come all' azzardo, più per istinto della vita che per la cer- 
tezza di prolungarla: e come suole nei fieri istanti dei pub- 
blici commovimenti, a nobili fatti di pietà gentile si mescola- 
vano gli esempi d' anime vili e snaturate. Tommaso Ducco 
tradito da un suo cugino, Gerolamo Riva da un tessitore, 
venivano in potestà dei Francesi, e F uno e F altro poco ap- 
presso cadevano sul palco. Pietro Avogadro chiamato dal 
podestà, sperando forse dall' obbedienza la remissione della 
pena, vi si gettava da sé 4 . Ventura Fenarolo, esortando i 
compagni a smettere F impresa, trovò rifugio al Carmine 
nella tomba dei padri suoi 2 . Cornino Martinengo cercò del 
Ronzone, e irati che, tranne F arditissimo Ducco, avessero i 
compagni abbandonata F impresa, trovata una povera casetta 
fuor di mano, che loro parve un ajuto del cielo, vi s'appiat- 
tavano; ma un vecchio tessitore eh' ivi era, udita gente, si 
mise co' figli quasi a concerto gridando per quanto n ? avesse 
in corpo al ladro; fuggivano entrambi di là radendo i canti 
e celandosi nell'ombre, finché loro venne fatto rintanarsi nella 
casupola d' un barbiere, Francesco da Pavone, che a rischio 
della vita ne li nascose, recando loro di tempo in tempo le 
tristi nuove dei complici sorpresi nei loro covi, delle gride 
già pubblicate contro di loro 3 , delle taglie onde venivano 
vendute le loro teste \ e delle forche già in pronto. Narrava 

1. Martinengo, op. cit. p. 292. 4. Abbiamo dal Palazzo, Cron. Quirin. 

2. Idem, p. 293. ( Gamba R A, Gesta dei Bresciani ecc. 

3. Esistono nel Cod. Quirin. Cod. 13 note al canto 1) che lino dal 10 
e Cod. 78 della mia race in fine. ottobre 1510 fu messo iallia alli 



E IL R1T0UN0 DELLA REPUB. 81 

poi di Ventura Fenarolo, che tradito da un Rubino amico 
suo, o corri' altri aggiunsero, dal fedele suo cane che sulla 
pietra dell' avito sepolcro s'era posato, scoperchiata la tomba 
venivane tratto dagli sgherri l . Ed è noto che resistendo 
invano, feritosi piuttosto che cedere, condotto in castello, 
terminati li costituti, come disperato si cacciò le mani nella 
ferita dinanzi ai giudici, e dispettando sopravvivere alla ser- 
vitù della patria, cadde loro dinnanzi in un lago di sangue: 
fatto cadavere, fu il 28 genn. appeso alla ruota. Queste cose 
raccontava il barbiere da Pavone; ma il buon uomo non si 
fidava di un suo fattorino, ond' ecco il Ronzone e il Marti- 
nengo in fuga un' altra volta* Gli ospitava un Onofri: se non 
che poi ripentito facea loro intendere con avvolte parole che 
non volea più saperne: perchè aspettata la notte del 21, 
dischiusa la porta, qui narra l' infelice Cornino, partimmo rac- 
comandandoci all' Altissimo Iddio, e fu miracolo che quella notte 
non capitassimo nelle mani dei Francesi. Gianfrancesco Ronzone 
aveva madre, aveva un fratello. Fu all' uscio della casa, 
battè più volte, ma il fratello non mise il capo alla finestra 
che per iscusarsene del non aprire. Se non che la pietà che 
il disumano non ebbe, sentì un Emilj, gentiluomo di nascita 
e di cuore, che tacito raccolse i disgraziati, se li nascose, né 
mai gli abbandonò. Ma Giangiacomo udito che le porte della 
città gelosamente si custodivano perchè nessuno dei già 
messi al bando ed alla taglia se ne involasse, deliberato di 

zentilomeni che andavano in lo laccato per la gola in piazza a 

campo. Chi li dava vivi 50 ducati, la roda. E il Casaro, De exlerm. 

morti 25 ecc. Brìxice, parlato in prima dell' op- 

1. Rossi, Elogi di Bresciani illustri, posta resistenza agli scherani, Ven- 

p. 248 - Martinengo, op. cit. p. tura Fenarolo, pluribus sanciatus 

294 -Nassino, Orario. Lo ditto Fé- vulneribus, sibi magno animo ac 

narolo era ferito; finalmente morì fortitudine eie. - Odorici, Guida di 

in castello, et così morto fu af- Brescia, p. 140-U Carmine. 

Odorici, Storie Bttsz Voi. IX 6 



82 LA LEGA DI CAMBRA1 

a.1512 vedere, continua nel suo racconto, se gli volevano nascere le 
ali per uscire di Brescia, determinava di togliersi col Ronzone 
di là: e però 1' Emilj, nobilissima gara, noi permetteva; poi 
veduto indarno il suo prego li seguitò, e dividendo i rischi 
di queir istante supremo, recava loro alcune corde sino al 
vicolo del Paradiso, poco lungi dal quale volevano calarsi da 
un torrioncello. Tutto apprestato per la fuga, toltesi le scarpe 
(era il 23 di gennaio) perchè facevano un poco di rumore, si 
avvicinarono al torrioncino. intorno al quale per quanto si 
provassero fu impossibile gittare la corda. Non rimaneva che 
un estremo partito, ed era di assicurarla ad un cancello ivi 
presso, E qui pure fu grandissima difficoltà, ma alla fine con 
la daga, con le mani, con li denti e con V ajuto di Dio il Marti- 
nengo la trasse e 1' aggruppò l . 

Gianfrancesco avea già disviluppata la corda e manda- 
tala nel fondo della fossa: vi si calarono; ma il primo ne re- 
stò colle mani scorticate, e Gianfrancesco si ruppe un ginocchio 
nel cordone della muraglia. Eppur tutto, esclama il Cornino, ci 
parve uno zucchero 2 . Splendeva intanto su quella scena d'an- 
goscia e di terrore il più limpido e queto raggio di luna, e 
fu assai che le scolte non s' avvedessero. 

Si recavano que' fuggitivi al castello di Monticolo. Ga- 
leazzo Fenarolo trovavasi colà colf audacissimo Paitone che 
dai ridotti di Nave udito il tuono delle bombarde aspettava 
tutto chiuso nelF armi coli' ansia del congiurato la novella 
di qualche gran fatto. Trascorsero cinque dì ne' quali aveva 
intanto sviate le acque dei fonti cittadini, quand' eccoti ve- 
nirgli innanzi due giovinetti tutti laceri ed infranti dalle fati- 
che, il Ronzone ed il Martinengo: gli abbracciò con insolita 

1. Martinengo, Relazione ecc. l.cit- 2. Non aveva in allora che 25 anni. 
Odorici, Giangiacomo Marlinengo. MARTINENGO, Relazione cit. pag. 

Brescia 1855, tip. Speranza. 300 e seg. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 83 

letizia, mentre i Francesi attoniti e scornati stavano là come a.isn 
pioli sul torrioncello per contemplare la corda raffermata colle 
legacce del Martinengo. Eppure così malconci, campati a 
malo stento dal patibolo, si radunavano quei resti dei colle- 
gati a Cogozzo di Valtrompia, ripromettendo alla Repubblica 
uomini ed armi, tutta la valle per lei! Singolare per altro, 
che il governatore francese, indubbio segno di paure non 
estinte, loro mandasse proposizioni di pace e di perdono: 
più singolare che alteramente si rifiutassero da quel branco 
di vinti * . E tant' era il dispetto che fossero fuggiti, che il 
De Luda per torre ogni scampo, vietata l'uscita delle porte, 
a cui dovesse permetterla improntava con cera sopra un 
unghia non so che suo suggello. Chiusi i templi, silenziose le 
officine, incerto il popolo ed oscillante ed ignaro dell' immi- 
nente procella, e in mezzo a questo un offerirsi dei partigiani 
di Francia al De Luda, e un sospettoso rifiutarli dello stra- 
niero governatore. 

Ecco dunque Y Avogadro, il Ronzone, il Martinengo, il 
Negroboni radunati un' altra volta come se nulla fosse acca- 
duto, proporre le fila di un' altra congiura. Approvava il Mar- 
tinengo, campato a stento da morte, e che neh 1 ' ardore dei 
suoi 25 anni assicurava il conte eh' era pur necessario o di 
tutti morire o di compiere l' impresa. Poi scriveva egli stesso 
in loro nome al Gritti ed alla Repubblica V infelice riuscita, 
l' insistente proposito dei congiurati, e come un esercito di 
diecimila uomini avrebbero condotto alla ripresa della città. 
Trattato dei modi a raccogliere soldati, e compiere l' audace 
riscossa, tornarono gli arrischiati a Nave dal loro Paitone, 
al cui castello Gerolamo Fusaro, mandato dal governatore, 
chiedeva Y entrata. Parlò di perdono. Levatosi il Paitone, 

1. Odorici, I Bresciani del 1512 - Giangiacomo Martinengo. 



a.lM2 



Sì LA LbICiA DI GAMBRA1 

rispondeva non aver egli né alcuno de' suoi compagni col re 
di Francia nò debiti né colpe; non aver tocche sue paghe, 
non avergli giurata fedeltà. Respinta la profferta, rimandato 
V ambasciatore, ogni animo fu rivolto all' impresa. Ritornati 
a Cogozzo, manifestate le intelligenze al conte Luigi, venivano 
radunando armati ed armi. Giugneva intanto la risposta della 
Repubblica, che tutta lieta della proposta, alternava ringra- 
ziamenti e promesse. Anche il ditti abbracciata l' impresa 
conveniva con essi dei modi a porla in atto. Allo scoppio 
della trama fu stabilita la notte del 2 febbrajo, promettendo 
il Gritti che il giorno prima sarebbe coli' esercito a s. Eufe- 
mia. Più che diecimila uomini raccoglievano intanto i congiu- 
rati neh' antica Badia di s. Gervasio, ed erano Gamuni, Sa- 
bini, Triumplini, Benacensi, Pedemontani alla rinfusa, più 
impazienti che preparati di correre ai fatti. Uscivano talvolta 
i militi di Francia per isnidarli, ma ne andavano sempre colla 
peggio. 

Duravano frattanto nelle secrete del castello i processi 
dei catturati. Ventura Fenarolo fu il primo ad essere inter- 
rogato, e la violenta sua morte, qual si racconta, non par- 
rebbe rispondere al risultato dei costituti, poiché dopo l'esa- 
me del 22 genn. fu richiamato dal giudice due giorni appresso. 
Fu dunque dopo, che il Ventura, o stanco di procedure, od 
avversando l'infamia del patibolo, si uccideva da sé. Antonio 
Martinengo, Pietro Avogadro, Gerolamo Riva, Tommaso 
Ducco, Annibale Lana venivano anch' essi interrogati: altri 
spinti dalla paura si presentavano da sé, deponendo per 
amor della vita contro quella dei loro concittadini ! . 

L' orditura del notturno assalto era già molto bene pre- 
stabilita. Doveva il Gritti fulminando colle artiglierie, per 

1. Martinengo, Rclaz. cit. p. 308. 



E IL RITORNO DELLA REPUR. 85 

confondere Y incerto presidio dal lato di Torrelunga, coprire a .tsi2 
le mosse dei congiurati, i quali a mezzanotte dovevano acco- 
starsi con istrepito di trombe e di tamburi alla città, mentre 
il forte di essi a gran silenzio, protetto dalle tenebre, avea 
carico di porsi appiè della rocca presso la porta del Soc- 
corso: e poiché tra il Soccorso e la fossa era un tramite 
adducente alle mura dov' erano crollanti per vetustà, dar 
loro di quivi la scalata, e rotta un' altra porta, ed era quella 
di s. Chiara, irrompere nelle vie * . 

Tutto conchiuso, 1' Avogadro corre dal Gritti per avver- 
tirlo che levato il campo movesse all' impresa. Suonata la 
mezzanotte, che è che non è, un frastuono immenso di trom- 
be e di tamburri sollevasi repente da porta s. Giovanni sino 
all' altre di s. Nazaro e s. Alessandro. Era la notte uliginosa. 
Il presidio francese correva attonito all' impazzata senz' or- 
dine e senza scopo alle mura donde veniva quello strepito di 
guerra, mentre taciti e securi dal lato di s. Chiara, messe 
tra quelle tenebre le scale, superate le due muraglie, scen- 
devano i congiurati nell' ambita città. Infrante le porte, 
siccome fiume che dilaghi dalle infrante dighe, irrompeva- 
no all' assalto; e presa la via di s. Chiara, che radendo il 
colle va diffìlata in piazza Vecchia, com' erano di sotto il 
monte ridevansi delle incessanti artiglierie che dall' alto del 
colle tuonavano all' azzardo. Scontrati alcuni Francesi li met- 
tevano in fuga, ed altro scampo non rimase agli sparsi per la 
vinta piazza che raggrupparsi e chiudersi in castello . cui 
seguivano i partigiani, i magistrati, e singolare a vedersi, 
Alda la vedova impudica di Gianfrancesco Gambara. Spun- 
tava 1' alba appena, e lungo le contrade ancor diserte, che il 
popolo s' era accolto e rinserrato nelle sue case, già suonava 

1. Odorici, 1 Congiurati Bresciani del riguarda. Nelle Cronache del Mùl- 
1512 e l' inedito processo che li ler, L II. 



86 LA LEGA DI CAMBRA1 

t.ui3 il grido Marco Marco, e dalle porte spalancate entrava il 
Gritti come a trionfo in Brescia. Giangiacomo Martinengo 
vorrebbe nel suo racconto attribuito ai congiurati tutto Y o- 
nore della conquista, senza che un solo dei Veneti ponesse 
mano alle spade; dallo Spini, dal Rossi, dal Casaro appari- 
rebbe l'intervento veneziano, ma povero e secondario, sicché 
le porte venivano dai ribellati abbattute soltanto e superate. 
La prima ad essere sfondata fu porta Pile, e lo fu dall'intre- 
pido Valerio Paitone, il primo di tutti che saltasse nella città 
con energia di vittoria, e che alla testa de' suoi Valligiani, Ca- 
muni e Triumplini, spezzando le ferree sbarre di un acque- 
dotto, aprisse il varco ai sorvegnenti. Combatteva il Ronzone 
a porta s. Giovanni cogli uomini di Franciacorta e dei colli 
vicini; Francesco Calsone da Salò, colonnello di fanti vene- 
ziani (benché infelicemente) co' suoi Benacensi a Torrelunga, 
ed altri avevano superate altrove con rumore grandissimo di 
guerra le nostre mura: ma i Veneti pur essi mescolando le 
mani aiutarono la fazione *, mentre il popolo, maravigliando 
le mutate sorti, cessata la pugna, sbucò dalle sue case per 
unirsi plaudente ai vincitori. Pur quella gioia fu turbata dalle 
rabbie dei congiurati e dalla trista avidità della preda. Però 
che 1' Avogadro, invido sempre della potenza dei Gambara 
che cordialmente odiava sin da fanciullo, e che veggendoli 
preferiti da re Luigi bolliva di sdegno, più che alle prime 
provvidenze delle difese dopo il colpo riuscito, si diede tutto 
allo sperpero delle abitazioni Gambaresche, spogliando in 
prima e guastando ogni cosa nel palazzo di Alda Gambara, indi 
atterrando l'edificio intero 2 . Poi militi e montanari sbrancati 

1 .Rossi, Elogi-Valerio Paitone.-Rossi, De exterm. Brix. Cod. Quir. E, VII, 4. 

Annali di Brescia, Cod. Quir. C, 1 , 3. 2. Rossi, Annali ms. Cod. Quir. C, 1, 3.- 

Martinengo, Relaz. cit. - Spini, Martinengo, 1. cit. - Gambara, 

Supplcm. al Capriolo ecc.- Casario, Ragion. t.VI, p. 106-Casario, l.c. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 87 

allo spoglio dei cadaveri ed al sacco di fondaci e di case, 
autorizzando la licenza il sospetto di parte. Volevano i ribel- 
lati in quel bollore della vittoria dar 1' assalto al castello, e 
ne pregavano il Gritti; e se l'imbelle quel subito furore non 
avesse trattenuto, non avrebbe probabilmente compianto 
l'eccidio dell'intera città 4 . E d'altra improvida risoluzione 
ne lo incolpa il Casaro, e fu d' aver licenziati, meno tremila 
villici, tutto il resto degli accorsi all' impresa. 

Fra le subite letizie della patria liberata, 600 armati si 
provvedevano dal Comune ed altrettanti ne lasciava il Gritti 
per conto della Signoria perchè vegliassero agli sbocchi del ca- 
stello, oltre i Brisigelli da lui condotti, eh' erano altrettanti, 
così chiamati da Naldo Brisigella capitano, e che s' erano ap- 
postati a s. Pietro in Oliveto. I condottieri dei fanti del Co- 
mune, Filippino Sala e Giacomo Savallo, si collocavano a s. 
Cristo, e Valerio Paitone capo dei cinquecento offerti dal Gritti 
guardava intanto la salita delle Consolazioni: a Torrelunga 
vigilava un Riva. Quel castello armato di tutto punto faceva 
paura 2 ; perchè il presidio francese contemplando dall' alto 
del colle giù per le vie di Brescia quelle misere vendette e 
quegli spogli, poi l' indolenza e 1' abbandono dei vincitori, 
ripigliato ardire cominciò colle petriere e colle bombarde a 
tempestare la sottoposta città, talché duemila case si vollero 
da un cronista guaste allora da quella grandine di palle. 

E la provincia? 

Non appena ripigliata dai nostri la terra di Breno, si 
mandavano a Brescia (3 febbraio) Bernardo Ronchi, Am- 
brogio degli Alberzoni ed Antonio Monno recando le novelle 
dell' acquisto al Gritti, che altamente per lettere li com- 
mendò 3 . Ma già un' offerta di Breno s'era fatta dai valligiani 

\. Casarius, 1. cit. 3. P. Gregorio, Tralten.deiCam.p.548. 

2. Martjnengo, 1. cil. pag. 308. hi la lettera del Grilli 4 febbJ 51 2. 



88 



LA LF.GA DI CARIKRAI 



,1512 (14 gennaio) e mandati 4 oratori alla Repubblica 4 . Però 
l'assalto di Breno non fa che al 3 febbraio, giorno per av- 
ventura dalla stessa Repubblica determinato. 

Le valli Trompia e Sabbia non mancarono all'appello; e se 
vuoisi argomentare dalla sentenza 15 marzo 1512, la Riviera 
e la terra di Salò, forse più che il piano, potentemente giova- 
rono quel secondo conato mandando all'Avogadro e al Negro- 
boni uomini ed armi. La Rocca d'Anfo, se credasi allo Spini 2 , 
ed il castello di Sabbio furono i primi luoghi ad essere libe- 
rati per subita rivolta da presidio straniero. 

In questo mentre il De Luda spediva rapidi corrieri a 
Bologna, dove Gastone di Foix con forte esercito francese 
teneva il campo. Ardentissimo capitano, era suo divisa- 
merito rendere ai Bentivoglio quella città, loro involata da 
Giulio II. Udito il caso di Brescia, comperava una tregua da 
Raimondo di Gardona viceré di Napoli, il quale vendette noi, 
V onor suo, e la salute dell' esercito spaglinolo per trentamila 
scudi cosa veramente vile e minina, aggiunge il Cornino, scel- 
leratezza enorme, crudele, inaudita; pure il traditore la fece 3 : poi 



1. 1512, 14 Januarj. Deditio vallis 
noslrcc cum castro Breni facta III. 
Dominio Veneti. - Mittanlur ora- 
tores quattuor ad prestandam de- 
ditionem. Cod. Quirin. C, I, 10. 
Istorie di varie terre del Bresciano, 
N. 1, Valcamonica. 

2. Spini, Supplenti, al Caprioli, p. 2G9 
dell' ediz. di Venezia 1744. 

3. Martinengo, nel citato racconto, 

p. 312. Anche il Casario fa testi- 
monianza della cosa. L' Anselmi 
poi (descriz. del sacco di Brescia 
1512) eh' era nel campo Bolognese, 
narra senz'altro che il Foix compe- 



rò la tregua per 1 5 mila scudi accet- 
tali da Raimondo da Cardona molto 
scelleratamente (Caprioli, ediz. 
1744, in fine ov'è il racconto del- 
l' Anselmi;. 11 portatore dell' an- 
nuncio al Foix della rivolta di Bre- 
scia fu il mugnaio del vecchio mo- 
lino che ancor sussiste fuori di 
porta Pile a tergo del castello. Il 
traditore fu appiccato ad un gelso, 
probabilmente l'attuale antica pian- 
ta che sorge allato della via presso 
il molino. Rossi, Annali, Cod. Quir. 
Da qui la falsità del Guicciardini 
dove narra (Istoria d'Italia, 1. X, 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 81) 

volse a Brescia *, di cui era Provveditore ii nobil uomo 
Antonio Giustiniani, e nella quale già Cornino Martinengo 
avea condotti e collocati da mille fanti. E bene se n' av- 
vide il timido Provveditore quanto egregiamente F avesse 
consigliato Valerio Paitone lorchè incitavalo nel bollore della 
vittoria all' assalto del castello. Era surta allora tra quel pau- 
roso e V arditissimo Valerio aspra contesa. Ma il supremo 
comando era del vile, o come vollero alcuni, dell'ingordo che 
voleva le spoglie di quel resto di Franchi serrati nella rocca 2 : 
forse per questo la forte e mal rattenuta ira del milite 
bresciano d'un tratto soperchiò; e fatto sentire apertamente 
al Gritti il suo corruccio, seco traendo un polso di valorosi 
ed indignati al pari di lui, era per togliersi dispettosamente 
a tanta viltà. Ma i pericoli della patria non volevano dissen- 
timenti, e sbollita queir ira pensò, rappattumato, alle difese. 
Che se F animoso di lui consiglio avesse il Gritti seguito, a 
noi lo sterminio della misera Brescia, avrebbe a sé medesimo 
evitata la vergogna della sconfitta e F infamia inesorabile di 
un sospetto che le sue sventure non hanno cancellato dalle 
pagine della storia 3 . S' appagava il Gritti, come dicemmo, 
di porre alle radici del colle un grosso di cinquecento fanti 
assoldati dalla città, ed altri in egual numero de' suoi, che 
all' obbedienza del nostro Paitone avean posti gli alloggia- 
menti al passo terribile delle Consolazioni. 



a. 1512) si fossero ritirati di loro 1. Odorici, Analogie fra due mirabili 

capo. Parecchi ricordano il tristo oppugnazioni sostenute dalla nostra 

mugnaio che palesò la rivolta ecc. città negli anni 1512, 1849. To- 

pochi l'animosa fanciulla che ve- rino 1850. 

gliando le mosse dei Francesi fu 2. Spini, Supplem. alle Cronache del 

da questi pigliata e strangolata il 9 Capriolo - Casarius, 1. cit. 

febbraio. Gambara, Gesta di Rre- 3. Casarius, 1. cit.- Gamrara, Gesta 

sciani illustri, p. 140. dei Bresciani, nota 43 al canto 111. 



00 KA LEGA DI CAMBRA! 

Veniva dunque lo sdegnato Gastone a grandi giornate 
con tutto 1' esercito di ventimila fanti, millecinquecento uo- 
mini <T arme, tremila cavalleggeri e non so che pezzi di ar- 
tiglierie. Giunto alla Torre del Magnano sul Veronese, con 
un fatto d' arme sanguinosissimo sbaragliato il campo della 
Signoria che s' avanzava per soccorrere la città, e fattovi pri- 
gioniero il conte Guido Rangone, appressavasi frettoloso colla 
impazienza di un giovane guerriero. Un altro giovinetto era 
con lui, ma più che statico, prigioniero; Antonio Martinengo, 
che a 16 anni fattosi congiurato, cogli altri della lega di s. 
Domenico, sorpreso, messo in carcere, ottenuto con mille 
scudi al De Luda di mutar cielo, fu mandato al Foix nel campo 
di Bologna, il quale vedutolo così giovane, così bello, ponen- 
dogli così per vezzo una mano fra la molle chioma, dicevagli 
sorridendo: celle ici ri est pas une lete a coaper. Giangiacomo 
Martinengo suo congiunto, saputolo un giorno custodito dagli 
Elvetici, fu al campo loro per chiederne la libertà, ma invece 
perdette anch' egli la propria, poiché spogliato dell' armi e 
del cavallo gli convenne stipulare il riscatto ! . Ad ogni modo 
il fanciullo fu liberato, sorvisse alla catastrofe bresciana, e 
fu ceppo dei Martinenghi di Padernello 2 . 

Il povero Gritti, preveggendo l'imminente burrasca, man- 
dava il Negroboni e Galeazzo Fenarolo perchè levati in armi 
que' valligiani, li raccogliessero sul colle di s. Fiorano che 
sorge prossimo al Cidneo, mentre Cornino Martinengo coi 
suoi mille di Franciacorta, lasciati i luoghi di s. Nazaro, di 
s. Antonio, di s. Francesco e della Mansione, stringendo la 
cerchia delle difese, arditamente s' era posto al monastero 
dei Gesuati, attualmente s. Cristo. 



1. Odorici, Giangiacomo Martinengo, 2. Gambara, Gesta di Bresciani il- 
p. 14, ivi di Antonio Martinengo. lustri, pag. °200. 



E IL ÌUTOIUNO DELLA RLi>CB. 91 

Gastone di Foix giunto ai colli suburbani, sbarazzatosi 
dei montanari che il Negroboni avea raccolti a s. Fiorano l , 
pose il campo presso il borgo delle Pile da s. Maria delle 
Grazie sino aMompiano, mentr' esso, il Foix, pigliava alloggio 
a poco tratto dalle mura nel convento di s. Apollonio. Quanto 
può la licenza di esercito sbrigliato provarono quelle misere 
colline; arse terre, e donne condotte agli ultimi vituperii, 
ed uomini trucidati, e profanati altari, e casali abbattuti e 
dispogliati 2 , Il conte Avogadro chiamato allora il Martinengo 
mettealo a parte d' un suo disegno, che quando fosse riuscito 
avrebbe salva probabilmente Finterà città, ed era di cogliere 
all' impensata con notturna sorpresa il condottiere di Francia, 
ed uccise le guardie del convento farlo prigioniero. Ma gli 
avveduti Francesi avean già collocate alle porte cittadine le 
scolte pronte al grido deir armi ad ogni evento 3 . 

Un' Alda di Marco Pio da Carpi vedova da un anno di 
Gianfrancesco Gambara, lo stesso eh' avea rotta fede alla 
Repubblica, donna infame per libidine sfrenata, con allato 
quell' angelo di virtù della Veronica sua figlia, la celebre poe- 
tessa moglie del principe Giberto da Correggio, sconfessata 
la patria, salì collo straniero nella rocca Cidnea. La Veronica 
fu costretta seguirla co' suoi figlioletti 4 ; ed ella così tenera 
della sua città fu obbligata vederne dall' alto il miserando 
eccidio, mentre la madre insultando alle lagrime de' suoi 
concittadini, durante il sacco doloroso di cui diremvi più 
innanzi, aperte le proprie case all' inimico, diessi a cotanto e 



1. Ottocento Triumplini rimanevano 4. Pungileoni, Vita di Veronica Gam- 
raorti, secondo TAnselmi, sul colle, Lara.- Odorici, Famiglia Gambara, 
e con essi un Mazzola e il Negro- nelle Famiglie celebri del Litta, 
boni. Rossi, Elogi, 252. fase. XXXVI, tav. IV, art. Veronica. 

2. Martinengo, Relaz. p. 314. Di questa celebre donna parlere- 

3. Casarius, De exterm. Brixice. mo più innanzi. 



92 LA LEGA DI CAMBRA! 

si perduto gavazzamene che credo (sono paiole del Nassino) 
pel fosse venuto dall' inferno la più grande ribalda che mai fosse 
slata in un bordello, non averieno commesso tali cose l . Era di 
alte forme e di piglio severo, talché li Gambarescbi n' ave- 
vano soggezione; ed abbiamo di lei die salito prima dell'as- 
salto al castello, mandatovi dal Gritti, un cavaliere (Gaetano 
Dotti) proponendo ai Francesi condizioni di pace, lo mi- 
nacciò dalle balestriere di mandarlo a basso con un colpo di 
artiglieria 2 . 

Alla notte precedente il 19 febbraio Y esercito di Francia 
saliva tacito al castello per la via del Soccorso che rade il 
colle a settentrione della rocca, riaperto, come vedremo, nel 
1849 e per gli stessi proponimenti dal brutale maresciallo 
Haynau. L'annuncio di codesto ringagliardirsi del presidio fu 
dato al Gritti quella notte stessa dal Giustiniani Provveditore. 
Fattosi giorno, Luigi Avogadro, il Ronzone e il Martinengo 
alla testa di un forte seguito di cavalli scorrevano la terra, 
mentre il Gritti ponevasi agli sbocchi del colle fatale. Il len- 
tissimo Giustiniani sedeva intanto scrivendo lettere d' inviti 
al Fenarolo e al Negroboni perchè venissero a notte cogli 
alpigiani. Magnifico Provveditore, gli disse allora fra sdegnato 
e fremente il Martinengo: ma prima che cada il sole Vimpresa 
è terminata, e Dio ce la mandi buona; poi lasciatolo, rimontato 
il cavallo fu in piazza Vecchia, perchè già dalle porte del 
castello gremite d' uomini impazienti di preda più che di 
guerra, apparivano, ed era il mattino, tutte chiuse nell' armi 
le prime schiere. Eppure il Foix, lamentando in cuor suo 
quel fermo e disperato apprestarsi delle nostre difese, avea già 
prima per un araldo esibita la pace, salve le robe e le per- 

1. Nassino, Memorie autogr. presso p. 130. -Zamboni, Vita di Veronica 

la Quiriniana, più volle ricordate. Gambara, premessa alle sue opere 

2. Gambara, Gesta di Bresciani illustri, pubbl. dal Rizzardi, Brescia 1779. 



E IL RITORNO DELLA RLPUI3. 93 

sone, fuorché dei Veneziani l ; ma fu per poco che non fosse a .,à«2 
T araldo vittima sventurata di una gente risoluta di vincere 
o di morire. Poiché non più fazione di nobili o d J ambiziosi, 
ma questa volta era gagliarda rivoluzione di popolo 2 , fomen- 
tata sia pure dai primi, ma divisa con essi dalla moltitudine 
già stanca di forestiera servitù. E tanto è vero, che il giorno 
prima un Martinengo di parte francese 3 facendo patto a 
nome del Foix d' accogliere tutta la nobiltà nell' esercito di 
Francia, non fu ascoltato, e Luigi Avogadro, temendo gli 
sdegni delle masse, raccomandò 4 che nulla al popolo se ne 
dicesse. V era insomma impegnato Y onore del paese, e la 
ritratta di un nobile soltanto sarebbe stata la morte del vile 
che pur Y avesse proposta. E ferma in ciò, che l' armata del 
duca di Nemours non fosse che il resto d'una sconfitta ri- 
parato a Brescia, illusa da false lettere che la vittoria fran- 
cese di Torre del Magnano cangiavano (come nel 1849) 
in una rotta dei nostri nemici, Y intera città si preparava 
agli scontri 3 . La mattina del 19 un fìtto nebbione copriva il 
cielo, e pioggia e neve, e tenebre sorvenute rendevano ai 
combattenti più diffìcile l'impresa. Arringava il duca le pro- 
prie schiere, il Gritti le sue, mentre al tuono delle bombarde 
rispondeva incessante fra quella vasta caligine il martellare 

1. Spini, Supplemento alle Istorie del Rossi, Elogi di Bresciani illustri, 

Capriolo, ediz. del 1744, p. 178. a carte 252. 

% Casarius, Libell.de exlerm. Brix.- 3. Marco Martinengo, che con Alda 

Anselmi, Descrizione del sacco di Gambara s' era già ritiralo in ca- 

Brescia fatto da Gastone di Foix. stello. Gambara, Gesta dei Bre- 

V Anselmi fu presente, come il sciani, canto 111, note. 

Casaro, al fatto. Favolosa è per 4. Ne voleteno che due niente a la 

altro la parte precedente alla fran- cilà, et lo seguente dì eutreteno i 

cese oppugnazione, e narra cose Francesi. Nassino, Meni, autogr. 

forse raccolte a casaccio dal volgo. 5. Casarius, De extenn. Brix. e sua 

Giangiacomo Trivulzi ed i Palla- traduzione nel Gambara, Ragio- 

vicini si trovavano allora col Foix.- namenti, t. 1, p. 158. 



94 LA LEGA DI CAMBRA! 

Lini a stormo delle nostre campane * : era immensa, terribile ar- 
monia che scuoteva i petti di un popolo già pronto a serrarli 
dinanzi al brando nemico. 

Cinquecento cavalieri, fatti smontare dal Foix, precede- 
vano armati di scuri, e dietro ad essi i fanti che fulminavano 
alle spalle dei primi, i quali curvi a terra, scaricato il fucile 
dei compagni, si rizzavano aprendo il varco sul fare dei gua- 
statori. Scendea lenta frattanto e poderosa con quest'ordine 
dagli sbocchi d'Ognissanti, delle Consolazioni, di s. Michele, 
di s. Desiderio la battaglia francese 2 , e innanzi ad essa e a 
piò come un gregario lo stesso duca. Di tremanti fanciulle, di 
bamboli, di madri, di miseri vegliardi riboccavano i templi 
e i monasteri, ma ne pianto, nò gemiti, nò Y abbracciato al- 
tare valse ai fuggenti la pietà dei nemici. 

Sedici bombarde propulsavano dal nostro canto quell'im- 
peto francese, mentre i fanti del Brisigella, i popolani ac- 
corsi per ogni parte, saldamente compatti e resoluti, soste- 
nevano le file dei congiurati che appiè del colle facean pa- 
gare col sangue francese ogni palmo di terra cittadina. Due 
ore bastò quel disuguale conflitto. Ma 1' onda crescente dei 
militi stranieri, talché di dieci eh' erano uccisi ne sovvenivano 
cinquanta 3 , urtati audacemente al Dosso i cavalli del Marti- 
nengo li respinse alle porte della Garzetta. E fu allora che 
ferito il Martinengo, sfondate le barriere di Torrelunga ed 
entrativi a furore i nostri nemici, superata la porta di s. Na- 
zaro da cui, fuggiti appena i militi veneziani 4 , irrompevano a 

1. Campani s frequeniibns horrendo so- mi che fugete. — Ottavio Rossi 

nilucxcilantibus.CkSkn.Ext.Brix. aggiunge: Prese allora sdegnosa 

2. Anselmi, 1. cit. - Ventimila fanti e risolulione il Foix, e scielli 500 
500 cavalli secondo il Martinengo. huomini d' arme dei migliori co- 

3. Martinengo, Relaz. cit. p. 317 del perii d'arma et chiusi negli elmetti, 

t. IV Storie di Milano del Rosmini. et intorno a seimila fanti parte 

4. Nassino, Lo Oriti fo quasi deipri- Guasconi et parte Alemanni ecc. 



E IL RITORNO DELLA RF.lPUB. 95 

dirotta i cavalli dell'Allegre, sostenuto a fronte dalle schiere 
giù venute pel colle, e a tergo dall' altre accorse per le porte 
già conquistate, più scampo non avendo né popolo, né con- 
giurati, parevano decise le nostre sorti: quando il terribile 
Bajardo, il cavaliere senza rimprovero e senza paura, ferito in 
una coscia 4 ,'e il Foix quasi respinto dall' audacia di un solo, 
avvertiva che il sacrificio della patria non era compiuto. 

Perchè Luigi dei Porcellana, fortissimo guerriero, capi- 
tano di porta s. Giovanni, che la guardava con più di mille 
popolani, veduto entrarsene l'Allegre da s. Nazaro e correre 
diffìlato al centro della città, piantatosi arditamente in mezzo 
alla via presso 1' angolo degli Stoppini, nel primo scontro 
gittò d' un colpo a terra il condottiero, né di là si tolse fin- 
ché oppresso dal numero della crescente cavalleria non fu 
lacero e calpesto prima che vinto. 

Lorenzo fratel suo non appena udita quella misera morte, 
risoluto di vendicarla, avvolgendosi nel mezzo dei combattenti, 
e roteando un enorme spadone stramazzava malconci e san- 
guinosi quanti nemici lo venivano in piazza dell'Albera strin- 
gendo ed assiepando. Talché il duca di Nemours stupefatto 
alla immane virtù di quel soldato che s' avea fatta d' intorno 
come una siepe di cadaveri, due volte si trasse il guanto e 
due levò la mano e la visiera gridando che si arrendesse, ed 
imponendo a' suoi che desistessero dalla pugna. I condottieri 
di Francia V avevano conosciuto all' alte ed erculee forme e 

1. Gambara, Gesta cit. canto III, nota di quelle pie che n'avevano me- 
97 - Laugier, Storie Veneziane, e dicala la ferita, facea dono al guer- 
tutte le vite di quel milite roman- riero d 1 una cassetta piena d' oro, 
zesco del pari che valoroso. Narrasi eh' esso accettò non per altro che 
più ancora che ospitato dalla famiglia per avere il contento di ridonare 
Cigola di Mercatonuovo, alla quale un po' per una alle due gentili che 
avea salvato dalla brutalità dei Gua- t avevano assistito V offerto teso- 
sconi due nobili fanciulle, la madre retto. 



a.!S»2 



90 LA LEGA DI CAMBRA! 

usti ad una sopravvesta di velluto berrettino, ed esortavamo ad 
accogliere le cortesie del re di Francia: si ricordasse di Ga- 
sparo suo fratello ch'era statico tuttavia. Se non che il prode, 
come lione che muore ma non si arrende, al raddoppiarsi 
della mischia che più gli s' addensava per ogni lato, cadde 
nel proprio sangue * . Il duca di Nemours, che dalla piazza 
T avea contemplato e bramato cavaliere, come asserì poiché 
fu vinta la terra, fatti raccogliere i due cadaveri ordinò che 
composti in una bara e coperti di un panno d'oro, si ono- 
rassero del vale estremo dovuto ai valorosi 2 , promettendo 
all' ultimo dei Porcellaga, vivo ancora ed ostaggio del re di 
Francia, per amore degli estinti fratelli la sua benevolenza. 
Morti que' due gagliardi, presa ornai tutta la combattuta 
città, Luigi Avogadro, che indarno appiè del Dosso ed a porta 
Bruciata avea fatte prodezze di disperata virtù, tentò la fuga, 
ma sorpreso da due fanti del Trivulzio che lo conobbero, lo 
trassero prigioniero dinanzi al Foix, che mostrò di averlo ca- 
rissimo a par di un regno, e diello a custodire in s. Domenico 3 . 
Tommaso Maggi, scambiato per Valerio Paitone tanto in 
ira, come dicemmo, all'esercito di Francia, offerente indarno 

1. Rossi, Elogi di Bresciani illustri, cavaliere, come egli stesso disse in 

Brescia 1620, p. 256 eseg. -Lo- pubblico il Foix poiché fu presa 

renzo e Lodovico Porcellaga - E la terra», 
r Anselmi (Descrizione del sacco 2. Rossi, 1. cit. In quanto a Gasparo 

della città di Brescia. Nel Capriolo, Porcellaga, 1' Anselmi lo disse pvi- 

ediz. del 1744, in fine pag. 347): gioniero e statico a Milano del re 

«Onde in poco d'ora si fece da- di Francia; il Rossi lo fa ostaggio 

vanti (il Porcellaga) tanta strage passato a ricevere le cortesie del 

di Francesi, che mons. di Foix cn- re; il Gambara mi parla in vece 

trato in piazza si fermò a mirarlo di Pietro Porcellaga regio senatore 

e lo commendava supremamente del 1509, che parmi altro da quello 

gridando a' suoi che non V ucci- dato allora in ostaggio al re nella 

dessero ma lo prendessero vivo, dedizione della nostra città, 
con animo di salvarlo e di farlo suo 3. Anselmi, 1. cit 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 07 

le sue ricchezze, ebbe tronco il capo l , Lo stesso Pal- 
tone, che inutilmente avea sostenuto coli' usata virtù quel 
disuguale affronto, fatto prigioniero in s. Chiara, ottenuto il 
riscatto per sigurtà di Taddeo de' Berni cognato suo (che lo 
Stella suo suocero non volle saperne), si trasse a Nave. Nò 
qui tacque la storia sua nera ingratitudine; poiché non si 
curando del povero Taddeo, che inetto a sborsare la taglia 
garantita fu condotto in Francia, lo vi lasciò prigioniero per 
quattro anni 2 . 11 Martinengo con tre larghe ferite, col suo 
cavallo piagato anch' esso, sentendosi venir meno, ritraevasi 
lentamente, come leone che si rinselvi, a porta s. Nazaro 
dove gli cadde spento il destriero. Poi raccogliendo le sue 
forze estreme si trascinò, come dicemmo, a Garpenedolo, 
dove colto dai nemici fu tradotto a Castiglione. Ivi soccorso 
dagli uomini della terra, sbandate le guardie, toltosi dalle 
loro mani, cadde per quella vece in quelle del podestà del 
luogo, per cui fu taglieggiato da quei Francesi che poco stante 
avea battuti per le feste. Tradotto a Mantova, riuscì a con- 
dursi fino a Venezia, dove più non reggendo alle ferite ed 
agli stenti, cadde infermo. 

Nicolò Tartaglia, giovinetto allora di forse dodici anni, 
figlio, com' e' diceva, di un cavallaro chiamato il Micheletto 
impiegato alla posta per le lettere di Brescia, di Bergamo, di 
Crema e di Verona, seguendo i passi della madre fuggente, 
che in mezzo al parapiglia della città cercava un asilo presso 
1' altare di s. Pietro de Dom, sorpreso nel tempio dagl' inva- 
denti Guasconi, ebbe cinque ferite che la povera madre, non 
avendo un obolo per soddisfare il chirurgo, medicò alla me- 



1. Rossi, Elogi, e. 256.- Gambara, coir epigrafe recata dal Gambara 

Gesta ecc. canto III, p. 170. Fu a pag. 243, note, 

sepolto in s. Faustino Maggiore 2. Martinengo, Relazione citata. 

Odorici, S iar. Bnsc Voi. IX. 7 



98 KA LEGA DI CAMBRA! 

glio, talché un labbro offeso e male rimarginato lo rese 
balbuziente, d' onde il soprannome * . 

Due figli di Luigi Àvogadro, Pietro e Francesco, entram- 
bi scoperti, si videro cacciati nel castello di Milano 2 , ser- 
bati alla fine miseranda del padre: il Gritti e il Giustiniani 
Provveditori, e Giampaolo Manfrone capitano, mandati in 
Francia prigionieri 3 : il Riva ed il Ronzone campati a stento 
colla fuga: Valerio, come notammo, scoperto nel monastero 
di s. Chiara, taglieggiato di quattromila scudi, per lui pagati 
da Taddeo di Berni, che nel carcere gli scontò; Giacomo 
Negroboni e Galeazzo Fenarolo, guadagnati i monti, errava- 
no incerti del loro destino. Sgominato così quel branco di 
congiurati, ricacciate dalla vinta città le milizie della Repub- 
blica, le nostre vie furono piene dell'esercito irato e vincitore, 
cui la preda ornai certa rendea furente; ed allo strepito delle 
bombarde traenti più a tripudio che a resistenza ornai finita, 
in mezzo ai gemiti ed al pianto dei fuggitivi, tra lo scalpito 
delle sbrigliate cavallerie e il serra serra delle porte inutil- 
mente abbarrate più per istinto che per necessità, e il tonfo 
dei crollanti edifici, e il crepitare qua e là degli incendi misto 
ai colpi delle scuri sfracellanti gli assiti, le porte, gì' impe- 
dimenti, principiò quello spoglio e quella strage che va me- 
moranda nelle pagine della storia, 

« Per cui non terra 4 , ma peccato ed onta 5 » 
la Francia si guadagnò. Poiché il milite sitibondo di preda 
ed irritato dalla morte dei compagni e dalle resistenze, avven- 



1. Tiraboschi, Storia della letteratura 4. Si sa che Francia, come vedremo, 

italiana, t. XII, lib. II , carte 257 e seg. tranquillamente restituiva poco dopo 

2. Martinengo, nella citata Relazione, alla Spagna la nostra Brescia, per- 

p. 332 del t. IV Storie di Milano che venisse tranquillamente rida- 

del Rosmini - Documenti. ta alla Repubblica. 

3. Idem. 5. Dante, Purg. e. XX. 



E IL RITORNO DELLA RKPUB. 99 

tavasi come tigre nelle povere case: e non ispavento di madri 
serranti al petto i bamboli esterrefatti, non lagrime, non dispe- 
razione d'innocenti fanciulle, non canizie di tremebonda vec- 
chiaia,non candore di supplicante adolescenzalo trattenevano; 
perchè madri e lattanti svenavansi ad un colpo, e le vergini 
più dilicate e più illustri, tanto più contrastate ed appetite, 
venivano condotte presenti i padri agli ultimi vituperii, e 
quelle stanze eh' erano albergo un tempo di domestica letizia 
divenivano campo di dolore e di terrore * . Poi gettati dalle 
finestre cadaveri o mal vivi, ogni angolo frugato, gemme ed 
oro misurato e diviso tra gì' ingordi Guasconi cogli elmetti e 
colle celate 2 ; e tanto disertamento per tre giorni concesso. 
Non templi, non claustri femminili risparmiati; e a dispetto 
degli ordini severi dello stesso Foix, sante vergini e matro- 
ne miseramente ivi stesso contaminate, e popolo e sacerdoti 
sgozzati sugli altari, e gli altari fatti ludibrio di militi 
baccanti 3 . Poi messi alla tortura uomini e donne perchè 
indicassero tesori che avevano o non avevano; e il non aver- 
ne era morte, era cruccio di ardenti carboni sotto le piante, 
erano membra lacerate e tormenti e patiboli con istucliata 



i. Anselmi, Sacco della città di Bre- dal Gambara, Gesta ecc. p.254); 

scia, p. 349 e seg. della cit. ediz. e V Anselmi, p. 349: « E il sacco 

del Capriolo, Venezia 1744. fu tanto grande che si vedeano gli 

2. Furori visti i saceomani in Bressa scherani dividere i denari e le gioje 

dividere i rubali denari a misura cogli elmetti e colle celate». 
dèlie loro celate come a quartelle 3. Casarius, De exterm. Brixice. In 

se misura el grano. Fu stimato Cathedralis supra centum truci- 

cheverun altra città lombarda no dati super aras eie. Jl Foix con 

fusse così piena de pecunia eccet- acerbo divieto aveva bene proibita 

tuando Milano et Veneiia. Furono la violazione delle vergini claustra- 

condotli fora de questa assassinata li, ma nulla valse, neppur l'ultimo 

città sircha 4 mila cani de roba supplicio inflitto a qualche scia- 

rubala (Anonimo Zamboniano cit. gurato. 



100 



LA LEGA DI CAMMtAI 



crudeltà prolungati 1 . Arrogi le taglie enormi, incomportabili, 
fissate, pena la vita, obbligate sui beni, scontate nel carcere 
fra le catene 2 ; taglie stipulate con subite obbligazioni ed 
istrumenti notarili, talché v' ha esempio d' un cotale che 
venne di Francia 3 due anni dopo ad esigerne il saldo, e 
di multati che n' ebbero a sborsare dopo cinque o sei le 
rate estreme. Quattromila carri di masserizie rubate si tras- 
sero i Francesi da questa, come narra uno storico, assassi- 
nata città; e se a quarantamila ducati d' oro fu stimato lo 
spoglio dei soli conventi, fate ragione 4 di tutto il resto. E 
tutto ciò fra il massacro dei cittadini, i gemiti dei moribondi 
e la bestemmia e l' insulto di que' non militi ma sicari, e 
pianto e grida e sangue per ogni lato. Perchè allo scendere 
della notte 5 , i miseri lamenti della disperazione che fra le 
tenebre uscivano dalle case o da recondite vie, strappati dalla 
violenza e dalla brutalità, laceravano il cuore. Dovunque soldati 
carchi di spoglie incerti del come assicurarle, ed un irsene e 
redire di truci masnade lorde ancora di sangue recentemente 
versato, e un fiutare dove fosse altro stimolo di libidine o di 
preda, e un ricattarsi dei delusi nella vita degli inermi e dei 



1. Anselmi: «E in quei tre giorni non 5. Anselmi: «Per tutta la terra 



fu lasciato indietro alcuna sorta di 

tormento per fargli confessare 

i denari ecc. » 

Secondo il Casario che le descrive, 
le tasse volgevano dai diecimila ai 
500 scudi d'oro; enormità inaudita 
per clii conosce il valore locale della 
moneta. V'erano poi le tasse minute: 
quelle di cento scudi erano innumere- 
voli; ed a chi non pagava ?mpe//^a«« 
cedes, domos villas et alia mobilia. 
Gxmbara, Gesta ecc. 
Casarius, l. cit. 



giorno e la notte non si sentivano 
se non strida miserabilissime degli 
infelici che erano tormentati e delle 
donne che facevan resistenza ecc. » 
Si sa del vecchio e ricco Cristo- 
foro Guaneri abbruciato vivo col 
primogenito suo figlio, e di un An- 
tonio scorticato nel proprio letto. 
Tanto dal Gasaho, dall' Anselmi, 
dall' anonimo Udinese riportato dal- 
l' ab. Zamboni. Lo Spini aggiunge 
altre orribili crudeltà da cui 1' a- 
Dtfflo rifugge (p. 284). 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 101 

supplicanti. Diecimila vittime, spettacolo miserando, rima- a .»5t2 
sero per le piazze e per le vie * . E non è senza terrore e 
senza pietà leggere nell' Anselmi, presente ai fatti, d' intre- 
pide fanciulle che per togliersi a que' sozzi abbracciamenti 
o si gittavano dalle finestre, o fìngendosi arrendevoli, tratto 
un ferro, scannavano il brutale che le teneva, per cadere ivi 
stesso immolate dai sorvegnenti, o rivolgere, disperate della 
vendetta, quel ferro istesso nel proprio seno. 

E per certo io vi giuro, continua 1' Anselmi, che venuto coi 
Francesi a quelV impresa non per altro che per vedere e per 
iscrivere, non solamente mi dolsi d' esservi mai venuto, ma mi 
dolsi ancora d' essere nato. Un atto solo del Nemours fu de- 
gno di quel gentil cavaliere, l'inascoltato editto, perchè, pena 
la forca (e parecchi di quegli arrabbiati vi furono condotti), 
nessuno ardisse profanare i conventi delle donne, in cui molte 
e nobili fanciulle s' erano chiuse ad ultimo rifugio, e V aver 
salvi i giorni del pittore Floriano Ferramola 2 . Narrasi del 
buon uomo, che fra lo sperpero dell' intera città e le grida 
del popolo e il martellare a stormo delle campane, tutto as- 
sorto nell' arte, continuasse tranquillamente a dipingere in 
casa Borgondio, e che sorpreso in queir atto da un branco 
di saccomani, pigliato in mezzo da cotestoro e chiesto di robe 
e di denari, bonariamente rispondesse che se la intendes- 
sero con sua moglie. 11 poveretto venia giù trascinato dai 
ponti, e sarebbe rimasto vittima di quegli irati se il duca non 
avesse mandato a liberamelo. Vuoisi che il Ferramola fa- 



1. Varia, ma sempre in più, la cifra rum cadavera ulriusquc partis... 

d'altri istorici. L'anonimo Udinese supra XVII millia feruntper in- 

li fa salire da 14 a 16 mila. Pa- tegram hebdomadam inplateis, in 

trizio Spini, compresi i morti nella vicis civitatis inhumata eie. 

battaglia precedente al fatto, 17 mila, 2. Ridolfi, Vite dei pittori. — Gam- 

cd altrettanti il Casaro. Inter fedo- «ara, Gesta ecc. p. 250. 



102 



A LEGA DI CAM IMI Al 



cesse il ritratto del duca, e n'avesse in premio dugento scudi 
del sole l , che Ottavio Rossi dice a lui conceduti per supplica 
dell' infelice, dispogliato coni' era d' ogni aver suo 2 . 

Fra tanto orrore rifulse la pietà d' una donna, Taddea 
Gambara, che gittatasi appiedi del Foix tanto pregò, soste- 
nuta dal Porcellaga e dall' Appiano, che Y ospitale fu salvo 
da quel branco di fiere 3 . E 1' Appiano supplicante col po- 
polo genuflesso modellò il Bambagia nei magnifici rilievi del 
monumento eretto al duca di Nemours 4 , la cui spoglia rin- 
venuta nel campo di Ravenna, in cui cadde l'I! aprile di 
queir anno istesso, fu con grande solennità sepolta in Milano, 
dove si trovano gli avanzi dell' insigne mausoleo. 



Cessata la rovina della città, per le sue contrade, così 
com' erano deserte e insanguinate, si proclamavano i bandi 
e le sentenze. Ribelli quindi e processati apparivano, e con- 
dannati su quei cedoloni dell' 11 maggio 1512 di Gerolamo 
Buticella e del conte Giannandrea Gambara giudice dei ma- 
lefìci i — 



1. Rossi, Elogi, p. 506. 

2. Idem. 

3. Anselmi, p. 347. 

4. Il monumento che per 1' arie ita- 
liana è preziosissimo, era dappri- 
ma nel Ginn, di s. Marta in Milano. 
Poi ridotto a frammenti, molti di 
questi adornano la villa di un illustre 
Milanese: altri si veggono neir Am- 
brosiana; il bravo scultore Pietro 
Pierotti nel suo magnifico studio al 
Seminario di porta Nuova n. 1 rac- 
colse a gran fatica i modelli gittati 
da lui medesimo di que' frammenti, 
sicché tutto lo riunì compresi due 
bassorilievi recanti appunto la presa 



di Brescia e V interporsi dell' Ap- 
piano pel popolo assalito. Intorno 
a questi fatti si vegga Guicciar- 
dini, Stor. d' Ital. 1. X. - Bembo, 
Stor. Venez. 1. XII, p. 375. - Mé- 
tnoires du Chev. Boyard, chap. 50. - 
Nardi, Stor. di Firenze, 1. V, p. 1 38.- 
Hist. de la Lii/ue de Cambrai, t. li, 
1. III. - Giovio, Vita di Alfonso duca 
di Ferrara, p. 72, e Vita di LeonX, 
1. Il, p. 115. -Lettres de Louis XII, 
t. Ili, p. 167 e -200.- Machiavelli, 
Discorsi sulla 1. Decade di Tito 
Livio, 1. 11, e. XVII, p. 236 e e. 
XXIV, p. 27^2, e 1. Ili, e. XLIV, 
p. 441. 



E IL li ITO UNO DLLLA UliPUB. 



\0\\ 



Giovita Malvezzi 

Valerio Trussi 

Giov. e Raffaele Bona 

tre Sala 

Clemente dalla Porta 

Lodovico Poncarale 

Gerolamo Ducco 

Antonio Stella 

Giacomo Bonati 

Antonio e Teseo degli Avogadri 

Bernardino da Rovato 



un Puliscila 
Angelo Casari 
M. Antonio Bellacato 
Taddeo della Motella 
Antonio Capriolo 
Agostino Patingolo 
Giuliano Calini 
Giuliano Masperoni 
Agostino Covo 
Giacomo Rotingo 
Tommaso Endenna 



«.1512 



Bortolo di Vittore Martinengo dei conti di Villachiara. 
Condanna di morte e beni confiscati per contumacia ad 



Antonio Martinengo 
Gianfrancesco Calzavelia 
Lazzaro Marangoni 
Giangiacomo Stella 
Filippino Sala 



Bortolo di Vittore Martinengo 

un altro Sala 

Ascanio Ducchi 

Scipione Pocopanni 

Pietro e Frane, di L. Avogadro » 



La fuga sottraeva parecchi dei processati, ma continua- 
vano intanto minute e scrutatrici le inquisizioni: oltre a 
cento gentiluomini dei più ragguardevoli scomparvero dalla 
città fattasi diserta come un sepolcro, e lungamente rimase 
abbandonata, sicché al 1° dicembre, già passata nelle mani 
del re di Spagna, il costui governatore decretò che non tro- 
vandosi cittadino che assumesse la cosa pubblica, ed essendo 
vuoti gli uffici, si facessero le veci delle mancanti magistra- 
ture 2 da sedici eletti e nel decreto descritti. 

In quanto air Avogadro, che non potè né combattendo 
morire né fuggendo salvarsi 3 , condotto innanzi al Foix, dan- 
nato a morte, pochi giorni dopo (20 febbraio) fra immenso 
popolo ond' era gremita la piazza, gli fu con uno stocco più 

ì. Odorici, I Congiurati ecc. nella 2. Regislro Municipale E, carie 221. 
Raccolta del Miller, l. II, doc. Vili. 3. Martinengo, nel citato Racconto. 



104 LA LEGA DI CAMBRAI 

presto segata via la testa, che tagliata; la quale posta sopra una 
lancia fa portata in cima della torre del popolo guai era piena 
di gente d' armi. Poi fatto in quarti, vennero questi appesi ad 
altrettanti patiboli conficcati a' quattro angoli della città l . 

Figlio di Pietro, come abbiam detto, fu 1' ultimo di tre 
altri suoi fratelli, ma primo per avventata irrequietudine della 
mente e del cuore. Combattè per la Repubblica nel fatto del 
Taro (1495) 2 , combattè a Ghiaradadda. Governatore dei 
castello di Cremona, dopo averlo fortificato 3 lo vendette 
al re di Francia, come diedegli il nostro 4 , per ripentirsi, 
congiurare, morire sul palco. 

Brescia tornò così dei Veneziani, che annunciavano al Con- 
tareno la vittoria. Ve significamo, dicevan essi, haver j eri sera a 
hore cinque di notte recepute lettere del Provveditore generale... per 
le quali ne dinota come quella notte a hore cinque essendosi presen- 
tato con le sue zente alla citta de Bressa insieme col Magn. conte 
Alvise Avogadro — tandem a hore dodese esso conte Alvise — 
dalla banda della porta delle Pile era intrato dentro per la porta 
de s. Alessandro — Ne darete etiam noticia per le vostre a tutti 
li rettori ecc. 5 febbrajo 1511 (1512) veneto stile. 

Brevissima, come vedemmo, fu la gioja dell 7 Avogadro. 
Pietro e Francesco suoi figli, giovinetto il primo di ven- 
t' anni, 1' altro di ventidue, tradotti a Milano lasciarono sul 

i . Anselmi, Descr. cit. del sacco di Bre- Annali veneti, 20 giugno. Fatto del 

scia.-NASSiNO: Et condannò el dito Taro. — Neil 1 esercito veneziano 

conte Alvisio ad essere squartato Francesco Gambara aveva 240 ca- 

et mangiato dalli cani, et mi visti valli, Annibale Martincngo 240, Carlo 

in parte diti quarti atachati a certi Secco 140, Luigi Avogadro 200. 

legni che li cani ne mangiavano 3. Si vedono ancor al presente V arme 

per essere presso terra. Questi le- Avogadre nelle muraglie et bastioni 

gni stavano a questo modo (e qui (di quel castello) che lui fece fabbri- 

Pandolfo ce ne dà un disegno). car. Biografia inedita e contempo- 

2. Vieusseux, Arch. Stor. tomo VII, ranea di L. Avogadro, presso di me. 

serie I, a. 110."). - Malipbtro, 4. Nass.JEY deteli étti castelli adito re. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 105 

ceppo nella piazza Castello i teneri loro capi. Ad AntonioMaria, 
T ultimo figlio del misero Luigi, fanciulletto di dodici anni, fu 
messa taglia di diecimila ducati; ed avendolo il padre sottratto 
in prima dai casi della guerra coll'affìdarlo ad un cotale da Lo- 
drone, il conte del luogo, ingordo com' era della taglia, stava 
per consegnarlo in man dei Francesi. La fuga lo salvò, ed il 
Consiglio dei Dieci volle vederlo e darne la cura ad un An- 
tonio da Fino con duecento ducati all' anno. Nel 1517 gli fu 
dalla Repubblica data in consorte una Fregoso; e rimandato 
in patria con provvisione di 500 ducati qual ristoro delle con- 
fische e dei danni dal padre sostenuti, a 23 anni ebbe con- 
dotta di cinquanta cavalli. Nel 1525 fu all' obbedienza del 
duca d'Urbino generale della Serenissima in soccorso di Cle- 
mente Vili contro il Borbone. Fattosi buon capitano, gli fu 
dato il comando di 2000 fanti, tutti Alemanni condotti dallo 
Stato veneziano, e di quattro insegne d'Italiani contro Sciarra 
Colonna che circondava in quel punto coi soldati dell'Impero 
la terra di Camerino ! , nella quale impresa costrinse il Co- 
lonna a rendere la città inseguendolo fino a Tronto sul confi- 
ne del regno diNapoli.Poi tornato a Camerino, rese l'Avogadro 
il luogo alla duchessa ingiustamente spogliata. Ebbe in guar- 
dia la Marca d'Ancona, ed agli ordini del Lautrech generale 
della Lega combattè negli Abruzzi. Fu all'assalto di Civitella 
eh' egli ebbe di viva forza: fu all' assedio di Napoli, ed ivi 
stette, benché infermo, sino al termine dell' impresa. Morì in 
Anversa lasciando cinque figli — Pietro, Luigi, Francesco, 
Roberto e Sforza. Recammo altrove la ducale 7 novembre 
1517, per cui rimunerando nel figlio la sventurata virtù del 
padre, si concedevano ad Antonio Maria di Luigi Avogadro, 

1. Tanto dalla Relazione Zamboniana di quel tempo, cioè di circa la metà 

tratta (come aggiunge 1* ab. Zam- del secolo XVI, già esistente in una 

boni) da un esemplare di carattere raccolta del sig. Pietro Pluda. 



100 LA LEGA DI CAMBRA! 

a.»5«2 sopravanzato alla morte de' suoi fratelli, li 500 ducati d'oro 
sul porto <T Iseo l che già ebbe il padre dalla Repubblica. 

TI quale, se noi dicemmo, chiuse la vita colla dignità e colla 
fermezza degna per certo di miglior fine. Sostenne l'annuncio 
della sua condanna collo stoicismo di un' altra età, ed, ab- 
bracciati i figli, ricordò loro che nelle cose grandi non si puote 
negoziare né arrischiarsi a gran guadagno e a gran gloria senza 
grande pericolo, e che la grandezza del pericolo è quella che fa 
V ardire laudabile e l' eseguire glorioso 2 . Cosi, vicino a morte, 
apriva senz' avvedersene tutto il suo cuore, svelandone i 
misteri lungamente racchiusi. Fu ardente face che sprizza 
vicina a spegnersi più vivo e più tagliente 1' ultimo raggio. 
I costituti che noi recammo altrove narrano il resto. Come 
poi venissero nelle mani di Giangiacomo Martinengo, chiede- 
tene la sua Memoria 3 che li precede, ed essa vi dirà che nel 
3 febbraio 1512 — fatto prigioniero Gerolamo Botticella po- 
destà di Brescia, compilatore di quel processo, gli ebbe da 
esso lui. Egli solo si raccomandava, così aggiunse il Cornino, 
che nel condurlo a casa mia non fosse ammazzato ...ed egli ve- 
dendo la buona compagnia, mi diede volontariamente un libro so- 
pra il quale erano scritti tutti li costituti delli nostri complici che 
erano in castello 4 . E quel libro da lui medesimo con tutta 
gelosia serbato, dopo tre secoli pubblicai non ha molto nelle 
Cronache Lombarde 5 . Ivi risulta che il primo a scoprire 
il trattato fu Annibale Lana. 

1. Odorici, 1 Congiurati Bresc del 1512 4. Martinengo, Relazione pubblicata 

ed il processo inedito che li ri- dal Rosmini, 1. cit. 
guarda, nella raccolta dei cronisti 5. Mùller, Cronache e documenti di 

lombardi del Muller, t. II. do- Storia lombarda, t. II. — Rara e 

cumento VII. gentile pietà fu quella del Marti- 

2. Anselmi, 1. cit. p. 351. nengo: Io non feci vendetta né in- 

3. Odorici, 1. cit. Memoria inedita del juria ad alcuno, dice egli stesso 
Martinengo premessa ai Costituii. (Relaz. cit. p. 325) servando quei 



E IL RITORNO DELLA RtiPUB. 



ur 



Questo in quanto al gennaio 1512. Ma ben altri processi 
venivano principiati nel marzo per la espilata Brescia. Fal- 
cone Aureliano e Francesco Tavello senatori con decreto del 
re di Francia 15 marzo venivano mandati a Brescia perchè 
le procedure si dilatassero per le valli e per laRivieradiSalò, 
terre colpevoli alpari della città nel vasto rivolgimento l ; e però 
Galeazzo Fenarolo Giannambrogio Avogadro 

Paolo Agostino Riva Ettore Occanoni 

Giacomo e Giannantonio Ne- Ventura Grotta 



groboni suo figlio 
Valerio Paitone 
Giangiacomo Martinengo 
Giovita Penna 



Gianfrancesco Ronzone 
Pietro Ducco 
Bernardo Serina 
Girardo Averoldo 



accusati d' aver tramato nel gennaio del 1512 contro il re 
di Francia, e spediti messi e lettere pei castelli veneziani; 
d' aver la notte del 22 sforzata la porta di s. Nazaro onde 
introdurvi il Gritti, sendo capo della congiura il conte Luigi 
Avogadro; d' aver poi, sventata la trama, ripigliata l'audacia, 
e radunando altre genti ritentato il 3 febbraio l'impresa, indi 
uccise le guardie del re, pigliata d' assalto la città, riaperte 
le porte ai militi veneziani che la occuparono fino a che non 
venne al mattino del 19 febbraio dair esercito di Francia 
totalmente riconquistata 2 ; per tutti questi delitti venivano 
dannati a morte colla confisca delle loro proprietà. 



Francesi che trovai nascosti, e spe- 
cialmente un ferito che potea com- 
prometterlo. La casa di Taddea 
moglie di Pietro e madre di Fe- 
derico Gambara (e l' esser Gambara 
allora era male), presso a s. Desi- 
derio vicino alla fossa del Broletto, 
fu per lui salva dal saccheggio, di 
cai liberò quella ancora di Bor- 
tolo Fenaroli. 



Tarn in dieta civitate quam extra 
in vatlibus et terris sive feudalis, 
sive non, totius agri Brinine et 
etiam in Salodio in qualibet parte 
ejus Riperie. Doc. VII dei Cong. 
Bresc. ecc. nella Rac. del Mùller, t.II. 
Datnm Mediolani XVmartii 1512. 
Documento Vili dei Congiurati di 
Brescia del 1512, nelle Cronache 
del Mùller, t. II, p. 30. 



108 



LA LEGA DI CAMBBA1 



Altre lettere e sentenze dell' 8 aprile seguivano per le so- 
stanze incamerate di altri o colpevoli o sospetti, e fra questi 



Antonio Martinengo 
Emilio e Giacomo Emilii 
Brettone Avogadro 
Scipione Pagani 
Filippo Rosa 
Annibale Lana 
Giorgio Medici 



Giovanni Pulesella 
Gonfaloniero Confalonieri 
Giannantonio Avogadro 
Cesare Avogadro 
Lodovico Avogadro 
Decio Avogadro 
Gerardo Mazzola. 



Poi seguono i caporali di Valtrompia e Sabbia, che fu- 
rono con Luigi Avogadro per infrangere la porta di s. Nazaro. 
Ve n'ha di Bagolino, di Vestone, diLavenone, d'Agnosine, 
d' Odolo, di Barghe, di Preseglie, di Gardone, di Marmenti- 
no, di Cogozzo ecc.; trecentocinquanta venivano dalla sola 
Valtrompia. 

Insomma tra confische e taglie e morti e miserie d'ogni 
fatta continuate fra noi per tutto il 1512, 1' Anno Atro di 
Ottavio Rossi l , tanto ne fu conquassata la nostra città, che 
d' allora in poi non toccò mai la floridezza di un tempo né 
per numero né per dovizia di popolo e nobiltà. Vero è che 
le pestilenze del 1580 e 1630 la scossero, ma non mai 
come il sacco francese che abbiam narrato. 

E notisi, a documento dell' esito quasi sempre infelice 
delle congiure di piazza, qual termine deplorando aspettava 
i capi della Bresciana: perocché F Avogadro fu decapitato con 
due figli suoi, decapitati il Ducco ed i Riva, Ventura Fena- 



1. Gli Annali, dirò così, Quiriniani, che 
pochi s' avvidero fossero del Rossi, 
danno sotto il 1512 la nota di mol- 
tissime taglie che vennero scosse a 
rate negli anni appresso. Non era 
l'espilazione del momento, ma veni- 



vano con sistematica spogliazione 
redatte scritture ed istrumenti no- 
tarili con ipoteche sulle proprietà, 
come dicemmo, delle famiglie cosi 
percosse, e si volevano terribili 
garanzie di vite e di sostanze. 



E IL RITORNO DELLA REPEB. 109 

rolo ucciso da sé, Valerio Paitone trucidato dal Poeopanni, 
sicché i meno infelici furono quelli che morirono combattendo 
coli' armi in pugno. Fra questi il buon Giacomo Martinengo 
trasse, come vedemmo, infelicissima la vita colla gretta ri- 
compensa di 200 scudi che vennegli poi assottigliata, onde sì 
alto lasciò il precetto di non servire ai principi giammai. Ago- 
stino Riva dovette appagarsi della cancelleria di Salò, che gli 
rendeva 250 scudi air anno. La povera Nanna, figlia di Tom- 
maso Ducco, non ne toccò che 100 all'anno e mille in dote; 
Gianfrancesco Ronzone non ebbe che il reddito di 150 sui 
beni dei ribelli; i figli di Ventura Fenarolo la sola cancelleria 
di Rergamo, purché pagassero 100 scudi all' anno a Galeazzo 
loro zio; Giacomo Negroboni e figli non ottennero che 160 
scudi; Antonio Martinengo la povera condotta di 50 cavalli *. 

Né qui terrei fuor di luogo un raffronto singolare di que- 
sta oppugnazione coli' altra del 1849, di cui fummo noi tutti 
testimoni ed attori. Pubblicato di straforo in un giornale di 
Torino nel 1850, qui ripiglia finalmente il suo posto. 
(1512- 1849) 

Sempre eh' io volga il pensiero al miserando assalto della 
nostra città, lorchè il maresciallo Haynau risommettevaci, mi 
si reca dinanzi maravigliosa la somiglianza del fatto con quel- 
lo dolorosissimo del pari di Gastone di Foix del 1512: l'uno 
e l' altro ad egual termine condotto, sostenuto l' uno e l' altro 
per le medesime cagioni, ambo poi combattuti colla medesi- 
ma e più presto incredibile che stupenda energia. 

La qual similitudine mi fa risovvenire quella osservazione 
ingegnosissima di Cesare Balbo == che il periodo (1492- 1559) 
della lunga, interminabile, sempre povera età delle prepon- 
deranze straniere, dà immagine de' tempi nostri più che 
niun altro mai 2 . 
1. Gambara, Gesta in fine. 2. Balbo, Sommario, Età VII, art. 1, 



1 10 LA LKGA D! CAMUUAl 

E cerio la meraviglia si farà maggiore dove si avverta 
come i personaggi eh' ebbero parte principalissima ne' due 
grandi avvenimenti, o ne furono le cagioni, fossero di mente 
disparatissimi e di cuore. 

Imperocché, qual mai medesimezza, quale benché lonta- 
nissima analogia fra Giulio li ed il pontefice Pio IX; fra 
Carlo Alberto e Loredano; fra il giovinetto Gastone e il 
vecchio Haynau? 

E veramente: a non dire che degli ultimi due, veggiam 
1' uno in sul fiore degli anni suoi prima quasi capitano che 
soldato *, con un' anima ardente e raddolcita da quanto era 
di cavalleresco e di gentile nei reali di Francia, muoverci 
guerra, ma piangere la morte di un Porcellaga 2 come quella 
di un amico, perchè gli avea resistito da valoroso: Y altro in- 
formato a più salda, più recisa idea, non sentir che la gioia 
della riuscita, L' uno gittarsi all' abbandonata e quasi imme- 
more di sé dove più fervono gli assalti 3 : 1' altro chiudersi, 
come una fiera nel suo covile, entro i parapetti del guardato 
castello, e sbucatone, insanire coi vinti. Ma veniamo al para- 
gone de' fatti. 

E per toccare delle cause prime, se fu impulso a que' fatti 
rapido più o meno l' acerbità del disinganno, e il non accolto 
voto di più libere sorti, altro ne furono i pontefici. Giulio II 
risvegliatore potentissimo e violento, Pio IX innocentissimo, 

1 . Guicciard. St. d'It. 1. X, e- IV, a. 1 5 1 2. 3. Martinengo, Racconto pubbl. nel 

2. Anselmi, Descrizione del sacco di t. IV della Storia di Milano del Ro- 

Brcscia del 1515. - Rossi, Elogi smini. Parla del coraggio di Ga- 

islorici - Lorenzo e Lodovico Por- sione sceso dal castello co' suoi e 

cellaga. Et la sera istessa furono fattosi combattente ancor egli a 

ambidue posti in una barra, et piedi. Veggasi nel Guicciardini 

coperti di panno d' oro, sepolti (Stor d'Hai. 1. X, a. 1512) l'eroica 

d' ordine del vincitore che... fu morte del Foix, ed in tutti gli sto- 

detto che piangesse ecc. rici italiani. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. Ili 

involontario, ma non meno potente, di sopite speranze nel 
popolo italiano. 

In ambo i tempi scoppiava in Brescia 1' ammutinamento 
civile per toglierci allo straniero, tornarci quando che si 
fosse a indipendenza. 

In ambo i tempi era colto per la sommossa Y istante in 
cui gli eserciti nemici osteggiavano altrove: del 1512 sul 
Bolognese, del 1849 in sul Ticino. 

Neil' un fatto ai congiurati, nell' altro ai dipendenti dal 
Comitato insurrezionale, da quella italica potenza che pro- 
poneva redimerci, risollevarci a dignità di nazione, si divisa- 
vano i modi, si prescriveva il dì della rivolta *. 

Ne' due commovimenti, il presidio straniero, abbandonata 
l'intera città, si racchiude in castello, vi si fortifica, e molesta 
dall' alto colle artiglierie la città sottoposta 2 . 

In tutti e due la turba infame dei delatori, che più ga- 
vazza e ride ove più grondano le lagrime ed il sangue dei 
conculcati, tenne mano al nemico. In tutti e due per secreto 
messo calato di notte dalla ròcca vengono avvertiti della ri- 
volta Gastone 3 ed Haynau. — Ed un delatore, che nel 1849 
tenea bordone ai nemici del castello, avea casa poco lungi 
dal molino dell' altro delatore del 1512. 

Una tregua misteriosa che il condottiero di Francia otte- 
neva dal Gardona supremo duce dell' oste nemica, lo metteva 
in grado di volgere contro noi tutto lo sforzo dell' armi pro- 
prie 4 . — La tregua di Salasco, la celebre tregua, mette in 
grado l'inimico di staccare dal campo le sue per dirizzarle a 

i. Martinengo, nel citato racconto. E quest' uomo fu il mugnajo che 

2. Spini, Supplem. alle Istorie del Ca- stava fuori di portaPile. GambarA, 
priolo.-GASARius, Deexter. Brix. Gesta dei Bresc. e II, nota 25. 

3. Spini, op. cit. E calato un uomo 4. Martinengo, cit. racconto. - An- 
di notte, lo mandarono a Foixecc. selmi, Sacco di Brescia del 1512. 



I 12 LA LEGA D! CAM «HAI 

Brescia. In ambo gli avvenimenti, durante la lotta, viene no- 
tizia che la città di Bergamo avea scosso il giogo l . 

Nell'uno e nell'altro all' appressarsi del nemico spargonsi 
novelle essere quelle truppe un avanzo del campo battuto, 
e con false lettere in mano (sono parole del Casaro 2 presente 
al sacco del 1512) promettevano V ajuto di potente esercito ; 
così V infelicissima città, cieca nel proprio errore, durava ostinata- 
mente (sembra che parli de' tempi nostri) contro i suoi mali, 
né sospetto era in lei dell" imminente rovina. 

Gastone di Foix penetra notturno entro al castello per 
la porta del Soccorso 3 . 

Haynau vi penetra di notte per la medesima porta. 

Nel 1512 un corpo di valligiani, guidati da Gerolamo Ne- 
groboni, tiene la sommità dei circostanti colli molestando il 
nemico, finché da questo non fu sloggiato di là dopo acerri- 
mo combattimento 4 . — Nel 1849 simil corpo di ribellati, 
con alla testa il Boifava, tenea guardate le medesime cime, 
offendendo il presidio e rimanendovi, finche non venia fatto 
agli Imperiali di ricacciarlo a più lontani siti. 

Gastone per un araldo intima la resa della città, salve le 
vite e le sostanze 5 . 

1. Innoc C\s\MiDe exterm.Brixiance fanti ad assaltare il monastero di 

civitatis Ho eli. Ms. Quir. E, Vili, 4. s. Floriano a mezzo il colle... per 

%.Deexterm.Brix. Cod.Quir. E, Vili, 4. aver facile V entrata al castello 

3. Rossi, Elogi - L. Avogadro.- Spini, per la parte a monte... I fanti 

Supplem. cit. - Gambara, op. cit. — Francesi ruppero quegli uomini 

La porta del soccorso, per dove di Valtrompia. Intesa dagli asse- 

Gastone entrò, fu poi murata. Lo diati (in castello) la venuta degli 

stesso Haynau facevala riaprire pri- amici... cominciarono molto più 

ma assai della sommossa. crudelmente a bombardare la città. 

4- Spini, 1. e. // nemico alloggiò con Quanta somiglianza tra questi fatti 

la vanguardia... lontano due baie- del 1512 e gl'imperiali del 1849! 
strate dalla porta di Torrelunga - 5. Rossi, Elogi - Luigi Avogadro. - 

iubiiamsnic mandò una parte dei Spini, Snpplem. cit. Guicciardini. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 113 

Haynau la intima — qui cominciano le differenze — a a ., 6!2 
discrezione. 

11 martellare a stormo delle campane è segnale ad ambo 
gli assalti l . — Le proposte nemiche sono in ambo rifiutate 
dal popolo e dai combattenti 2 . 

1 Franchi nelF antico, gY Imperiali nel fatto recente, 
tentata indarno l' invasione della città pe' viottoli e per gli 
sbocchi del castello, girando le nostre mura muovono in parte 
a Torrelunga. Ed ecco le parole del Casaro, che diresti nar- 
rarci cose non di tre secoli or fanno, ma del nostro. = 
Frattanto un grosso di nemici scendendo il colle arrivavano a 
Torrelunga : questi di dentro, di fuori altri nemici battendo quella 
porta, riescivano a superarla. Né quest'unica, ma l'altre ancora 
da' nemici esterni vengono ad un tempo in ambo le imprese 
fieramente assaltate 3 . Neil' una e neh 1 ' altra due condottieri 
di qualche nome e di miti sensi rimangono feriti: Bajardo 4 , 
il cavaliere senza rimproccio e senza paura, in quella di Foix; 
Nugent nella imperiale. 

La caccia dei profughi scampati agli eccidj del 1 5 1 2 e 1 849, 
poi che v' ha caccia d'uomini come di fiere, fu in ambi eguale; 
ed il Casaro ci narra come uscissero sovente i fanti del presi- 
dio francese ad inseguire coli' armi gli emigrati qua e là dis- 
persi, come appunto gli Austriaci dopo avuta la nostra città. 
Che se aggiugnessimo essersi prevalso Haynau nella 
terribile oppugnazione del 1849 di materiali da guerra rac- 
colti forse dal presidio francese del 1512. non saremmo cre- 
duti. Fatto è per altro che molte palle di pietra, spettanti 
probabilmente a bombarde antiche, furono scagliate su di noi 
dalle imperiali artiglierie. Si dissero scoperte entro la rocca 

1. Casarius, De exterminio Brixice, 3. Anselmi, op. cit. -Casaro, Cod. cit. 

Cod. cit. 4. Gambara, note alla tragedia ur- 

2. Spini, 1. e. - Rossi, Elogi. 1. e. lana - Luigi Avogadro. 

Odorici, Slor. Bresc. Voi. IX. S 



114 LA LEGA DI CAMBRA I 

a.i»i2 disselciandosi un cortile. Che fossero dei tempi di Gastone 
potrebbe argomentarsi da ciò, che mai non fu tanto apparato 
di guerra in quel castello come dal dì che paventando i Fran- 
chi (1511) un'imminente rivolta, instauratene le torri, le 
muraglie, i terrapieni, accerchiatolo di forti opere militari, 
lo empivano di provvigioni d' ogni fatta * . Se così fosse, chi 
avrebbe detto al Foix quando si preparava all' assalto: pas- 
seranno più di tre secoli, ed un vecchio maresciallo, a ri- 
prendersi quella Brescia che tu stai per conquidere, si ser- 
virà del tuo piano e delle tue munizioni ! 



111. 



MUTAMENTI ALTERNI DI SERVITÙ 

Domata Brescia 2 ma non l' affetto cittadino verso 1' an- 
tico regime veneziano, il Foix tornò al campo (25 febbraio) 
che aveva, come dicemmo, abbandonato; e morì sotto Ra- 
venna il 10 aprile nella più memorabile delle battaglie che 
mai si fossero combattute nel secolo XVI. 

Origine di quel fatto fu la lega 14 novembre 1511 tra 
Napoli ed Inghilterra contro la Francia per ritogliere ad essa 
Guienna e Navarra. Primo passo contro lei parve quello di 
rendere Bologna al papa. La Repubblica legata col papa e 
con Ispagna, non fu smossa da proposte nemiche 3 . Da qui 

1. Capriolo, Storie Bresc. 1. XIV. 3. Lo proposte nemiche venivano fatte 

2. Una descrizione della difesa di Bre- dal Trivulzio al Gritti prigioniero 

scia è nel Sanuto, e. XIII, p.394. fatto in Brescia, e recate al Se- 

Un 1 altra del sacco e della strage nato da Pietro Bressano secre- 

di cui fu vittima lesse il bravo lario del Gritti. Romanin, Storie 

Romanin in una lettera all'oratore Veneziane (Loga di Cambrai), t. V, 

di Roma TI febb. 1512. Secreta. pag. 2G7. 



E IL RITORNO DELLA UEPUB, 115 

la guerra di Bologna e 1' ultima battaglia che nei campi di a .isi2 
Ravenna la chiuse, a grande strage dell' esercito francese, che 
uscì per altro vincitore. La perduranza della Repubblica e del 
papa riconfortò le condizioni di entrambi, e Tarmata di Fran- 
cia ornai pericolava, talché pensò ridursi alla difesa di Milano. 

Partito Gastone, qual rimanesse la povera città ve lo dica 
il Casaro. Fiorente un giorno per affluenza di popolo, dovi- 
ziosissima com' era, e per agi della vita e letizia civile a nes- 
sun' altra delle italiche seconda 1 , giacque ravvolta in quello 
stupido dolore di chi per anco non può capacitarsi della sua 
caduta. La nobiltà che mai non esciva che con isfarzo di servi 
e di clienti, non osava mostrarsi fuor dei palagi dispogliati e 
guasti. Le patrizie donne, cui la mano violenta del Guascone 
avea strappato dal collo e dalle braccia ogni prezioso ador- 
namento, attraversavano, dimesse le vesti e composte a mesti- 
zia, le silenti contrade: mute le officine, vuote le piazze, squal- 
lide le case 2 , perchè i vinti cittadini, o tradotti prigionieri, 
o rintanati nel profondo delle patrie valli 3 , o su pei deserti 
delle nostre montagne, avevano lasciata la cara terra come 
colta e spazzata dalla morìa. 

Fu un istante di conforto quando all' aggravarsi delle 
cose di Francia, allo scendere dagli Appennini di verso il Po 
d' altro esercito veneziano e papalino, e al sopraggiungere 
d' altri Svizzeri (che non mancavano mai dov' eran buone le 
paghe, qualunque fosse il partito, e quelle della Repubblica 
lo erano), vedemmo in ritirata il campo dì Lodovico, che ri 



1. Io quanto alle dovizie della nostra bardia, ma di ricchezze, eccettuato 

città, accordasi col Casaro il Guic- Milano, superiore a tutte le altre», 

ciardini (Stor. Ital. 1. X, e. IV, 1512): 2.CASARIUS, De exterm.Brixice,\etieYa. 

«Così cadde in tanto esterminio prima, data da Mantova nell'abazia 

quella città non inferiore di nobiltà di s. Rufino il 16 aprile 1512. 

o di dignità ad alcun 1 altra di Lora- 3. Spini, Supplem. al Capriolo, p. 287. 



I1G LA LEGA DI CAMBBA1 

a .i5t2 tornato sul Veneziano, attraversava le nostre contrade. Rag- 
gruppati a Pontoglio, tentarono i Francesi una fazione sul 
Mincio, ma non riuscì: respinti, piegarono a Pontevico; e 
lasciati in Brescia nel loro passaggio duecento lance ed un 
tremila pedoni, passarono sul Lodigiano e sul Milanese. Non 
è a dire qual governo facesse intanto della misera Brescia il 
presidio straniero, che sdegnato dell'avversa fortuna e delle 
città perdute (perchè ornai fuor che Brescia, Crema, Cremona, 
Peschiera, Legnago, il castello di Milano e qualche altra for- 
tezza di minor conto, avean tutte levate le insegne di s. Mar- 
co *), sfogava il dispetto sulle poche rimaste avverse ad essi 
ed in attesa di libertà vicina. Aggiungi la pestilenza che per 
1' aere corrotto dai cadaveri insepolti e per lo transito dei 
Francesi indirizzati a Milano, semenzaio di peste eh' erano 
sempre, ornai pigliava il campo. Aggiungi la fame che per la 
. vuota città stringeva il cuore, e le taglie replicate, e le con- 
fische e i bandi che pur continuavano, e vedi qual ci lascia- 
vano gli eserciti di Francia miseranda memoria 2 . 

E gli usciti anch' essi radunando nei loro castelli uomini 
ed armi, risollevando le valli, scendevano cogli alpigiani ad 
offendere il presidio e tempestarlo qua e colà, facendo per 
le borgate del territorio una guerrilla minuta e dolorosa, per 
cui Bovezzo, Cortine, Concesio, Mompiano, Collebeato, 
s. Eufemia, tutte insomma le terre suburbane, fatte campo di 
scontri e di azzuffaglie, venivano diserte, calpestate, messe a 
ferro e fuoco. Dal canto nostro i villici assembrati ed in armi 
rompevano gli acquedotti di Mompiano perchè mancassero le 
fonti ai soldati dell'urbano presidio, e ne pativa intanto la intera 
città 3 ; ed appressandosi con rapide scorrerie fino alle porte, 

1. Casarius, De exlcrm. Drix. lettera 3. Giacomo Ncgroboni da Valtrompia, 
II, Brescia 14 novembre 1513. che nel giugno del 1512 ebbe parie 

2. Spini, Supplcm. al Capriolo, p. 287. principalissima nei fatti municipali 



E IL IUTOKJNO DELLA RliPUB. 



117 



quanti Francesi venivano colti uccidevano e dispogliavano. Era 
in somma una lotta di rappresaglie e d' ira che amici ed ini- 
mici consumava del pari, ma forse più i nostri perchè sban- 
dati e senza disegno che regolasse quegli acerbi conflitti, 
mentre il presidio uscendo a corpi disciplinati ed interi ne 
faceva il suo prò. Inutilmente le genti del contado mettean 
suir alto dei colli e delle torri le scolte che all' appressarsi 
dei militi dessero gli avvisi: inutilmente le povere fami- 
gliuole, seco recando le domestiche masserizie, lasciavano 
diserte le case fino a che non fosse passata la bufera. Perchè 
a cogliere le terre all' impensata i militi forestieri uscivano 
di notte dalla città, saccheggiavano, uccidevano, incendiavano, 
e rientrandovi carichi di preda, traevano con sé que' prigio- 
nieri cui per la taglia salvassero la vita. E i villici di rimando 
nell'impedire che vittovaglie toccassero le porte cittadine, se 
offendevano i nemici, affamavano i fratelli. E i nemici si 
ricattavano col ferro e cogli incendi radendo al suolo coll'im- 
peto francese le più ridenti ville suburbane, mentre armati sui 
monti o dentro le rócche circonvicine di qualche nobile po- 
tente ne aspettavano i nostri la ritirata per uscirne a mole- 
starli dietro le spalle, pronti sempre, quando volgessero la 
fronte, a risalire i gioghi e rinchiudersi nei guardati recinti. 
Il castello di Valerio Paitone era appunto ritrovo di un 
forte assembramento di valligiani, che fieri di tanto duce, 



ed avea lettere e mandati amplis- 
simi della Repubblica (14 giugno), 
ebbe assunto il deviamento delle 
acque di Mompiano (9 luglio) quan- 
do i Veneti s 1 accoglievano in Ro- 
vato per dare l'assalto a Brescia, 
i quali raccomandavano al Negro- 
boni di distruggere la notte ciò che 
iFrancesi, per aver Tacque in Bre- 



scia, facevano di giorno. In altre 
lettere (12 luglio) si lamentano che 
i nemici le abbiano riprese, ed in- 
sistono perchè dal Negroboni ven- 
gano disperse, che se avesse cin- 
quecento provisionali ed ottenesse 
qualunque impresa diffìcile, non gli 
riuscirebbe tanto di lode quanto il 
divertir dette acque. Benem. cit 



I 18 LA LEGA DI CAMSRAI 

respingendo le nemiche ordinanze quantunque volte s'appre- 
sentavano al ridotto di Monticolo, bastarono quaranta giorni 
a quelle incondite battaglie. Se non che all' alba del 26 di 
luglio, uscito da porta Pile con mosse tacite e simulate il 
presidio francese, la vallicella di Nave, senza che le scolte se 
n' avvedessero, fu invasa. Non vi dirò qual governo facessero 
della meschina, però che Y animo ne rifugge impietosito. 
Dall' alto di monte Palozzo il povero Casaro udia salire tra 
il fumo e le faviile dell' arse terre le grida e lo schiamazzo 
dei militi esultanti d . Toccarono a Paderno di Franciacorta 
eguali sventure, dove donne ed uomini si trucidavano del 
pari, talché non restarono che cinquanta di quegli infelici. 
Arrogi quel malanno degli Svizzeri, che pagati dalla Re- 
pubblica, ne svaligiavano gli stessi accampamenti, e sulla 
terra veneziana facevano rappresaglia come in terra nemica. 
Ma la Repubblica già pensava ritogliere alla Francia la 
provincia nostra. Piantato il campo ne' luoghi suburbani, te- 
nea costretto il presidio alla cerchia delle mura e ne impe- 
diva le uscite, e duplicava l'inopia dei viveri e delle provi- 
gioni. Da quel campo mandava lettere alle valli ed al piano 
eccitatrici della rivolta 2 , mentre i Comuni di Valcamonica 
spedivano rappresentanti a Pietro Longhena Provveditore 
della provincia offerendosi all'impresa 3 , e questi mandava 
loro per capitano Scipione Lana. La ròcca di Rreno fu 
consegnata il 30 agosto a Mattia Zantani Provveditore della 
valle per conto di s. Marco. 

1. CasàRIUS, De exterminio Brixicc, vato. I mossi Camuni furono An- 
Epist. II. - Spini, Supplemento al tonio Monno, Bernardino Ronchi e 
Capriolo, p- 289. Stefano Gentilino. 

2. P. Greg. da Valcam. Tratlenim. 3. D 1 essa rivolta parla il Comparoni, 
Camuni, p. 551. Ivi la lettera del Stor. delli valli Trompia e Sabbia. 
Longhena 10 giugno data da Ho- Salò 1805. 



E IL niTORNO DELLA REPUB. HO 

In quanto all' altre valli Trompia e Sabbia, una lettera a .ma 
15 maggio 1512 del castellano di Brescia ricomparve tutta 
miele e tutta condiscendenza; segno che dettava la paura, 
molto più eh' egli per messo aveva inteso come fosse immi- 
nente fra quelle valli una rivolta. Veniva il castellano racco- 
mandando in essa l'amico suo Battista Mariarolo, mandato in 
Valtrompia a trattare all' amichevole per profitto della regia 
Maestà. Ma il 26 di quel mese fu in Tavernole, sedia del 
Consiglio valligiano, trucidato il portatore della lettera, men- 
tre in Gardone si uccidevano ad un punto Bernardo del Car- 
retto e Prospero di Colle commissari del re nelle due valli, 
e con essi i lor cagnotti di Francia che li guardavano l . 



Fatto sta, che radunatosi in Gardone dal nob. Giovanni 
Secco e Giovanni Mutti, commissario il primo, l'altro sindaco 
di Valtrompia, il Consiglio valligiano, dimandavano che 12 
triumplini stessero all' obbedienza del Secco, ed altri 42 si 
mandassero a Brescia requisiti da S. E. il Governatore, a spe- 
se della Comunità. Quell'ordine suggerito dalla dubbia fede 
valligiana chiedeva statici senza mistero perchè le valli stes- 
sero in freno. Aggiungi le inquisizioni e le condanne di 200 
alpigiani, contro d' essi gridate il 1° d' aprile come ribelli 
del re di Francia, e sovra questi contro Giacomo Graziotti e 
Giovanni Sarasino, benché fuggiti all' ira di Gastone; donde 
un' arcana e subita congiura di cui non si conoscono le fila, 
e che cercava col sangue dei commissari di Francia sbaraz- 
zarsi della straniera servitù 2 . 

1. Benem. delle Valli, ms. 103, p. 147. Prospero Colle commiss, in Val- 

Sotto la lettera del castellano: — trompia et Bernardo Coretto com- 

A dì 26 del sopradetto mese di miss, in Valsabbia, et i satelliti 

maggio il sopradetto G. B. Maria- loro nella terra di Gardone. 
roto fu morto in Tavernole dove 2. Il Comparoni, Stor. cit. p. 287, dice 

era radunato il Consiglio, e V i- avvenuta l' uccisione di quegli in- 

stesso giorno furono ammazzati felici il 16 maggio tosto dopo l' a- 



120 LA LEGA DI CAMRIUI 

Né la Riviera di Salò stette inerte al comune riscatto. 
Antonio Loredano eh' era suo Provveditore, sul principiare 
di maggio v' entrò coi militi della Repubblica, e al 5 giugno 
invitava con lettere le patrie valli ad operare d' accordo i ; 
ed esse a porre in armi 300 militi ed eleggerne condottiero 
Angelo dei Rota, ed altri 200 porne a disposizione del Lo- 
redano, e profferirne quanti le valli avessero potuto metterne 
in campo ad associandum stendardi s. Marci et ad faciendam 
intratam Brixiw 2 . La Repubblica intanto con sue lettere alle 
valli ed alla Riviera, manteneva queste brame del suo ritorno 
e quest' odio rinascente contro Y armi straniere, volonterosa 
di estirparle 3 , perchè diceva, n' è dato al presente il tempo 
di eseguir il vostro desiderio è V occasione di liberarvi dalla ti- 
rannide Gallica; e non solamente le persone vostre, ma le facoltà, 
figli e discendenti saranno liberi dalla servitù loro e ridotti all' an- 
tica libertà sua da voi super modum desiderata 4 . Sicché lor- 
quando fu il momento (16 agosto) di più stringere l'assedio 
intorno a Brescia, i veneti Provveditori dal campo di s. Zeno 
scrivevano alla Valsabbia ringraziandola dei 360 fanti man- 
tenuti per la Serenissima nella spedizione di Rocca d' Anfo; 
rammentando ai valligiani d' aver promesso che quando venga il 
tempo di stringer Brescia, se non bastavano li huomini venimmo 
le loro mogli, e che il tempo dell' opera s' avvicinava 5 . 

La Riviera di Salò, posta ai limiti della provincia, passò 
più volte nel solo 1512 da Francia alla Repubblica: poiché 
tenuta fino al 30 gennaio da Enea Crivello commissario del 

dunato Consiglio. Da' miei citati 1. Benemerenze, p. 150. 

docum. risulta del 26. Dieta die 2. Consiglio 18 giugno 1512. Bene- 

26 Maj 1512 occhi fuerunt ambo merenze, p. 152. 

Commiss. Gallici Vallis Trumpie 3. Luterai tempore Belli Gallorum 25 

et Vallis Salii cum omnibus suis giugno e 5 luglio. Benem. cit. 

satcllit. in Terra Gardoni. Bene- 4. Lelt. 8 agosto 1512. Benem. p. 157. 

merenze ecc. Cod. 103, p. 1 49. 5. Lctt. 16 agosto. Benem. p. 159. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. ÌM 

re, fu ripigliata il 31 dai Veneziani che vi mandavano Prov- 
veditore (6 febbraio) Ermolao Gritti. Venti giorni dopo sor- 
venivano i Francesi, ed il Crivello ritornò: tre mesi appresso 
(26 maggio) Marco Antonio Loredano vennevi governatore 
pel veneto Senato * . Ma questi rapidi mutamenti di un giorno 
non valevano che a rendere più vivo il desiderio della Repub- 
blica veneziana, che coli' arti e colla saldezza de' suoi pro- 
ponimenti emerse vittoriosa contro leghe avvedute e pode- 
rose. Onde 1' 8 di giugno armavano i Benacensi mille cavalli, 
e mille ducati offerivano con essi allo Stato per la guerra 
francese (17 luglio), e tre legni armati gittavano in lago 
per l'assedio di Peschiera (17 settembre), e 400 guastatori 
(15 e 28 ottobre) mandavano all'esercito della lega 2 . 

Anche le terre pedemontane ardevano dell' uguale fer- 
vore. Giorgio Lodrone conte di Castel Romano fingendosi 
tutto preso di tenerezza per la grossa borgata di Gavardo, le 
scriveva da Brescia (25 febbraio) — non essersi dimenticata 
1' amicizia fra i Lodroni e la quadra di Gavardo; avvertisse 
che gran fuoco si apparecchiava contro di lei per le sue di- 
mostrazioni contro il re Cristianissimo: aver egli per altro 
messo bene in corte pel suo Comune talché venivagli concesso 
di trattare cogli uomini del paese: si adunassero dunque, par- 
lassero tra di loro, sicché alla sua venuta fosse pronta qualche 
somma di denaro. Sapienti panca. Valete 3 . Che avvenisse 
non so. Certo è per altro che al 22 di ottobre Leonardo Emo 
Provveditore scrivea dal campo di Brescia: Consoli Comuni 

1. Lumen Revelat. Registro di docum. 2. Idem, f. 256, De Fidelitate Ripericc, 

dellaRiviera, dalla sua dedizione alla p. 277, De Guastatoribus. 

Repubblica sino al 1620, Codice 3. Cod. Quirin. H, V, 4, Previl. Comm. 

presso TArch. Coni, di Salò, f. 10. Quadrarum Pedemontis videlicet 

Nomina Rectorum Riperice ab a- Gavardi, Navis, Casteneduli et Re- 

deptione Serenissimi Domini. zatì etc. Ivi la lettera del Lodrone. 



122 LÀ LEGA DI CAM BUM 

..ut a et homcni fedelissimi di Gavardo et Quadra. A consolatone et 
gaudio vostro vi notifichiamo come Brescia sarà dell' III. S. N. 
et a questi zorni piacendo alla Maestà delV Altissimo siamo per 
far V entrata et V acquisto di essa: e perchè lo vogliamo far hu- 
norata et con le nostre zente di arme, vi preghiamo come buoni et 
cari et fedelissimi amici della prefata 111. S. N. che vi piaccia 
venir quanto più numero di homeni potrete con le vostre arme 
più presto che sia possibile a tal che da lunedì in qua vel saltem 
per tutto lunedì voi siate qui con detti vostri armati per poter 
accompagnar il vexillo del Bedentor nostro s. Marco, et gauder 
insieme con nuoi questa allegrezza. 

Nuoi si persuadano certo che non mancherete di questo, però 
che in ogni tempo et dispendio et dispiacere havete mostrato il 
valore della fede vostra, però siamo certissimi che anco a questo 
non mancherete sì che con ogni celerità vi aspettiamo. Dat. ex 
felicibus castris apud Brixiam die 22 octob. 15 J 2. Leonardus 
Emo ProvisorAgri Brixiani. Pochi giorni prima (10 settembre) 
lo stesso Provveditore notificando alla quadra di Gavardo 
come hieri a hore 22 felicissimamente si ebbe la terra di Crema, 
soggiungeva: et perchè etiam volemo fare questa impresa di Bre- 
scia per liberarvi dalla tirannide di questi Francesi, però vi pre- 
ghiamo et comandiamo che subito subito dobbiate mandar di qui 
quanti più armali potete, et questo farete senza alia dimora ac- 
ciocché si conosca la fede et divotion vostra verso la III. S. N. 
Non altro ' . 

Le venete sollecitudini per l' impresa di Brescia non si 
arrestavano qui. Cristoforo Mauro e Paolo Cappello Provve- 
ditori, dai bresciani accampamenti scrivevano il 12 ottobre 2 : 
Essendo nuy stati li proximi giorni preteriti de opinione de dar 
la battaglia a questa città per ricuperarci dalle mani dei Fran- 
cesi perfidi inimici, procurando de haver quel più numero de 
1. Coti. Quir. II, V, 4 cit. 2. Cod. Quirin. F, V, 5. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. Ilo 

fedelissimi snidili della III. S. che posibel ne fusse, dasemo cargo 
per nostra patente al fidel de quella D. Alexandro Foresto chel 
dovesse transferirse nelle vallade et territorio Bergamasco sapen- 
do el credito V ha in quello chel dovesse condurne de qui quel più 
numero de homeni apti a la guerra chel potesse. E perchè è con- 
veniente, attestamo et facemo fede come el prefato D. Alexandro 
condusse de qui per la causa suprascripta da cinquecento in sei- 
cento boni homeni quali steteno de qui fino avessimo bisogno. 

Gli espulsi cittadini e que' fieri ottimati che lasciato il paese 
per non servire a Francia aspettavano gli eventi nei loro ca- 
stelli, avevano già mandato Francesco Sala al doge veneziano 
per avvivare tra i Veneti, colla certezza della nostra fede, le 
cose della guerra. Rispondeva per lettere Loredano — aver 
sentito con gaudio le speranze bresciane pei felici eventi della 
Repubblica: promettere agli esuli cittadini che presto avreb- 
bero riveduti li domestici focolari : a questo effetto aver già 
spedito Leonardo Emo e buon polso di fanti e di cavalli nella 
patria loro terra: non temessero, che Rrescia verrebbe tosto 
alla madre antica: stessero uniti e preparati al cimento, però 
che la Repubblica non avrebbe mancato alle sue promesse l . 

In quanto al piano della provincia, per citarvi un solo 
esempio, mi varrò di Ghedi, contro cui Roberto Stuard ca- 
valiere dell' Obegny si lamentava (31 maggio) per Y insolente 
disobbedienza del Comune. Ma già Pietro Longhena due set- 
timane appresso (13 giugno) entrava nella terra a nome di 
s. Marco, e ne armava le cernide: mentre Leonardo Emo 
Provveditore, radunato Y esercito nei campi Rovatensi, con 
sue lettere 5 luglio, significando esser venuto a liberarli da li 
tiranni et crudeli deportamenti de li nemici nostri, chiedeva loro 

1. Cod. 70, p. 40 della mia raccolta. Loredano ai Magnifici e spettabili 

Ex Liber Provision. 1512, 13, Nobili e cittadini di Brescia, 3 

14, 1. i. - Ducale di Leonardo Indio 1512. 



a. 1512 



124 LA LEGA DI CAMBBÀ1 

a .,5i2 500 armali perchè si conducessero a Rovaio, dove se fa la 
massa per la expedilione de la impresa de Brescia (10 luglio), 
o che fosse albergato in Ghedi Scipione Ugoni co' suoi 400 
provvisionali che lo seguivano. Altre lettere dell' Emo di- 
mostrano che il 20 luglio l' intero esercito era in assetto 
ne' campi di Rovato per la fazione 4 . 

Tutto era in pronto, e a grandi masse procedeva V ar- 
mata veneziana stringendo sempre più quella di Francia du- 
ramente costretta a chiudersi nell'ambito della mura, mentre 
il campo della Repubblica più s'appressava, e più lo ingros- 
savano i venturieri per amore di preda, i cittadini per quello 
di libertà. 11 forte della battaglia pose le tende alle radici del 
Goletto, e le bombarde piantate fuori di porta s. Giovanni 
fulminavano ad un tempo (era il settembre) la ròcca e la 
città. Vivacissima fu la difesa, e parapetti improvvisati colla 
spigliata alacrità dei soldati di Francia, sorgevano di fronte 
alle nostre batterie. Trentamila uomini sforzavano V entrata 
delle nostre porte, dove un misero presidio di poco più che 
tremila rendea vano il conato d' un esercito intero; sicché i 
veneti Provveditori, lasciata Y impresa, e più sperando nella fa- 
me e nella peste che nella loro virtù, pensavano sbaldanziti ad 
un assedio. Già levavano le inutili artiglierie; già si prende- 
vano gli appostamenti pel blocco 2 , e gli alleati di Spagna e 
dell'Impero si tenevano sicuri della preda. Ma sia che l'Obegny 
vedendosi racchiuso e presso il verno, disperato d' aiuti e 
sfiduciato della riuscita, nò volendo venire a! patti coi Vene- 
ziani, mandasse avvisi al Cardona che nelle terre di Toscana 
infelicemente rimetteva i Medici nell' ambito seggio; sia che 
1' avido Spagnuolo, terminata l' impresa, vedesse in quella di 
Brescia un altro appiglio da far denari, entrò nel Veneto, fu 

I. Registro di Ordini pubblici del Co- possed. dalla sig. Maria Sandri Goffi, 

mime di Ghedi dal 1510 al 1523, % Spini, Sopplem. p. 291. 



E IL RITORNÒ DELLA REPUB. 125 

sul Bresciano, e giunto nel campo della Repubblica intorno 
alla città, messosi fra i combattenti, s' adoperò per guisa 
che T Obegny (Aubigny) ponesse la patria nostra nelle sue 
mani. Spiacque alla Repubblica quel fatto 1 ; ma il viceré 
tenne Brescia in allora per conto della lega. 

Dal complesso delle cose e delle testimonianze parrebbe 
che Lodovico, abbandonato l' acquisto di Lombardia, tentan- 
do i modi a porre la sconcordia fra i collegati, secretamente 
comandasse all' Obegny che non potendo resistere, lasciasse 
pur la città, ma non la consegnasse a coloro che pei trattati 
di Cambrai non vi avevano diritto. Da qui forse la chiamata 
del Cardona e lo scomporsi della forte alleanza. L' arti del 
Trivulzio sorvennero in buon punto; e tanto si pose intorno 
a' nunci veneziani, che riuscì di staccarli dalla lega e far- 
neli confederati del proprio re. Di queste origini francesi 
della nostra cessione farebbe testimonianza il Martinengo do- 
ve narra che Lodovico spedì un messo a Brescia dal castellano ed 
a mons. Benigno (Aubigny) comandando .. . che venendo il campo 
delli Spagnuoli, a quelli dessero il castello e la città 2 , rinno- 
vando con essi un accordo che valse al Gritti ed all' Alviano 
la loro liberazione. Supremi patti di quella lega eran questi, di 

l.Parmi errasse il Romanin,L V,p.277, HispanarumDuee D.Raimondo de 

dove dice che 1' Obegny desse al Cardona. - 28 detto, Hispanorum 

principe di Cariati per l'imperatore exercilus ospitatur in agro Bri- 

laciltàdi Brescia. Starei collo Spini, siano omnibus expensis brixiano- 

l.cit.-colCoDAGLio. Stor.Orceana, rum. Cod. 13ì della mia raccolta, 

1. V, p. 130 - col Rosmini, t. Ili, p. 52, Schede Zambon.- 11 Cardona 

Stor.Mil. a. 1512, p. 373, dove dice era dunque venuto davvero con tutto 

che Brescia, tanto sangue costata l'esercito. Fu Legnago e Peschiera, 

alla Repubblica, fu accordata al nonBrescia, che vennero consegnate 

viceré di Napoli: tanto più che agli agenti dell'imperatore. 
in un codice Mazzuchelliano del 2. Martinengo, Relazione ecc. più volte 

secolo XVI era la nota 1512, 9 citata, e data nel Rosmini, t. IV, 

ottob. Aplicucrunt Gaidum Copiai Stor. Milan. Ducimi, p. 346. 



120 LA LEGA DI CAMBRA! 

rimettere le cose com' erano pel trattato del 1499; avessero 
cioè li Veneziani Cremona e 1' altre terre di qua dall' Adda; 
Lodovico il restante del ducato di Milano; restituzione degli 
esuli alla patria; restituzione dalla Repubblica al re di Fran- 
cia delle bombarde lasciate in Brescia dall' esercito francese 
negli ultimi avvenimenti. 

Il disinganno e l'ira della Serenissima così colta dai tra- 
nelli del Cardona e fors' anco dell' Obegny, avvezza nelle cose 
degli Stati ad aver nome di previdente ed avveduta, fu tanto 
più grande in quanto che già tutto era pronto per un solenne 
ingresso. Nò il Cardona s' aperse intero ai veneti Provvedi- 
tori; ma fìngendo trattare coli' Obegny la resa di Brescia per 
conto della Repubblica, stesi i capitoli, tanto seppe 1' astuto 
avvolgere sue reti, che i Veneti sicuri del fatto loro avevano 
già scritto ai valligiani (24 ottobre) venissero a far nobile 
corteggio nel solenne ingresso allo stendardo di s. Marco, e 
i valligiani radunati dal Consiglio per le rassegne nella solita 
pianura di Pregno (i prati di Roncalia delle nostre valli), s' e- 
rano preparati. Quando all'uscire del presidio francese l'Obe- 
gny consegnò le chiavi al Cardona eh' entrava in Brescia 
cogli Spagnuoli dichiarando la piazza presa a nome della 
lega. Anzi aggiunge il Martinengo, che ritrovandosi l'esercito 
della Serenissima aMompiano (e quel prode non vi mancava), 
Raimondo da Cardona venuto a Ghedi col suo campo male in 
arnese, fece invito a quello dei Veneziani di venirsene colà per 
le mostre della lega: e fu in quel castello che il viceré trattò 
la resa di Brescia salve le robe e le persone. Raimondo pro- 
mise di porla nelle venete mani tosto avute risposte da Giu- 
lio II e dal suo re. L' esercito veneziano si ridusse intanto 
alla Riviera di Salò., e gli Spagnuoli rimasero alzando li fianchi 
molto bene a costo e rovina nostra 4 . 

1. MARTINENGO, Relaz. cit. p. 347 e seg. del l. IV delle Stor. Mil. del Rosmini. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. {TI 

Da qui, come vedemmo, l'origine di un/ altra lega, quella «.m» 
di Francia e di s. Marco, mentre il pontefice trattava coir Im- 
pero promettendo escludere d' ogni accordo i Veneziani e 
di perseguitarli col ferro e colle Bolle * . Ma Giulio moriva 
(21 febbraio), e quella morte dovea cambiare l'aspetto delle 
cose di Terraferma, e primo frutto parve il trattato fra Luigi 
e la Repubblica, così detto diBlois, segnato il 23 marzo 1513. 

Scendeva dunque, secondo i patti, da Val di Susa per a.ms 
riprendere Milano Y esercito di Francia, e n' erano duci Lo- 
dovico de la Tremouille e Giangiacomo Trivulzio. La Repub- 
blica dal suo canto nomava un' altra volta 1' Alviano tornato 
allora di Francia, statovi a lungo prigioniero pel fatto di Ghia- 
radadda. 11 15 maggio 1513 ebbe con molta solennità il ba- 
stone di capitano, e partito per V esercito, trovando ad ogni 
passo favorevoli le genti, ebbe tosto Valeggio, Peschiera e 
la stessa Cremona. E certamente la guerra sarebbesi alla 
breve terminata, se Massimiliano, comperati gli Svizzeri, non 
avesse colle battaglie di Riotta e di Novara scompigliata l'im- 
presa di Francia ed obbligato l' Alviano a raggrupparsi all'A- 
dige. Leon X, susseguito a Giulio II, e eh' erasi accostato alla 
Repubblica, vedutone il tracollo, tentennava. Massimiliano 
insuperbiva; e la infelice Venezia, perduta quasi Y indipen- 
denza dell' opera, sbalestrata da Francia e dall' Impero, ve- 
devasi costretta mendicare le terre che, ornai scaduta la ma- 
rittima possanza, rimanevano sole a darle un po' di vita. E- 
saurita dai prestiti e dalle tasse, pareva imminente la rovina 
dello Stato. L' Alviano, sempre là sulle rive dell' Adige, sa- 
puto l'avanzarsi degli Spagnuoli, ripiegò su Padova e Treviso; 
e lasciatele da un canto, 1' audace Cardona, piuttosto ad or- 
goglio che per disegno, volle che da Malghera tuonassero i 
cannoni di Spagna (ottobre 1513) contro Venezia 2 . 
1. Sanuto, Diario 5 dicembre 1512. 2. Arch.St. del Vieusscux,p. 997, t. VII, 



128 LA LEGA DI CAMBBAI 

a .»5i3 Mentre accadevano queste cose, i conti Lodroni, imperiali 
d' origini e di parte, ingrossate le tedesche bande ricomparse 
alle vette dei nostri monti, assaltavano Rocca d' Anfo, soccor- 
sa indarno dalle cernide della Riviera l , mal difesa dal Priuli 
Provveditore, che fuggendo vi lasciò quattro militi, Giovanni 
Pezzarossi di Bagolino, Bucella d' Anfo, Tongino d' laro ed 
un Mabellino. Registro i nomi perchè in mezzo alle fughe 
veneziane veder quattro Valsabbini contendere sol essi ad un 
esercito la ròcca d' Anfo e non venire a patti e morir sul 
patibolo per amore di patria 2 , ci riconforta a non discono- 
scere in quel secolo sublimi prove di cittadina virtù. 

Del 1515 que'Lodroni stessi atterravano laròcca,seco por- 
tando ne' feudali castelli le munizioni; se non che i valligiani la 
rialzavano quasi tosto 3 . Ma tornando ai casi primi, Valtrompia 
resisteva, e il capitano Francesco Pocopanni con lettere della 
Repubblica (4 giugno) vi raccoglieva 300 armati 4 , mentre i 
colli benacensi venivanominacciatidaiTedeschidelRogendorf, 
che dalla vinta Verona, sotto pretesto di rappresaglie, mandava 
intanto al castello di s. Felice sul lago di Garda, terra deli- 
ziosissima della nostra Valtenese, questo foglio gentile : 

Guielmus Baro de Rogenndorff Cesarea; Majestatis Capita- 
nens generalis. 

Fatiamo intender a vili Massaro Comune et homcni de s. Fe- 
lice che essendo questi giorni passati nela fine de la Tregua fra 

1. Lumen Revel. Cod. cit. De Fideliiate a p. 45 e docum. a p. 160, 161 

Riperice, p. 256: 1513, descriptio La lettera del Ducale Provveditore 

militum missorum adpassum Mon- diceva tra V altre cose: - A voi Co- 

tanee et ad succursum Arcis Anphi munì et homcni della Valtrompia... 

10 Maii 1513. mandiamo da voi il fedcliss. Citt. 

2. Alberto Panelli, Storia ined. di di Brescia D.Giov. Francesco figlio 

Bagolino, presso di me, a. 1513. di D. Scipione Pucopanni al quale 

3. Idem. con ogni celerilà ecc. Brescia, 4 

4. Bcnem. delle Valli, Cod. 103, narr. giugno 1513. 



K ÌL RITORNO DELLA RKPUB. 129 

la Cesarea Maestà et Veneciani, furono assaltati et facli prigioni a .i 
da Marcheschi circa quindexe soldati nostri et amazato uno sub- 
dito della M. Ces., quali havendo così rotto guerra contro, epsa 
Ces. M. siamo nui similmente costrecti per il debito dell' officio 
nostro perseguitar cum ogni violentia et impeto dicti Venetiani et 
tutti li sui subditi: et essendo vui al presente subditi al Dominio 
Veneto, sareti ancor vui reputati et cum ogni crudelità perseguitati 
et tractati inemici et rebelli della prenominata C. M. non senza 
grandissimo et ultimo suplicio destructione et ruina vostra. Ma 
sapendo nui la predicta S.ma Ces. M. esser più desiderosa per 
solita sua clemencia redime ciascuno errabundo a la umbra sua 
piacevolmente, che cum effusione de sangue et sacco, ve exortemo 
et rechiedemo che in termino de giorni tre vi debiati rendere a la 
prelibata Ces. M. come al vostro vero et legitimo signore et 
principe, et nui per nome suo cum ogni gratia vi riceveremo ne la 
sua protezione restituendovi in quella medesima libcrtade ne la 
quale sono altri subdili sui, prometendovi defendere ad ogni biso- 
gno et remetendovi per la presente qualunque injuria che aveste 
con S. M. over subdili de quella, comessa ecc. — Et si ultra 
questa benigna admonicione nostra preferiti come obstinali ne la 
opinione vostra volendo adherir a dicti Venetiani, saremo con- 
strecti non senza destructione vostra cum le arme, sacco et ogni 
altra crudelità convincervi et trattarvi come inimici et rebelli de 
essa M. Cesarea. Ma confidandone ne la prudencia vostra spe- 
ramo fareti in questo come richiede el comune comodo et perpetuo 
honor vostro. Dat. Veronae die XII Mai M.D.XIII l . 

Questo documento n ? assecura che i Benacensi mantene- 
vansi tuttavia nella fede veneziana, e queste intemerate pre- 
cedenti al fatto palesano l' impotenza nel Rogendorf d' una 
fazione che lo staccasse da Verona. Soltanto al 27 di giugno 

1 .Cod. 87 della mia race. Nelle memorie da me pubblicale nel 1858, p. 23, 

della chiesa e del castello di s. Felice diedi parte di questa lettera curiosa. 

Odorici, Stor. Brcsc. Voi. IX. 9 



130 LA LEGA DI CAMBBA1 

a «5is Francesco Valdes prò rege Cattolico pigliava possesso della 
Riviera ' , essendone partito il giorno prima Daniele Dandolo 
Provveditore e capitano: mutamenti rapidi, incerti, procellosi 
di signoria che la potenza dell'armi cangiavano secondo for- 
tuna e desolavano le terre, che quasi merce passavano dal- 
l' uno all' altro venturiero. Intanto, come suole nei tempi di 
transizione, ribaldi e masnadieri correvano la provincia or- 
ganizzati, potenti, risoluti agli estremi delitti. Onde il conte 
di Soli, governatore di Brescia pel re di Spagna, mandava 
editti per le valli contro di loro, comandando fosse lor data 
la caccia, perchè non venisse creduta la valle intera d'intel- 
ligenza con essi: quest' era almeno il loro tenore. 

Accusa e minaccia in cui s' asconde il sospetto che quelle 
Truppe d' assassini, di ladri e di sicari 2 , come suona il decreto, 
vestissero carattere in alcun lato politico, e fossero composte 
o di esuli Marcheschi o d' uomini che fuggendo le indagini e 
le condanne di Spagna, serbandosi ad altri tempi, vivevano 
di rapina, poiché indarno dalla Repubblica, quasi agli estremi, 
poteano essere mantenuti. Massimiliano intanto compiva le 
sue promesse; e il 13 aprile a' suoi fedeli Antonio e Seba- 
stiano dei Lodroni donava in premio di fedeltà la sua terra 
di Bagolino col mero e misto impero, la terra tante volte per 
essi usurpata, perduta e ripigliata. 

Valcamonica, richiesta d' alloggi pel Cardona, stette in sul 
niego: non arrischiandosi ad obbligarla coir armi, il viceré 
scese a qualche negoziato, e fu che i valligiani riconoscessero 
(1 marzo) qual grazia V esenzione di quegli alloggi. 

1. Lum. Rev. Cod.cil. f. 10 e scg. No- 2. Annali della Comunità di Bovegno, 

mina Reciorum 1512, 17 Jul. Da- compilati da Pietro Vollolina d'Iseo 

nielDandulus Prov.elc- quireeessit nel 1765, Cod- presso il Comune 

26 Junii 151 3 efc. 1513, TI J unii di colà. Transunti nel mio Codice 

Frantiseli* Valdes prò rege Cathol. 70, pag. 61. 



E IL RITORNO DELLA REPUI3. 131 

All' apparire di Lorenzo da Chieri, un veneto capitano 
mandato per la riscossa di Bergamo e di Brescia, la valle si 
levò, offrì denaro e genti; e Brescia medesima il 31 di maggio 
con un colpo di mano, potentemente favorito da Cornino Mar- 
tinengo, dal Paitone, dai pochi ed esuli resti dei congiurati 
di s. Domenico, e dalle valli, fu da Lorenzo ripresa. Era un 
fatto isolato; e il Chieri stesso coglieva l' istante pericoloso di 
una ritirata degli Spagnuoli sotto il Po verso Novara, non 
lasciando in castello che un centinaio di fanti 4 : ma fu per 
soli otto dì; e il Cardona irato contro i Camuni eh' erano 
accorsi all' appello del Chieri, reduce dopo il fatto di Novara 
sulla nostra provincia, cacciò nelle loro borgate, venuti di 
Valvenosta, di Valtellina e da'Grigioni, un branco piuttosto di 
saccomani che eli soldati, che la vennero acconciando per le 
feste. Lieve balsamo a quelle ferite fu per essi la visita pastorale 
del vescovo Paolo Zane, al quale dimanderemo perchè avesse 
lasciato che tre anni prima (se per altro è vero ciò che narra 
Ottavio Rossi) si abbruciassero in Edolo ed in Pisogne sessanta 
misere donne e non so quanti accusati di sortilegi, d'ammazzar 
uomini ed animali, inaridire i pascoli ed operare strani por- 
tenti. Vuoisi che gV infelici n' andassero alle fiamme con lieto 
volto, dicendo che il giorno prima gli aveva il diavolo assicu- 
rati della sua protezione e che avrebbero fatti miracoli 2 . 

E tornando a Lorenzo da Chieri, rotto a Novara il campo 
dei Francesi, lasciata Brescia in mano degli Spagnuoli (8 giu- 

1. Martinengo, Relaz. ecc. p. 350. Gradenigo ci narra d'essere slato 

2. Cod. Quir. C, I, 3, Annali di Bre- con altri nobili Bresciani condotto 
scia, autogr. del Rossi. La colpa si come statico a Milano dal rediFran- 
dà sempre al tempo; ma il tempo eia dopo il fatto di Ghiaradarìda 
non getta mai nessuno ai roghi ed (Gradenicus, Brix. Sacra, p. 359), 
alle ruote. Temo per altro che quivi e che tornato in patria, fu presente 
esageri lo storico, o pigli un fatto al sacco di Brescia dato nel 1512 
per l'altro. In quanto allo Zane, il da Gastone di Foix, 



132 



LA LLGA DI CAM BR Al 



gno), si mise in Crema. Luigi leardo, die alla subita fazione 
di Renzo, guadagnata la rocca Cidnea vi s' era chiuso, veduta 
sgomberarsi la città, ridiscese. Ed il Cardona, udite le nostre 
letizie per quel misero lampo di ritornata libertà, le volle scon- 
tate con una taglia di diecimila scudi per la città, quindici- 
mila pel territorio, e <T altra ne aggravò le valli e la Riviera. 
Poi, come al solito, bandi e confische e procedure contro i 
fautori dell' impresa di Renzo dichiarati ribelli dell' Impero. 
Ne registro i nomi perchè fra i tanti a noi rimasti o per titoli 
più ambiti che meritati, o per delitti, vivano i pochi almeno 
che amore di patria ha benedetti. 



Vittore Martinengo 

Il Contino suo figlio 

Taddeo 

Ettore 

Pompeo 

Lodovico e figli 

Vittore di Bortolo 

Bartolomeo suo figlio 

Giovanni 

Achille 

Apollonio Calimero 

Orfeo Bona 

Due figli dei Sospiri 

Scipione Provaglio 

Ercole Caprioli 

Angelino fruttajuolo alla pallata 

Federico Bona 

Gianfrancesco Ducco 

Gabriele Ducco 

Luca Avogadro 

Giannandrea Pinto 

Giangiac. Martinengo plebeo (sic) 

Gerolamo Barbisone 

il Prietello e suo figlio 



I figli di Apollonio Bona 
Costanzo Capriolo 
Gabriele Lantana 
Stefano da Riva 
Teofilo Martinengo 
Gottardo Briggia 
Pasquale Bocca 
Gerolamo Rescazio 
M. Antonio Belacatto 
Gianfrancesco Manganino 
Scipione Pocopanni e figlio 
Clemente Porta 
Giacomo Baitello 
Cosma da Colombari» 
Luigi Valguzio 
Elia Pocopanni 
Martorello Pocopanni 
Battista Lantana 
Annibale Rozzone 
Severo Bornato 
Gerolamo Ducco 
Pasino Ducco 
Giulio Ducco 
Un figlio di Luigi Manerba. 



E IL RITORNO DELLA RttPUB. 133 

Le cose veneziane volgevano alla peggio. V Alviano, o 
per vecchiezza o per indolenza, non era uomo da sostenerle; 
e vane tornavano qua e là le ardite prove di qualche ga- 
gliardo per muovere nel centro istesso di Terraferma novità 
che sollevassero le forze perdute. 11 29 settembre Bartolomeo 
di Vittore Martinengo tentò sorprendere con trecento Bre- 
sciani la città di Bergamo: non vi riuscì; fu a Crema, s' ag- 
giunse al Chieri, e perdurante ritentò la fazione. Bergamo fu 
presa, gli Spagnuoli salivano alla ròcca: ma poco appresso 
(19 novembre) riebbe il Cardona la città, mandando prigio- 
nieri nel castello di Brescia 98 Bergamaschi di parte guelfa. 
Trusardo Caleppio, Daniele Brembato, Oliviero degli Agosti, 
Marcantonio Grumello, Galeazzo Colleoni, Felice Avogadro, 
Soncino Secco, e i Suardi tutti v' erano compresi l . 

La presa di Bergamo pel Martinengo è tra le cause ar- 
cane della morte di Valerio Paitone, il quale invitato dal 
Conte e da Benzo Chieri ad essere con loro e di provvederli 
d' armati per Y impresa, fu sollecito all' invito. Bartolomeo 
d' Alviano, rivale del Chieri, dissuaso Valerio, lo eccitò per- 
chè in vece fosse con lui per quella di Brescia 2 : e venuto 
per questo appunto in ira al Martinengo, uomo assai celebre 
per gagliardia militare, per vendette da sicario, per avarizia e 
per crudeltà, non fu securo de' fatti suoi; talché Giacomo 
Antonio di Scipione Pocopanni, l'intimo suo che gli dormiva 
allato, compro dal Martinengo, lo pugnalò. 

Ma più non restando alla Bepubblica che partiti estremi, 
rinovellò sue leghe colla Francia, da cui non era più possi- 
bile staccarsi. Fu in quel tempo che i bersagliati autori della 
rivolta del dodici, senza un palmo di terra, banditi e dispo- 
gliati dai Franchi e dagli Spagnuoli, domandavano allo Stato 

1. Rossi, Annali cit. Cod. Quirin. C, 1, 15) nel docum. per me recalo 

2. Cosi racconta ìINassino (Cod. Quir. in fine al Valeria Paitone. 



a.i&M 



a. 1515 



134 LA LEGA DI GAMBRÀ1 

(ed in qual misero tempo!) V adempimento delle sue pro- 
messe: nò già dei mille ducati all' anno che loro avea prof- 
ferii, ma s' appagavano adesso di soli trecento. Mandavano 
per loro il Martinengo con un Fenaroli a Venezia, dove 
stando continuamente alle scale, non ebbero che parole. Pur 
finalmente fu loro dato di perorare nel veneto Consiglio la 
propria causa. Toccante scena! Un giovane di ventisette 
anni, ramingo, dannato nel capo, coperto ancora delle sue 
cicatrici, pallido, estenuato dai dolori per la Repubblica sof- 
ferti, presentavasi la prima volta, incerto de' suoi destini, a 
quel terribile Gonsesso, dinanzi a cui s' era confuso il Pe- 
trarca; e come gli suggeriva l'eloquenza della sventura, nar- 
rava de' suoi compagni squartati e della sua vita messa al 
bando ed alla taglia, tuttaquanta svolgendo la tela di quel 
gran fatto. E certo ne fu commosso Y accolto Senato, se lui 
muti ascoltavano e pensosi que' venerandi, come se avesse, 
dirò con lui, parlato s. Paolo. E fu accorta in vero e fu strin- 
gente la conclusione, quando pregava di suggerirgli una ri- 
sposta pei molti che gli chiedevano come avesse ricompen- 
sata la Repubblica tanta fede. Eppur nulla se ne fece. Il Fe- 
narolo n' andò sul Trevigiano per domandare del pane, come 
Giangiacomo lo domandava, o poco meno, per li palagi della 
veneta città. Sicché disperato, e com' egli dice, non volendo 
che la morte, s' acconciò col Gritti a un' arrischiata fazione 
contro gli Spagnuoli, la quale terminò colla strage di cinque- 
mila Veneziani (14 ottobre 1514) *. 

Fra Spagna, Pontefice ed Impero da un lato, dall' altro 
lo Stato veneto e la Francia ricominciavano gli sdegni. Al suo 
re eh' era già morto, succedeva di soli vent' anni Francesco 
d' Angoulème, il cui fiorito esercito ridiscendeva dall' Alpi 

1 . Si vegga la biografia di Giangiacomo di Brescia, e la Relazione istessa 

Martinengo in coiiliiniaz. ai Congiur. del Martinengo più volte ricordata. 



P. IL RITORNO DELLA REPUB. 435 

bramoso di riprendere il Milanese; donde la celebre battaglia msu 
di Marignano (14 e 15 settembre) che diede vinta al re di 
Francia la lite. Fu battaglia in cui Y Alviano, come luce 
che più vivida scintilli quand' è presso ad estinguersi, vera- 
mente brillò. Poiché dopo, chiesta licenza dal re, venne in 
Bresciana e pose il campo a Ghedi volgendo in mente il 
riacquisto della nostra città, come dopo la rotta degli Sviz- 
zeri aveva Bergamo avuto. Se non che quando appunto gli 
arrideva la sorte, che rade volte gli sorrise, colto da febbre 
violentissima, spirò il 7 ottobre 1515 nel castello di Ghedi 
con tanto dolore dell' esercito « che non si potendo saziare 
della memoria sua, ne serbò il corpo venticinque dì, condu- 
cendolo, quando si camminava, con grandissima pompa » 1 . 
11 suo corpo fu portato a Venezia, ed ebbe sepoltura a s. Ste- 
fano. Giangiacomo Trivulzio maresciallo di Francia gli fu nel 
comando sostituito. 

Suo primo pensiero fu 1' acquisto di Brescia, tenuta allo- 
ra dal prode leardo con ottocento Spagnuoli ed altrettanti 
Tedeschi. Vi si recò, ma senza frutto. Più fortunato a Pe- 
schiera, T ebbe assai facilmente; indi Sermione, Lonato, la 
grossa terra d' Asola ricuperò 2 . L' infaticabile leardo, pre- 
vedendo la venuta del maresciallo, rintoppate le mura che 
tanto avevano sofferto ne' passati guai, vuotate le fosse, ap- 
prestati e rivellini e cortine e parapetti, e sui bastioni appun- 
tate le bombarde, riempite le pubbliche conserve di vini e 
di granaglie, cacciati fuor delle mura i cittadini di parte ve- 
neziana 3 , obbligate le famiglie a provvedersi di vettovaglie, 
perchè nulla mancasse alla piazza da lui gagliardamente mu- 
nita, faceva battere due monete ossidionali per le paghe dei 
soldati, descritte dal Rossi, vedute dal nostro Gelmini, e 

1. Guicciardini, Stor. <T Italia, 1. Xlf, 2. Cod. Quirioiano cit. 

e. V, a. 1515. 3. Spini. Supplp. 290- Rossi, Ann cit,. 



loG LA LEGA DI CAMBRA! 

inutilmente ricercate da poi. Ambo d' argento, era Y una 
del valore dì cinque soldi pianeti (mon. bresciana), 1' altra 
di due: portavano da un lato due aquile, dall' altro la let- 
tera Y, Y iniziale del proprio nome l . Poi dimandati a Mar- 
cantonio Colonna, eh' era in Verona, solleciti soccorsi, con- 
dotti da Gusmano, Ortisio, Gotisardo e Morelliona per va- 
lichi e monti disusati, arrivarono questi a salvamento in Bre- 
scia, ed erano di 700 fanti ed una bandiera di Tedeschi. 
Queste cose avvenivano già prima che il maresciallo venisse 
alle prove con esso lui. 

E fu appunto alla vista di quegli apprestamenti che il Trivul- 
zio sostò coli' esercito la prima volta. Ritornato sotto Brescia 
(19 novembre 1515), posto il campo a s. Eufemia, vedendosi 
alle spalle i rigori del verno, pensò di combatterla. Chiamati 
a convegno i capitani, chiesti quali fossero gli avvisi dell' Àl- 
viano, interrogatili dei loro, trovò che in due modi potea 
darsi l' assalto. Era Y uno, che ordinate le fosse e le trincee, 
piantate le artiglierie, si battesse la muraglia, talché dalle 
rovine riempiti i valli s' aprisse una via. L' altro più ardito 
e posto innanzi da Pietro Longhena, era quello di dare ad- 
dosso ai cittadini con tutto lo sforzo delle artiglierie, talché 
spazzato il campo, accorressero i soldati prima che leardo 
sopraggiugnesse co' suoi. Parve questa al Trivulzio arri- 
schiata impresa; ma gli altri tutti plaudendo al Longhena, 
persuasero il duce di seguirne Y idea. 

Sorta appena Y aurora, aperte le batterie, cominciarono 
a tempestare con impeto sostenuto le muraglie cittadine, 
sicché a quell' urto cadevano sfasciate per ogni parte 2 . 
Ma i soldati d' leardo accorrevano risoluti dove più larghe 
s' aprivano le breccie; e dove non bastassero intoppi e bar- 

\. Annali del Rossi, Cori. Quirin. cit. 2. Spini, Supplcm. al Capriolo, p. 293. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 137 

ricate, opponevano i petti. Annibale Lana dirizzata una sua 
colubrina, scaricatala come all' azzardo, poiché la nebbia im- 
pediva le mire, atterrò tre bombardieri, talché gli Spagnuoli 
veduto sui cigli delle fosse dov' era giunto il colpo un subito 
scompiglio, dato fuoco alle nostre artiglierie, sgomberato il 
luogo, uscirono impetuosi e protetti dalle bombarde che tuo- 
navano tuttavia dall'alto delle mura, seguiti dal resto del pre- 
sidio, misero in fuga, resistente invano Giampaolo Manfrone, 
tutto il campo nemico. Poi disfatte le avverse batterie, spez- 
zati gli assi e le ruote delle bombarde, spingendo a tutta forza 
i gravi pezzi appiè delle fosse, ve li precipitavano; e messe in 
fiamme tutte le munizioni delle vinte trincee, ritornavano a 
salvamento nella bene propugnata città, dove dal sommo delle 
mura pigliando di mira colle colubrine le artiglierie scampate 
da queir assalto, ne le guastavano od infrangevano. I poveri 
Veneziani, venuta la notte, a grave stento ricuperavano tre- 
dici cannoni: il che vedutosi dai nostri, venuto il mattino, 
con argani e funi e manovelle ne ritraevano dalle fosse altri 
dieci, fra i quali un magnifico pezzo chiamalo la Cometa del- 
l' Alviano. Giangiacomo Trivulzio, ito a male quel primo as- 
salto, levate le tende, in aspettazione d' aiuti che il bastardo 
di Savoja doveva condurgli, si ritrasse a Coccaglio. 

Fu allora probabilmente che succeduto a Giangiacomo 
nel comando dell' armi veneziane Teodoro Trivulzio, si pen- 
sò di riprendere l' assedio di Brescia, convenzione alla quale 
si riferisce una lettera del Provveditore Domenico Contarini 
ex Castris ad Brixiam 7 dicembre 1515 pubblicata dal Ro- 
manin *, ed altra della Repubblica (15 gennaio 1516) al 
Borbone, perchè solleciti i soccorsi per queir assedio 2 . E 
soccorsi implorava dalle valli e dal piano di Brescia; ed il 
Comune di Bovegno apriva incanti di armati per la ricupera 
i. Roman. Stor. Yen. t. V, p. 310, not. % % Idem. 



138 



LA LEGA DI CAMMA! 



a. ISIS 



della città { ; e 400 ne spedivano i Triumplini dal 13 ottobre 
al 9 novembre, oltre 200 a Bagolino (16 dicembre) perla cu- 
stodia del confine 2 . E Giacomino dei Negroboni da Valtrom- 
pia avvertito per lettere (11 ottobre) dai veneti Provveditori 
che in questo stringer di Brescia si sarebbe principiato battere 
quella notte, veniva eccitato perchè alla dimane vi si trovasse 
con quelle genti che avesse potuto raccogliere 3 . Pare per 
altro che il Negroboni vigilasse la valle e Rocca d'Anfo; poiché 
una lettera delTrivulzio (15 ottobre) e del Contareno gli rac- 
comandava di farsi forte con quelli Fedelissimi (Valsabbini), e 
bisognando aiuti debba chiederli, e procuri si mandino a 
Rocca d' Anfo alcuni pezzi di artiglieria 4 . 

Valcamonica anch'essa, richiesta (21 settembre) d'unirsi 
all' altre valli per le difese 5 , gagliardamente resisteva. Bor- 
bone di Naldo (11 maggio 1516), venuto a Breno con GO 
cavalli del Trivulzio, comandava non si ricevessero nemici: 
e gli alpigiani mantenevano la parola 6 ; ed una taglia coman- 
data da leardo pagavano per quella vece al campo veneziano, 
respingendo cento militi venuti a riscuoterla: madie lo stesso 
imperatore, giunto con mille fanti al passo di Valcamonica, 
venisse respinto, sicché gli fosse duopo mutar cammino 7 



1. Annali di Bovegno, 14 ottob. 1515. 

« Si determina di far altro incanto 
dì 45 armati ecc. » 

2. Benemerenze delle Valli, docum. a 

p. 162, 163, 164. 

3. Idem, p. 197. 

4. Idem, p. 198. 

5. Codice Quiriniano C, I, 10. 

6. P. Gregorio da Valcam. p. 557» 

7. Cod. Quir. C, 1,10 -1515, 5 octob. 

Vaìlis nostra dubitai depopulari 
ab Alemanni* ex aliqua falsa re- 
latioiie quod Vaìlis nostra dcficiat 



in fide erga Ces. il/. Missi Ora- 
tores hac de causa. 1 51 6, 4 aprilis. 
Majestas Cats. cum aplicueril in 
agro Brix. cum suo exercitu, de- 
liberatur vocare consilium. - Il 
Consiglio non si raduna per la 
paura del Lodrone prossimo a 
venire. Minacele del governatore. 
4 oratori spediti per placarlo. - 9 
aprile. M. Coes. applicata in hac 
valle di ritorno a Germania, è 
pregata di perdonare la taglia pa- 
gata ai Veneziani. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 139 

(come dissero alcuni), non risulta dai documenti, che parla- a .ms 
no anzi di resa. Bensì quando in Bormio di Valtellina (24 di- 
cembre 1515) fu massa di gente malonim hominum per depo- 
pulandam Vallem Camonicam, al passo d'Aprica si posero gli 
alpigiani, e contennero queir orde. 

Giunto il bastardo con tremila cavalli e seimila fanti a.iste 
d' Allemagna, questi ad un tratto, protestando non essere 
venuti per combattere 1' imperatore, ammutinavano. Fran- 
cesco 1°, eh' avea promesso al maresciallo non 1' avrebbe 
abbandonato, mandò il Navarro con cinquemila Guasconi, 
sicché al primo fu dato con giusto ed afforzato esercito ri- 
prendere le offese ! . Tornò sotto Brescia e Y accerchiò, po- 
nendo il grosso del campo dalle Pile a s. Giovanni: quindi 
fosse ed argini e trincee, tutto Y arduo lavoro che precede 
un grande assalto. 11 Navarro principiò da un lato colle solite 
sue mine, sicché sfracellando le scarpe e i saldi imbasamenti 
delle muraglie, cadevano queste a grandi squarci. 11 Trivulzio 
dall' altro con picconi e mazze tagliandole per di sotto, e ap- 
puntellando le tagliate, dato fuoco ai puntelli, otteneva eroi- 
lamenti e rovine. Vent' otto giorni durò fra pioggie e nevi e 
addensarsi di nebbie 1' arduo lavoro sotto la grandine ad un 
tempo delle nemiche artiglierie, dalle quali colpito un giorno 
restò il Lana sulle mura. Una parola sfuggita ad un gregario 
nemico destò il sospetto di mine progredite nel seno della 
stessa città 2 : il suolo cittadino presso alla cerchia fu tutto 
esplorato e compulsato; si conobbe alfine un legger tremito 
di terreno, ed ivi aprirono iBresciani le contromine da eludere 
i nemici, e far saltare in aria il Trivulzio ed il Navarro quando 

1. Patrizio Spini, che molto detta- natore di Pietro Navarro, che poco 

gratamente ne 1 suoi supplementi prima avea minato il castello di 

narra F impresa, p. 292-300. Milano. Guicciardini, 1. XII, e. V, 

2. Le solite arti di quel terribile mi- a. 1515. 



1 40 LA LEGA DI CAMBRA] 

fossero discesi per le visite militari: ma per isbaglio del sol- 
dato che prese due militi pei capitani, la contromina scoppiò 
senza danno che della vita di que' due fantaccini. 

Ma la povera città ornai strema di denaro era in bilico 
di cadere; perchè i fanti di Spagna e di Germania volendo 
le paghe, per manco di denaro mettevano a sacco i cittadini: 
e perchè loro avea promesso il cardinale Gurgense immi- 
nenti soccorsi dall' Impero che non venivano mai, posto un 
buffone a ridosso di un giumento, vestitolo da imperatore col- 
T aquila sul petto e vuoti fiaschi ad armacollo, ne lo mena- 
vano a trionfo con un baccano che tenea della minaccia. Ma 
già le somme celatamente offerte dai Veneziani a chi parlasse 
di resa facevano 1' effetto. Alfieri e capitani mormoravano ad 
alta voce, talché il prode leardo fu costretto chiedere i patti. 
Fu proposta ed accettata una tregua di 20 di, scorsi i quali 
senza arrivo d'aiuto, la città sarebbe vinta, ed il presidio n'usci- 
rebbe cogli onori di guerra e con tre paghe per ogni soldato. 

Conchiuso il trattato, ecco messi pel campo veneziano 
recanti la nuova degli Imperiali già discesi dall'Alpi. Onde il 
Trivulzio raccolto il proprio, ritirò sotto pretesto della tre- 
gua le artiglierie. Già Guglielmo Rocandolfo (Rogendorf) e 
il conte Lodovico Lodrone avean presa la Rocca d'Anfo che 
Orsato Priuli abbandonava senza contesa { , e già le prime 
insegne degli Imperiali apparivano dai colli suburbani, e il 
Rogendorf con settemila fanti e provvigioni e polvere e de- 
nari entrava in Rrescia avvivatore di speranze ornai perdute. 

leardo, Uberto Gambara (che fu poi cardinale) 2 , Ridolfo 
d' Ala ed altri militi animosi proponevano che rinfrescato il 

i. Spini, 1. cit. tua in nos fìdes et studia hactenus 

2. Ecco una lettera appunto del 17 genn. fuerint in hac obsidione Civitatis 

1516, che Uberto aveva dall' impe- nostrceBrixiceabundecomprobasti, 

ratore : - Maximilianus etc. Quanta in qua fidelis et strenua opera tua 



E IL MTOKiNO DELLA RE1»UB. 



141 



presidio, per notturno assalto si cogliessero a tergo i cavalli 
nemici che proteggevano la ritirata dell' esercito avviato per 
Ghedi. Rogendorf dissentiva, ed Ala suo rivale accusandolo 
d' aver condotto in città colla marmaglia de 5 suoi Tedeschi 
più fame che viveri e denari, venuto per combattere, sde- 
gnato della ripulsa del capitano, seco traendo il conte di Lo- 
drone, si tolse dal campo. La discordia non ebbe più limiti, 
ed era in forse la vita dello stesso leardo; se non che una 
taglia riscossa dai cittadini saziò per un istante quegli avidi 
venturieri; e due ricchissimi Bresciani, Alessandro da Bal- 
biano e Jacopo Trompio, presi ad ostaggio, guarentirono al 
presidio le tre paghe già promesse. Il Lodrone eh' era par- 
tito per chiedere denaro, avutone, ridiscese; ma nel ritorno 
assalito a mezzo il viaggio, fu fatto prigioniero, né del cassie- 
re fuggito in quel trambusto più s' ebbe nuova. 

La guerra durò così nei campi suburbani, ma lenta e fa- 
ticosa. Stremi di vitto, soldati e cittadini uscivano di notte 
a saccheggiare le vicine contrade. Fra quelle scaramucce i 
fanti veneziani pigliavano Francesco fratello d' leardo da Vil- 
lanova e Camillo Martinengo; poi mandavano 2500 armati in 
Valsabbia, i quali ripresa la rocca misero in fiamme Lodrone 
ed Astorio; e tanto quella fazione stancheggiò l' imperatore, 
che disceso alfine per la via di Trento, giunto a Verona, 
trattò del da farsi co' suoi cortigiani l . Determinava che la 



tantum nobis profuit, ut de hac 
Ubi non possumus non maxima* 
(jratias habere conscribentes ea ad 
alia moltiplicia merita tua eie. 
Dal. in Civit. nostra Imp.li Au- 
gusta di XVII Januarj an. D.ni 
MDXV1 - Regni nostri Romani 
XIII. (a tergo) Honorabili devolo 
nobis dilecto Uberto de Gambara 



Sedis Apostolica} Prolhonolarius 
(inedita). Cod. 134, p. 133 della mia 
raccolta. - Odorici, Il card. Uberto 
Gambara, con docum. Brescia, 1 856, 
edizione di soli 30 esemplari. 
Il Mancini farebbe seguito quel con- 
siglio militare a Carpenedolo, e cita 
il Giovici. 10, f. 454, ed un Cod. 
Munic. detto Rosso, f. 14. 



1 \d LÀ LEGA DI CA9IBRAI 

un rocca d' Asola fosse prima occupata dall' armi sue. Piantate 
adunque le artiglierie, fu a tempestarla con ostinata virtù; ma 
più gagliarda fu quella degli Asolani, dove Ricino Daina ed 
Antonio Martinengo, nelle cui mani era posto il governo del 
paese, con un presidio di cento uomini d' arme e quattro- 
cento pedoni resistettero audacemente ad un intero esercito, 
talché T imperatore consumati indarno uomini e giornate, se 
ne ritrasse con ira e con vergogna. 

Stanca la terra della servitù di Francesco Gonzaga s 5 era 
già data (1515) alla Repubblica, che vi spediva con 200 fanti 
e cavalli e venturieri Giacomo Novello, Antonio Martinengo, 
Pietro Longhena ed altri capitani. Quelli di Mantova, che tene- 
vano il luogo, si chiudevano nel castello (4 ottobre) *, che fu 
preso d'assalto. Lasciata il maresciallo, come dicemmo, l'im- 
presa di Brescia e giunto a Ghedi, mandò rinforzi ad Asola 
100 fanti, 50 cavalli e 15 lance condotte dal cav. Ricino 
Daina *. L'esercito imperiale moveva intero da Carpenedolo. 
Ai 15 di marzo 1516 la terra fu investita, quattro batterie le 
si piantarono rimpetto a porta Fuori, porta Chiese, ai Molini 
ed alla Rocca, ed erano trentadue pezzi pronti a fulminarla. 
Un araldo fu spedito chiedente al Contarmi Provveditore la 
piazza. Radunato il Consiglio, pendeva irresoluto. Ricino 
Daina 2 sostenne che s' avesse a resistere 3 : Martinengo fu 
con lui, sicché il popolo s' apprestò risoluto all'ultime prove. 
Asola fu investita, e il 16 marzo tuonarono ferocemente a lei 
d'intorno le artiglierie, né cessavano che al mezzodì del 17, 
perchè apertasi larga breccia fu comandato l'assalto. Gli Aso- 
lani tuttiquanti furono sugli spaldi: armati di picche, di falci, di 

1. Mancini, Storie Asolane, p. 157. cipretc di Mosio. Vestilo da capitano, 

2. 11 suo ritratto esiste ancora presso il mostra una carta colla pianta della 

mio dolce amico riob. sacerd. Otta- rocca da lui gagliardamente difesa, 

viano Daina suo discendente ed ar- 3. Rossi, Elogi, f. 213. 



E IL RITORNO DELLA RKPUB. 143 

spuntoni, d'archibugi, uomini e donne battagliavano senzaposa. 
Antonio Martinengo, il Daina, il Contarini avvivavano coli' e- 
sempio e colla voce la disperata difesa, e un esercito impe- 
riale, presente Massimiliano, ripiegò di fronte alla salda virtù 
di un branco di borghigiani * . E però non indarno la Repub- 
blica di Venezia ricordando tanto affetto di patria, La fede e 
valore, soggiungeva, di tutta questa magnifica Comunità, citta- 
dirti popolo e donne dimostrato con tanto fervore e cuore univer- 
sale contro V esercito del re dei Romani venuto all' oppugnazione 
di questa terra, ne ha confirma in la opinione che sempre avemo 
tenuto di questa M.ca Università e Popoli, che alcuna varietà 
ne potenza abbia potuto indur terrore ne alterar la fede arden- 
tissima verso lo Stato nostro. La memoria della (piale antiqua 
osservatione e buon animo comprobata con questa recente e virile, 
ne astringa a tener quel conto di cadauno di voi che più si può 2 . 
La più bersagliata delle valli bresciane era intanto la 
Camonica, poiché posta allo sbocco degli infausti versanti 
della Germania, non appena la Repubblica volgesse altrove 
le forze, apparivano sulle vette le tedesche o spagnuole ban- 
diere, e giù piombavano allo spoglio delle case ed alle taglie 
dei Comuni e delle vallate. 11 conte Vittore Martinengo p. e. 
essendo la valle in potestà degli Imperiali, intimava (18 set- 
tembre 1515) che Valcamonica mandasse oratori al campo 
veneziano per gli ossequi della valle ed obbedisse a lui stesso 
come governatore; e benché Giacomo Negroboni milite vene- 
ziano venisse allora con molta gente ai danni della valle, due 
messi valligiani si recavano al campo per gì' intimati offici 
di sudditanza e fedeltà, mentre appunto il Negroboni dalla 
Riviera d' Iseo la minacciava, talché nei borghi delle vallate 
s' adunavano gli alpigiani onde al tocco di campana-martello 

l.MANGiNi,Stor. Asolane, p. 159-160.- 2. Mangini, p. 162, ivi la Ducale 22 
Rossi, Elogi, p. 213. marzo 1516. 



144 LA LEGA DI CAMBRA1 

aisis respingere il Valsabbino. Al 3 gennaio 1516 la valle è rin- 
graziata dal Trivulzio per aver contenute Tarmi nemiche; 
tre mesi dopo (4 aprile) veniva il conte Lodrone con 500 
cavalli, e anch' esso la ringraziava a modo suo, spogliandola 
e taglieggiandola, benché Antonio Alberzone, Antonio da 
Monno ed un Lazzeroni da Borno (9 aprile) accompagnassero 
l'imperatore insino adEdolo quai commissari della valle intera. 
Finalmente (14 maggio) Teodoro Trivulzio ed il Gritti procu- 
ratori di S. SI. indirizzavano ai Camuni queste gentilezze = 

A voi Consoli Comuni et homini di Valcamonica come di 
Lovere e tutti altri Luoghi di quelle vallate del Bresciano e Ber- 
gamasco comandemo efficacissimamente che sotto pena di confi- 
scation dei vostri beni, e di più di esser posti a fuoco e a fil di 
spada non dobbiate dare alcun recapito ad alcun Commissario 
Alemanno o Spaglinolo che intendiamo vanno scadendo denari; 
e se farete altrimenti, aspettate la immediata rovina vostra, e 
perchè abbiamo deliberato mandar in queste vaili el Sp. D. Bar- 
bon de Naldo Capo de Colonnello con la compagnia sua de fanti, 
v' imponemo ecc. — D. In loco Spermi 7 Maj 1516 ' . 

U esito infelice dell' assalto di Asola persuase F impera- 
tore di volgersi a Milano, dove a nulla valendo lo stremato 
esercito, tornò in Germania con soli 200 cavalli 2 . 

Disciolto 1' esercito di Cesare, li Veneziani, non aspettali 
i Francesi, s' accostarono improvvisi e notturni sotto Brescia 
per iscalarne le mura, molto più che il presidio assottigliato 
a seicento Spagnuoli e quattrocento fanti non avrebbe bastato 
alle difese; ma essendo corte le scale e resistendo gì' interni 
valorosamente, non 1' ebbero 3 . Odetto di Foix per sopra- 
nome Lautrech, successore al duca di Borbone, sopravvenne 

1. Cod. Quir. C, 1, 10.- Storie di varie 3. Guicciardini, 1. XII, e. VI, a. 1516. - 
terre del Bresciano. - Valcamonica. Stella, colle identiche parole del 

5. Romanin, t. V, p 313. Guicciardini, p. 300. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 145 

in quella coir esercito francese; e di conserva coi Veneziani, a.isu 
a dividere le forze dell 7 ostinato leardo, da cinque parti di- 
verse della città, vivamente protetti dalle bombarde, ripiglia- 
rono l' assalto. Parecchi giorni durò la tempesta delle batterie: 
altrettanti perdurarono gli assaliti a riparare gli squarci delle 
mura ed espellere coli' armi gli assalitori, che pur sostennero 
l' ineguale conflitto nella speranza che settemila Imperiali 
venuti dal Tirolo passassero più innanzi. Più che altrove, 
pericolosa fu la battaglia ove il Navarro combatteva, perchè 
i Guasconi, fatta testudine degli scudi, urtarono nelle brecce 
che avrebbero superate, se dall'alto delle rovine gl'intrepidi 
sostenitori con pietre e zolfo e ragia e fuochi micidialissimi 
non gli avessero disfatti. Ma questi lampi estremi di già stan- 
ca virtù presagivano ad leardo imminente la sconfitta. Chia- 
mati i duci a consiglio e con essi un' eletta di cittadini l , fu 
convenuto che per arbitri à 3 ambe le parti si trattassero i 
patti della resa, ed erano questi: 

I. Non venendo soccorso al sabbato venturo dopo il 17 
maggio, la città sarebbe del re cristianissimo. leardo per altro 
non farebbe la consegna che al venturo lunedì. Non sarà con- 
siderato soccorso una truppa al di sotto di ottomila uomini. 

II. Uscirà il governatore co' suoi capitani, con tutto il pre- 
sidio e servi et amici de qualunque nalione che sieno che vorran- 
no andar cum loro cum le bandiere spiegate, pifari, tamburi et 
trombe in ordinanza, armi, cavalli, salmerie, tutto che fosse 
dell' esercito anteriormente all' assedio della città. 

III. Farà il Lautrech salvo-condotto all' leardo ed al Gritti 
provveditore per qualunque passo, fuori che per Verona. 

IV. Chi dei soldati e gentiluomini avesse in Milano, Bre- 
scia, Bergamo ed altrove robe o denari, possa ricuperarli. 

\. Spini, Supplem. nelle Stor. Bresc. de] Capriolo tradotte, in fine, p. 301- 

ojiorici, Sto,-. Bresc. Voi. l\". io 



146 LA LEGA DI CAMRRAI 

V. Durante la tregua cessino le offese, nò si facciano forti- 
ficazioni dall'una parte e dall' altra. Que' di dentro non esca- 
no; gli esterni possano avere sovvenimento di fieni e di legne. 

VI. La città s' intenda preservata dal sacco perchè rimasta 
fedele a Sua Maestà, uè sia molestata nelle persone e negli averi. 
S' intenda anzi perdonata, restituita nella buona grazia del 
re, co' suoi privilegi ed ordini e statuti. 

VII. Nessuno possa per causa di ribellione aver briga o 
danno, et signaliter la Casa dei conti Gambara et quella de 9 Miliis; 
e se donazione dei loro beni fosse fatta ad altri dal Cristianis- 
simo o dalla Repubblica, sia nulla, ritenendoli restituiti al pri- 
stino favore. Volendo alcuno di essi accasarsi in Roma od al- 
trove, lo potrà senza danno dei beni e privilegi suoi, purché 
non si volga contro il re né contro il veneto dominio. 

Vili. Promette il Lautrecb che volendo S. M. rimettere 
in altre mani la città conquistata, farà osservare le sopra- 
scritte convenzioni. 

IX. Se in Padova od in Venezia fosse qualche prigioniero 
spagnuolo, che non sia capitano di bandiera, debbano i Vene- 
ziani lasciarlo in libertà. — Data nel borgo di s. Giovanni, 
neir alloggiamento del Lautrech, 22 maggio 151G. 

Benché patti quasi alteri, più voluti che proposti da uomini 
quasi vinti, furono accettati dal Gritti provveditore. Passato il 
dì, nò venuto soccorso, diede leardo al Lautrech la bene difesa 
città. Ben difesa davvero, poiché sreggendo gli eserciti vinci- 
tori uscirne lacero e spossato un misero presidio di 600 fanti 
e 400 cavalli 1 , si vergognavano maravigliando che un pugno 
di uomini affamati e male in arnese gli avesse tenuti a segno. 
Aggiunge lo Spini che a fatica si ritennero i vincitori dallo 

1. A settecento militi riduce lo Spini Romanin, p. 313, parrebbero tre, 

quel povero presidio. Un giorno corno dall' alto per esteso da me 

solo di tregua fissa lo storico: dal serbato nel cod. 0, p. 45. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 147 

schernirli. In quanto a me sarei per dire che furono ad un 
pelo di non abbracciarli come si abbracciano tra loro dopo 
acerba tenzone due nobili campioni. 

Tanto avveniva il 25 di maggio 1516. E siccome per 
un ultimo patto prometteva il Lautrech Y adempimento della 
convenzione per qualunque cessione che avesse fatta ad altri 
potentati di quella città, rimettendola questi nelle mani della 
Repubblica, il Senato veneziano con sua Ducale 27 maggio 
1516 riconfermava gli articoli stipulati ! , ricopiandone il 
tenore. Ecco dunque tornata la città di Brescia sotto la ve- 
neta dominazione. 



IV. 



IL RITORNO DELLA REPUBBLICA VENEZIANA 

Prima cura del veneto dominio fu quello di abbattere 
ogni edificio per un miglio fuor delle mura. I borghi delle 
Pile, di s. Giovanni, così deliziosi 2 , furono demoliti; demo- 
liti i conventi delle Grazie, di s. Rocco, di s. Apollonio, di 
s. Salvatore, di s. Fiorano; atterrate le muraglie che divide- 
vano la cittadella dalla città, i propugnacoli della Garzetta. 
Atterramenti non senza perchè, se bene si rifletta quante 
volte i nemici avevano appoggiate a quelle fabbriche le loro 
fazioni. Dopo le rovine vennero le gravezze, e Y intera città 
fu taglieggiata in sulle prime di ben ottomila scudi d' oro, 
indi a poco eli diecimila ducati per pagare Y esercito eh' era 
a campo sotto Verona. Ma questi subiti balzelli, cui da stret- 
tezza di denaro fu la Repubblica condotta, rimessa Verona 

1. Ducale 27 maggio 1516. Cod. 9 della cessione co' palli per noi 

della mia raccolta, p. 45, dalla descritti. 

quale si reca per esteso V allo 2. Fassino, Diario, Autogr. Quirin. 



148 LA LEGA DI CAMBRA] 

in sua potestà, sciolta coi patti di Noyon la tanto celebre lega 
di Cambrai, cessavano all' intutto, ed un governo assai tem- 
perato vi subentrava: perdonabili strettezze dove si riguardi 
alle miserie nonché di Brescia, della Venezia, che pur soste- 
neva con tanta dignità gli avanzi estremi della sua grandezza. 
Ed anche la Riviera fu con alterna sorte duranti i fatti 
del sedici dominata or dai Veneti or dai Tedeschi secondo 
fortuna: perchè al 13 di marzo la riteneva un Eustachio de 
Neydegg per conto dell'imperatore; indi seguivano Guglielmo 
Castillio (18 marzo), Antonio Bagaratto (4 maggio) e il capi- 
tano D. Francesco d' Arco (9 maggio). Al 18 di quel mese il 
veneto Gregorio Vallaresso principiò quella serie di veneziani 
governatori che più non ebbe politiche interruzioni fino al 
cadere della Repubblica, venduta all' Austria da Buonaparte 
nel 1797. In mezzo ai fatti della oppugnazione che abbiam 
narrata è un episodio singolare sfuggito agli storici munici- 
pali. Ed è che durante la lunga contesa, il conte Vittore Mar- 
tinengo recatosi ad Iseo (1 2 gennaio 1516) per conto di Gian- 
giacomo Trivulzio, radunato consiglio, probabilmente d'emi- 
grati cittadini, dicea loro venirsene per 1' onore e pel bene 
della città. Trattarsi d' un accordo fra gli Spagnuoli del pre- 
sidio bresciano da un lato e il maresciallo e il Contareno 
dall'altro per liberare la patria dalle mani straniere; ostare 
a quel trattato la deficienza d' una somma; vedessero il da 
farsi. Rispondevano questi non aver più quasi da campare la 
vita, tutto aver tolto al misero paese la lunga guerra; ma che 
trattandosi di torre 1' amata Brescia ai militi di Spagna e di 
Germania, offerivano quindicimila ducati, da caricarne il censo 
urbano e provinciale, purché per altro fosse firmato l'accor- 
do, e resa ai cittadini la rocca e la città l . 

\. Ex Lib. Provis. Givit. BrixA. 122. concjrefjaliuifrascriplispect.Civ.iii 

15 16, 12 Januarj. Convocali et Terra Isti in Hospitio Franasti de 



E IL K1T0KN0 DELLA UEl'UB. 



149 



Questo ad Iseo. Nella Valsabbia la vicinanza del Lodrone 
durante quella guerra tenevala in apprensioni e paure: per- 
chè mandati nunci a Bagolino per le paghe delle taglie, de- 
cretava il Comune si cercassero 400 ducati acciò che detti 
Conti non vengano con il campo Toclesco a sachezare et ormare 
la terra loro come avevano promesso; e non trovando la som- 
ma, si vendessero i beni della Comunità onde averne il de- 
naro a darli diman de notte { . Il Rogendorf, cagnotto di Mas- 
similiano al pari del Lodrone, riscuoteva quelle tasse, pena 
T abbruciamene ed il saccheggio. Ma la valle continuava in- 
tanto a provvedere Y esercito veneziano di cernide, di zap- 
patori, eli materiali per Y assedio e per Y oppugnazione, se- 
condo gli ordini del Provveditore 2 , mentre Giangiacomo 
Negroboni, avvertito da questo che millecinquecento Lanzi- 
chenecchi scendevano per Rocca d'Anfo a Brescia, avea co- 
mando di sollevare le valli perchè impedissero a que' Tede- 
schi la via, sicché non entrassero in città. L' intero campo 
dovea trovarsi col Navarro a Coccaglio ed a Rovato con dieci- 
mila fanti, dove appunto quel valligiano era aspettato: ma il 
valoroso piantatosi alla Nozza coi militi della valle, attraversa- 
va agli inimici il passo (25 marzo) 3 ; e la terra fu guardata da 



Mateis hospili juxa lacum. eie. 
Exponente quod de presenti tra- 
ctatur concordiam inter lspanos 
et alìos milites exisientes in Cìv. 
Drix. et llkis. D. Jacobum Tri- 
vultium Gubern. et Mag. D. Con- 
tar enum Provisorem prò recupe- 
ratane Civilatis Brix.; et quia 
didimi concordium suum consequi 
nonpotest effeclum, nisi invenialur 
modus recuperandi unam bonam 
pecuniarum quantilatem eie. Su- 
prascripti Civcs, licei penilus sint 



consumpii et anichilafi, contenti 
remaserunt prò conservatane etc. 
etiam prò amovendis perturbalio- 
nibus quee milites exisientes in 
dieta civitate committuntur, quod 
il/. C. Victor Martinengus offerat 
prefato M. Provisori ducati 15 
millia etc.Cod. 7 della mia raccolla. 

1. Benemerenze, docum. p. 168, 109, 

170, e cod. MM. dell'Ardi. Munic. 
Meriti di alcuni cittadini, p. 39. 

2. Le citale Benemerenze. 

3. Idem. 



150 LA LEGA DJ CAMHIU1 

8.1510 lui, finché venuto 1' autunno e con esso le nevi, e terminate 
le cose della guerra, più non fu duopo di vigilanza alcuna. 

La cura dei passi e dei versanti delle patrie valli era tutta 
di Giovanni Sarasino e del Negroboni; ma non sempre riusci- 
rono a contenere queir orde, che pur volevano consolarsi di 
qualche incendio o di qualche rapina: sicché nel giugno di 
queir anno la sola Valsabbia pagò taglie ad uno Spagnuolo ' 
e al Presidente di Rocca d y Anfo per trecento ducati. 

Riassumendo le cose, cessata la guerra tra Francesco I 
re di Francia e la Repubblica di Venezia, divise come por- 
tavano i trattati del 1513 le comuni conquiste, la nostra citta, 
così conchiude il Nicolini, ceduta nel giorno 22 maggio 1516 
dal governatore spaglinolo al Lautrech capitano dei Franchi, 
renne poscia riconsegnata ai Veneziani da quegli stessi Francesi 
i quali quattro anni avanti V avevano mondata di sangue per 
toglierla loro di mano 2 . 

Conchiusa dunque la capitolazione, fermi i patti che ab- 
biamo descritti, condotto dal prode leardo, che per quattro 
anni ci aveva in nome del re cattolico governati, abbando- 
nava il presidio le nostre campagne. 

Costanti negli avversi alla causa che ne' prosperi tempi 
avevano sostenuta, e vagheggiando lontane speranze di più 

1. Idem, pag. 270. stianissimo; e se ben la Domenica 

2. Una ducale 27 maggio 1521, rila- venisse il soccorso non possi il sig. 
sciata ad istanza del generale Lau- Gubernator Loys Icharl acceptar, 
(redi, riconfermava tutto il trattato ma ben li sia concesso star con 
del 27 di maggio 1516 riprodu- tutta la gente per tutta la Dome- 
cendone i patti. God. 8 della mia nica prossima in dita città, el 
raccolta. Privilegi Gambara. Eccone Lune seguente consegnare la città 
il primo: Sono convenuti, che non et castello de Bressa- declarando 
venendo soccorso dalla Cesarea non se intenda esser venuto soc- 
Maeslà o di altri luoghi per tutto corso... sei sarà de minor numero 
Sabato prossimo, quella città se de persone 8 mila che Steno en- 
intenda esseri a nome del re Chri- frale in città, 



K IL RITORNO DELLA REPUB. 151 

lieto avvenire, seguivanlo i Gambara, gli Emilj ed altri nobili a.mo 
Bresciani a Cesare affezionati. Cavalcando alla testa dei ve- 
neti provveditori e dell' armata, entrava in Brescia il gene- 
rale Lautrech; e in mezzo agli applausi della moltitudine, 
che sempre si affolla intorno a chi la vince, innalzavasi lo 
stendardo della Repubblica. 

Noi dicemmo degli esuli Gambara: fra questi era un uomo 
di ventinove anni, Uberto protonotario della Santa Sede. Chi 
avrebbe detto che tanto salisse da poi quel proscritto da Bre- 
scia, che il Guicciardini ponevagli un bel giorno dinanzi la 
prospettiva delle somme chiavi 4 ? Brunoro suo fratello, che 
fa poi cameriere di Carlo V, esulava con lui. Dove n' andas- 
sero in prima, non è ben noto. Ma la clausola del trattato 
relativa a Roma nasconde forse un desiderio da Uberto ma- 
nifestato, il quale, se crediamo al Rossi 2 ed allo Zamboni 3 , 
lasciato il giaco del guerriero, fa alla corte pontificale, dove 
di grado in grado, bene accetto allo splendido Leone, fu in 
breve tempo vescovo di Tortona (8 maggio 1528), e di quivi 
all' alta dignità del cardinalato (1539). In quanto a Brunoro, fu 
ben presto (1522) ciambellano di Carlo V 4 , poi colonnello di 
2000 fanti (30 giugno 1532) 5 . Gli Emilj venivano dall' im- 
peratore con privilegi 6 ricompensati della loro devozione. 

1. Odorici, Il card. Uberto Gambara da dicembre 1514, in cui lo chiama 

Brescia, con docum. Ivi la lettera Monsignore, letta nel Consiglio citta— 

ined. del Guicciardini 3 gemi. 1535. dino nell 1 11 gennaio 1515, quando 

2. Rossi, Elogi storici di Bresciani il Gambara era consigliere della 
illustri - Uberto Gambara. nostra città. - Zamboni, Misceli. 

3. Zamboni, Vita di Veronica Gambara t. 134 della mia raccolta, 
premessa alle sue opere (con note). 4. Ardi. Gambara presso il nob. Cai-ini, 
Erra forse colà dove dice che si fosse Ìndice del Biglielli F, VI, 67. 
dopo quelfatloconsecrato prete. Egli 5. Idem, F, VI, 70. 

era già protonotario apostolico dal 6. Rossi, Ann. Cod. Quirin. 1518, 7 
1514, come da lettera di Massimi- diccmb. Massimiliano investe Ge- 
ttano alla città di Brescia del 16 rolarao Emilii, Lucio Calilina suo 



15t> LA LEGA DI CAMBRAI 

a.isiG Governavano Brescia due veneti patrizi, che venivano ad 
ogni sedici mesi dalla Repubblica scambiati: nomavansil'un 
d' essi podestà, 1' altro capitano, ed ambo con titolo più ge- 
nerale, rappresentanti si addimandavano. Alle cose civili e 
criminali ed al consiglio municipale sopravvedeva il primo ; 
alle faccende militari ed al consesso territoriale il secondo. 
Neil' assemblea civile sedevano i nobili concittadini, dai quali 
traevansi i podestà ed i vicarii dei distretti, gli ambasciatori 
che mandavansi nelle urgenze al veneto Senato, il nunzio che 
stabilmente nella capitale ci rappresentasse. Intervenivano 
alla provinciale convocazione i deputati del territorio, che 
sotto la presidenza del capitano regolavano le imposizioni della 
provincia, distribuivano le tasse, raccoglievano le rendite 
erariali. Due Veneti soprastavano in Brescia al pubblico te- 
soro, e ad un castellano, nobil veneto pur esso, era affidata 
la rocca. Eranvi i consultori per gli statuti, i sindaci per Y e- 
conomia della cassa civile, i consoli della giustizia, i giudici 
dell' annona, ed altri uffici di minor conto: né vuoisi omet- 
tere il collegio dei dottori cui fu annesso il diritto di confe- 
rire agli ottimati bresciani la laurea dottorale. 

Dividevasi allora la provincia nostra in distretti, ad ognu- 
no dei quali si deputava un membro del consiglio civile. 
Eranvi pure alcune terre feudali soggette alla Repubblica 
bensì, ma signoreggiate da nobili famiglie della nostra città, 
fra le quali quelle dei Gambara e dei Martinenghi per vastità 
di feudi si distinguevano. Né tutta la provincia era moderata 
con ordini generali ed uniformi. Oltre al vantare ogni terric- 
ciuola i suoi statuti, varj distretti facendo valere, come fe- 
cero i patrizi per le terre loro, alcune largizioni degli antichi 

figlio e Giacomo fratello delle terre potestate etc. separandoli dalla ciltà 

dilsco,Pontoglio, Castrezzato, Ghia- per essersi diportati bene neh" as- 

ri, Rovaio e Palazzolo cum gladi? sodio contro i Veneti. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 153 

re d' Italia o della stessa Repubblica, si godevano più o meno 
secondo la maggiore o la minore ampiezza di quelle conces- 
sioni una tal quale indipendenza dal reggimento della città. 
Dal che per soprassello provenivano questioni senza fine, 
le quali messe innanzi al Senato dalla classe privilegiata, e 
quando solo n'era costretta dai lamenti delle terre aggravate, 
non è a supporre che per amor di giustizia volesse recedere 
dalle sue pretensioni. Queste liti duravano eterne: tacevano 
talvolta; ma nello imporsi di tasse e di balzelli, quando ap- 
pena fosse occorso ne' ristauri delle mura, nelle strettezze 
degli alloggiamenti, nei bisogni insomma dello Stato, la con- 
correnza dei popoli, Gambara, Federici, Avogadri, Martinen- 
ghi, Emilj, Soardi, Foresti, Fenaroli venivano in campo, e 
reclamando le esenzioni ottenute, mettendo innanzi le loro 
ducali, que' dessi che più avrebbero dovuto a ragione di censo 
accorrere sostenitori della patria comune, se ne lavavano le 
mani. V erano privilegi ed esenzioni di mille guise; di dazii, 
di prediali, di taglie, di transiti, e che so io. La persona tal- 
volta n' era beneficiata per sé medesima e per gli eredi, tal 
altra a vita; e quando non erano esenti che alcuni beni di 
essa, e quando la intéra proprietà. E le varie parti della mi- 
sera provincia vantavano anch' esse benemerenze infinite di 
governo separato, di esenzione dai carichi dell' agro intero, 
donde ne susseguivano quelle lotte infelici tra il Comune di 
Brescia e le valli Gamune, Sabbina, Triumplina: e quando 
tacevano queste, esciva anch' essa co' suoi titoli eccezionali la 
nostra Riviera; talché il povero Senato non potendo ornai 
rivocare a sé le mal concesse ducali che negli istanti supremi 
di qualche pericolo in cui venne da quelle terre sostenuto, 
o nella gioia di qualche vittoria dovuta alla fede di questo e 
quel castello, avea largite, giuocava di mezzi termini che dif- 
ferivano, non terminavano le questioni. Nò le valli intere sol- 



154 KA LEGA DI CAMBRAI 

lauto, ma castelli e borgate e povere bicocche, al cessar 
d' una guerra, venivano innanzi co' sofferti guai, co' prestati 
sussidii, colle esauste proprietà, col sangue sparso per amore 
della Repubblica, e la Repubblica concedeva. Non è a dire 
di quai disordini fossero cagione codeste diversità di poteri: 
ma ne dovrem forse più innanzi tener discorso- 

Gli antichi nostri statuti formavano presso a poco le sole 
nostre leggi di quel tempo; e come gli statuti di tutte Y altre 
città di Lombardia, erano un ammasso di ordini, di istituzioni 
d' ogni genere, modificate bensì secondo la natura di quella 
età, ma non così che in molte parti non ritenessero tuttavia 
del feudale sistema. Ordini ed istituzioni dubbie talvolta e 
scarse nelle cose più essenziali, ripiene a un tempo di super- 
fluità, improntate ancora dell' aspre consuetudini di molti fra 
i popoli che avevano corsa e dominata Italia: leggi nelle quali 
fra le decisioni di romano diritto si mescolavano quelle che 
il parziale interesse degli ornai spenti municipali governi avea 
dettato fra il tumulto dei Consigli di Credenza, e che dello 
antico spirito di parte si risentivano. Né sia chi creda fossero 
quelle leggi o rispettate o temute: vero è bensì che con mi- 
nuta prolissità erano le colpe annoverate, strane le multe, 
barbare le pene: ma v' erano alcune classi, come sarebbe il 
clero, i soldati, la nobiltà, le quali costituite in corpi con una 
forza speciale, si ridevano dei bandi e degli statuti; e pretes- 
sendo ai loro privilegi o tollerati o riconosciuti una illimitata 
potenza, organizzavano, direi quasi, l' impunità, e la estende- 
vano o per ambizione o per interesse agli inferiori. I magi- 
strati medesimi, nobili quasi tutti, non si opponevano gran 
fatto ad un disordine che, cessato il loro ministero, erano de- 
liberati di mantenere. Non parliamo dei birri e degli sche- 
rani, uomini ribaldi, che vendevano il loro braccio a chi li 
pagasse più, nulla importando loro se per eseguire le leggi, 



E IL RITORNO DELLA llEH.'fi. 155 

o per trasgredirle. Perlochè non era nuovo a que' tempi ve- a.iste 
dere il nobile potente con un pugno di bravi a lato scorrere 
baldanzoso le vie della città cercando il suo rivale non meno 
armato di lui, e trovatolo, assalirlo, riversarlo semivivo a ter- 
ra in un lago di sangue, né aspettando che i bandi lo vi cac- 
ciassero, ritirarsi dopo il delitto nelle feudali sue terre come 
in un piccolo regno; e chiuso nel suo castello, circondato da 
un forte seguito di avventurieri, sfidar quasi la forza pubbli- 
ca, e provocarla audacemente: tener corte bandita, e fra il 
clamore delle splendide cene, gareggiar cogli amici a chi 
porre in dileggio ordini e magistrati potesse più. 

Questa specie di dispotismo feudale si alimentava in parte 
dalla indulgenza che per massima di Stato usava il dominio 
veneto colla patria nostra. Non è però che questa larghezza 
di reggimento movesse gli animi a quella che più precisa- 
mente direbbesi libertà. Che se da un lato si perdonavano 
balzelli ed opere e contributi, ben sapevano i veneti inquisi- 
tori come di quando in quando, lorchò venivano domandate 
cose toccanti più davvicino la ragione di Stato, ai sudditi si 
ricordasse essere la Repubblica condiscendente bensì, ma vi- 
gile, ma gelosa del poter suo. Seppelo Brescia il dì, che man- 
dati nel 1517 Agostino Capriolo, Taddeo Martinengo, Matteo 
degli Avogadri, Matteo Tiberio alla capitale per le congratula- 
zioni della vinta Verona, ma forse più perchè alcuni privilegi 
della città si confermassero e ne fosse di altri benignamente 
donata, loro accordando ciò che poco importava il concedere, 
e sulle cose di maggior momento avvolgendosi per ambagi, 
furono non altramente che con belle parole accomiatati. 

Erano le domande 43, quindi troppe. Chiedevasi che tutti 
gli antichi privilegi venissero confermati: confermati gli sta- 
tuti civili, criminali, delle vittovaglie, delle chiusure (terre 
suburbane), elei clazii, dei mercanti, del collegio dei giudici, 



15G LA LEGA DI CAMBRA! 

.iste de' notai, del Naviglio, del Monte di pietà: che i vicariati e 
le podesterie d' Asola e di Salò, i capitanati e gli altri uffici 
soliti darsi già dal 1509 ai cittadini di Brescia lo fossero 
tuttodì: che le cause civili e criminali della città e del di- 
stretto si giudicassero a norma degli statuti cittadini: che 
tutti gli abitanti urbani e provinciali si ritenessero soggetti 
al podestà di Brescia: che non vi fosse appello alle sentenze 
dell' arrengo: che le multe del podestà e di tatti gli uffìziali 
e giudici urbani fossero del Comune: che gli appelli ai de- 
creti dei giudici urbani si devolvessero al collegio dei giudici 
di Brescia: che la vendita fatta al Comune dal card, d' Am- 
bosia delle terre di Leno, Ghedi e Malpaga fosse riconosciuta: 
che perchè la città non istia peggio colla Repubblica che col 
re di Francia, che le aveva lasciati 1310G ducati d ? oro, il 
Senato ne rilasciasse 15000 da erogarsi dai dazii cittadini: 
che si confermassero i privilegi e le esenzioni delle quadre 
distrettuali: che il Comune di Brescia avesse una casa in 
Venezia: che i cittadini di Brescia fossero immuni dagli oneri 
reali e personali, opere di ponti, strade, esenti di guastatori, 
di cernide, di alloggi ecc.: che il fiume Oglio si ritenesse della 
città: che gli ebrei si potessero espellere dalle mura e dal 
territorio : che non si tollerassero mercati che in Desenzano 
ed Iseo: che fosse donato alla città il luogo della Garzetta fino 
a porta Bruciata, compreso il fosso rimpetto all' ospitale, ove 
fabbricare il mercato del vino, molto più, dicevasi, che la Gar- 
zetta era stata eretta da Filippo Visconti nel 1423 sugli avanzi 
di case cittadine. — Rispondeva il Senato, che la città sareb- 
besi tenuta alle condizioni quali erano avanti la guerra del 
1509: che Asola rimanesse qual si trovava nel 1484: che si 
donava il luogo della Garzetta: che le si dava ancora l'antico 
palazzo del podestà, purché venisse provveduto altramente : 
anche l'ospizio nella veneta città si concedeva: gli ebrei venis- 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 157 

sero espulsi: che il contratto del Comune col card. d'Àmbosia 
si tenesse nullo: pel resto ritenersi dalla Repubblica aver 
con ciò bastevolmente risposto, molto più che gli statuti bre- 
sciani venivano anch' essi riconfermati. — Gli oratori si la- 
mentavano del silenzio sugli altri articoli. Vennero le risposte, 
ma quasi tutte condizionate ed evasive. 

Sembrava che, deposte le armi, s' avesse la conquassata 
Italia a riposare; e già se ne rallegravano i Veneziani cui 
quella guerra avea costato tesori, se ne rallegravano le loro 
città, libere ornai da tante concussioni e da tanti mali che 
miserabilmente avevanle travagliate. Ma non per anco ricon- 
segnata Verona, covavansi nuovi semi di sconcordie e di tu- 
multi. Cinquemila Spagnuoli ribellati da Francesco Maria 
della Rovere duca ci' Urbino coi quali si prometteva ricon- 
quistare lo Stato, già desolavano le terre della Chiesa e di 
Toscana. Se non che, battuto il della Rovere sotto Pesaro, 
con un esercito divenuto feroce per necessità di rapina, can- 
giandosi ogni dì più lo aspetto delle cose, cominciava pur 
esso a infastidirsi d' una guerra vuota di speranze, gravosa 
ai nemici ed agli amici. Passava agli accordi, e lo abbando- 
navano nel tempo stesso quegli Spagnuoli sulla cui fede aveva 
alzato l'animo a troppo vasti pensieri. Derelitto da tutti, fuor 
che dal suo Gonzaga, andossi a Mantova, città convenuta nei 
patti per suo rifugio, pagando a prezzo delle sue sventure la 
stolta fidanza che dall' armi straniere potesse venir altro 
mai che servitù. 

Seguiva il 1518, nel qual anno nessun movimento senti, 
nonché la città nostra, Italia tutta; perchè i principi cristiani, 
dismesse quasi le antiche gare, non d' altro parevano occu- 
parsi che della famosa spedizione contro Turchia. Ma questa 
povera pace fu turbata in Valcamonica dal ridestarsi di una 
lite antica frale terre di Borno e di Scalve, risaliente al se- 



158 LA LEGA DI CAMBRA1 

colo XI per lo possesso di un monte da ambe le terre con- 
trastato. Gli Scalvini ponevano Borno in fiamme. I Bornesi 
mettevano a sacco le terre di Scalve ed uccidevano i due 
capitani di quella vallata, mentre un Bornese fatta strage della 
famiglia degli uccisori, cavato loro il cuore, portavalo a trionfo. 
Comandò il Senato che un gran modello fosse fatto in legno 
della montagna, e spedito a Venezia per la decisione. Fu ese- 
guito, mirabile a vedersi, colle strade, i prati, le cascinette, 
i boschi, le vallicene. Il Senato decretò che il monte si di- 
videsse per giusta metà fra i contendenti. 

Ma tornando alla guerra di Turchia, elette dai Veneti le 
milizie d' uomini del paese pel regno di Candia, ne davano 
particolare incarico a Gabriele Martinengo, nostro concitta- 
dino, col titolo di governatore generale di quello Stato. E 
non a questo soltanto pensava la Repubblica. Spaventata dalla 
ferocia colla quale veniva sempre dall' armi nemiche la città 
nostra assalita, provvedeva perchè di argini, di fosse, di ba- 
stioni venisse cinta e fortificata; e non bastando i propugna- 
coli costrutti alle Pile nel 1519, s' innalzavano due anni dopo 
i bastioni di s. Giovanni, di Torrelunga, di s. Croce: ed al 
torrione del Soccorso poneva il nostro vescovo nel 1523 la 
prima pietra, mentre le porte di Torrelunga, chiuse fino dal 
tempo della nota congiura, si ristauravano finalmente, e si 
riaprivano. Ed anche la tregua del 31 luglio 1518 tra Fran- 
cia e Spagna ridestava nei popoli i pensieri della pace. Fra 
1' altre cose il Consiglio di Brescia leggeva una supplica di 
Giovanni Britannico, il quale avendo dedicati alla città i Com- 
menti di Persio (ed era per offerirle Orazio e Giovenale), 
ricordando i suoi 5G anni consumati in Brescia nella coltura 
delle lettere, fatto ornai cittadino da 44 anni con amplissimi 
privilegi, chiedeva d' essere co ? due figli suoi messo a parte 
degli onori, dignità ed uffici tuttiquanti che a buon cittadino 



E IL RITORNO DELLA RKPUB. 



159 



potessero impartirsi. Dalla supplica appare eh' avea fatti i 
commenti all' Achilleide di Stazio, che scriveva quelli di Pli- 
nio l , e che di Orazio e Giovenale s'erano già impressi col 
suo nome in città diverse 20,000 esemplari. 

Nulla di questo è nella Tipografia Bresciana del conte 
Luigi Lechi all' articolo * Britannici, 

La supplica del valentuomo è a carte 192 tergo delle 
Provvisioni 1513, 1517, 1519 dell' Arch. Municipale, e fu 



1. His superioribus annis, quum in 
Juvenalem Horaliumq. comentaria 
composuissem ea sane diligenlia, 
ut jam vigintimilia in Juvenalem 
diversis in civitatibus impressa 
fuerunt cum titulo Joannis Bri- 
tannici Brixiani, statui ea senatui 
populoque vestro inscribi etc. Quam 
sane liberalitatem et offìtium ve- 
strum expertus fui quo tempore 
comentaria in Persium edidimus 
quee adeo vobis omnibus . . . ita 
placuerunl, ut publico senatus ve- 
stri decreto dati sint aurei 25. 
Prceterea eodem decreto statutum 
fuerit ut domus tota nostra, usque 
ad tertium,sibene memini, gradum 
ab omni onere immunis essei. Pla- 
cuerunt, placentque etiam ita ex- 
ternis omnibus ut multis in civi- 
tatibus impressa per totani non 
solum Italiani sed totam Europam 
circumferantur, et (quod sine ar- 
roganza dietim sit) doctissimus 
quisque in bibliotheca sua studeat 
habereetc. itaque quum omnino sta- 
tuerim ipsa comentaria in Juve- 
nalem et Horatium vobis dicanda 
ea mine vobis offerimus prcecan- 
ies etc. petentesque a vobis non 



aurum non argentimi etc, cum 
ignari non simus liane M.cam 
Civitatem per bella tam diuturna 
tamque atrocia omni argento ita 
exinanita, ut id a nobis non sit 
expectandum; sed illud dumlaxat, 
ut qui jam anni sint 56 ex quo 
in urbe habilamus, semper in stu- 
diis et litleris versantes, donaiique 
fuerimus civilate jam annis 44 cum 
privilegio amplissimo, ut dignitales 
honores aliaque ofpliaqualia aliis 
civib. traderent, ut me cum filiis 
duobus et posleris omnibus meis 
promovere dignemini ad omnes 
dignilates honores etc. Et vos scire 
volo nos in Plinium scribere eie. 
Nam et nos comentaria quatuor in 
Achilleida Stalli, Persium, Juve- 
nalem, et Horatium edidimus quee 
ut diximus per totani Europam 
leguntur. Brevique in Plinium co- 
mentaria nostra venient in lucem, 
me ante vobis valde commendo etc. 
— Emilio degli Emilii, pigliata la 
parola e fatti gli elogi del vene- 
rando Britannico, ottiene che, nemi- 
ne discrepante, venga la supplica 
totalmente, esaudita. 1518,0,134, 
mia raccolta, e Provv. Municip. cit. 



160 LÀ LEGA DI CAMBRAI 

nel civico consiglio del 26 novembre 1518. A quest' anno 
porrebbe il P. Gregorio un processo di streghe dei tempi di 
Paolo Zane. Secondo lo storico, furono rimandati alle case 
loro liberi gli accusati; e quel Tonale, conchiude frate Gre- 
gorio coli' usato suo stile, spacciato dal volgo per iscuola di Pluto 
nei dogmi dell' abisso, quel famoso monte pomposo teatro delle 
nuvole, restò col suo vero vanto di spatiosa palestra dove giuocano 
sovente le più innocenti meteore del cielo. 

Ma il buon frate volle cavarsi con uno scherzo rettorico 
da un fatto che non tornavagli a grado di raccontare. 11 mio 
dotto amico Gabriele Rosa, coli' usato amore per le patrie 
cose, raccolse intorno ai processi di Yalcamonica per fatti di 
streghe assai preziose memorie desunte dall' archivio dei 
Frari, delle quali diede un saggio nell' articolo da lui pub- 
blicato intorno a ciò nel Crepuscolo n.° 7, 14 febbraio 1858. 
Colla scorta del Sanuto, che narra come all' estate del 1518 
bresciane lettere avvertivano il Senato aver l' inquisitore fatto 
brasar da settanta streghe de Valcamonica, tolti loro beni e dati 
alle Chiese * , investigando il fatto che negli storici contem- 
poranei, come il Rossi, passò quasi inavvertito, trovò che il 
consiglio dei Dieci, fatto rimprovero ai nostri governatori 
d' aver tollerata quella orribile esecuzione senza farne rap- 
porto, ordinava provvedimenti per 1' avvenire; che Paolo 
Zane vescovo di Brescia eccitato dai preti valligiani perchè 
venisse colla irquisizione, v' andava con un domenicano e 
alquanti predicatori, ed abbruciate alcune streghe ad Edolo, 
piantava in Cemmo il tribunale, mandando suoi legati per 
tutta la valle. 

Carlo Miani, castellano di Dreno, gentiluomo della Repub- 
blica, con lettera 24 giugno 1518 scriveva al Zorsi dottore, 

1. Muratori, Rerum L'ai Strip, t. XXV. — Sanuto, p. 431. 



K IL RITORNO DELLA RF.PUB. 11)1 

essersi in quella valle abbruciati alcuni che avendo il gran 
diavolo per loro Dio, avean fatto morire, parecchie donne ed uo- 
mini. Poi narrando i riti di quelle tragende,=giovani donne, 
egli dice, istigate dalle madri, fatta una croce in terra, la spu- 
tacchiano, la calpestano; ed eccoti apparir loro un nobile 
cavallo su cui montate col demonio palafreniere, si trovano 
d'un tratto sulla cima del Tonale, dove sono allegre danze e 
lucidi banchetti. Poi bellamente ricevute in una splendida 
sala coperta di serici drappi, ossequiato il re del luogo seduto 
in trono preziosissimo, ed insultata per suo comando la croce, 
ne ricevono in premio Y essere condotte a giovani di squisita 
bellezza. Alcune di queste illuse, barbaramente tormentate, 
confessarono aver fatta morir gente con polveri avute dal de- 
monio, che sparse all' aria sollevavano tempeste ; altre che 
aspersa di fatato unguento la conocchia od il bastone, venivano 
su questo con rapido volo trasportate sulla cima del monte. 

Il dottore Alessandro Pompejo da Brescia, con lettera 28 
luglio 1518, gravemente asseriva che queste bestie hereliehe 
facevano diventare cavallo il bastone, sul quale gittatosi a 
cavalcioni il procaccino del cavaliere di Valle Pasina, andava 
per la Francia e per la Spagna salutandovi gli amici, e che 
al Tonale si raccoglievano talvolta duemila stregoni a farvi 
loro incantesimi e malìe. 

Altra lettera di quegli anni accusa i nostri Camuni come 
gente silvestre, eh' ebbe dall' Albania quel mal seme delle 
stregonerie, per cui n' erano infetti assai preti ricusanti il 
battesimo e celebranti la messa come Dio vuole, o piuttosto 
come Dio non vuole. 

Non è quindi meraviglia se un Veneto, recatosi a bella 
posta in valle per essere buon giudice dei fatti di Pisogne, 
scriveva di 64 persone abbruciatevi in quattro luoghi, di 
altrettante in carcere, e eli cinquemila indiziate come sospette 

Odorici, Star. Brest* Voi. IX. li 



IC>2 LA LEGA DI CAMBRA! 

d'infezione. Essendo allora la valle, qui osserva il Rosa, di cin- 
quantamila abitanti, di cui ventimila soltanto toccavano Y a- 
dolescenza,potea dirsi che un quarto, poco su poco giù, della 
popolazione era sotto processo. Il 16 luglio bramò quel Vene- 
to, che trovavasi a Pisogne, di vedere otto streghe già con- 
dannate. N' ebbe licenza dal prete Bernardino Grosso, il quale 
santamente raccomandavagli non desse loro fastidio, perchè 
essendo confessate, non vorave, soggiungeva il buon prete, che 
ìe se turbassero. E le loro ossa dovevano crepitare il giorno 
dopo nelle fiamme! Perchè tratte dal carcere si videro mor- 
morare tutte raccolte a divozione le loro preghiere, ed una 
di queste rivolgersi al vicario = E non è vero che mai vedessi 
in Tonai (e qui nomina complici che aveva falsamente accu- 
sati), ma me li hanno fatti dire per forza; e questo dico per di- 
scargo della mia coscienza. 

La veneta Signoria scriveva intanto al podestà di Brescia 
perchè, sospese all' istante le procedure, si mandassero a 
Venezia, col capitano della valle e cogli inquisitori, quelle di 
62 condannati e degli altri in carcere tuttavia. Mirabile a 
dirsi! tanto seppero gì' inquisitori adoperarsi, che i valli- 
giani mandarono legati (quasi tutti preti) il prevosto Valerio 
Dabene, don Bernardo Grosso, frate Gregorio, un altro Da- 
bene e Damiano Federici da Edolo a Venezia, supplicando 
perchè i processi venissero continuati. Esaminate le cose, il 
tutto fu riferito ad Altobello Averoldo nuncio del papa, che 
ebbe una Bolla perchè provvedesse circa le eresie manifestate sì 
nel Bresciano che nel Bergamasco. Ma nel settembre del 1518 
rimanevano ancora nelle carceri camune 40 accusati ingrande 
miseria, onde il Senato mandò egli stesso ad inquisire gì' in- 
quisitori, e prima il vescovo Paolo Zane, e con esso preti, 
giudici e notai. Ne rìsidtò non aver fatto debitamente il loro uf- 
ficio; aver agito con grande severità mossi da cupidità di guada- 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 



163 



gno, conlra juris ordinem etc. Ci mancano i documenti della 
fine di questo misero dramma, ma ce ne restarono quanto 
basti per respingere la superba accusa che alla Repubblica 
scagliava Cesare Cantò, avventato sentenziatore, costretto 
assai volte o a disdirsi o a tacere. Fu provveduto insomma 
perchè V appetito del denaro non sia causa di far condannar a 
vergona alcuno senza minima colpa. Che se il governo vene- 
ziano, tutt' altro che crudele, non avesse tenuto d'occhio al 
pretume della misera valle, gli accesi roghi non già spenti, 
ma si sarebbero, come termina il Rosa, centuplicati. Roghi 
per altro che non avrebbero in ogni modo che irritati vieppiù 
quegli illusi, i quali vi si recavano alcuna volta cantando preci 
come a trionfo. Di queste misere aberrazioni dello spirito u- 
mano dovean trovarsi altrove che nel sortilegio le prime ori- 
gini. Erano semi d' islamismo antico a doppie mani rimesco- 
lato colle superstizioni dei secoli sopravvenuti, e più nel XVI, 
quando fra i nostri valligiani, tanto prossimi ai Valtellini ed ai 
Grigioni, era già filtrato il protestantismo di cui del 1527 si 
trovavano infette parecchie nobili case della nostra città. Da 
qui la infame processione descritta dal Rossi e dal Nassino, 
che nel maggio di queir anno, preceduta da un crocifisso ca- 
povolto, ed accompagnata da strani suoni, attraversava not- 
turna le nostre vie d cantando orribili litanie composte d'im- 



Rossi, Ann. ms. C, I, 3, Quirin. 
La eresia di Lutero entrò in al- 
cuni: tre preti ne furono infetti: 
50 uomini andarono per alcune 
notti cantando le litanie dei santi, 
attribuendo a quelli diverse ese- 
crabili villanie. Portavano un cro- 
cefisso coi piedi in su, et si face- 
vano precedere diversi suoni. Ed 
il Nassino, p. 60, 23 marzo 1527: 
Fu ... presa parte per quelli che 



avevan cantate le litanie ecc. di notte 
cridando cioè — uno comenzava - 
al dispetto di Dio, e li altri rispon- 
deva ora pronobis. Dopo cominz%va 
dito capo a dire . . . Vergine Maria, e 
gli altri dicevano ora prò nobis. — 
La taglia promessa all' accusatole 
fu di 300 ducati che il Senato rad- 
doppiò, et anche presono alcuni, et 
per esser zentilomeni no audasete la 
cosa più innanzi. Sempre cosi. 



164 LA LEGA DI CAMBRAI 

a.iMs precazioni ai Santi, alla Vergine, a Dio, col solito intercalare 
ora prò nobis. Vennero bandi e taglie. La Repubblica ne fu 
commossa; raddoppiò le taglie promesse dal Comune ai dela- 
tori, aggiunse il privilegio del perdono di un sentenziato a 
morte ed a scella dell' accusatore. Ma nulla valse, e la cosa 
fa lasciata impunita perchè v' era immischiata la nobiltà. 

B .isi9 Moriva del 1519 Massimiliano imperatore, e le pretensioni 
di due potentissimi re alla successione del trono di Germania 
cominciavano a perturbare con nuovi moti le cose d' Italia: 
perchè trasferita 1' anno appresso dagli elettori la corona im- 
periale sul capo di Carlo V, V emulo re di Francia grave- 
mente indignato, preparandosi a combatterlo, stringeva ac- 
cordi coi Veneziani, mentre Leon X, cui stavano fitte nel 
cuore le perdute città di Parma e di Piacenza, fomentandolo 
più ancora la procellosa, ma grande, ma vitale idea di cac- 
ciar Cesare dal regno di Napoli, e di rivendicare agli Italiani 
1' antica libertà, voltatosi alla guerra, trattava copertamente 
col re cristianissimo, ed assoldava seimila Svizzeri per asse- 
condarne le imprese: né pago ancora, molestandolo il desi- 

a - 1521 derio di far sua Ferrara, con arti non degne certamente del- 
l' anima sua, macchinava, tanto può ¥ ambizione, con Uberto 
da Gambara protonotario apostolico, di torre ad Astolfo, che 
erane duca, collo Stato la vita. Ma essendogli riuscito vano 
un tentativo di 2000 fanti condotti dal vescovo di Ventimiglia, 
si provò col nostro Uberto, il quale comperatosi coli' oro della 
Chiesa un Ridolfet capitano delle guardie del duca, s' era 
fatto promettere il castello di Tialto: ma il capitano palesò 
la trama, ed il povero Alfonso, giustamente indignato, la di- 
vulgò. Fu scoperto da poi che si trattava di assassinarlo, per 
cui tre volte, ma indarno, facea sentire ai pontefici le sue 
querele 4 . Maneggiava Uberto quelle tristi mene che gli do- 
i. Muratori, Annali, a. 1520. — Guicciardini, Stor. d'I tal. 1. XIII, e. V. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 165 

vevano porre in capo, dirò col Muratori, il cappello rosso, e a.1521 
nelle quali anche lo storico Guicciardini, così pieno di gra- 
vità, si ravvolgeva. Aveva carico dal Gambara che di soppiatto 
ed improvviso venisse con certi fanti all' assalto della porta 
di Tialto. Determinato era il dì; ma scoperta la congiura, il 
duca s' accontentò di farne processo, che colle lettere del 
Gambara mise da un canto per giovarsene ad altro tempo * . 

Tre volte insidiò il Gambara ai giorni ed al ducato di 
Astolfo. Ebbe il nostro Uberto carichi splendidissimi: sostenne 
le nunziature di Francia, di Portogallo e d'Inghilterra; vice- 
legato in Bologna alla incoronazione di Carlo V, tenne posto 
onorevole fra i rappresentanti di tutta Cristianità: fu legato 
in Piacenza, fu cardinale: ma queste magnificenze non val- 
gono a cancellare la macchia in lui dell' essersi mescolato, e 
con atroce insistenza, fra tristi leghe e vili opere di tradi- 
mento e di sangue. Uomo storico fu costui; e le azioni ch'anno 
in sé qualche grandezza,, come anno quelle dei governi e degli stati, 
comunque le si trattino, scriveva il Macchiavelli, qualunque fine 
abbiano, pare portino sempre agli uomini più onore che biasimo. 
Sia pure: ma infelice colui che a così vera eppur sì acerba 
sentenza debbe la infausta eredità di un nome. 

Continuavano intanto i veneti decreti pei processi di 
streghe 2 in Valcamonica. La parte presa dal Consiglio dei X 
determinava che fossero le procedure extra tamen torturarti, 
e che in Brescia unicamente si ricercassero gli accusati, senza 
far esaminationi et ripetitioni, se altro loro talentasse aggiun- 
gere, e si venisse alla sentenlia cum ogni diligenlia et circuspe- 
tione, et servatis omnibus praemissis et non aliter. Si volle che il 
legato sapesse come l'appetito dell' oro fosse causa talvolta di 
quelle condanne, e che quei poveri di Valcamonica sono gente 

1. Odorici, Il card. Uberto Gambara, °2. Romanin, t. V, pag. 54G, docum. 
con documenti, p. il. XVI, n. 2. 



!G(> LA LEGA DI CAMBRA1 

1.1521 semplice et di pochissimo ingegno, e che avrebbero più bisogno di 
predicatori e d' istruzione nella fede cattolica, che di persecutori. 
Dal che si vegga quanto è falsa la ricordata accusa del Cantù, 
che dice la Repubblica veneziana severissima e fino atroce p e r- 
secutrice delle eresie. Questo documento l'ebbe il Romanin 
dal codice di Brera citato dal medesimo accusatore * ; segno 
che T autore della Grande Illustrazione lo ha letto a modo suo. 
Occupata Francesco ì la Navarra, incominciava, né fuor 
di proposito, della costanza di Leone a dubitare. Ma il pon- 
tefice, che con quella recondita e mirabile sua simulazione 
tenea dietro agli andamenti del re di Francia, addatosene 
tosto, vedutosi dagli Svizzeri abbandonato, legò la propria 
causa a quella di Carlo V. Prima cura di Carlo e di Leone 
fu quella di assalire con armi e con inganni Genova e Milano. 
Né stavasi inoperoso il re di Francia; perchè a difendere il 
ducato di Milano mandava Lautrech, riceveva dai Veneziani 
seimila fanti e seicento uomini d' arme cui erano tenuti, sol- 
dava diecimila Svizzeri, e seimila venturieri facea passare da 
Francia in Lombardia. Già i veneti comandanti, affidata la 
difesa di Brescia ad Orazio Baglione, andavano a campo sul 
Veronese e sul Bresciano, mentre i rettori della nostra città, 
veggendo minacciate da tedesca invasione le patrie valli, con 
lettera 11 agosto 1521 indirizzata a Giacomo Negroboni, or- 
dinavano l'armamento generale delle valli Trompia e Sabbia, 
e che quel milite valoroso venisse co' suoi valligiani 2 a 
respingere fuor dei veneti confini 1' esercito nemico. 

Le valli ponevano presidio a Rocca d' Anfo; e mille di 
quegli alpigiani, guidati da un Giacomino dei Graziotti, entro 
alla rocca si radunavano. La Riviera anch' essa provvedeva 
alle offese ed alle difese; e il 17 novembre, convocato il Con- 

1, Scorsa di un Lombardo negli Ar- 2. Benemerenze, Cod. 103, 51, e do- 
cili vii Veneti. dimenìi a p. 171. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 167 

sigilo di s. Felice, determinava che il castello del Comune, a.tsai 
già distrutto per ordine del re di Francia 1 , a sostegno delle 
vite e delle proprietà e stante la guerra incominciata, s'avesse 
a ricostrurre a spese comuni, eleggendo per ciascuna delle 
quattro contrade di Piazza, di Marcianega, della Pallata e di 
Montanara due sorveglianti all' opera patria. Dall'altro canto 
Prospero Colonna, cui era affidato 1' esercito imperiale, rice- 
veva sul Mantovano nuovi rinforzi calati di Lamagna, cui si 
erano indarno i Veneziani opposti, né più mancava che di 
venire agli scontri. Ma col temporeggiare schivava il Colonna 
gli assalti, e toglieva ai nemici le occasioni del combattere, 
tanto che la noia, la lunghezza, la miseria li consumassero; 
e stancheggiandoli, veracemente vìnceva. 

Perduta Parma dall' esercito di Francia, il Lautrech fat- 
tosi forte a Pontevico, tirava aspramente colle artiglierie nel 
campo degl' imperiali eh' erano a Robecco, e li costringeva 
a riparare in Gabionetta, mentre gli Svizzeri, tanto aspettati 
da Prospero Colonna, s'appressavano sempre più. Venuti sul 
Bergamasco, prendevano il castello eli Samico, ne tagliavano 
a pezzi la guarnigione, e attraversato il lago d' Iseo, mette- 
vano a socquadro i luoghi di Rivatica, di Sarnico, di Para- 
nco, di Capriolo - : il perchè quanti quivi erano Francesi e 
Veneziani, che sommavano a più di quattromila, costretti a 
ripararsi altrove, si rannodavano a Chiari ed a Rovato: e tale 
fu lo spavento del passaggio di quegli Elvetici, che Ottavio 
Rossi ha tramandato un' orazione latina eh' erasi aggiunta 

1. Parti prese dal Consiglio di s. Fé- presentici et futura res et bona etc. 

lice, Cod. presso 1' Arch. Comun. non possunt servari ob caslrum 

p. 29 - 1521, 17 novemb. Proposi- dirulum, castrimi illuni nemine di- 

ium fuit per ipsum Consulem qua- screpante debeat rcedificari. 
tenus cum de mandato regis Gallo- 2. -Rossi, Annali, Coti. Quiriniano.— 

rum castrum comunis dirutum fuis- Nassino, Memorie, Cod. Quirin. 

seUet quod ad prwsens propter bella C, I, 15. 



108 LA LEGA DI GAMBRAI 

alle litanie, come in ringraziamento che se ne fossero andati 
sul iMilanese. Signore, così la preghiera, che noi tulli 
avete liberati dall' impeto degli Svizzeri, eh' altro spirito non 
hanno che nelY ira, pei meriti della Vergine, durante il loro pas- 
saggio per queste contrade, a te supplichiamo perchè ne riceva 
sotto V ombra tua, per la tua passione e pel concepimento della 
Vergine tua Madre. Così sia l . Dal 20 al 25 ottobre durò 
quella piuttosto invasione che passaggio degli Elvetici per lo 
Bresciano: barbare genti, che venute dall'alpe, non sapendo 
pur esse a quale esercito accostarsi, dello spogliare assai più 
che del combattere bramose, correvano senza pietà le nostre 
campagne, e dispettando quasi la vivida e poderosa fecon- 
dità di questo suolo, e il molle e splendido sorriso del nostro 
cielo, volean lasciare una impronta fra noi di que' deserti 
che avevano abbandonati. 

Dopo un mese di sosta incerta e combattuta le forze im- 
periali e pontifìcie passavano a Gambara: cosi raggruppate e 
minacciose, procedendo in mezzo a queste i due legati apo- 
stolici Seduense e Medici (colpa dei tempi) colle loro croci 
d' argento, si ridussero in tre alloggiamenti agli Orzivecchi, 
scusandosi col veneto Senato a tanto essere venuti per ne- 
cessità di passaggio, non per offendere la Repubblica; per- 
mettersi lo esercito meno assai di quello che fu consentito al 
Lautrech lordi è appostava in Pontevico le artiglierie. La man- 
canza di paghe allontanava intanto gli Svizzeri dalle insegne 
del generale di Francia, il quale smarrito ed incerto si po- 

1. Rossi, Annali cit. Cod. Quiriniano illorum per vias islas te suppli- 

C. I, 3. Domine Jesu Christe, qui ciler oramus, ut facias nos in tuo 

liberasti nos indignos ab impetu sancto consortio participes, per 

Elvetiorum, qui possident solum sanclam passionari luam et per 

spiritual irascibilem, prò meritis conceptionem Yìryinis Matris luce. 

Dealiss. Matris luce, in tr ansi tu Amen. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 409 

neva a Cassano per impedire ai nemici il transito dell'Adda, 
ma tutto indarno: perchè i nemici, passato il fiume, si mos- 
sero uniti per Milano, ed entrarono agevolmente, maravi- 
gliandosene pur essi, in quella città. Ma siccome avevano pi- 
gliato Como, i rettori bresciani, temendo qualche diversione 
sul Bergamasco, raccomandavansi alle patrie valli (26 set- 
tembre) perchè alla testa del conte Antonio Avogadro man- 
dassero cernite a Bergamo l . 

Moriva in questo frattempo Leon X, e gran parte dell 7 e- 
sercito pontificio, allo indebolirsi delle cose di Cesare in Lom- 
bardia, si discioglieva. Se non che il conquisto di Genova 
(1522), ottenuta dal Colonna per assalto, privò intieramente 
il re di Francia di poter sostenersi in Italia e lo costrinse a 
ritrarre Y esercito di là dall' Alpi, così che al sopravvenire 
del 1523 non altro si teneva dai Francesi in Italia che il ca- 
stello di Cremona. Mentre i Veneziani lavoravano intorno 
alle mura di Brescia, il vescovo Paolo Zane poneva la prima 
pietra del torrione del Soccorso; e Torrelunga, stata chiusa 
dal 1512, veniva riaperta 2 . 

La Repubblica, vista la mala fortuna del suo confederato, 
la prospera di Cesare, scorgendo quest' ultimo seguito dai 
più potenti principi italiani, non sapea che risolvere. Distoltasi 
da Francia, deliberava finalmente d 7 abbracciare 1' amicizia 
di Carlo V. Anche il pontefice Adriano VI erasi accostato 
alla lega. Ma né lo allontanarsi dei Veneziani, né il sollevarsi 
di tanti principi e del duca di Borbone raffreddavano Y ar- 
dore del giovane Francesco I che stava già per passare con 
potentissimo esercito in Italia; e già Bonivetto, ammiraglio di 
Francia, alla testa di forse ventisettemila uomini tutte inva- 
deva le regioni al di là del Ticino. Spaventato il Colonna si 
rannodava in Milano, città che i Franchi cingevano d'assedio; 

l.Benemer. delle Valli, p. 172, docum. 2. Nassino, Mera. C, I, 15. 



1.152: 



170 LA LEGA DI CAMBRA! 

e disperalo V ammiraglio di poterla avere per forza, mandava 
intanto un Gonzaga contro Cremona, il quale trovato quivi 
non aspettato contrasto, e visti i cavalleggieri dei Veneziani 
che accennavano a Pontevico, prese la via di Sondrio: onde 
costretto il generalissimo francese dalla difficoltà delle vitto- 
vaglie, dai rigori del verno, dai lamenti degli Svizzeri, si ri- 
dusse coli' esercito parte ad Abbiategrasso e parte a Rosa. 
Se non che la morte di Prospero Colonna e di Adriano VI 
in questi giorni avvenuta, furono motivi perchè le cose della 
guerra si rallentassero. 

Né tacer vuoisi Y opinione di taluno che Adriano VI fosse 
nostro concittadino, e che la picciola terra di Renzano poco 
lunge da Salò gli fosse patria. Due storici contemporanei di 
Adriano (Bellintano e Grattarolo) i , i quali de' tempi loro ci 
parlano con ischiettezza e verità, non soltanto l' hanno asse- 
rito, ma narrate ai loro conterrazzani (molti dei quali vissuti 
ne' giorni del pontefice benacense avrebbero potuto solen- 
nemente smentirli) di cotali circostanze del mutato nome col 
mutar della patria, che fanno pensare. E lo stemma dei Ram- 
pini di Renzano sta impresso ancora in una medaglia d ? A- 
driano VI posseduta dal sig. Gelmini; e quello stemma, che 
già dal secolo XVI era dipinto colle somme chiavi e con ana- 
loga iscrizione sulla chiesa di Renzano, io stesso quand" era 
fanciullo vidi un bel giorno cancellato da uno stolido prete 
del paese per imbiancare la fronte del santuario. 

Le attestazioni prodotte dal nostro Grattarolo di per- 
sone viventi allora, e che vollero inchinare nell' eterna città 
V illustre loro concittadino, la colpevole inscienza degli 
oppositori sulle scritture benacensi, e parecchie incer- 
tezze e disaccordi su alcuni fatti che pur si trovano nel 

1. Grattarolo, Storia della Riviera, tano, Della vera origine di Adriano 

scritta nel 1586, p. 81. -Beli in- VI, Relaz. ioed.Cod.Quir. F, III, 4. 



E IL RITORNO DELLA RE PUB. 171 

Giovio ■ , nel Panvinio 2 , nel Guicciardini 3 , nel Vittorello 4 , ».tm 
nello Spondano 5 , nel Burmanno 6 , neh 1 ' Ortizio 7 , nel Ti- 
raboscbi 8 , nel Roberston 9 , nel Muratori 10 , ci fanno par- 
tecipi di quella precauzione ad abbracciare le non sempre 
uniformi sentenze cbe tennero il Brunati H ed il Clemencel 12 . 
Il perchè, mentre a questo fatto si grave desideriamo che il 
tempo e le indagini degli eruditi così vivide, sì felici a' nostri 
dì, procurino più risolute e più aperte testimonianze, diremo 
che ad ottener fama di riformatore della rilassata corte di 
Roma, sola al pontefice Adriano mancò la vita, e che ingiusta- 
mente d' inetto e pusillanime spirito il Guicciardini lo accusa. 
Perocché 1' acerbo scritto che rivolse al vescovo di No- 
rimberga, altamente dannando il corrotto costume di tutto 
il clero, non poteva dettarsi che da un' anima sdegnata e vi- 
gorosa; e il solo pensiero, non eh' altro, di voler porre un 
argine ai funesti effetti in ciò proceduti dallo splendido pon- 
tificato di Leon X, era degno di quella ferma e risoluta sua 
mente. Ma inesperto delle cose d' Italia (perchè vissuto da 
giovane in Olanda, era quindi passato alla corte di Spagna), 
eletto a reggere lo stato della Chiesa in tempi agitatissimi, 
non potè corrispondere alla aspettazione degli Italiani e di 
quanti avrebbero desiderato un pontefice sul fare di Giulio 
e di Leone. 

1. Giovio, Vita di Adriano VI. Hisp. Romani, usque ad ipsius 

2. Panvinio, Vite dei Romani Pontefici. ponti ficatus eventus. 

3. Guicciardini, Storia <T Italia. 8. Tiraboschi, Storia della Letterat. 

4. Victorellus, Addit. ad Ciaccon. sec. XVI, 1. I, e. II. 

ad. 1522. 9. Roberston, Storia di Carlo V. 

5. Spondanus, Contin. in Ann. Baro- 10. Muratori, Ann. d' Italia, a. 1522. 

nii ad an. 1522, art. XI. 11. Brunati, Leggendario degli uomini 

6. Burmannus, Analecta hislorìca, de illustri della Riv. di Saio-Adriano VI. 

Adriano VI. Trajectino, 1672. 12. Clemencet, V art de vérifier les 

7. Ortitius, Itiner. Adriani VI ab dales, t. I, p. 332. Paris, 1783. 



172 LA LÉGA DI CAMBRA! 

Continuavano frattanto gl'Imperiali a perseguitare di ter- 
ra in terra 1' ornai disfatto esercito francese *. Scendevano 
gli Elvetici a sostenerlo, e temendo servissero di versante a 
quelle genti le valli del Bergamasco, i rettori di Brescia 
(8 aprile) sollecitavano le vallate del Bresciano perchè man- 
dassero soldati alle guardie dei passi e nella stessa città di 
Bergamo 2 . Ma rotto quell'esercito a Garlasco, alla Stradella, 
ad Abbiategrasso, più non si potendo sostenere, abbandonava 
Italia. E qui tra i forti che sotto Garlasco lasciarono la vita 
non andranno indistinti i due fratelli bresciani Roberto e 
Camillo dei Martincnghi; al che mi muove lo ingiusto silenzio 
degli scrittori delle cose d' Italia, V importanza del fatto e il 
santo proponimento di onorare in queste pagine la memoria 
dei valorosi. Una rozza, ma esatta ed ingenua sposizione di 
queir assalto noi Y abbiamo dal nostro Nassino che fu pre- 
sente all' impresa, ed ebbevi gran parte. 

Passato il Ticino, veniva a campo il della Rovere a Gar- 
lasco, luogo cinto di fosse e di ripari fra Trumello e Pavia, 
dove un nobile Corso con quattrocento de' suoi isolani inter- 
rompeva ai Gesareschi le vettovaglie. Stavano col duca d'Ur- 
bino alla condotta di alcune compagnie di fanti Roberto e 
Camillo dei Martinenghi, e seco i loro nepoti Ercole e Lodo- 
vico. Era il giorno quattro dì marzo, lorchè fatto impeto 
contro quel forte, le venete ordinanze venivano scompigliate: 
durava tuttavia 1' assalto, ed Antonio da Castello, bresciano 
anch' esso, cui era dato il comando delle artiglierie, fulmi- 
nava ostinatamente il nemico; ma non per tanto piegavano 
disordinati gli assalitori. Quand' ecco circondato dai primi 
personaggi del campo venire il duca d' Urbino, il quale am- 
mirando, benché soccombente, l' animosa virtù di que' nostri 
concittadini = A voi, disse, o conte Camillo, voglio affidato 

I. GUICCIARDINI, Star. d'Italia, 1. XIV. % Benemerenze, p. 173, doeuin. 



E IL RITORNO DELLA REPLU. 173 

questo nobile imprendimelo: occorresse l'esercito mio, disponetene a.1524 
pure: nulla da voi si risparmi pur che s' abbia Garlasco. Con- 
fortavano a tanto gli altri capitani, confortavalo il Borbone 
particolarmente, sì che il nostro PandolfoNassino, che presso 
il Martinengo tenea luogo di cancelliere, visto che n' andava 
la riputazione del signor suo, esaminate tutte intorno le con- 
dizioni del sito, datone a Camillo ragguaglio, veniva seco lui 
divisando i modi del combatterlo. Erano le fosse di quella 
terra piene tutte d' un' acqua stagnante, profonda così, che lo 
attraversarla sarebbe stato, non eh' altro, temerità. Immagi- 
nava Pandolfo di piantare alcune artiglierie per modo che 
battendo di traverso nel punto medesimo dove percuotevano 
quelle di Antonio Castello, aprissero una breccia, sicché riem- 
piendosi delle cadenti rovine queir affondato padule, se ne 
rendesse più facile il tragitto. Ed ecco V infaticabile Camillo, 
che sino da quando militava sotto Bartolomeo d' Àlviano con 
famigliarità soldatesca era detto il Contino, affaccendarsi col 
suo Pandolfo intorno alle artiglierie, distribuirle, caricarle ei 
stesso; e poiché difettavano in quel trambusto i bombardieri, 
sottoporsi, presente 1' esercito, tanto è forte lo stimolo del- 
l' onore, alle fatiche dell'ultimo gregario. Venivano in questo 
mentre i condottieri dei fanti a riconoscere in lui il capo su- 
premo della fazione, e primeggiava tra questi un Carlo d' A- 
gobbio, gagliardissimo capitano, amico del conte, ed al quale 
una banda di mille uomini era soggetta. Compiuta, come av- 
visava il Nassino, la batteria, preparata ogni cosa all' assalto, 
già tuonavano impetuosamente le venete artiglierie, già sotto 
al contrastato Garlasco procedevano i fanti sempre più; ma 
quei fieri Corsi del presidio li ripulsavano. Lo stesso Gio- 
vanni dei Medici, quel fulmine di guerra, dal ferocissimo as- 
salto retrocedeva; e presentandosi coraggiosamente allora 
il Martinengo, lo seguivano al duro scontro i compagni: ma 



17 1 LA LEGA DI CAM MIAI 

tempestato per ogni parte, colto da un sasso nelle tempie, 
tutto lacero cadeva e sanguinoso giù per quei gorghi. Gitta- 
tivisi dentro alcuni suoi coihmilitoni, traevanlo con pietosa 
cura di là, mentre inasprito Roberto all' acerbo caso del fra- 
tello, salita a passi concitati la batteria, sosteneva per un 
istante le sorti di quel terribile combattimento: ma percosso 
ei pure nel capo da simil colpo, confuso con altre vittime in 
quel medesimo lagume precipitò. Ferito a morte il d' Agobbio, 
feriti o travolti nella infausta gora quasi tutti i più validi con- 
dottieri dei Veneziani, era in bilico la fortuna di tutto 1' eser- 
cito. Fattosi allora innanzi il duca d' Urbino, rinvigoriva con 
un ultimo sforzo la battaglia, sicché i Veneti, urtato audace- 
mente il nemico, scalate le mura, entravano in Garlasco, e lo 
ponevano a socquadro. Mal reggentesi in pie, lentamente se- 
guiva l' egro Camillo i vincitori, e sentendosi mancare le forze 
appoggiavasi alle rovine di quelle muraglie che così fiera- 
mente avea conquassate: dolevasi del suo destino; cercava il 
fratello, e dal mesto silenzio dei soldati che 1' accerchiavano 
comprendeva non essere più: volendo pure vederlo per V ul- 
tima volta, conducevanlo i compagni dove il cadavere, trovato 
nelle fosse di Garlasco, erasi da loro composto in sulla bara. 
Non appena lo vide, tutto su quello abbandonandosi, diede 
in un pianto così dirotto, che que' rigidi veterani eh' erangli 
intorno, di sotto agli elmi piangevano anch' essi impietositi. 
Lo sventurato Martinengo indi a poco morì. Cosi ebbe fine 
V impresa di Garlasco che diede all'armi di Francia l'ultimo 
crollo, quasi fosse stato fatale che la costoro fortuna col san- 
gue di due nostri concittadini di chiarissima stirpe, di più 
chiara virtù, s' avesse in Italia a terminare *. 

1. Nassino, Memorie autog. presso la et qssayssimi altri signori, et chia- 

Quiriniana, C, 1, 15, p. 53. Et poco marono ditto Conlino et gè disso- 

tlando vene dillo Ducha de Urbino no: Conte noi vi puniamo in no- 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 1 / i) 

Seguiva il 1525, in cui risorte Y armi francesi ad inspe- 
rate fortune, circondavano Pavia. L' esercito di Cesare forte 
di presso che diciottomila uomini, dopo alcune avvisaglie 
sostenute alla spicciolata contro il nemico, e nelle quali Bru- 
noro da Gambara e un Capriolo, eh' erano degl' Imperiali, 
combattevano valorosamente, raccoglievasi a Melegnano per 
soccorrere alle angustie dell' assediata Pavia. E qui ricorre 
al pensiero quella tremenda giornata in cui tutto pe' Franchi 
era perduto fuor che Y onore, e dove la celebrità di un detto 
agguagliava lo splendore d' una vittoria. Ottomila Francesi 
restarono sul campo, e morti o presi col loro re quasi tutti 
i condottieri di queir esercito valorosissimo. Né già perchè 
venisse meno la francese virtù, ma bensì per quella vera in- 
famia delle armi mercenarie, inutili sempre o pericolose, 
gagliarde al predare fra gli amici, vigliacche fra gì' inimici, 
cui non altro sentimento, non affetto, non ragione ritiene in 
campo che lo stipendio, il quale non è sufficiente a fare che e' 
vogliano morire per te. 

Cotanta sconfitta dell' esercito di Francia empiva i prin- 
cipi italiani di maraviglia e di spavento. Temevano che spinto 
il re cattolico dall' ambizione sua propria e dagli stimoli di 
tutta la corte, pigliasse occasione di sì immensa vittoria per 
tutta soggettarsi la disarmata Italia. Si ponevano i fondamenti 
di nuovi accordi fra il papa e i Veneziani impauriti anch' essi: 
ma tosto che fu fatta sperare al pontefice una tregua, vi si 

siro pede in questa ornata impresa. considerato, subilo mi parete, co- 
Fate del campo Veneto et dispo- gnoscendo che V onore del mio 
nelilo come pare a voy a ciò ab- padrone gè andava; et anday etc. 
biamo honore. Et così il viceré di Tutte le minime circostanze del 
Spagna cum lo III. Sig. Duca de fatto furono tolte dal racconto del 
Borbone, quali disseno: disponete Nassino. Odorici, Roberto e Ca- 
anco bisognando tutta la armata millo dei Martinenghi all' assedio 
dell' imperatore. Il qual inteso et di Garlasco. 1855. 



1/0 LA LEGA DI CAMMA! 

• 1525 gittò con tutto l' animo. I capitani cesarei, fatti insolenti dalla 
fortuna dell'armi, contristavano intanto il ducato di Milana, 
la repubblica di Venezia, l'Italia tutta di paure e di tumulti. 
Intorno a questo tempo componeva il duca d'Urbino una 
. acerrima lite per diritti di acqua tra i Pallavicini di Cremona 
e la città di Brescia, la quale con una determinazione che 
risentiva ancora di quella libertà che già da un secolo era 
perduta, aveva mandato 1' anno addietro con molto seguito 
un Lana a rompere le bocche del conteso naviglio: ivi era 
succeduto uno scontro, nel quale disperse il Lana le genti del 
Pallavicino e preso un castello dove s'erano ritirate, le si a- 
veva tradotte in ceppi alla terra di Rudiano. 

a.i5?6 Ricuperata da Francesco la libertà, stavano i popoli in a- 
spettazione grandissima (1526); perchè lo scontento dei Mila- 
nesi dilacerati dai barbari trattamenti degl'Imperiali, e la lega 
che contro Carlo si andava stringendo in Italia, sempre più 
stimolavano il re di Francia a rompere i patti. Già ne sospet- 
tava l'imperatore; ne sospettavano i suoi capitani e s' aggrup- 
pavano intorno al milanese castello, che già presso alla de- 
dizione, era stimolo ai confederati per venire a celeri ed 
efficaci provvedimenti, ai quali un vescovo interveniva in 
Brescia per Clemente VII. Stipulato nel 17 di maggio 
1' accordo fra Clemente, la Repubblica e il re di Francia, 
s' incominciavano i movimenti della guerra. Generale dei 
Veneti era il duca d'Urbino, ed Antonio Martinengo e Fran- 
cesco Gambara, nostri concittadini, avevano in quell' armata 
con Malatesta Baglione carichi principalissimi. 

Venuta la città di Milano sotto Y obbedienza di Antonio 
da Leva, pressando il tempo, usciva da Brescia nel mese di 
giugno il dalla Rovere co' suoi; e munito di sedici pezzi d' ar- 
tiglieria, cui presiedeva il nostro Antonio da Castello, pian- 
tava nella terra di Chiari gli alloggiamenti per procedere di 



E IL RITORNO DELLA REPCB. 177 

conserva colle pontificie ordinanze ad operare qualche forte 
impressione sugi' Imperiali. Prendeva perciò Baglione d' as- 
salto la città di Lodi, acquisto di grandissima opportunità 
per gli alleati, i quali si rannodavano sotto Milano, che l'Ur- 
bino si provò di conquistare. 

Se non che più che al Baglione, debbesi la presa di Lodi 
attribuire a Lodovico Vistarino; e ne diano fede V aspre let- 
tere di Sigismondo Malatesta colle quali, chiamando traditore 
il Vistarino, lo sfida nel campo di Milano, sotto la fede del 
Borbone e del Vasto, al paragone dell' armi: cui rispondeva 
Lodovico, gloriarsi anzi d' essere giunto a reprimere le infa- 
mie degli Italiani eh' erano a Lodi; mentire il Malatesta, e 
presenti Baglione, Medici ed Orsino accettare la sfida: le 
quali lettere che il Nassino ci reca, siccome di storica impor- 
tanza, e sole che tolgano su questo punto di storia italiana le 
dubitazioni del Guicciardini, meriterebbero venire in luce. 

Già gli eserciti alleati ponevano sotto Milano gli alloggia- 
menti, già venivano gli Svizzeri dal Medici promessi, e i ca- 
pitani della lega confortavano il duca d' Urbino a dare Y as- 
salto; ond' egli più per soddisfare al desiderio altrui che per 
propria deliberazione cominciò a battere porta Romana: ma 
trovata assai forte resistenza, non badando alle rimostranze 
del Guicciardini luogotenente delle forze pontificali, dovette 
egli stesso ritirarsene disordinato a Melegnano così che non 
è tanto la fuga. Cuoceva al nostro Ercole Calzaveglia, valo- 
rosissimo cavaliere, quella infamia del fuggirsi; e avuto sen- 
tore essersi sparsa una voce in Brescia contro di lui, pubbli- 
cava corrucciato nel proprio campo il presente editto = 

Io Ercole Calzaveglia — Avendo inteso qua nel felicissimo 
campo della Lega ora sotto Milano come alcuni presuntuosi hanno 
immeritamente messo fama nella nostra citta di Brescia che io 
nella ritirata... fui trovato fuori del mio ordine sbandato come 

©Bonir.r, Stor. Biute. Voi. )\. i; 



178 LA LEGA DI CAMBRA! 

526 fuggili oo... e che per tal merito io sono stato vituperosamente 
svaligiato dalla Eccellenza del Signor Duca d' Urbino capitano 
generale, quantunque per prova si conosca il contrario, nientemeno 
dico che qualunque persona ciò di me vituperosamente ha parlato 
e parlando afferma, ha mentito, mente, e mentirà per la gola . . . 
e questo ad ogni sua petizione lo farò buono a chicchessia con 
V armi. — Data nel nostro campo 3 agosto 1526 * . 

11 castello di Milano era venuto frattanto in potestà di 
Cesare; per lo che voltosi il della Rovere alla espugnazione 
di Cremona, vi mandava con seicento cavalli e cinquemila 
fanti Malatesta Baglione. Il presidio di quella città, prode ma 
incomposta accozzaglia di Spagnuoli, Tedeschi ed Italiani, 
scorrendo i nostri campi e il Cremonese, molestava con su- 
biti affronti Y esercito della lega. A frenarne V ardire spedi- 
vasi dal duca <T Urbino Antonio Martinengo della Pallata, il 
quale partitosi nel 24 di luglio da Verolanuova colla propria 
cavalleria e coi fanti dei condottieri bresciani Ferazzino e 
Ziletti, sì riduceva alla pieve di s. Giacomo, ove sapeva 
essere il nemico; e lo volendo snidare di là, ne nacque una 
ostinata avvisaglia nella quale rimase Antonio gravemente 
ferito; ma raccolte queir intrepido le forze estreme, non 
cessò dal combattere fin che non ebbe fatto suo prigioniero 
1' audacissimo Luigi Gonzaga, il terrore dei tornei e delle 
battaglie, che per la smisurata gagliardia della persona chia- 
mavasi il Rodomonte. Consegnatolo a Carlo degli Averoldi, e 
fattosi condurre in Brescia, indi a qualche giorno morì. Il suo 
frale, riccamente vestito di un sajo listato d' argento, cinto 
di quella spada eh' avea domato il più valoroso degli italici 
condottieri dopo Giovanni de' Medici, fregiato il capo d'una 
foggia di tessuto d' oro, fu accompagnato da grande corteg- 
gio di gentiluomini al nostro tempio del sacro corpo di Cristo. 

1 . NASSINO, Meni. Cod. Quirin. C, 1, 1 5. 



E IL RITORNO DELLA REPLB. 179 

Ivi ebbe sepoltura; e lo splendido mausoleo che vuoisi eret- 
togli colà, ci fa testimonianza di che singolare natura fosse 
quel secolo; perchè non mai fra lo strepito dell' armi e lo 
spavento della conquassata Italia sursero come in quello i mo- 
numenti dell'arti per isquisita bellezza maravigliosi. E a chi mi 
chiedesse qual monumento rechi tra noi l'immagine del se- 
colo XVI, risponderei, la tomba che dicesi tuttavia di Antonio 
Martinengo; perchè diresti la grazia e la gentilezza di quel 
secolo ivi proteggere gli avanzi di sua guerresca virtù. Era 
Antonio di mediocre statura: il pallido ed accigliato suo 
volto rado o non mai rasserenava; coi soggetti austero, grave 
con tutti, più bramava gittarsi nelle forti imprese che narrarle 
altrui; né mai V applauso, che pur sì blando sorride ai valo- 
rosi, potè rompere in lui la dignità del silenzio *. 

L' assalto di Cremona procedeva intanto con qualche vi- 
gore. Correva il dì 13 d' agosto; e non bastando il Baglione 
a tanta mole, gli si mandavano duemila Tedeschi venuti al 
soldo dei Veneziani e del pontefice: strana e selvaggia mol- 
titudine, armata a caso, feroce più assai che valorosa, la quale 
giù calata dall' Alpe, seco traendo le squallide mogli ed i fi- 
gliuoli, passava sotto le mura della nostra città. Accoglievala 
nel campo di Cremona il veneto provveditore; ma facendosi 
F impresa lunga, difficile, ostinata ogni dì più, vi si condusse 
in persona il duca d'Urbino con tredicimila Svizzeri stipen- 
diarii che erano del re di Francia, e gli ecclesiastici venuti 
da Milano. Non già però che nella lega fossero le medesime 
caldezze di prima. La irresoluzione di Francesco I era gran- 
de, ed i confederati givano titubando, interrompevano, varia- 
vano a seconda del vento le operazioni. Ben risoluto era Ce- 

1. Rossi, Elogi - Marcantonio Marti- mini illustri, ediz. Betloniana. Ivi 

nengo. — Nassino, Memorie, Cod. il magnifico mausoleo, con un pò- 

Quirin. C, 1, 15. — Monum. d'uo- vero cenno del Martinengo. 



a. 1526 



180 LA LEGA DI CAMURAI 

sare, ed allestiva un' armata che facesse risorgere in Italia 
il poter suo. 

Giunto ii duca nel campo, die tosto mano a gagliardi la- 
vori di fosse, di ripari, di batterie; e benché gl'Imperiali 
uscissero sovente a disturbarli, e' se n' andavano quasi sem- 
pre colle peggiori. Né questi piccoli scontri erano senza san- 
gue, perchè vi periva dei nostri, a tacer d' altri, un Luigi 
Valossi, che presso Giambattista Martinengo capitano in quella 
fazione di trecento fanti, avea carico di cancelliere. Periva 
col duce Francesco da Perugia detto il Gerpellone un Lodo- 
vico Bornato, condottiere anch' esso di cento pedoni, giovi- 
netto di nobili sembianze, di modi affabili e gentili, intrepido 
soldato ed ottimo concittadino. Fu il suo cadavere onorato 
in patria della pompa estrema: tutto coperto di gramaglie, 
alto sorgeva nel mezzo della chiesa di s. Giovanni il feretro 
dell' estinto: i rettori della città, i congiunti, gli amici, quanti 
erano dei Martinenghi in Brescia, vestiti a lutto, vi s' acco- 
glievano mestamente d' intorno, e ritto un guerriero in sulla 
soglia del tempio, tutto chiuso nell' armi, reggeva uno sten- 
dardo sul cui bruno panneggiamento spiccavano le insegne 
ed il nome di Lodovico Bornato. Fu questo 1' ultimo vale 
dato dagli uomini a quel fortissimo Bresciano. 

GÌ' Imperiali di Cremona, ridotti com' erano a mal par- 
tito, ricercati della dedizione, s'arresero a patti al della Ro- 
vere, e con gran seguito entrava in quella città nel primo di 
ottobre Nicolò Tiepolo podestà di Brescia a prenderne pos- 
sesso in nome del duca di Milano. Ma una vittoria così con- 
trastata e sanguinosa fu presso che inutile. Le cose di Lom- 
bardia declinavano sempre più; ed a darvi V ultimo crollo, 
calava dalle montagne di Trento con quattordicimila Tedeschi 
Giorgio Fronsbergh, ferocissimo capitano, il quale scuotendo 
ad ogni tratto neh' una mano un capestro d' oro, vantavasi 



E IL RITORNO DELLA HEPLB. 181 

apertamente voler con esso appiccare il pontefice, e con altri 
di seta eh' ei si teneva all' arcione, i cardinali. Questa massa 
d' uomini veniva con apparato grandissimo dalle pievi delle 
Giudicane accennando a Valsabbia. Spiavane le mosse Camillo 
Orsino, e portavasi per frastornarle a Salò, però che la Ri- 
viera con esso lui, come volevano le venete ducali, operava 
di conserva. Lasciato Lodrone, avanzavasi Giorgio col conte 
Lodovico signore del luogo, ma giunto al Caffaro ritrovò 
non aspettato intoppo. 

Gloria ed onore a Giannantonio dei Negroboni, che con 
soli mille uomini a tanto esercito si frapponeva. Dicanla al- 
cuni temerità, la dicano stoltezza: ma nei guerreschi ardi- 
menti tutto che tiene dell' arrischiato e dell' audace si chia- 
ma virtù, e di cotale una tempra che farà palpitare in tutti i 
secoli il cuore dei valorosi. Fronsbergh medesimo stette non 
so più se commosso o maravigliato; e voltosi al Negroboni 
fecegli intendere che bramando passare come amico per quella 
valle, pagherebbe in contanti quanto venisse a' suoi sommi- 
nistrato. Recate a Rrescia le condizioni, assentendo la città 
che Giannantonio si ritirasse, scendeva Giorgio per quella 
vallata l , e fatte riposare le genti a Sabbio ed a Vobarno, 
riprendeva lungo il Clisi la via. La Riviera intanto si prepa- 
rava alla guerra, e sei provveditori con amplissime facoltà 
venivano eletti (8 novembre) 2 . Si descrivevano gli uomini 
atti all' armi, e la Repubblica eccitava i Comuni a ricordarsi 
dell' antica virtù (9 novembre) 3 . 

Giunto il Fronsbergh alla Corona, Camillo Orsino, che 
per lo fortuneggiare del lago non potè farsi forte nel Sau- 
diano, disputava ai Tedeschi queir angusto passo: il perchè 

i. Compahoni, Storia delle valli Troni- 2. Lumen Revel. Coti, del Coni, di Salò, 
pia e Sabbia, 1. Vili, p. 310. — De Fideìltate Riperiae, f. °256. 
Benemerenze, p. 174. 'J. Idem. 



a. 1526 



182 LA LEGA DI CAM IMA I 

a.i&2< retrocessero a Sabbio, ove passato il fiume, superato il monte 
Magno (21 novembre), venivano giù per dirotti ed inusati 
sentieri alla terra di Gavardo, donde partivano il dì seguente 
per alla volta di Gastrezone; e divisi in tre grandi squadre si 
ridussero per le vie di Lonato e diDesenzano sulle campagne 
di Castiglione delle Stiviere. Infestati alla spicciolata dalle 
bande nere del celebre Giovanni dei Medici e dalle genti del 
della Rovere che presidiavano Soncino, stavansi gli Alemanni 
dubbiosi a qual cammino appigliarsi: finalmente, passato il 
Po, s' avviavano per la Toscana. 

a.i527 Fu il 1527 per fierissimi accidenti a tutta Italia funesto: 
ma essendosi il torrente dell' armi versato sulle campagne di 
Napoli e di Roma, stavasi Lombardia presso che immota. 
L' attenzione degli uomini era volta colà, e grande era Y a- 
spettazione del come 1' ardua lite fra Carlo V e le potenze 
che gli erano congiurate contro, fosse per terminare; però che 
in quel conato erano le sorti di tutti i popoli italiani, cui ren- 
devano incerte le dubbiezze del pontefice: dicevanlo pusilla- 
nime alcuni, altri incostante; ma tutti concordano in questo 
eh' ei fosse di cupa e impenetrabile sagacità. 

La morte di alcuni patrizi scannati per domestiche ire dai 
congiunti medesimi o dagli scherani, e l' infamia di quei cin- 
quanta sconosciuti che stranamente radunati sotto l'insegna 
di un crocifisso capovolto, furono veduti parecchie notti ga- 
vazzare cantando certe inique litanie perle nostre contrade, 
nel che si sospettavano immischiati alcuni personaggi di qual- 
che importanza, sarebbero a mio dire le più gravi memorie 
di quell' anno e della nostra città. Il secondo poi di que' fatti 
mi parrebbe assai grave, come quello che accenna, se non 
erro, a sètte che pur venivano tra noi guadagnando proseliti. 
I protestanti, che dalla prossima Valtellina e dai Grigioni 
già s' accostavano a Yalcamonica, avevano seguaci nella no- 



E IL RITORNO DELLA RLPUB. 18o 

stra nobiltà. Anche non vadi senza ricordo la feroce avvi- a.,»? 
saglia fra gli Orceani accaduta e alcune bande della lega. 
Una fanciulla degli Orzi, insultata da un uomo d' arme del 
vicin campo, chiamò soccorso. Correvano a difenderla i 
terrazzani, crescevano dall' altro canto i soldati, suonavano 
a stormo le campane della Comunità, e mal resisteva la 
militare virtù contro il furore. Al palazzo dei Cavalli e 
sotto il portone dei Dorj principalmente fu sì arrabbiato il 
conflitto che più di quaranta soldati vi lasciavano la vita 1 , 
mentre laceri gli altri e sanguinosi ai loro alloggiamenti si 
ritiravano. 

Chiuderemo le memorie di questi dì col nome di Cesare 
Martinengo, valentissimo capitano, cui fu dovuto in gran parte 
T acquisto di Genova, che neh" autunno del 1527 facevano 
T armi veneziane e le francesi, per cui venne, col Fregoso 
capo di quella fazione, dalla Repubblica rimunerato. 

Nella primavera del 1528 ricominciavano in Lombardia a.1528 
le miserie della guerra. Guidati dal duca di Brunsvich, più 
di diecimila Tedeschi erano scesi dalle montagne di Trento, 
indirizzati a Napoli contro la lega: presa la via di Garda, 
correvano le terre di Desenzano, -di Lonato, di Gavardo, di 
Montechiaro, taglieggiavano d' uomini e di denari la circo- 
stante Riviera; ed incendiando i luoghi al somministrare im- 
potenti, dilatavansi per lo Bresciano e il disertavano. Un re 
cattolico ce li mandava. Ventimila ducati voleva il Brunsvich 
daiSalodiani: altrimenti, ferro e fuoco 2 . Eustachio diNedecli 
mettevasi di mezzo e proponeva la dedizione, salve le robe e 
le vite. Eletti gli oratori per la resa, il veneto capitano con- 
segnò le chiavi della terra, e la taglia fu ridotta alla metà 3 . 

i. Godagli, Storia Orceana, a. 1527. 3. Idem. Eleclio oratorum eie. quadie 

2. Lumen Revel. 1528, 9 Maii. IH- (20) D. Capitaneus 111. Dominii 

teroc Brouttviceusis. consiynaverit claves teme Suludj. 



184 LA LEGA DI CAMBRA! 

Anche allora furono eletti sei provveditori per la guerra, ma 
il capitano li cassò per non essersi adunati nelle grandi oc- 
correnze e nei pericoli della patria (1 giugno). 

Lasciata i nemici la terra di Salò, nnivansi al de Leva 
nello Stato di Milano, il cui duca, lo Sforza, erasi ricoverato in 
Brescia, ov' ebbe ospizio nel convento di s. Agostino. Venne 
ivi desiderio al duca di vedere la istitutrice delle Orsoline, 
Angela Merici da Desenzano, che ritornata dal suo pelle- 
grinaggio di Terrasanta, erasi chiusa nel silenzio d'una cella, 
ove fuor degli eventi le fosse dato bearsi di quella sola spe- 
ranza che l' empio irride ma che rapire non può. Forse che il 
Guicciardini, quel terribile scrutatore de' tempi suoi, che di 
vizio e di virtù, di patria e di non patria cinicamente sor- 
ride, e tutte cose per entro a quel suo velato e profondo 
scherno inesorabilmente ravvolge, avrebbe maravigliato al 
desiderio del duca: ma chi provò come blanda e soave surga 
negli animi disconsolati la religione, troverà pietoso il pen- 
siero d' uno Sforza, che abbandonato dagli uomini, pende 
dal labbro dell' umile Merici. 

Eransi li Tedeschi avvicinati a Lodi: ributtati dal presidio 
italiano, tocchi per sopraccarico dalla peste, privi di vettova- 
glie, delle quali era in tutta Lombardia grandissima difficoltà 
pei replicati devastamenti e pei viveri agli eserciti sommi- 
nistrati, si ammutinarono; e non si potendo con le parole 
intrattenere, partironsi per la Germania, più non restandone 
al de Leva che intorno a duemila. E quivi giustamente accu- 
sano gli storici il duca d' Urbino del non aver dato dentro ai 
nemici quand' erano a Lodi; ed appagandosi d' averli osteg- 
giati su quel di Brescia qualche volta soltanto, né appressan- 
dosi a loro più che tre miglia, non avesse passato 1' Oglio, 
contento dello starsene in sulle difese del Veneziano. Esistono 
ancora le replicate istanze della nostra città perchè la soccor- 



E IL RITORNO DELLA REi'UB. 185 

resse il della Rovere di ottocento uomini, i quali venivano sì 
lenti, che il Negroboni stava già per discendere co' suoi val- 
ligiani, perchè le indolenze del duca non fossero alla patria 
di nocumento. 

Terminava in questo frattempo con infausta fine V im- 
presa di Napoli, cui pestilenza e carestia all' estremo dissol- 
vimento precipitavano. Colà periva il nostro concittadino kn- 
tonio Maria Avogadro, condottiere al soldo dei Veneziani. Né 
tranquille erano state in questo mentre le cose di Lombardia, 
perchè il duca d' Urbino, partitosi da Brescia con 164 carri 
fra munizioni ed artiglierie, ed operando colle sue milizie di 
conserva con quelle di S. Polo, si ridusse sotto Pavia che 
egli prese d' assalto. 

Per lontane speranze di accordo (1529) con Cesare, pro- 
cedevano i Veneziani sì freddamente, che sembrando con- 
dursi la guerra senza uno scopo determinato, diveniva perciò 
lunga, incerta, fastidiosa. Ben più decisi erano i pensieri del 
pontefice, cui stava fitta nell' animo la cupidità del riavere 
Firenze: né contento a ciò, praticava col nostro Uberto da 
Gambara, governatore di Bologna, per togliere al duca di 
Ferrara la città di Reggio. 

Ma già un solo desiderio di tutta Cristianità pareva chie- 
dere un termine a sì proterve contese; ed alla stipulazione 
d' una concordia generale fu destinato il luogo di Cambiai, 
perchè là dove si fermavano i procellosi proponimenti e le 
nimistà sanguinose di tanti principi, ivi pure si stringessero 
amichevolmente quelle destre che di tante stragi avevano 
F Italia contaminata. Né per questo erano tolte all' intutto le 
calamità della guerra. Erasi già prima d' allora nuovamente 
assoldato dalla Repubblica il duca d' Urbino, e fatto gover- 
natore della milizia Maria Fregoso. Fortificavasi il della Ro- 
vere a Cassano, tuttoché i Veneti opinassero doversi ridurre 



480 LA LEGA D! CAMBRAI 

«1529 per la piccolezza dell' esercito nella città di Brescia. Frattanto 
il de Leva minacciando in sui confini l'agro bresciano e ber- 
gamasco, danneggiavalo con frequenti scorrerie, così verifi- 
candosi i timori del Fregoso, il quale per quel non essere 
ascoltato tanto si corruccio, che preso da cupa malinconia, 
trattosi infermo nella città nostra, vi morì di dolore. 

In questo mentre venuto di Germania il capitano Felix 
agli stipendii di Carlo V con ottomila Tedeschi e con seguito 
di cavalli e di artiglierie, presa Peschiera, e largamente scor- 
rendo pei nostri campi, minacciava piantarsi nel cuore istesso 
della Repubblica. I Veneziani, che inclinati a rappattumarsi 
con Cesare, non ad altro erano intenti che alla custodia delle 
loro città, avevano posto in Brescia con parte dell' esercito 
il duca d' Urbino. Ridottisi a Lonato, rumoreggiavano frat- 
tanto i Tedeschi accennando a Cremona, ponendo a ruba ed 
a socquadro (non avean altro valore) le nostre terre; nò il 
conte Lodovico dei Lodroni, che li seguiva, lasciò Lonato pri- 
ma che non ebbe costrettigli uomini di Montechiaro ad atter- 
rarne la rocca. Non era necessità: era fiero capriccio di bar- 
barie, quasi che lo smantellare le nostre terre fosse lo stesso 
che abbattere la nostra virtù. Nò dai nemici soltanto erano 
corse le nostre campagne, ma da quei soldati medesimi che 
difenderle dovevano. Indarno scriveva la Repubblica dovesse 
il capitano di Brescia reprimerne la insolenza con ogni ri- 
gore; perchè la cupidigia era, e fu sempre, un male attacca- 
ticcio non del solo gregario, ma di stipendiarli di più alto 
affare, ai quali nò il capitano di Brescia, nò persona al mondo 
avrebbe osato in quei tempi di contraddire. 

A' 22 settembre portavansi gli Alemanni sul tenere di 
Ghedi, nella cui fortezza un Anton Maria, nipote di quel da 
Castello che abbiamo nominato, chiuso con un pugno de' suoi, 
ebbe cuore di resistere all' intimata di un esercito intero. 



E IL RITORNO DELLA REPUB. 187 

Vinto quel luogo e dispogliato, passavano i Tedeschi a Ponte- 
vico, ed entrando in Leno, si rannodavano a Gambara per indi 
poi gittarsi agli alloggiamenti di Chiari, dalla qual terra dopo 
quindici giorni di balzelli e di rapine se ne partivano. Per lo 
che standosene la Repubblica in qualche sospetto, descriveva 
nella nostra provincia da quattromila fanti di quelle ordinanze, 
che cernide si addomandavano, facendone capi Giammaria 
da Castello e Giannantonio dei Negroboni da Brescia. 

Ma stringendosi vieppiù le pratiche d' una di quelle so- 
lite paci, fu tra i molti patti stabilito, perdonassero i Ve- 
neziani a tutti i ribelli che da Massimiliano in poi avessero 
seguite le parli dell' Impero, e fosse lor dato rivedere la 
patria; ai conti Brunoro ed Uberto da Gambara restituissero 
i confiscati beni. 

Da Gianfrancesco Gambara e d'Alda Pio da Carpi nacque 
Brunoro in Pratalboino ! . Avuto il comando di duemila, fanti 
e quattrocento cavalli 2 , combattè valorosamente per la causa 
imperiale, cui furono sempre i Gambara affezionati. Fatto 
indarno ogni sforzo per conservare a Cesare la patria nostra, 
poi che la vide nel 1516 in potestà della Repubblica, esulò 
Brunoro, e lo seguitarono col fratello Uberto quanti v' erano 
dei Gambara nella città. Innalzato al grado di cameriere del 
re cattolico, indi a quello di maestro del campo imperiale, 
sopravvedendo agli alloggiamenti dei personaggi che accor- 
revano in Bologna alla incoronazione del suo signore, ed es- 
sendo dal Giovio d' una stanza richiesto, bruscamente rispo- 
segli non averne che pei soldati. Il silenzio dello storico sul 
Gambara vuoisi a questa cagione attribuire; ma Y avere il 
Giovio stesso taciuto anco i nomi d' uomini ben più in alto 
locati che il Gambara non era, lo assolve dell' infondato so- 

1. Zamboni, Vita di Veronica Gambara, 2. Zilioli, Annali. -Gambara, ms.cit.- 
e schede ined.G, 1 3 ì.- Rossi, Elogi. Gambara, Cesia dei Bresciani ecc. 



188 LA LEGA DI CAMBRA! 

1.1529 spetto. Fu il nostro Brunoro di franche e risentite maniere. 
La valentia dell' armi che grandissima era in lui, la schietta 
e rigida sua lealtà lo affezionavano a Cesare, cosi che il volle 
fra gì' intimi suoi 4 , permettendogli aggiugnere al domestico 
stemma V aquila imperiale. Tre nostri concittadini tutti dei 
Gambara, tutti in alte dignità costituiti, trovavansi in Bologna 
alla incoronazione di Carlo V: Uberto, che richiamato dalla 
nunziatura di Francia, era stato eletto da papa Clemente go- 
vernatore di quella città; Brunoro di lui fratello e la comune 
sorella Veronica principessa di Correggio, vedova di Giberto X 
signore di quello Stato, verseggiatrice di molto grido a' suoi 
dì, madre del cardinale Giovanni da Correggio, la quale diede 
un esempio, assai raro in quel tempo, d' amor coniugale: per- 
chè rimasta vedova in ancor giovane età, vestito il lutto, noi 
dimise più mai; ammantate di gramaglie volle che fossero le 
proprie stanze, bruni i cavalli, brune le divise degli attinenti 
suoi. Donna di squisitissimo ingegno e di vasti pensieri, le cui 
relazioni coi primi personaggi della corte imperiale procura- 
vano a' figli suoi cariche principalissime. Adunavansi negli ap- 
partamenti della Veronica in Bologna molli fra i sommi lette- 
rati di quel secolo, e il Bembo, il Cappello, il Mauro, il Molza 
vi s'annoveravano. Dovendo l'imperatore portarsi a Correggio, 
ricevevate quella nostra concittadina con regale apparato nel 
suo palazzo, e le parole usate da Carlo V alla principessa ma- 
nifestavano in quanta estimazione egli avesse una donna che 
annoveravasi di quel tempo, e non è poco, fra le glorie italiane 2 . 

1. Cod. 134 della mia raccolta, p. 126. daros venir a ca cum cargo conre- 

Lettera 6 agosto 1532 di Carlo V niente a Vra persona eie. Dal. Ra- 

a Brunoro (Schede Zamboniane). tpona VI de Agosto an.MCXXXH. 
Magni fice fidelis dilecte. VimosVra 2. Odorici, Gambara di Brescia, nelle 

carta yiy no fuera porq pensamos Famiglie celeb. delLiTTA-Veronica. 

servimos alla de vos en cosas de PUNGILEONI, Vita di Veronica Gam- 

importancianodescaramosdcinan- bara.-ZAMBONI, Vita della stessa ecc. 



E il RITORNO DELLA RLI'IR. i 89 

Presa la corona deli' Impero, dovendo Cesare trasferirsi 
in Germania, passava il dì 20 aprile 1530 per Peschiera, dove 
correvano le genti a contemplare un uomo nelle cui mani sta- 
vano le sorti di tutta l' Italia. Vi accorreva il nostro Branchino 
da Paratico, e ci lasciava una relazione assai curiosa dello 
sfarzoso ingresso, che qui riporteremo. 

Prima venivano muli mille e duecento tutti carichi di denari 
e di robe di grande valimento. Fu stimato portassero otto milioni 
cV oro. Poi vennero stendardi di seta di bianco colore con la Ver- 
gine con Cristo in braccio. Erano in compagnia degli nomini 
d' armi molti con cavalli, in tutto cinquemille : tutti uomini e ca- 
valli dì grandissimo valore. Di poi venne S. Maestà e di poi 
quella vennero dietro circa cavalli più di mille . . . e numero di 
fanti settemille circa con bocche d' artiglieria grossa con li suoi 
carri e munizione. Avanti a Sua Maestà trombetti più che cento 
sonando che altro non si sentiva. Ed era Sua Maestà a cavallo 
sopra un cavallo bianco armata tutta da capo sino ai piedi di 
arme bianche tutte. Sopra le armi aveva un sajone fatto a quarti 
d' oro e cV argento, e così il cavallo coperto a questa foggia. Con 
un cappello in testa coperto di raso negro alla foggia spaglinola 
con la spada cinta ed una verghelta in mano d'avorio. Subito fu 
dismontato, entrò in una sala a Sua Maestà preparata appresso 
il fiume Mincio. Si spogliò di tutte V armi salvo la spada, e si 
pose in dosso una ruba, o vesta di raso negro con una berretta di 
velalo nero alla foggia pur nostra italiana. Apparecchiato subito 
li fu il pranzo. Venne il suo sacerdote, e per mezzo suo fui in- 
trodotto alla presenza di S. Maestà, la quale subito si pose a se- 
dere. Notai che le sue imbandigioni erano portate in piatti d' oro, 
ed i credenzieri e servitori stavano avanti S. M. inginocchiati 
tanto che quella incominciava a mangiare. E il servitore di S. M. 
che serviva alla mensa era armato a tutte armi salvo le mani e 
la testa. Sua Maestà sola sedeva: poi attorno a ciucila sala erano 



190 LÀ LEGA DI CAMBRA! 

a.isaa Principi, Duchi Marchesi Conti ed uno Cardinale... tutti in 
piedi colla berretta in mano. S. M. è di statura non troppo gran- 
de, d' anni 28 circa, la barba tendente al rosso e piuttosto lunga, 
capelli accorciati la faccia piuttosto pallida, lunga, con due occhi 
neri e bellissimi il naso aquilino, ed il labbro inferiore piuttosto 
sporgente e rilevato. Un giojello gli brillava in mezzo al petto: 
mangiava poco e frettolosamente. Notai che all' entrare in Pe- 
schiera gli oratori veneti lo copersero con un baldacchino ornato 
di gioje. Io solo fra tanti Bresciani accorsi potei vedere come 
dissi il pranzo di Sua Maestà l . 

Ma queste letizie non addormentavano sui pericoli delle 
nostre valli la Repubblica veneziana. Già del 1527 aveva or- 
dinato Y arruolamento di 1500 valligiani 2 , i quali poi Y anno 
dopo venivano col Negroboni a presidio della nostra città, 
sicché gli Alemanni che volevano accostarsi non azzardavano 
l' impresa. Del 1529 altri militi raccoglieva ne' campi e nelle 
rocche; ed il 10 settembre 1530 eleggeva capitano di 1000 
uomini tolti dalle valli e dalle quadre di Gussago, di Nave e 
di Rovato 3 : pur non ebbevi guerra. 

a . l531 Passava il 1531 senza novità nella patria nostra, fuori 
che <T un torneamento celebratovi presente Alessandro dei 
Medici, e dell' insorta contesa fra Carlo Averoldo e Giulio 
dei Martinenghi. Spalleggiati dai loro bravi, assalivansi alla 
torre della Pallata: cadde Giulio estinto, e la molta ira non 
ebbe fine che con molto sangue. Era tra quelle famiglie una 
ruggine antica. Comportar non sapevano i Martinenghi che 
un Altobello Averoldo, già legato apostolico e governatore 
di Bologna ai tempi di Leon X, avesse potuto, lorquando 
era nuncio presso il veneto Senato, far porre in ceppi quel 
loro Camillo che morì poi sotto Garlasco, al quale era ba- 

l.PARATICO, Misceli. God.Quir.G, l, 8. 3. Idem. Il Rossi, negli Annali, a. 1530, 
2. COMPARONl, p. 311, e Benem. cit. lo farebbe capitano di 1000 fanti- 



E IL RITORNO DELLA RERB. 191 

stato 1' animo di rapire una figlia, che bellissima era, di a .i5^i 
Marina degli Averoldi 4 . 

Né in queir anno v' ebbe guerra in Italia, perchè il re di 
Francia, cupidissimo di tumulti, ma esausto di denaro, non 
attendeva che ad occulte pratiche fomentatrici di novità col 
pontefice, coi principi avversi a Cesare, collo stesso Soli- 
mano. Né Carlo sonnecchiava, perchè oltre le forze poten- 
tissime di Lamagna, sollevava contro Turchia l' armi italiane. a ., 53 2 
Gabriele Martinengo era tra i sommi che movessero a quella 
impresa, al cui prospero evento molto il cardinale Uberto 
da Gambara si adoperava. 

Uno spettacolo feroce attristava due anni dopo la città a.isss 
nostra. Scipione Martinengo, figlio di Giammaria, sostenuto 
da sedici suoi partigiani, affrontava un Gerolamo anch' esso 
dei Martinenghi, cui difendevano quaranta uomini coperti il 
capo delle loro celate. All' angolo dei Gadaldi investito Sci- 
pione per ogni parte, cadde e spirò 2 . Né dall' altro canto fu 
la vittoria allegra, perchè nessuno di quanti v' ebbero parie 
potè uscirne illeso. Ben infelice fu la madre dello estinto, che 
visto prima il consorte tratto al patibolo qual complice della 
congiura di Cambrai, pianse indi la morte de' suoi tre figli : 
Luigi da Paolo Nassino, Giulio da Carlo Averoldo e Scipione 
da Gerolamo Martinengo, V un dopo Y altro per domestiche 
ire miseramente trucidati. 

Ma né per odii privati, che molti erano e gravi nella 
nostra città, benché spesso in aperto certame sulle pub- 
bliche vie prorompessero, e' s' alterava la quiete civile. La 
natura di que' tempi, che teneva ancora dell' aspro sentire 
del medio evo; quel fare cavalleresco portato dalla domina- 
zione spagnuola all' ultimo grado, e più ancora il carattere 

1. Intorno ad Allobello gravi memorie 2. Nassino, Memorie, Cod. Quirin. 
ha raccolte il conte L. Fé. C, I, 15. 



!{>J LA LEGA DI CAMBRA! 

tutu (lei Bresciani di queir età che pendeva nel risentito e nel 
marziale, faceva sì che quelle risse, come che acerrime e san- 
guinose, aumentassero anzi neir opinione del popolo il con- 
cetto della potenza e della gagliardia dei loro autori. 

Un' altra contesa di assai diversa natura avea nell' anno 
precedente minacciata la quiete della Riviera: perchè diversi 
Comuni suoi (17 febbraio 1532), Desenzano, Padenghe, Ri- 
voltella, Pozzolengo, Redizzole e Calvagese convenivano colla 
città di separarsi dai Renacensi, e d'avere sol essi un veneto 
provveditore, con podestà che venisse da Rrescia e tenesse 
1' ufficio in Desenzano. Duopo è supporre che la lite durasse 
alquanto, dacché all' art. De Quinque Communibus del citato 
codice Luce di Rivelazione del Comune di Salò, f. 343, trovo 
un partito del 3 febbraio 1588 perchè vengano sostenuti contro 
i cinque Comuni le azioni e i privilegi della Riviera. Prin- 
cipiate appena (1532) quelle liti, il cardinale Francesco Cor- 
naro, banditore di pace, entrava in Rrescia vescovo novello 
(23 giugno) da porta s. Nazaro, essendo portato sopra una 
chatedra (la eh in e a) cum uno cavai Tur elio coperto de dalmascho 
in bella processione come si fa in la festa del Santissimo Corpo 
de Cristo l . Discese nel mezzo della piazza del Duomo ad 
un altare innalzato fra la chiesa di s. Pietro de Dom e il 
battistero di s. Giovanni. 

a.,531 Ritornando a Gerolamo, uccisore di Scipione Marlinengo, 
fu nel 1534 relegato co' suoi bravi nelle terre di Schiavonia, 
d' onde fu poi richiamato a dar prove del suo valore in ben 
più nobili imprese. Ma la impotenza delle leggi era troppo 
sentita da' suoi medesimi trasgressori perchè il bando di Ge- 
rolamo potesse atterrire: non era scorso un anno, e Rartolo- 
meo Martinengo, l'uccisore di Valerio Paitone, veniva messo 

1. Melga e Marcanda, Cronache ined. presso di me. 



E IL RITORNO DELLA. REPiJB, 



193 



a moile sui gradini del palazzo municipale presso la fontana 9Ani 
che non ha molto esisteva (1535). 



DECADENZA E FINE DELLA REPUBBLICA 

( «530 —1797; 

Col trattato di Cambrai del 1508 principiò, e col trattato 
di Cambrai del 1529 fu continuata la decadenza della Re- 
pubblica, precipitata poi dagli eventi che seguitarono e dalla 
insistente necessità di guerre ottomane che le tolsero l'antico 
prestigio. Se non che riversandosi quelle guerre sui lontani 
possedimenti, le città di terraferma stavano ansiose bensì del- 
l' esito, ma tranquille. E ne son prova le feste ch'ebbero luogo 
tra noi nel mese di marzo (1538) per le nozze d' una figlia di 
Carlo Averoldo con Lorenzo Capriolo. Non bastando il palazzo 
degli Averoldi al concorso dei convitati, furono accomodate 
all'uopo altre case vicine, lì cortile di quel palazzo, convertito 
in un vasto padiglione con tribune pei magistrati e per le da- 
me, risuonava del canto dei menestrelli e delle facezie dei 
giullari accorsi da varie città di Lombardia. Preceduta da sei 
cavalieri, che armati alla saracena giravano torneamenti e 
rompevano lance dinanzi a lei, circondata dal suo seguito, e 
seduta su di un palafreno riccamente bardato, usciva la sposa 
dal padiglione tutta vestita di bianco; ed accolti i saluti delia 
nobiltà, si conduceva alla casa dei Caprioli, sulla cui porta 
era il motto: Veni dMecta nostra. Furonvi cene, commedie ed 
altri festevoli trattenimenti: cinque giorni durò la corte ban- 
dita; e veramente io non so qual altro domestico tripudio 

Odorici, Stor. Srtsc. Vo!. IX. 13 



191 DECADENZA E FINE 

a .i538 siasi da privata famiglia celebrato in Brescia giammai che 
per sontuosità potesse pareggiarsi alle nozze del Capriolo 4 . 
Un anno prima fu per poco che non si levasse tra il Comune 
di Brescia e la Riviera un po' di dissapore. Era morto in Salò 
(6 settembre) Francesco Trono, rettore spedito ai Benacensi 
dalla Repubblica. I bresciani governatori vi mandavano un 
Suriani, ed il Comune a rifiutarlo. Pare che il torto fosse dal 
lato della nostra città, perchè il 6 di ottobre veggo rettore di 
Riviera Francesco Trono nipote dell'estinto 2 . Anche doloroso 

a .i539 fu l' improvido interdetto pronunciato da Paolo III (12 marzo 
1539) contro Lonato per alcune feudali pretese diBranchino 
dei Boccacci sul castello di Venzago 3 . Comandava all'arciprete 
che a processione col popolo e col clero andasse alla chiesa, e 
gettati a terra i cerei, scagliate contro il paese le rituali pietre, 
compisse l'anatema. Mal'arciprete vi si rifiutò: il podestà di Lo- 
nato sostenne il rifiuto, e n'avvertì la Repubblica; ed il Senato 

a.i54o (i aprile 1540), ordinando che la Bolla non fosse pubblicata, 
intimava al Boccaccio che in otto dì rinunciasse al decreto ponti- 
ficale. ParveaBranchinodinon farselo dire due volte, e rinunciò. 
Avute novelle che all' isola di Cipro sovrastavano le forze 
ottomane, i guerreschi preparamenti della Repubblica proce- 
devano con maraviglioso calore. A tanto stremo dello Stato 
il proscritto Gerolamo Martinengo veniva offerendo sé stesso 
con una condotta di cavalli eh' ei stipendiava dei proprio. 
Piacque 1' atto generoso, e gli valse col perdono il termine 
delle dure privazioni e dei desiderii che contristano l' animo 
dell' esule. Frattanto non si cessava dall' infuriare contro Ve- 
nezia. Traditi dal Doria nella famosa giornata di Castelnuovo, 
traditi da Cesare e da Francesco, i miseri Veneziani (1539) 
ebbero a sottoscrivere i patti di una pace ignominiosa (1540). 

1. Nassino, Memorie, Cod. C, I, 15. 3. Cod. (51 dell a mia raccolta. - Ivi 

2. Lumen Hevel. del Coni, di Salò. Memori» e docum. di Yenzago. 



DELLA REPUBBLICA 195 

Rotta la tregua tra Francia ed Impero (1541), i due a.mi 
potenti rivali, nelle cui pretensioni stavano le sorti di tanti 
popoli, erano per venire ad un estremo cimento. Tentavano 
Solimano e Francesco (1542), tentava Carlo la Repubblica 
per voltarla ciascuno al proprio partito: ma fu saldo il Se- 
nato, e n' aveva ben donde. Gli eserciti maomettani ripor- 
tavano frattanto strepitose vittorie; debellavano Carlo ad 
Algeri, Ferdinando a Ruda: ¥ Italia pericolava (1543). Suo- ^ A5iì 
navano V armi appiè dell' Alpi, suonavano al faro di Messina; 
quinci Carlo con potentissimo sforzo minacciava ruine alla 
Germania, quindi sventolavano nei porti di Piemonte e della 
Chiesa le ottomane insegne: per terra e per mare ostinata- 
mente si battagliava. 

Le paure della guerra non turbavano per altro la giocon- 
da solennità dell' ingresso fra noi di madonna Laura Gonzaga 
novella sposa di Gerolamo Martinengo, entrata il 4 febbraio 
1543. Udiamo lo stesso anonimo recato dal Marcanda: è una 
bella pittura di nozze lombarde del secolo XVI. 

Vestita de raso bianco con capelli dislesi e una beretla de ve- 
luto bianco in testa, circundala da 29 nobili donzelli con bastoni 
itiargentati, accompagnata dal Mag. D. Marco Morosino Podestà 
e D. Gerolamo Contarino Capitano, seguita da nobilissima com- 
pagnia di nobili bresciani a cavallo superbamente e pomposamente 
vestiti, venne diritta pel borgo di s. Alessandro sino a casa sua 
nella contrada di Canton Gadaldi, precedendo ella molti giovani 
primati della città a cavallo, facendo bagordi e rompendo lance in 
terra. Al 4 febbraio, che fu V ultima domenica di Carnovale, fu 
con grandissimo trionfo et onore e siion di pifferi e violini ricevuta 
nel palazzo del Sig. Gerolamo dove gli era fatto un bellissimo 
apparato et fatto un salotto nel suo orto nel quale si fece festa 
quel dì medesimo co' due giorni seguenti l . 
1. Melga c Marcanda, Cronache inedite presso di me. 



196 DECADENZA E FINI 

Ma la celebre giornata di Ceresole combattuta il li aprile 
del 1544 fece risorgere in Italia le sorti di Francesco 1. 11 
nostro Curzio Martinengo, benché non toccasse ancora il 
quarto lustro, pur militava in quella memorabile fazione: 
trovato sotto un monte di cadaveri presso agli estinti suoi 
fratelli Ercole ed Attilio condottieri alle insegne del marchese, 
a stento campò la vita. Ma i danni degl'Imperiali a Ceresole 
furono riparati alla Scrivia *. Queir arrischievole fiorentino 
di Pietro Strozzi, cui le rotte di S'estino e di Montemurlo 
non avevano raffrenata la temerità, s' era messo in capo di 
sorprendere Milano, e co' suoi diecimila Italiani eh' ei man- 
teneva del proprio, e ne' quali Giorgio ed Ercole dei Marti- 
nenghi da Barco avevano grado eminente, vi sarebbe riescito 
senza 1' armi e la costanza di Pirro Colonna. Andato a vuoto 
T intento,, si raggruppava intero e minaccioso al passo della 
Scrivia: già pigliava del campo, già la vittoria si dichiarava 
per lui; quando i nemici tirati gli Strozzeschi a' luoghi più 
acconci per ripigliare le offese, voltatisi lor contro all'impen- 
sata, li respinsero alla Sesia, per modo che chiusi tra il fiu- 
me e le schiere del principe di Salerno, furono obbligati a 
rendersi a discrezione. Ben Ercole Martinengo fece ogni sforzo 
per rattenere gli sbandati contro i cavalli di Rodolfo Baglione, 
e l'urto per un istante ne sosteneva: ma cadutogli morto 
appiedi il giovane Ansuiso Martinengo, oppresso dal numero 
dei nemici che ingrossavano sempre più, fu fatto prigioniero. 
Dissesi avere lo Strozzi abbandonate nel maggior uopo al 
Martinengo le cose eh' erano ornai disperate, ed essersi dato 
vilmente alla fuga. Ingiusta, vituperevole calunnia: perchè 
Pietro non fuggì se non dopo aver fatta l'estrema sua possa 
per raccozzare lo sbaragliato esercito che mai non affidava 

l. Sansovino, Famiglie Italiane -Mar- Bresc — Ferrari, Stemma gentil, 
tiueugo. Coti. Quirin. C, I, 3. Cron. Martinengo ecc. 



DELLA REPUBBLICA 197 

ad alcuno, e lo Strozzi non era vile, bensì quella indomita a .i5« 
anima sua era pari ad ogni vasto disegno. Attraversare le terre 
della Chiesa, rifare 1' esercito, stipendiarlo del proprio, ri- 
passare in Piemonte con ottomila Italiani, congiungersi fra 
perigli e traversie, che tengono del portentoso, col generalis- 
simo di Francia, fu un istante per lui; e se non era la pace 
che si fermava il 15 settembre fra i due grandi rivali, certa- 
mente di quello intrepido Italiano avremmo udite gran cose. 
Bene i Martinenghi dovettero la vita alla natura di quell'im- 
presa, che Carlo V soleva dire la guerra dei compari, perchè 
essendo tutti Italiani, rifuggivano da quegli eccessi che fecero 
sanguinoso il fatto di Ceresole. 

Una infausta proposizione del nostro Uberto da Gambara a.isfs 
cardinale fu la sola che nelP anno consecutivo portasse in 
Italia qualche rumore. Suggeriva donasse Paolo III a Pier 
Luigi Farnese Parma e Piacenza. Amava il pontefice Pier Luigi, 
amava la grandezza de' suoi Farnesi; quindi Parma e Piacenza 
passavano a quella casa, e come le governasse ognuno il sa. 

In mezzo al riposo dell' armi, non dimentica la Repub- 
blica della nostra città, ricostruiva quella parte delle nostre 
mura così eletta il Cantone Mombello, sì fieramente in ad- 
dietro assalito e difeso, celebre ornai per tanto sangue ivi 
sparso dai nostri concittadini. 

Nulla che meriti un posto fra le pagine della storia ricor- a .i 546 
dano del 1546 le memorie della patria, fuor che il tragico fine 
di un illustre Bresciano e il subito vendicarsene del proprio 
figlio: avvenimento improntato, per così dire, della irrequieta 
e prepotente natura del secolo XVI, e del quale non so qual 
altro più clamoroso, per la chiarezza dei personaggi eh' eb- 
bervi parte, succedesse in quel tempo nella nostra città. 

Giorgio Martinengo, meritamente chiamato dai Francesi 
il superbo Italiano, era uomo, per maestà della persona per 



198 DECADENZA E FINE 

46 grande animo e por alto sentire, veramente maravigìioso. 
Spinto dall' ambizione, che smisurata era in lui, rivaleggiava 
di sfarzo e di magnificenza collo slesso marchese del Vasto, 
eh' egli odiava anzi che no. Raccontasi a questo proposito 
come Giorgio nella disfatta della Stradella si rendesse pri- 
gioniero al principe di Salerno pur che dato non fosse 
nelle mani del marchese. Sempre nella vasta sua mente im- 
moderate e terribili cose volgendo, scriveva al re Cristianis- 
simo avrebbe ad un suo comando messi in armi tremila fanti 
e mille cavalli, quando signore lo facesse d'una delle città di 
Lombardia eh' ei sapeva già da esso desiderate. Scoperta la 
trama, non però se ne sgomentava, perchè non vedeva in 
patria persona alcuna che di ardimento lo superasse e di po- 
tere. Fu creduto a que' dì mantenesse del proprio appostate 
in varie terre della provincia diverse compagnie di fanti, co- 
me accennando a segreti ed importanti disegni. Certo è bensì 
che tutto chiuso in un occulto e procelloso pensiero medi- 
tava 1' esecuzione di qualche gran fatto: ed il volgo, che dei 
forti caratteri va sempre preso quasi a suo dispetto, non po- 
tendo capire in un sol uomo cotanta audacia, mormorava di 
un anello incantato e di tremendi colloqui del Martinengo 
cogli spiriti infernali. Bizzarro è il modo con cui spuntò la 
gara coi magistrati della città per la preminenza del dare al- 
bergo alla duchessa di Mantova. A cessare fra i rettori ed il 
conte ogni litigio, faceva intendere la Gonzaga sarebb' essa 
per alloggiare all' osteria del Gambaro. 11 Martinengo allora 
fatta apporre l'insegna di quell'albergo alla porta del proprio 
palazzo, obbligò la duchessa a non negargli l'onore che con 
uno scherzo gentile erasi procurato. Gl'ave per altro ed in- 
degna di quel suo fare splendido e generoso era la macchia 
in lui di una straordinaria tenacità della vendetta. Poi eh' ebbe 
una mattina accompagnati i rettori alla chiesa, cavalcò prc- 



DELLA REPUBBLICA 199 

cipitoso a Padova, vi uccise un gentiluomo, offensore che era 
stato di un suo fratello, e fu visto il dì seguente passeggiare 
a diporto le nostre vie. Ma 1' ora fatale s' appressava anco 
per lui. Era il mese di marzo, e Giorgio, non da altri accom- 
pagnato che da due soli amici e tre suoi domestici, usciva 
dall' officina di un armaiuolo cui aveva commessa un' arma- 
tura pel re di Francia, prova non dubbia dell' eccellenza 
degli artefici nostri. Giunto al Foro dei Mercanti, un corpo 
di armati gli fu sopra. Luigi Avogadro li conduceva. Trafitto 
da tredici pugnalate, nò schivavate Giorgio, né si opponeva, 
quasi non degnasse difendersi da un branco di sgherri. Fece 
sentire all' Avogadro con amari sarcasmi il suo disprezzo pei 
soperchiatori, e rinnovando 1' esempio di alcuni fra i grandi 
uomini dell' antichità, chiuse la vita con una greca sentenza, 
nella qual lingua molto era il Martinengo versato. 

Sciarra di lui figlio trovavasi in quel tempo alla corte di 
Francia: udito 1' atroce caso, passò rapido con alcuni suoi 
fidi in Lombardia; entrò in Brescia, trovò gli Avogadri, fu 
loro addosso, e sì fattamente ne li scompigliava, che Luigi a 
stento campò colla fuga. Vendicata col sangue di uno degli 
Avogadri la morte del padre, vedendosi levare la città tutta 
in armi contro di lui, ritiravasi lentamente verso la porta di 
s. Nazaro: uccisovi un alfiere che gli si era fatto contro, non 
che fuggire, s' avanzò ritessendo le vie di Brescia; nò di poi 
fuvvi chi ardisse porglisi innanzi. Gelavansi intanto i suoi nelle 
case dei Porcellaga, ma scoperto il rifugio, venivano tradotti 
all' ultimo supplizio. Prima che fossegli gridato il bando, tor- 
nava Sciarra in Francia, ed avuta non so che gara con un 
gentilizio di colà, si batteva con lui. Su di un ponticello di 
legno che attraversava un' acqua suburbana di Parigi, non 
d' altro armati che di coltelli ed in solo farsetto, scontravansi 
i due rivali. Vinceva Sciarra la prova, e ferito i' avversario 



200 DECADENZA E FINE 

,.1546 in più parti, gittavalo malconcio e sanguinoso nella corrente. 
Giovane di alti spiriti e superbi, di un valore presso che te- 
merario e sconsiderato, erede di tutti i vizi e di tutte le virtù 
del padre, Sciarra Martinengo sarebbe nel numero dei som- 
mi personaggi storici di quel tempo, se la sorte lo avesse 
posto in mezzo a vicende che dir si potessero pari a quel- 
1' ardente ed irrequieta anima sua l . 

E qui m' è duopo arrestarmi, e stupire la forte na- 
tura di quel secolo singolarissimo, la cui potenza mentre 
sembrava esaurirsi nella gagliarda valentia dell' armi, ope- 
rava i miracoli del Vaticano: stupire, io dissi, e piangere ad 
un tempo quella pienezza e direi quasi esuberanza di vita 
per domestiche ire e per sanguinosi affronti miserabilmente 
sprecata. Sempre che tu volga lo sguardo al secolo di cui 
parliamo, ove storia di popoli non è ma storia di principi e 
di avventurieri, quanto non ti stringe il cuore di sdegno e di 
pietà non vi trovando un vincolo che rannodasse a concordia 
quelle trepide menti, quelle volontà sì fortemente operose, 
quegli alteri e disdegnosi animi ch'eran sì degni di più liberi 
tempi; e profittando di tanto vigore, e per poco è eh' io non 
aggiunga, onnipotenza d' ingegno, di tanta e sì maravigliosa 
gentilezza dell'arti e delle lettere, non ci volgesse ad un 
grande scopo, al massimo dei beni, la nazionale prosperità. 
Prosperità non dei Medici, dei Farnesi e dei Gonzaga, ma di 
queir immenso numero di uomini eh' essi appena degnavano 
di uno sguardo ed ambivano ad un tempo; che tacenti, op- 
primevano; sollevati, blandivano con inaudita viltà: di quel 
popolo che ha pure i suoi patimenti, i suoi timori, le sue 
speranze; le cui preghiere e le cui lagrime ha talvolta ven- 
dicate il Signore con una terribile retribuzione. 

1. Fassino, Memorie, Cod. cil. — Pahatico, nelle citale Miscellanee. 



DELLA REPUBBLICA 201 

Se tranquilla era V Italia, torbida s 3 agitava da qualche a .» 5 47 
tempo la Germania intera: i Luterani, condotti dal duca Mau- 
rizio e dal marchese di Brandeburgo, la commovevano. Gri- 
dava Paolo che Y imperatore voleva fare da papa. Replicava 
Cesare che il fare ammazzar uomini perchè i preti non si 
ammogliassero e perchè il sangue di Cristo non si ministras- 
se, non era cosa da cristiani: che era bene che il papa fosse 
papa, ma forse meglio che per cagioni pontificali non peris- 
sero le nazioni, senza le quali non sono né preti, né sacra- 
menti, né religione. 

La Repubblica di Venezia, veggendo quel temporale, 

assoldò per tre anni il duca Guidobaldo da Urbino. Maurizio 

di Sassonia entrava intanto nella Boemia per combattere 

i 
1' elettore Gianfederico. Passato Y Elba cogli imperiali il 23 

aprile 1547, dovette il giorno dopo accettare la battaglia, che 
fu sanguinosissima. Trionfò Y imperatore; e causa potentissi- 
ma della vittoria fu la strenua virtù di un nostro concittadino, 
Giannantonio Cavalli, condottiero in quel fatto sotto le inse- 
gne di Carlo V, il quale gratificando le prove del suo valore, 
allo stemma avito aggiungeva nobilissimo cimiero. Narra il 
diploma che dal Rossi fu pubblicato, come il Cavalli in- 
seguendo il fuggente condottiero dei Sassoni, lo costringesse 
a misurarsi con lui, e come, così qual era il nostro milite, 
lordo il volto di sangue che largo gli fluiva da un occhio ferito, 
e ferito il destro braccio da un colpo di moschetto, lo venisse 
incalzando sempre più, fino a che disarmatolo, l'obbligasse 
ad arrendersi 4 , per cui fu da Carlo V in queir istante do- 
nato di quattrocento fiorini d' oro. 

!■ In quo Joannem Fredericnm ducem prope oculum Icesus, et ab alio 

Saxonicc fugientem, primus inse- quodam ictu globuli igne in dexte- 

guendo, ac manus cuin ilio con- ro brachio graviter Icesus fueris, 

serendo, etsi ab eodem in facie tandem infraclo animo, nec eneo- 



tOt DECADENZA E PINE 

•.un Una bresciana cronichetta aggiunge che il nostro Cavalli 
fosse allora luogotenente di Curzio Martinengo capitano di 
cento cavalleggeri, e che tra i quattro suoi compagni ricordati 
dal diploma fosse Paolo Federici da Valcamonica 4 condot- 
tosi volontario sotto le insegne dell' impero. 

a ., 548 Ma queste guerre lontane non turbavano gran fatto la 
calma di terraferma: e benché venissero per ogni caso rifab- 
bricandosi da noi le muraglie di Mombello, e che V Oglio, 
conteso di quando in quando alla nostra città dai limitrofi 
Cremonesi, desse appiglio sovente a incondite baruffe, qui 
del resto era pace, e dirò anche letizia. 

Perchè, ricevuto a grande onore Stefano Tiepolo, manda- 
to dalla Repubblica il 20 maggio 1548 a reggere le cose no- 
stre, fu tenuto in Mercatonuovo un nobile torneamento, una 
festa cittadina della quale fu pubblicata dal Segalino la de- 
scrizione. Tutta la piazza era intorno coronata di palchi e di 
bertesche. Due Martinenghi (Lodovico nel suo giubbone di 
tela d' oro a campo incarnato, e Francesco in giubba di tela 
d'argento), Giulio Capriolo, Leandro Averoldo, Giambattista 
Calino, Teseo Porcellaga, tenitori della lizza, aprivano lo 
spettacolo. Procedevano coi giudici Federico e Rodolfo dei 
Gonzaga da Gazzolo, i rettori della città ed il Tiepolo prov- 
veditore. Accompagnati da gran seguito di cavalli, di paggi, 
di gentiluomini, seguivano i cavalieri che avean tenuto l' in- 

re ab oculo in os defluente verter- veneziane cilate per questa cattura 
ritus eie. adduxit, ut Me tandem dal Romanin non so se parlino del 
in luas et quatuor sociorum ma- nostro Cavalli. 
nus pervencrit eie. eoque nomine \. Anche il P. Gregorio, Trattenni]. 
sexeenlorum aurearum miniere te Camuni, p. 574, a. 1547, ricorda 
dotiavimus etc Rossi, Elogi, Gian- l'avvenimento; ma vorrebbe dare 
«anioni© Cavallo, p. 459, 460. — La il vanto del fatto prigioniero, uà- 
lettera G maggio 15w del Senato turalissima preferenza, al suo Fo- 
al Balio di Àdrianopoli e le Secrete dorici. 



DELLA REPUBBLICA c 203 

vito, e portavano cesellate sugli elmi, sugli scudi, e ricamate 
sugli abiti le proprie imprese ! . 

Trajano di Ferando degli Averoldi, giovinetto di tredici 
anni, bello, forte et leggi adrissimo, mascherato alla moresca, 
apriva la giostra volteggiando sur un corsiere sagginato. Un 
fanciullo era con lui portante un cesto con uova piene d'acqua 
nanfa da gittare alle donne, le quali, per dirla col Segalino, 
non altrimenti che le chiare stelle et i purissimi sereni con lor 
vaghe bellezze et sembianti facean pompa di sé. 

Alle lettere <£. A. rilevate sui pennoni dei trombettieri, 
al saio di velluto morello fregiato d' argento, avresti ricono- 
sciuto Nicola Fé, cui seguivano come patrini un Gonzaga ed 
un Sala, e dietro il numeroso accompagnamento di ventisei 
gentiluomini. 

Il motto undique firmus indicava il corteggio del conte 
Ugolino Sessa veronese. Alessandro Pavone, coperto di gra- 
maglie per la morte d' una sua congiunta, era il terzo cava- 
liere, e lo seguitavano vestiti a corruccio Tristano Avogadro e 
Cristoforo Maggi; erano brune le divise dei paggi e le bar- 
dature dei cavalli. 

Veniva quindi con nobile comitiva Giambattista Offlaga: 
ed alla dorata armatura, al saio di tela d' oro, al cappello di 
velluto pavonazzo coperto di gioie e d' aurei fregi, ma più di 
tutto al gittare di razzi e di facelle che facevano i servi nel 
campo, distinguevasi Luca Calino; e appresso al cavaliere, nudo 
il capo e col motto nec spes ho?c vana movebit, Camillo Rovato. 

Un ramarro con un diamante in bocca e le parole nec 
ipsa morte fregiavano 1' elmo e le vesti di Carlo Martin engo; 
e in saio di tela d' oro in campo nero entrava con seguito di 
ventiquattro nobili vestiti a bruno il conte Fortunato, pur esso 
dei Martinenghi. Il grave corteggio, le nere divise dei servi, 
1. Segalino, Giostra tenuta in Brescia ecc. 



a.l5fS 



201 DECADENZA E FIMI 

a.ms le semplici bardature dei cavalli, tutto annunziava essere il 
Martinengo letterato e cavaliere * . 

Due fratelli Calini, Battista e Marcantonio, apparivano 
anch' essi in campo a dar prova di sé: spiccava per cimiero 
sul!' elmo del secondo un uomo tutto nudo fuor che la testa, 
e intorno all' elmo le parole: Tristis est anima mea usqne ad 
mortem. Quattro nobili giovinetti, un Gambara, due Marti- 
nenghi ed uno Scaramuccino, ornati il capo di foggie di vel- 
luto bianco, fregiati di collane d' oro con loro spade inar- 
gentate e vesti di tela d' oro, precedevano sopra bellissimi 
palafreni i due cavalieri. 

Eravi Mario Àveroldo, e bianche n'erano le insegne, fre- 
giate d' argento, bianche le divise del suo seguito, bianchi 
gli abbigliamenti de' suoi cavalli, e n' era il motto: Invita 
Fortuna. L' impresa ni holgar ni decender spiccava in siili' armi 
e sugli abbigliamenti di Giambattista Gavardo: e perchè nulla 
mancasse di romanzesco al torneo, procedeva ultimo a vi- 
siera calata, con due soli staffieri, tutto coperto di nere armi 
e scuotendo sul bruno cimiero le brune penne, il Cavaliere 
incognito (Giambattista Fisogno) : Mas por honor que por amor 
era l' impresa del misterioso guerriero. E qui fu notata la 
cavalleresca gentilezza di Federico Gonzaga, il quale veggen- 
do l' incognito campione senza patrino, sceso dal palco dei 
giudici, fece 1' ufficio. 

Tre giorni consecutivi durò la giostra. Vinse nel primo 
Giambattista Gavardo; Nicola Fé nel secondo; nel quale festo- 
samente condotti i due vincitori come in trionfo dinanzi alle 
duchesse Isabella e Lucrezia sorelle di Carlo e Federico Gon- 
zaga da Gazzolo, cui spettava decidere quale dei cavalieri si 
fosse con più disinvoltura e leggiadria comportato nel campo, 
il voto fu pel Gavardo, che venne poi donato dalle duchesse 
\. Odorici, Racconti palili. 



DKLLA REPUBBLICA 205 

di un paio di guanti profumati, per essere comparso in campo a.twa 
più attilato et meglio concertato di nìun altro. 

Non trascrivo il complimento cavalleresco del Gavardo 
alle donatrici, nel quale dove non fosse entrato il sole e le 
stelle, quel nostro paladino non avrebbe corrisposto agli 
intendenti delle corti d' amore. Solo dirò, che inginoc- 
chiatosi il vincitore dinanzi alle duchesse, con lieta et serena 
fronte a quelle si donava per loro cavaliere et servitore. Così 
dal Segalino. Lo Stella però n' assecura che i guanti furono 
dati al Gavardo, ma che allo scontro delle lance ebbe il pre- 
mio della giostra (una collana di cento scudi d'oro) Nicola 
Fé, che fu poi creato cavaliere per essere comparso più in- 
venzionato in campo degli altri competitori l . 

Né meno allegramente se la passavano i Benacensi. Rac- 
colti in liete e splendide brigate, fatta ritrovo di spensierata 
allegria l' isoletta eli Garda, vi si radunavano tripudiando. 
Alle quali festevoli adunanze dava occasione Y amenità del 
sito, Y indulgenza dei Francescani che vi tenevano, come fu 
detto, il convento di s. Maria, la pubblicità colla quale vi si 
recavano sovente li nuovi Provveditori, Y ordine ducale che 
la festa di s. Lorenzo dell' ìsola si mantenesse dai rettori 
come festa del Comune. Gravi scandali accadevano sovente, 
e massime nelle pasquali solennità per questa concorrenza 
di popolo. Il povero guardiano informava la Repubblica 
come nella festività di s. Lorenzo li uomini del paese sotto pre- 
lesto di religione si riducevano a detta isola con armi, e davano 
opera a balli e ad altre disonestà, raccogliendosi in tali giorni 
una gran moltitudine di uomini e di donne, portando armi e 
giuocando e ballando per cui ne seguivano scandali e tumulti. 

1. Se è lecito arrestarci a queste ine- fossero dati al Fé per la giostra su- 

zie, risulterebbe dal complesso che perata, e che il Gavardo n' avesse 

la collana e ih titolo di cavaliere i guanti per la elegante comparsa. 



206 DECADENZA E FINE 

limi Una ducale del 1° aprile 1548 vietava quei baccanali, ma il 
divieto non valse 4 . Quel vasto lago, quel puro cielo, quei 
colli deliziosissimi erano invito alla gioia ed al sorriso. E pro- 
prio il 16 aprile 1548 una regata di barcaiuoli salodiani cor- 
reva il pallio sul lago prò adventu diarissimi provvisoria 2 , che 
era Stefano Tiepolo; però che prandi e musiche e bagordi rav- 
vivavano sempre le sacre o civili esultanze dei Benacensi. 

Eppure, se ben si guardi, non volgevano le condizioni del- 
l' età cosi tranquille, poiché la peste veniva spopolando le 
terre camune, dove in Edolo non rimanevano, se credi a frate 
Gregorio, che pochi viventi campati alla strage degli altri 
tutti 3 . La Riviera anch' essa vedeva essiccarsi dal rigore del 
verno i suoi dolci oliveti e la splendida ricchezza de' suoi 
limoni e degli aranci suoi 4 . Il duca d' Urbino generale dei 
Veneziani, giunto agli Orzi, fortificava la terra, e colle previ- 
denze di un soldato predisponeva le cose per ogni evento 5 . 
Anche la lite secolare dell' Oglio, che rinnovatasi nel 1546 
dalla città di Cremona, pigliava aspetto e proporzioni fatali, 
obbligava il Comune a forti provvedimenti. Perchè deviata 
nel 1548 dalla nostra città una larga seriola per cui ne ri- 
, maneva in secco il Naviglio cremonese, corsi al luogo del 
fatto gli uomini di Cremona, tumultuando struggevano, spia- 
navano, ponevano sossopra l' opera nostra. Mandammo genti 
a riscavare la fossa, rimarginarla, otturare un' altra volta le 
bocche del Naviglio cremonese; ed a difesa del luogo vj po- 
nemmo con cinquemila uomini tra fanti e cavalieri Luigi 

1. Misceli. Benacensc, Cod. 61 della 4. 1549, il/a/. Pars supplicandi Seren. 

mia raccolta, p. 141. Mem. storiche Dom. quod vclil liberare Riperiam 

documentale dell 1 isola di Garda, e ab omnibus extraordinariis, cum 

le mem. del castello di s. Felice oruerint arbores olivarum, cedro- 

da me pubblicate nel 1858. rum, limonarum et aranciorum. 

2./,wm./^y.f.25 i 2,Cod.delCom.diSalò. Lumen Revel Cod. cit. 

o. P. Gregorio, Trattori. Cam. p. 574. 5. Codagli, Storia Orccana, p. 169. 



DELLA REPUBBLICA 207 

Àvogadro e Pietro Martinengo, che piantate sugli argini no- a .i5« 
velli le artiglierie, davano al sito aspetto di regolare accam- 
pamento. Ma eletti dal re Cattolico per Cremona e dalla Re- 
pubblica per Brescia commissari dell' ardua lite, fu alla me- 
glio ricomposta * . 

Moriva intanto Paolo III, e forse il dolore del trucidato a .is49 
suo figlio (1547) accelerò quella morte, poiché annunciatagli 
appena quella di Pier Luigi, ristette come dal fulmine per- 
cosso; ma ripigliato Y antico vigore, sospettando nel cardinale 
Uberto Gambara la più potente cagione de' mali suoi, lo si 
cacciò dinanzi 2 , nò più lo volle a corte. Vuoisi che il Gam- 
bara corrucciato replicasse: Insegnai bene al papa e a Pier 
Luigi come dovessero governare lo Stalo; ma non per questo in- 
segnai loro che facessero il principe senza guardie. Che Uberto 
poi ne morisse di cordoglio pochi giorni dopo e n eli' atto di 
pronunciare quel suo lamento, è un errore del Botta. Rimase 
dunque in Roma, dove caduto dall' altezza cui era giunto, gli 
tornava in mente la cara terra natale ov' ebbe gloriole citta- 
dine più pure assai di quelle del Vaticano, che gli costavano 
un rimorso per ciascuna. E però non è meraviglia se Uberto 
Gambara cardinale, che reduce di Francia nel 1527, rivedeva 
Italia coli' esercito del Lautrech, il vicario di Paolo III, dile- 
guata la febbre delle umane grandezze, desiderasse vicino a 
morte che le stanche sue ceneri dormissero fra noi. Il suo 
frale, venutoci da Roma, ebbe nel tempio di s. Maria delle 
Grazie, dove bramò la sepoltura, lo sfarzo di un monumento, 
non so di quali lagrime consolato 3 . Testò il 10 febbraio 

1. Spini, pag. 307 nella traduz. del 3. Si vegga il mio Card. Uberto Gamba- 

Capriolo pubblicata in Venezia nel ra, in f. 1856, Brescia, tip. Gilbert], 
1744. p. 17. — Faini e Zacchf, Brescia 

2. Botta, Storia d' Italia di seguito illustr. Cod. Quirin. B, 1, 13. — 

al Guicciardini, 1. Ili, a. 1549. Zilioli, Ann, Gambara ecc. 



208 DECADENZA E FINE 

Lisi! 1549, mori nel mese appresso. La sua memoria vive ancora in 
Piacenza per opere edilizie recanti il nome suo. Apostolico 
legato della Gallia Cisalpina, governatore di Piacenza nel 
1542, vi proseguì le muraglie cittadine, vi eresse baluardi ed 
una porta che il Gambara nomò Farnese, nella quale collo 
stemma gambaresco è Y epigrafe della sua costruzione l . 
Radunata un' eletta di Piacentini, riordinò gli statuti muni- 
cipali confermandone il codice pubblicato nel 1544, madie 
non ebbe vigore, opponendovisi Paolo III per la paura che 
Pier Luigi non pigliasse ad offesa Y onnipotenza del Gambara 
nella città: il quale diede statuti sulle costruzioni, aprì con- 
sessi edilizii e costrusse un' ampia via' che nomò Gambare- 
sca, esortando i Piacentini a spalleggiarla di fabbriche, le 
quali poi non risposero alla grandezza del concetto, talché i 
Farnesi mutavano anche il nome alla via, ponendovi il pro- 
prio. Stimolante Carlo V, fu il cardinale rimosso dal governo 
piacentino, e sostituito da un Grimani già in odio al popolo 
da lui retto acerbamente anzi che no. Uberto Gambara, splen- 
didissimo coi letterati, e letterato egli stesso, clonò alla corte 
romana il suo Directorium Inquisitoriim, ed è noto un suo di- 
scorso a Paolo III 2 . 

Jacopo Eoiafadso. 

a.1550 Ma d' altra e più fiera morte qui ci corre la memoria: 
di un poeta gentile che forse tanto obbrobrio non meritò. 
Nato in Gazzane, villetta come sepolta fra i colli settentrio- 

1. Odorici, Famiglia Gambara, nella mimila est S. P. Q. Placent. 
continuaz. delle Famiglie celebri vocari jussit Uberto Gambara 
del Litta - Farnesianam portam Card. Legato referente anno Gui- 
de nomine gentili Pauli III Pont. sii N.D.XLllI. 
Op/. Max. cnjus imperio urbs 2. Libreria Capponi, n. 153, 



DELLA REPUBBLICA 209 

nali a tergo di Salò, passata Y adolescenza nel silenzio e nella 
pace de' suoi colli aviti, studiò in Verona ecl ebbe in Padova 
la laurea civile. Fatto adulto, fu secretano del cardinale di 
Bari, e morto questi, di un altro, del Ghinucci, che tosto 
abbandonò per mettersi air ombra del cardinale di Bagno, 
toltogli pur esso per subita morte. Errò quindi mestamente 
il Bonfadio come in cerca d' un asilo: fu nel regno di Napoli, 
ma non f ebbe miglior fortuna. Tornato a Roma dal cardinale 
Pio da Carpi, ne ripartì * . Fu a Padova, e risoluto di chie- 
dere all' arti ed alla filosofia quella calma rassegnata che mai 
non gustò fuor che moriente, trovò nel Bembo più largo affetto 
che dagli altri porporati non ebbe. Di là recossi più volte 
all' erma sua Gazzane, e forse allora bramò scolpito sulla 
porta della sua casa il motto che ancor si legge: o rls o lux. 
Ma triste sempre e come d' animo già stanco della vita, 
raccomandossi al Caro ed al Manuzio, e propose al conte 
Fortunato Martinengo nel 1543 l'istituzione di un'accademia 
benacense in cui si proponeva di leggervi l'Aristotile. Pigliato 
agli stipendi della Repubblica genovese qual professore di 
filosofia, gli fu aggiunto Y incarico di continuare le istorie 
genovesi, dismesse dal Foglietta. Non l'avesse accettato! 
Poiché appena compiuti cinque libri degli Annali di Genova, 
reo se pur si voglia di qualche umana fralezza, ma più reo 
veramente di non aver blandite nella storia le ambizioni dei 
Fieschi, potentissimi allora e temuti dalla stessa nobiltà ge- 
novese, e le cui trame apertamente e con dignità di storico 
narrava 2 , gli fu tronca la testa ed arso in Genova il cada- 
vere miserando. Tanto avveniva nel 1550. La prima con- 
danna destinavalo ad ardere così vivo nel rogo: poi gli amici 

1. Brunati, Dizionarietto degli uomini dopo soltanto vennero pubblicati gli 
illustri della Riviera- J. Bonfadio. Annali suoi: segno che i congiurati 

2. Brunati, 1. cit. — Trentasei anni dei Fieschi temevano la storia. 

-Odorici, Stor. Bresc. Voi. IX. 14 



210 DECADENZA E PINE 

Liua furono attorno, e gli ottenevano meno acerba sentenza; e sul 
registro dei giustiziati di Genova, lungamente custodito dalla 
Compagnia della Misericordia, si scriveva: 1550, die 19 Jnlj. 
Jacobus Bon f adi us de Contatti Brixiee decapitati® fuit in cavee - 
ribus et poslea combustus. E non la morte, io credo, sì gli fu 
acerbo e tenne soverchio il modo : Mi pesa il morire, perchè 
non mi pare di meritar tanto, pure m' acqueto ed voler di Dio, 
scriveva egli dal carcere ad un suo dolce amico; e se dal mon- 
do di la potrò dare qualche amico segno senza spavento, lo farò * . 
Ed in altra sua lettera, probabilmente al suo Battista Gri- 
maldi: Te solo ho trovato amico vivendo, ed a te solo scrivo mo- 
rendo. — Credo fermamente un 3 altra miglior vita, ma in altra 
specie d' intelligenza e eli memoria. — Nel difendermi (contro 
agli uomini) non ti affaticare, eh' egli è errore manifesto, essendo 
loro e noi e la memoria di chi fu o sarà dal tempo divorata. — 
Ecco^ appunto arrivatomi agli occhi colui che ha tanta potestà di 
togliermi la vita. Io dono adunque a lui una parte dell 3 esser mio; 

V altra parie la rendo di buon grado a chi V infuse in questo 
corpo, e la raccomando. Sta sano. — Nella carcere di Genova, 

V ultimo dì di mia vita 2 . Il Tiraboschi 3 vorrebbe farci cre- 
dere che gli Annali non influissero alla sua morte; ma il Ma- 
nuzio 4 ed il Tuano 5 più di lui coglievano nel segno, dicen- 
dosi dal primo l'infelice Bonfadio multis invisum. Se non che 
la giustizia dei posteri ha già consolato lo spirito di quell'of- 
feso, e la patria di Cristoforo Colombo fu magnanima ripara- 
trice nel nostro di una colpa del secolo XVI. 

Sé medesimo descrisse il Bonfadio al suo Grimaldi. Qui 
mi valgano dunque le sue parole. « Quanto alle lettere, certo 

1. Lettera indirizzata a G. B. Grimaldi. 3. Tirabosciiì, Storia della letteratura 

Bonfadio, Opere, t. I, lett. XLVI. italiana, t. Vili, parte III, art. 69- 

2. Lettera ined. del Bonfadio pubbl. 4. Bonfadio, Opere, t. I, p. 274. 
dal Brunati nel suo Dizionar. 1. cit. 5. Tuano, Historiar. 1. XXVI, n. XXVI. 



DELLA REPUBBLICA 211 

« ne so meno di quel che vorrei, e quello ancora non so a.isso 
« magnificarvi mollo, nemico al tutto di arroganza. Quanto 
« alla vita ed ai costumi, fo maggior professione di sincerità 
« che di dottrina e di lettere, amico sopratutto di verità e di 
« fede. Negli amori, peccai un tempo; ora 1' età e migliori 
« pensieri me n'hanno liberato. Sono uomo di poche parole, 
« non allegro come vorrei, né però malinconico, ma pensoso 
« molto, anzi tanto che mi nuoce. Dell' ambizione ho passata 
« la parte mia in Roma. Fuggo dai superbi; di chi mi mostra 
« un menomo segno di cortesia sono sempre umile ser- 
« vitore. » Così di sé; ma queste autografìe, per rimesse 
che le si vogliano, sono sempre modestamente altere. Dal 
po' che ci resta del grand' uomo risulta eh' ei fu di mesto e 
gentile ingegno; ma, come volevano i tempi, servo e talvolta 
sino alle blandizie ed all' adulazione di que' cardinali eh' ei 
diceva padroni suoi. Era insomma quello svenevole inchinarsi 
delle lettere italiane del secolo XVI, di cui non furono immu- 
ni altri spiriti più alteri che il Bonfadio non era, il Tasso e 
l'Ariosto. L' anima indipendente e disdegnosa dell' Allighieri 
non era più. Come scrittore, pensoso qual era, uscì limpido 
sempre nelle proprie idee, sottilissime talvolta e per lo più 
leggiadramente espresse; quindi uno stile assai largo e d'una 
scorrevolezza maravigliosa. La pecca delle lettere italiane, 
che poi nel secolo XVII padroneggiolle, vo' dir dei traslati, 
già comincia nelle pagine del Bonfadio; nò di gran pregio 
sono a tenersi le italiane sue rime: ma come istorico non fu 
del tempo suo chi veramente lo pareggiasse. Lamentasi della 
fretta che pur gli si faceva. Qual poi sarebbe uscito quel suo 
lavoro con tutto 1' agio accarezzato? Per me sono d' avviso 
che V opera della lima 1' avrebbe guasto. Sotto il titolo 
di Annali ci porse pagine stupende, in cui la venustà dello 
stile nulla toglie al nerbo ed alla vivacità della narrazione. 



212 DECADENZA E FINE 

a.1550 La congiura dei Fieschi, il più splendido brano di storia 
classica del secolo XVI e che fors' anco gli costò la vita, è 
tutto di un fare Sallustiano che ci rapisce; e Gian Luigi dei 
Fieschi è un terribile Catilina de' tempi suoi, così terribil- 
mente descritto che pareggia 1' antico l . 

Jacopo Bonfadio e Veronica Gambara, poetessa 1' una, 
come dicemmo, 1' altro prosatore, che molto bene rappre- 
sentavano entrambi la bresciana letteratura della prima metà 
del secolo XVI, morivano neir anno istesso, ma V una com- 
pianta da un popolo che l'adorava, l'altro sotto il ceppo dei 
malfattori. Di Veronica sarà detto altra volta. Soltanto avver- 
tirò che susseguita a Laura Cereto, non solo parrebbe a pre- 
ferirsi per una frase più semplice e più naturale, ma per 
quella temperanza del pensiero che faceala immune dall'in- 
dole cui già piegavano pur troppo le lettere italiane. Rivale 
ed amica di Vittoria Colonna, alunna del Bembo e del Tris- 
sino, più che ad essi debbe al candore dell' anima e dell'in- 
gegno un fare tutto suo. Non così nelle prose latine, o nei 
versi dettati per lodare altrui. Nelle prime, del Bembo, 
ne' secondi è manifesta l' imitazione del Petrarca, ma quan- 
do lascia ne' versi parlare il cuore, sgorgano emancipati 
dal povero marchio di scuola, figli di mesto e delicato 
sentire. 

D' altri uomini illustri sarà detto neh 1 ' ultimo volume di 
queste istorie, nel quale abbiam promesso narrarvi d' arti, 
di lettere, di scienze, di commerci della patria comune dai 
primi tempi sin qui. 



1. Oltre gli Annali, si hanno del Bou- se sue venne già pubblicato dal 

fadio le lettere, le rime latine ed Peroni nella Minerva Bresciana; ma 

italiane, la traduzione egregia della più accurate sono le pagine a que- 

Miloniana ecc. Un elenco delle co- sto riguardo dell 1 ab. Brunali. 



DELLA REPUBBLICA 213 

Ma tornando alla pace del 1550, trascicata com' era e ».tss« 
mantenuta a forza, minacciava di rompersi, e della guerra 
che ornai si maturava per tutta cristianità, primo il Piemon- 
te ne sentì gli effetti. Francia ed Impero scompigliavano a.issi 
Italia un' altra volta: Orazio Farnese alla Mirandola si con- 
giungeva con Lansac postovi a guardia dal re; e Giulio III, 
mandatovi molto sforzo di fanti e di cavalli, cominciò a bat- 
tere la piazza, ma fu inutile sforzo e vano il sangue ivi sparso 
di Randino da Barghe e del Turchetto da Nave, condottieri 
bresciani rimasti su quelle brecce k . Dall' altro lato (1552) a.1552 
i progressi di Maurizio in Allemagna dilatavano la guerra dal 
Reno alle spiagge di Napoli. Tentò invano D. Ferrante Gon- 
zaga di accalappiare Venezia ed averla compagna in quelle 
brighe: la Repubblica stette immota. Frattanto le sue città 
miravano tranquille tanto moto di popoli e di soldati, talché 
Gerolamo Zane podestà di Brescia il 16 aprile, ad argo- 
mento solenne dell' ottimo e fidente governo veneziano, spa- 
lancate le carceri vuote di delinquenti, ne fece appendere 
le chiavi alle porte del palazzo municipale, rimastevi più di 
un mese 2 : onde allorquando mi racconta il Cantù di venete 
crudeltà, meco sorrido. Ma se in calma vivevano le terre bre- 
sciane a mezzodì, la parte valligiana era tutta in apprensione 
grandissima per le vittorie eli Maurizio di Sassonia, che pe- 
netrato nel Tirolo, gittato lo sgomento nel Concilio Triden- 
tino in cui sedevano parecchi dei nostri, obbligato il card. 
Madruccio a chiuderne le lente convocazioni, minacciava la 
prossima Valcamonica; per cui sollecita la Repubblica, armate 
le cernide valligiane, manclolle a guardia del confine 3 . 

Mentre all' Alpi si vegliava, di là dagli Appennini rico- a.isss 
minciavano le cose della guerra. Causa primissima la città di 

i. Cronichetta Quiriniana. 3. P. Gregorio, Trattenim. Gamuni, 

2. Idem. pag. 574. 



2\\ DECADENZA E FINE 

a .i553 Siena, che, toltagli dalle mani, Carlo V voleva riprendere ad 
ogni costo. Da Napoli, da Spagna e da Piemonte si allestiva- 
no i mezzi a combatterla, e con molto apparato venivano le 
genti napoletane condotte dal viceré per istringere la piazza. 
Posto il campo a Monte al e ino, la battè fieramente per quattro 
mesi, ma sempre indarno, perchè i militi di Francia, ne' quali 
faceva nobili prove della sua virtù con una bella compagnia * 
Camillo Martinengo, ripulsarono gli assalti, sicché al 16 giu- 
gno fu dai nemici per un istante abbandonata. 

a.i554 ]\i a y anno appresso Cosimo dei Medici, che a Cesare 
1' aveva promessa onde tenersela per sé, raddoppiati gli sfor- 
zi, furente della nobile resistenza dei cittadini risoluti di vin- 
cere o di morire per la patria libertà, come fiera che già sente 
Y odore del sangue, s' aggirava intorno alle muraglie combat- 
tute. Riuscito inutile lo sforzo, le accerchiava per guisa che a 
lungo andare più potè la fame, la carità del paese, che Y odio 
contro il Medici snaturato, e si venne agli accordi. Era il 

a-1555 giorno 21 di aprile 1555, e secondo i patti uscivano i Francesi 
abbandonando la ben difesa ma infortunata città: di sì fiorito 
esercito più non erano che quattro insegne ditaliani e sei di Gua- 
sconi, ma disfatte così che parve miracolo nonché la resistenza, 
la campata vita; e Camillo Martinengo seguitò co' suoi pochi 
r intrepido Monluc che le guidava, e dietro in lunga fila se- 
guitavano esulando i poveri Sanesi, più contenti di girsene in 
istrania terra limosinando lo pane altrui, che rimanersene a di- 
screzione di un Cosimo. Cadde colà virilmente difesa l'indipen- 
denza di un popolo; ma più fortunata,se alle grandi cose puossi 
talvolta paragonarne di umili, fu quella di un nostro Comune. 

1. Cronichelta Quiriniana. — Botta, go, Ottavio da Tiene, Fulvio Ran- 

Storia Italiana, lib. IX, a. 1554. goni, Adriano taglioni, ed altri ca- 

« Condussero anche i Francesi Lo- pitaui di cavalli, generale dei quali 

dovico Carissimi, Camillo Martinen- fu il conte della Mirandola ». 



DELLA REPUBBLICA 215 

La grossa terra di Bagolino, tutta chiusa nell' erma valle a.1555 
del Caffaro ai limiti settentrionali 'della Valsabbia, che noi 
vedemmo agognala sovente dai prossimi Lodroni, era ornai 
divenuta, per le indulgenze colpevoli della già languida 
Repubblica, loro vassalla. Un bel giorno i conti Achille ed 
Ottone, intimato ai quattro consoli venissero a palazzo, non 
vedevano presentarsi che Vincenzo Gogela. Gittato in car- 
cere, gli fu detto che nulla sarebbe stato dell' escirne ove 
non fossero numerati miUe scudi. Rispondeva il Gogela non 
aver esso né quel debito né quel denaro. Piantate le forche 
per ordine del conte, il povero console vi fu trascinato, quan- 
d' eccoti improvvisi recarsi dal conte Achille tre messi del 
Comune intimandogli bruscamente fosse lor dato il console; 
tutto il popolo sollevato e in armi già trovarsi a pochi passi 
fuor della terra. Resisteva il conte: proponevano i nostri di 
porre la causa nelle mani della Repubblica, cui replicando il 
Lodrone non aver esso Repubbliche sopra di sé, né cedendo 
a preghiere, gli stanchi Bagolinesi, perduta la pazienza, cor- 
revano a tumulto per le vie di Lodrone, poi recinto il palaz- 
zo del conte, lo investivano per ogni parte. I servi ed i clienti 
rispondevano coi moschetti dai merli e dalle finestre: ma 
quella grandine di palle non tratteneva gl'irati montanari, che 
sfondate le porte, scalate le finestre, invaso il palazzo, uccisi 
entrambi gì' incauti Lodroni, un terzo, giovinetto ancora (ed 
era il conte Ippolito) seco traevano come ostaggio per alcuni 
dì: e l'ostaggio, fedeli al patto, restituivano. Il Gogela fu 
tratto come a trionfo dal castello di s. Barbara, rinvenutovi 
a stento, perchè serrato in un forno l . La prepotenza feudale 

1. Cronaca Bagolinese inserita nel mio fiorili a quel tempo e nati in quella 

Cod. valligiano 103, da cui trasse terra, il Panelli qui registra Siro 

il Panelli quel fatto alterandone le Benini lettore in Padova, e Giulio 

circostanze. Come uomini illustri Moreschi, cui viene attribuendo la 



2 16 DECADENZA E FINE 

a.1356 principiava a sentirsi debole dinanzi al popolo vassallo, che 
di frequenti vendette rimeritava Y orgoglio e 1' oppressione 
degli ottimali. 

Tanto succedeva nel 1554, e tanto bastò perchè appicca- 
tosi largo incendio un anno dopo (1555) da cui veniva 
incenerita gran parte della terra, vi si credesse impigliato 
qualche Lodrone vendicatore dei fratelli uccisi. 

Un grande avvenimento si compiva intanto: Carlo V, il 
più potente monarca dell' età sua, rinunciata al figlio la co- 
rona, serravasi in un convento; ma prima di compiere il 
grand' alto avea tentata la conclusione d' una pace col re di 

a.i556 Francia, stipulata dal figlio nel 5 febbraio 1 55G. Ed anche que- 
sta risvegliò dissapori e gelosie: quindi guerra tra Spagna e 
il Vaticano, che racconciatosi con Francia ed avutala dalla sua 

a.i557 (1557), fu primo a romperla; donde un alternarsi di aperti 
combattimenti e d' arti simulate, di tranelli che l' un principe 
all' altro preparava, finché dopo la battaglia di s. Quintino il 

a.u59 5 aprile 1559 fu stretto un altro accordo, il patto di Chateau- 
Cambresis, tra Francia, Spagna e Savoja, ponendo termine 
ad una guerra di oltre sessant' anni che dal pontificato di 
Giulio III a quello di Paolo IV ribadi le catene d' Italia no- 
stra. D'allora in poi non furono più grandi fazioni; e l'unico 
esempio di gagliardia cittadina che ricordasse ancora le forti 
risoluzioni delle leghe lombarde fu quello del popolo di 
Siena, che abbandonata la non più libera patria, un' altra 
se ne creava in Montalcino, fino a che stretto da Cosimo, 
derelitto da Francia, dovette piegare il collo ad un Medici 
aborritore di popoli e cordialmente dai popoli aborrito. Fu 
questo il lampo estremo d' italiana virtù. 

prigionia del sassone elettore Gian Noi vedemmo arrestato l'elettore da 

Federico ceduto dal Moreschi per Ciannant. Cavalli, cui fu compagno, 

cortesia al conte Ippolito da Porto. secondo il Rossi, Curzio Martinengo. 



DELLA REPUBBLICA 217 

La Repubblica di Venezia e le città di terraferma a lei a.ise© 
soggette continuavano quella vita inerte e spettatrice ch'era 
figlia di un sistema da cui si andavano minando le basi del 
già cadente Stato. Quindi Brescia, fuor degli eventi, viveva 
di quella molle e spensierata esistenza che le lontane guerre, 
la natura del secolo e il veneto costume della neutralità 
venivano cementando, e che già presentiva i giorni scioperati 
e la balorda albagia del nobile veneziano di due secoli fa. 
Questo dal lato della politica, però che in quanto all' arti, 
alle scienze ed alle lettere mai non fu secolo come il XVI 
m cui più splendide rifiorissero fra noi; del che largamente 
in altre pagine discorrerò. Lettere, scienze ed arti egregia- 
mente a que' giorni fra noi rappresentate (citerò questi soli) 
dal Bonfadio, dal Tartaglia e dal Buonvicino. Del nostro 
Bonfadio qualche cosa dicemmo. 

Nicolò Tartaglia. 

Soprannomato cosi, ma della cui famiglia, tanto fu di 
basso lignaggio, non è restata memoria, figlio di Michele il 
procaccino della città, orfano a sei anni con un fratellino di 
poco maggiore ed una sorella, visse tanto infelice e contri- 
stata la vita, che, abbattuto esso e la madre e la grama fami- 
glinola dalla miseria, ben altro ama pel capo da inqiririre, come 
egli disse, di che casato si chiamasse suo padre l . Narrammo 
già come ferito e lacerato le labbra ricoverasse, durante il 
sacco di Brescia del 1512, in una chiesa, e come poi mal me- 
dicato dalla povera madre, rimanesse balbuziente, donde il 
soprannome. Non apprese che a leggere, ed il maestro non 
pagato lasciollo in quanto allo scrivere alla lettera K. Stremo 
di denari, il misero Nicolò patteggiava col pedagogo che la 
1. Tiraboschj, Storia della letteratura italiana - Tartaglia. 



318 - DECADENZA E FINK 

isco seconda rata avrebb'egli supplito, giunto a quella lettera; ma 
il denaro mancò al discepolo, e com' egli aggiunse, gli fu 
maestra da poi la povertà. 

Da sì angusti principii emerse il matematico più insigne 
dell' età sua, V illustratore di Euclide e d'Archimede, il mol- 
teplice scopritore di felicissimi ritrovati; donde le trattazioni 
sulle polveri, sulle fortezze, sugli eserciti, sulle artiglierie, 
ma più che altro sull' algebra e sull' aritmetica, nelle cui 
dottrine larga luce diffuse, della quale, od invidi o sorpresi, 
i matemateci del tempo non volevano capacitarsi. L' uno 
di questi, Anton Maria del Fiore, sfidò in Venezia il Tartaglia 
ad uno di que' pubblici dibattimenti che nel secolo XVI ve- 
nivano trasfondendo ne' campi sereni della scienza V ira fa- 
ziosa delle teologiche tenzoni: trenta quesiti dovevano scio- 
gliersi in quarant' ore da tutti e due. L' astuto competitore, 
avendo già preparate di mano del suo maestro Del Ferro 
belle e accomodate le soluzioni, argomentavasi certa la sua 
vittoria e il subito ammutolirsi del suo rivale. Ma qual si ri- 
manesse quando videsi prevenuto e sciolti dal Tartaglia in due 
ore soltanto i suoi terribili quesiti, il decidere a voi. Tutto il 
secreto era questo eh' egli aveva scoperta la teoria da cui pen- 
devano, come quella rinvenne delle equazioni di terzo gra- 
do, delle quali se venne ad altri qualche lume, nessuno a lui 
comunicava questi primi sentori, onde a lui se ne debbe la 
gloria intera. Un altro celebre impostore, un saltimbanco in- 
signe che di magnifici cartelloni ricopriva l'albagia della men- 
te e del cuore, il Cardano insomma, fu dal Tartaglia, e tanto 
lo pregò che della grande scoperta volesse farlo a parte, giu- 
rando sull' onor suo che non ne avrebbe profittato il primo. 
Se non che avutala, e sotto quella fede, in venticinque 
rudi versi volgari- tutta la fece sua neh' Ars Magna dal 
perfido Cardano pubblicata; del che il Tartaglia fu dolente 



DELLA REPUBBLICA 219 

ed irato per tutta la vita. Sfidò il Cardano alla disputa, ma 
il vile rifiutò; fuggì anzi da Milano lasciando la tenzone a 
Lodovico Ferrari che lasciò, vinte da Nicolò, le male assunte 
disputazioni. La vita del Tartaglia ò una misera serie di mi- 
sere venture i che lungo sarebbe e fuor di luogo narrarvi. 
Bastivi il dire che insegnò matematiche e lesse Euclide in 
prima nella sua città, indi a Venezia dove morì verso il 1557. 
Sono già pubblicati di questo egregio gli emendamenti alle 
opere di Archimede e dell' Euclide (1543-1544); la risposta 
o disfida che il Tartaglia avea mandata a Lodovico Ferrari 
di Milano Y anno 1547 (senza data e stampatore); la regola 
del sollevare ogni affondata nave (1551); alcuni ragionamenti 
sulla sua travagliata invenzione con altre pratiche da lui rin- 
venute (1551); il trattato dei numeri e delle misure (1562), 
e più altri ragionamenti di geometria(1558): delle quali opere 
sue può vedersi Y elenco negli Scrittori Bresciani del Peroni. 

AlessauJra Buonviciiio. 

Fino a che non si conoscano le preziose memorie che in 
altrettante schede ha lasciato Rodolfo Vantini, e dalle quali 
argomentavasi quell'egregio di provare siccome il Buonvicino 
fosse nato in Brescia, non farò questione se l'artefice illustre 
sia di Rovato 2 o della nostra città. Per me lo ritengo citta- 
dino 3 . Ciò che sarebbe ad investigarsi è questo, se il Buon- 

1. Tiraboschi, 1. cit. — Brognolt, 2. Come vorrebbero V Averoldi, il Coz- 

Elogi di Bresciani illustri, p. 26. — zando, Nicoli-Cristiani, il Brognoli, 

Tartaglia, Opere ecc. — Peroni, Gambara, Peroni, Orlandi e Canlù. 

Scrittori Bresciani, parte ined. pres- 3. E con me lo Zamboni (Fabbr. di Bre- 

so la Biblioteca Quiriniana, cbe ad scia, p. 109) ed il Vantini (Nota alla 

onore delle lettere bresciane attende orazione inaugurale pel monumento 

ancora chi la faccia di pubblica d'AlessandroBuonvicino pubblicata 

ragione. dall' ab. Zambelli, Brescia, 1850). 



«.1560 



220 DECADENZA E FINE 

..i56o vicino debba al Vecellio od alla potenza del suo proprio in- 
gegno lo bello stile che gli ha fatto onore. 

11 poveretto non era nato nò all' ombra di s. Rcparata, 
nò a quella del Vaticano 4 ; era quindi naturale che Giorgio 
Vasari se ne spicciasse, come fa di noi Lombardi, in due pa- 
role. Di cinquanta e più vaghissime pitture che a noi lasciava 
il Moretto nella sola città, ricorda Y affresco di porta Bruciata 
(che non esiste più. rimpiazzato com'è da un lavoro del Bru- 
sasorci), alcune tele ins.Nazaro, altre in s. Celso (sic), le quali 
appena è eh' egli chiami ragionevoli, ed una tavola in s. Pie- 
tro in Oliveto; poi lodatolo pel contraffare dei drappi e dei 
velluti, lo mi fa genero del Gambara, e buona notte 2 . E 
quando 1' accademia romana di s. Luca negava al Buonvi- 
cino le porte del Campidoglio, a malo stento concessegli 
per le insistenze del nostro Vantini, non ne sapeva più in là 
del Vasari, e chi sa forse 

Scusandosi col dir: non lo conosco. 

Il Lanzi 3 lo dice uscito dalla scuola di Tiziano e traduttore 
nel suo Nicolò da Bari 4 di tutto il fare del maestro. Il Rodolfi 5 
me lo avverte passalo ancor fanciullo in casa di Tiziano. Ni- 
coli-Cristiani ritienlo anch' esso discepolo di Tiziano 6 , e par- 
laci il Sala di ritorno del Moretto da Venezia quasi apporta- 
tore dell' arte veneta fra noi 7 , mentre il barone di Ranson- 
net aggiunge di suo capo come, crescendo al padre di belle spe- 
ranze, V acconciasse col Vecellio di Venezia 8 . Eppur non solo 

i . Si veggano alcune mie pagine su quel- 5. Ridolfi, Vile dei pitt. ven. t II, p. 340. 

r artefice illustre già pubblicate. G. Cristiani, Vita di Lattanzio Gara- 

% Vasari, Vite degli artefici, parte III. bara, Brescia, 1807, p. 139. 

Vita del Garofalo e d'altri lombardi. 7. Sala, Quadri scelti di Brescia, 

3. Lanzi, Storia pittorica, t, 11, Scuola Brescia, 1808, p. XXV. 

veneta, p. 97. 8. Ransonnet, Sopra un dipinto di A- 

4. Mirabil tela nella chiesa dei Mira- lessaudro Buouviciuo: discorso tra- 
coli in Brescia compiuta nel 153'J. dotto dal d.r Uberti, Brescia, Ì8Ì5. 



DELLA REPUBBLICA 221 

di questa sognata partenza del Buonvicino dalla sua città, ma a.ise© 
né un solo accento, una traccia non risulta nelle patrie testi- 
monianze di tutta la oscura e solitaria sua vita. 

Solo ed unico un sospetto che ignota non gli fosse la ve- 
neta laguna verrebbeci da una tela or posseduta dalla galleria 
di Firenze * , nella quale è una Venere circondata da ninfe 
che tinge del proprio sangue il cespo d' una rosa. La scena è 
chiusa per alcune fabbriche veneziane che surgono dalunge 
in riva al mare. Ma se l'illustratore del quadro lo diceva del 
Moretto, è provato ormai doversi ad altra mano attribuire. 

Pare che il Moretto nascesse intorno al 1498 2 . Ricorda 
il Ransonnet una Madonna del 1515, primo suo dipinto di 
certa data per noi conosciuto; e del 1526 3 , eh' è quanto 
dire a soli 28 anni, compiva quella mirabile tela dell' As- 
sunta, che saria vanto a qual fosse più provetto e magistrale 
pennello. 

Il supposto acconciarsi col Vecellio a Venezia, di che tutti 
gli scrittori han novellato, non potrebbe supporsi dal fin qui 
detto che poc' oltre al 1516. Ma lo stile de' suoi dipinti po- 
steriori a queir anno è così lungi dai caratteri che parzial- 
mente costituiscono il fare di Tiziano Vecellio, eh' io mara- 
viglio come non se ne abbia notata la discrepanza, e indotta 
per ciò solo la ineluttabile falsità dell' asserto. E dissi il fare 
di Tiziano, non della scuola veneta in generale; perchè ornai 
sotto i nomi così elastici di scuole non più si abbracciano le 
maniere indeclinabili dei loro fondatori; ma ingiustamente, e 
quasi direi sprezzatamele, le emancipazioni, gli ardimenti, 
le novità originali del genio, che lungamente ha meditato e 

•J . Reale Galleria di Firenze, 1. 1, tav. 40, 3. Nel qual anno gli si fa il saldo ejus 

pag. 145. mercedis pingendo Anconam de 

2. Ransonnet, Sopra un dipinto del Dom, 5 novem. Zamboni, Fabbri- 
Buon vicini ecc. che di Brescia, p. 109. 



222 DECADENZA E FINE 

che mai non fu discepolo a nessuno, trapassano inavvertite 
col servo e doloroso marchio di scuola. Delle tante che il 
Moretto lasciò bellissime sue cose, poich'era speditissimo 
esecutore del pari che diligente e finito l , mi basti un solo 
esempio. 

Qual mai v'ha somiglianza, o lontanissimo richiamo tra 
la Risurrezione, l'Annunciata, il s. Sebastiano, le cinque tele 
insomma di Tiziano Vecellio all' ara massima di s. Nazaro in 
Brescia, e il Redentore fra le nubi e la tela dell' arcangelo 
Michele, opere a pochi passi da queir altare, del nostro 
Moretto? 

Notarvi la diversità prodigiosa degli impasti, dei concetti, 
delle forme, della composizione, e quanto differente risulti 
lo svolgere dei panni, il muovere, l' atteggiare dei personaggi, 
1' aria dei volti, la scelta del vero, Y intonazione dei campi, 
il giuocar della luce, sarebbe lo stesso che indicarvi un uomo 
il quale abbia avuto 1' orgoglio di conoscere Tiziano e non 
seguirlo, ed aspirare per altro sentiero ad una gloria che 
troppo tardi gli fu rivendicata. 

Prediligere ispirazioni sue proprie, profittare alcuna fiata 
delle altrui, dell' Urbinate assai volte, dello stesso Vecellio 
più d' una, ma con un fare di padronanza che annunzia 1' e- 
lezione, non il gretto bisogno d' una scuola che servilmente 
lo guidi, ecco il carattere del Buonvicino. E però vecelliano 
nel Nicolò da Bari, v' impresse la maschia succosi tà, la fre- 
schezza, la disinvoltura del grande da Cadore: rafaellesco 
nel s. Michele e nella imminente Coronazione di Maria, vi pro- 
fuse una grazia, un affetto inenarrabile: e quinci la vigoria 
del Pordenone, quindi la finitezza e lo splendore di Gauden- 

1. « Era in lui tanta, e quasi non suo pennello avesse quasi scritte 

credibile la speditezza nel dipiu- le figure ». Ransonnet, op. cit. 

gere, che parve al Lanzi che il pag. 31. 



DFLLA REPUBBLICA 223 

zio Ferrano; in tutte cose una gentilezza, una fusione delle 
care e soavi forme dell'Urbinate colla schietta robustezza di 
Tiziano: un tipo insomma ; che vario e vago, delibando i ma- 
gisteri delle scuole contemporanee, non è seguace di alcuna. 
Arrogi che il Lanzi medesimo confessa la indipendenza di 
quello stile, ed asserisce come volgendosi Alessandro ad 
altri modi, si facesse autore d'una maniera tutta sua l , la 
quale senza più direi bresciana. Ora che aggiungeremo 
dell' Huard (che il Ticozzi suo traduttore chiama dottissimo!), 
dove battezza di men che mediocri le opere del Buonvicino, 
ed uomo il dice che rimpastò le parti meno eccellenti de' suoi 
maestri senza imitarne le migliori? lo non credo che più 
bestiale giudizio uscisse mai da penna straniera sullo stile 
di un artefice italiano 2 . 

Ma tornando al Moretto, se tu aggiungi la calma solenne 
de' quadri suoi, la celestiale dolcezza delle sue Madonne che 
sembrano dirti esser cosa di Dio, già tocchi un sentimento al 
quale non saprei di qual veneto pittore siasi 1' anima dischiu- 
sa come la sua — il sentimento della religione. 

1. « In seguilo, invaghito del fare di Le sue carnagioni rammentano la 
Rafaello, cangiò maniera, e divenne freschezza di Tiziano. Del resto è 
autore così nuovo nel suo tutto e vario più che Tiziano ed altri Veneti.» 
così pieno di adescamenti ecc. Volti Lanzi, op. e. Epoca li - Alessandro 
graziosi, sagome schiette, studio di Buonvicino, p. 97. — Tanto in ri- 
inosse e di espressioni che nei sog- sposta agli spropositi dell' Huard. 
getti sacri paiono la compunzione, 2. Huard, Storia della pittura italiana. 
la carità, la pietà stessa. Gli acces- Non ho mai letta in vita mia storia 
sori sono magnifici quanto in qual- artistica più zeppa di granchi enor- 
siasi Veneto, ma più parcamente mi e vuota di criterio quanto que- 
che i Veneti ne fa uso. Il pennello sta che il Ticozzi onorò di tradu- 
è fino, diligente, minuto, che sem- zione, e quel che è peggio com- 
bra scrivere ciò che dipinge. Quanto mendandola come accurata e supe- 
ri colorito segue un metodo che sor- riore a quanto iti proposito è stato 
prende per la novità e per l'effetto, scritto prima d' ora!!! 



±2\ DECADENZA E FINE 

a.tseo E ad essa veracemente egli attinse quel non so che di me- 
sto, di candido, di grave, di cui si veggono improntate le sue 
produzioni, le quali nel disvelarti un cuore intemerato, quasi 
senz' avvedertene ti spirano la voluttà della preghiera. E 
Alessandro Buonvicino, che in mezzo alla sfarzosa e dissipata 
mollezza del secolo XVI, di un' età che mentre copriva le 
basiliche italiane dei miracoli dell'arte, non credeva a quelli 
di Dio, solo, contristato dalla sventura, ignoto ai grandi, sde- 
gnoso di mescersi alla folla di quei pittori che ne blandivano 
la spensierata alterezza, nel silenzio delle sue pareti, nella 
obliata semplicità de' suoi costumi, non ambizioso che di pia- 
cere alla patria e a Dio, creava una scuola tutta propria, no- 
bilitata da un principio che a molti de' suoi rivali mancò, ed 
era quasi a quel secolo uno scherno — la fede. Sia che la sven- 
tura, quella severa conciliatrice con Dio, di Dio soltanto gli 
favellasse e delle cose del cielo; sia che pura e bella conser- 
vasse fra que' miseri tempi l'anima sua, è un fatto non esservi 
cosa fra le moltiplici del nostro Moretto che non sia sacra. 

« Sante vergini, ora assorte in devota contemplazione 
« (scriveva 1' ab. Zambelli *), ora intente a dolci colloqui e 
« coi simboli in mano del loro intemerato pudore, del loro 
« martirio e dei trionfi che riportarono della tirannia e della 
« violenza: martiri di G. G. sfavillanti ancora dell'eroico co- 
« raggio che gli rese invitti contro le seduzioni del mondo, 
« contro i supplizi e la morte: patriarchi, profeti, apostoli, 
« vescovi, solitari, cenobiti irradiati di paradiso: angeli d'una 
« bellezza ora marziale ora soave e benigna, e sempre so- 
« vraumana e celeste, e sovente aggruppati a cori, a danze, 
« a glorie, che si hanno fra le più leggiadre e le più care 
« dell' antica e della moderna pittura: eccovi un saggio degli 
« argomenti trattati dal Buonvicini ». 

1. Zambelli, Orazioni sacre, Brescia, 1850, t. II, p. 202. 



DELLA REPUBBLICA 225 

E 1' arte cristiana fu da lui sollevata a tanta altezza, cir- 
confusa delle caste sue grazie, restituita alla sua dignità, per- 
chè il Moretto credeva: e la speranza e la fede, che gli veni- 
vano confortando la solitudine del cuore, lo rapivano a ispi- 
razioni, che versate nelle splendide opere sue, attestano 
tutt'ora com'egli ad altri non le chiedesse che al cielo. È una 
pia tradizione recataci da un atto contemporaneo *; tradizio- 
ne e nulla più, ma che dipinge al vivo queir anima soavissima 
del Buonvicino. 

Dicesi adunque, come in una terra bresciana da fiero 
morbo combattuta e diserta, essendosi un villico inoltrato nella 
parte più riposta e solitaria di un bosco, gli apparissero le 
forme di veneranda fanciulla, che dettogli, venisse eretto al 
suo nome un tempio, e cesserebbe la morìa, disparve. Nar- 
rato ai consoli il grave caso, fu la chiesa in quell'istante vo- 
tata, ed allogata al Moretto la immagine avventurosa della 
celeste promettitrice. Provossi il Buonvicino, e gittate le pri- 
me bozze, chiese al villico che gli paresse: non avendone ri- 
sposta, e compreso non averne colpita la ineffabile bellezza, 
trovò una chiesa e lungamente pregò. Ed eccoti come assa- 
lita da subita ed arcana idea l' ispirala sua mente, cogliere 
un tipo, vagheggiarlo, ed artefice insigne, riprodurlo coli' im- 
mortale pennello. Compiuta la tela, reduce il contadino: 
Beata Vergine, sclamò, è proprio quella! 

Ecco 1' origine del santuario di Paitone, la storia della 
tela, che tuttavia come tesoro vi si conserva, di Alessandro 
Buonvicino. Che quel valente facesse un culto dell' arte pro- 
pria, e come a dire una religione, noi lo vedemmo; che al- 
l' opera stupenda del santuario di Paitone si preparasse colla 
preghiera, è assentito dal Ridolfi e dai Ransonnet. 

1. Presso il Comune di Paitone, 

ODOiucr, Stor. Brcsc. Voi. IX. 15 



226 DECADENZA E "FINE 

a.i56o E un uomo che nel secolo XVI, quando le fanciulle tran- 
steverine erano il tipo della madre di Dio, cerca più in alto 
le proprie aspirazioni, non è scolaro a nessuno. È un vene- 
rando sacerdote dell' arte che tenta risollevarla dalle sedu- 
zioni e dalle lascivie dell' età sua, perchè vuole restituirla al 
cielo da cui deriva. Il Ticozzi lo vorrebbe scolaro di Tiziano: 
ma il cenno che ne dà incespica e s' avvolge fra tanti errori, 
che in un lombardo fanno meraviglia. Disse nato il Moretto 
nel 1514 (ed è noto un suo quadro del 1515), mandato 
dai parenti alla scuola di Tiziano, dove studiò secreto-mente Ra- 
faello nelle stampe di Marcantonio onde attingere (dalle stampe) 
il perfetto colorire tizianesco (nelle cose di Rafaello), il dotto 
disegnare e le eleganti forme (nel bolino di Marcantonio) e la 
nobile espressione dell' Urbinate * . Del resto, dopo uscito il mio 
scritto = La Scuola Bresciano, conobbi l' opera del Rio= La 
Scuola di Leonardo (trad. De-Castro 1856), non senza letizia 
di trovarvi intorno alle tele del Moretto gli stessi miei pen- 
sieri. Notò T impronta di mestizia che dà loro un incanto in- 
definibile: notò il carattere originale del suo pennello e quel- 
T apprendere dagli altri senza imitare alcuno. Lodò la calma, 
T affetto sereno de' suoi meditati dipinti, e pose in cima ad 
essi, come noi lo ponemmo, la Incoronazione. 

Alessandro Buonvicino, cessata carico d'anni (1560) 2 la 
solitaria sua vita, fu sepolto in s. Clemente. Rodolfo Vantini 
gli fece collocare a proprie spese in Roma un marmoreo 



1. Ticozzi, Dizionario degli architetti, tana. . . de messer Alessandro Mo- 
scultori, piltori, ecc. Milano 1833. retto pittore famoso, et da quella 

2. Nel Registro di tutte le bocche delle de messer Alessandro si cava quella 

fontane di Brescia scritto nel 1560 degli Ugoni. In un altro codice 

pei funtanariàd Gaudioso Troscada, presso di me, n. 104, di mastro 

e posseduto dal sig. Gius. Gelmini, Cristoforo Ragni è notata la fontana 

si leggono le parole = Et la fon- di mess. Alcss. Moretto, p. 61, tergo» 



DELLA REPUBBLICA 227 

busto, e lungo i cipressi del nostro camposanto un monu- a .» 5 6o 
mento coli' epigrafe = 

ALESSANDRO . BONVICINO 

N . L' AN . M . D . XIV * 

PER . COLORITO . AL . VECELLIO 

PER . DISEGNO . ALL' URBINATE . VICINO 

AVREBBE . FORSE . CON . UNICO . ESEMPIO 

ENTRAMBI . EMULATO 

SE . STRETTEZZE . MUNICIPALI 

NON . LO . AVESSERO . IMPEDITO 



EBBE . FAMA . MINORE . DELL INGEGNO 

E ritornando alla storia: in mezzo ai torbidi che sorda- 
mente agitavano quasi tutta Y Europa, la Repubblica di Ve- 
nezia, guardando alla lotta fra Turchi ed Ungheresi, provve- 
deva intanto all' isola di Cipro (1558), fatta segno ali' armi 
ottomane, le quali dalla pace del 1452 mai non lasciarono 
prelesti a romperla coi Veneziani da più di un secolo in guer- 
ra lenta e minuta colla Turchia. Da qui le ducali 18 feb- 
braio 1561 ai rettori di Brescia, che delegando alle difese 
dell' isola di Cipro Gerolamo Negroboni da Valtrompia, gli 
commettevano che alla testa di 150 fanti si recasse a Venezia 
per la sua destinazione 2 . Erano guerre da pirati; e noi ve- 
dremle sostenute più innanzi da qualche intrepido Bresciano, 
la cui virtù non venne dagli storici del tempo dimenticata. 
L' una di queste fu combattuta nel 1562. 

Continuava intanto il lungo sinodo di Trento in queir anno 
ripreso, talché i principi italiani s'affaccendavano a mandarvi 
quanti più dei loro prelati potessero. Gravi questioni dovevano 
risolversi da tenaci disputatori; ed il sig. diLansac raccoman- 
dava che il papa non mandasse di quando in quando lo Spirito 

1. Fu già notato l'errore di quella 2. Benemerenze delle Valli, Cod. 103, 
data. p. 209, presso i' antore. 



a. 1561 



.1562 



228 DECADENZA E FL\E 

mui Santo in valigia * . Fra quelle molte disquisizioni stavasi Tren- 
to in grande aspettazione per la venuta del card, di Lorena 
speditovi dal re di Francia, che informò que' padri delle 
sciagure della nazione che lo mandava, tutta avvolta in quel 
tempo nelle stragi e nel sangue da una guerra di religione. 
Poche ma gravi parole rispose allora il cardinale di Man- 
tova: poi levatosi a nome del consesso il bresciano Muzio 
Calini arcivescovo di Zara, a quell' ufficio espressamente 
eletto, acerba, replicava, esser giunta al concilio la narra- 
zione dei tristi casi di Francia, più acerbo il saperne motivo 
le controversie di religione; piangere il cardinale, ma pian- 
gere con esso i padri tutti i mali di tanta e così nobile na- 
zione, propugnacolo un tempo della fede comune: ricrearsi 
per altro le menti contristate dalla speranza che Dio vorrà 
muoversi a pietà di quella terra infelice: anche tenersi av- 
venturato il sinodo d'avere accolto nel proprio seno un inter- 
prete così fedele dei dolori e dei bisogni della patria sua 2 . 

at563 Con tutto ciò s' accrebbero i dissentimenti; e siccom' e- 
rano per teologiche sottigliezze, tanto più acerbi si mantene- 
vano quanto più futile era il motivo che li destava, talché il 
sinodo bastò per qualche anno ancora. Frattanto le scissure tra 
la Repubblica e Turchia si rinnovavano (1565), e nel marzo 

a.i566 del 1506 ritroviamo ne' militi veneziani alle difese di Fama- 
gosta co' suoi centocinquanta soldati Gerolamo Negroboni 
da Valtrompia 3 . E non è meraviglia se nella calma di terra- 
ferma brillasse almeno qua e colà fra il tumulto di lontane 
guerre qualche milite bresciano sul fare per esempio del 
Turchetto da Nave (Lorenzo Mazzoleni) eRandino daBarghe. 
Uscito il primo da oscuri natali, recatosi in Oriente, ritor- 

I.S'arpi, Storia del Concilio di Trento.- 2. Botta, Storia d'Italia, 1. cit. 
Botta, Storia d'Italia, li!). XI, a. 3. Benemerenze citate, Cod. 103, 
1562, p. 53, ed. di Lugano, 1835. pag, 208. 



DELLA REPUBBLICA 229 

nato fra' suoi cosi vestito da turco, fu chiamato il Turchetto. a.isss 
Fu soldato di Pietro Strozzi, sotto le cui bandiere combattè 
nell' impresa di Marano, dalla quale uscito con molto ono- 
re, fu creato capitano. Desideroso di venture, alzata una 
insegna, raccolti a se d' intorno quanti Bresciani dividevano 
con lui la smania cavalleresca di affronti e di pericoli, con 
Randino da Barghe s' aggiunse ai forti difensori della Miran- 
dola (1551), quando F esercito di Giulio III tentava di farla 
sua; ed è fama che vi uccidesse Giambattista del Monte ni- 
pote del papa, che troppo arditamente con Alessandro Vi- 
telli s' era fatto innanzi fin sotto alle mura dal Turchetto di- 
fese con risoluta virtù * . 

A' quali due venturieri potremmo aggiugnere Carlo Ruffo, 
il difensore d'Albareale contro gli assalti dei Munsulmani, cui 
Solimano, ammiratane la virtù, esibiva il comando di 500 
de' suoi; ed essendosi egli scusato del rifiutarlo qual milite cri- 
stiano e suo nemico, gli facea dono d' una veste di broc- 
cato cremesino a fogliette d'oro e d'una scimitarra guernita 
di gioie 2 . Curzio Martinengo, amico del Rossi, e da que- 
st' ultimo veduto decrepito morire nel 1600, condottiero e- 
gregio sotto Carlo V e Filippo li re di Spagna, che a quat- 
tordici anni, rinvenuto semivivo nel fatto di Geresole presso 
i cadaveri de' suoi fratelli Ercole ed Attilio, ereditò la con- 
dotta dell' uno di essi: fu dei prodi che arrestarono Gianfe- 
derico di Sassonia. Combattendo in Piemonte a Pontestura, 
uscito dal forte, assaltato da monsignore d' Anvilla, sostenne 
F impeto per guisa, che salvata l'artiglieria eh' era venuto a 
difendere ed iscortare, se ne ritrasse ferito sì, ma lieto del- 
l' ottenuto intento 3 . Esausto di denari e pieno di debiti, ri- 
nunciò la condotta; ma richiamato al campo dal re di Spagna 

1. Rossi, Elogi istorici di Bresciani 2. Idem, p. 290, 291. 
illustri, p. 474. 3. Idem, p. 360. 



SUO DECADENZA E FINE 

«.1566 con lettera del 29 ottobre 1566, gli fa consegnata la compa- 
gnia di cavalli del marchese Spinetta Malaspina, che poi con- 
dusse in Fiandra, dov'ebbe a combattere alla testa degli 
Spagnuoli in parecchie fazioni. Battagliò contro il prin- 
cipe d' Orange, e terminate le guerre fiamminghe, rivide 
Italia, ma per poco. Ripigliate le ostilità, tornato in Olanda, 
fu alla presa di Bara e di Mastrich, riconquistate all' armi 
di Filippo II; poi già vecchio, questo gagliardo capitano di 
Alessandro Farnese, ritornato alla patria, vi chiuse in pace 
gli ultimi suoi anni d . 

Marcantonio Martinengo da Villachiara servì lo Stato 
veneziano contro la Porta; e sotto la lega di Filippo li, della 
Repubblica e del papa, si fece venturiero con trenta gentiluo- 
mini ed una grossa e bene armata compagnia di fanti a tutte 
sue spese finché durò quella guerra. Chiamato a Roma da 
Gregorio XIII, fu mandato in Francia per difendervi dagli 
Ugonotti la provincia d' Avignone. Per lui fu presa la città 
d' Oranges, e da lui per ordine di Gregorio al suo principe 
restituita. Fattosi amico del Momoransì, gli venne offerta la 
condotta dei cavalli italiani per conto del re. L' invidia su- 
scitò la calunnia. Fu sparso eh' egli fosse innamorato e favo- 
rito da Madama la sorella del re di Francia, onde il papa lo 
richiamò. Insignito dell' ordine di s. Michele, gli fu profferta 
una condotta per le Fiandre, ma la Repubblica lo ritenne per 
sé. Vuoisi che la fortezza di Palmanuova sia disegno del Mar- 
tinengo, il quale morì governatore di Padova 2 . 

11 posto da lui tenuto alla corte di Roma fu rimpiazzato, 
se crediamo al Rossi, da Orazio Covo, altro milite bresciano, 
1' uno dei gentiluomini che seguirono in Francia il Martinen- 
go. Fu all'obbedienza in prima del card, dei Medici; poi 
messo a guardia in Avignone di un castello di colà, lo difese 
1. Rossr, p. 362. 2. Rossi, Elogi cit. 



DELLA REPUBBLICA ^3Ì 

dagli Ugonotti con molta virtù, che da lunge lo ravvisavano a.ises 
per una candida sopravveste, per 1' armi dorate e pel feroce 
cavallo eh' era dono del cardinale. L'appostarono un giorno, 
e sopraffatto dal numerò e dalle ferite, cadde semivivo, ma 
senza arrendersi, e dimostrando ai nemici, come aggiunge il 
Rossi, /' antico valore à' Italia. Raccolto da' suoi commilitoni, 
poco stante morì * . 

Questi nomi aggiungo pigliati a caso dai molti che man- 
tenevano anche allora la fama della patria comune, perchè 
si vegga come la molle e disonesta età non valse a tutta e- 
stinguere ne' padri nostri la fierezza nativa, i quali per manco 
di vicende a tanto studio evitate dalla Repubblica, passate 
1' Alpi, dischiudevano un campo gittandosi alla perduta nelle 
risse altrui. Ma di questi esempi noi vedremo più innanzi, e 
più gloriosi ancora, perchè d'uomini sostenenti in terra stra- 
niera, non più le insegne di Francia o della Spagna, ma le 
gloriose della Repubblica veneziana, ch'erano pur quelle 
della patria loro, veneta sempre come fu di pensamenti e 
di cuore. 

Nella quale non è a credersi che fosse poi la calma che 
il silenzio della storia potrebbe farci argomentare. Per manco 
di fatti politici la conturbavano tuttavia le pretese antiche del- 
la città di Cremona, la quale avendo sull' Oglio ricominciate 
nel 1566 le solite novità, ci costrinse mandarvi gli archibu- 
gieri degli Orzi 2 . Anche il povero torrentello del Gaffaro non 
lasciava in pace la nostra città. I conti Lodroni, che dopo il 
fatto del 1554 parevano rinsaviti, chiesta pace al Comune di 
Bagolino, ed interposto all'accordo la città di Brescia (1556), 
si volgevano ad altro. 11 conte Sigismondo, ravvivate le industrie 
del ferro, ricostrutto il forno d'Anfo, aperta una strada che da 
Collio attraversasse le rupi delle Valli e della Berga, gittò nel 
1. Rossi, y. 405, 408. 2. Codagli, Storia Orceana, p. 173. 



232 DECADENZA E FUSE 

.,566 lago d' Idro un battello pei trasporti dei carboni e della mi- 
niera (1559). Bagolino reclamò e per amore de' forni suoi e 
perchè quella via costrutta da un conte tirolese era un passo 
all' armi germaniche, debolmente contenute dalla vecchia 
rocca d' Anfo. La Repubblica vietò il forno e chiuse la via ' , 
ma non cessarono le contese: perchè il Caffaro, benché pic- 
ciolo torrente, rovesciati gli argini e le palafitte dei conti di 
Lodrone, fu cagione che Y antica vertenza del confine si rin- 

,567 novasse (1567). Fu proposto un accordo, ed eletto per la città 
Roberto Avogadro: insistevano i conti Lodroni che, negando la 
soscrizione al compromesso, volevano interrogata la corte 
imperiale (1568); e la causa fu prolungata molt' anni ancora, 
talché del 1600, non volendo i conti venire a patti quali dai 
nostri sarebbersi voluti, fatto redigere un esatto disegno del 
piano d' Oneda, avvalorato dai molti documenti che dimostra- 
vano latenti le ragioni della terra di Bagolino, rimettevano la 
decisione al veneto Senato, che blandendo i Lodroni lasciò 
indecisa la vertenza. 

Ma già di lontano vagolavano voci di guerra. L' oriente, 
sempre avverso alla Repubblica, la minacciava ne' suoi pos- 
sedimenti; donde l'ordine che venissero numerati per le 
nostre valli e per tutta la provincia quanti fossero capaci al- 
l' armi. La Valcamonica, già battuta dalla moria, non potè, 
sopra 50 mila uomini, porre innanzi che da cinque a seimila 
soldati 2 . 

La peste qua e colà sempre viva, serpeva ancora nella 
Riviera, talché nel 26 di giugno 1567 bamnita fuit tota Hip era 
ob pestem Desenliani 3 . I rumori della guerra s' aumentavano, 
e il nome di Famagosta, al quale poi fu legata la memoria di 
tanti nostri concittadini, preoccupava le nienti. L'isola di Cipro 

1. Panelli, Cenni storici di Bagolino. Mem. sloriche della Valcamonica. 

2. \\ Gregorio, p. 581. — Odorici, 3. Lumen Revcì. Cod. cif. p. 235. 



DELLA REPUBBLICA 203 

turbava i sonni di Selim, che ne giurava l'acquisto. La Repub- a.tsso 
blica intanto si preparava alla lotta (1569), e quella lotta 
scoppiò (1570). 

Molti de' nostri gentiluomini, e per amore del nome ve- a.is-o 
neziano e per la viva e fantastica natura di quegli intrepidi ca- 
valieri, ne' cui petti dolce ad un tempo e misterioso suonava 
sempre V invito d' una guerra orientale, accorsero alle navi 
della Repubblica, e seguiti dalle loro compagnie, trassero in 
armi a que' lidi venturosi * . 

Il conte Gerolamo Martinengo armò sol esso duemila 
fanti, e prima di porsi a bordo delle navi già pronte a scio- 
gliere le vele, con isplendida rassegna nella piazza di s. Marco 
sfilò dinanzi al popolo veneziano il guerresco apparato di que- 
sta picciola armata che un solo de' padri nostri per l'onore 
dell' armi italiane a proprie spese offeriva. Ricoperta di lu- 
cide armature che lampeggiavano al sole, questa fiera gio- 
ventù, fra T applauso degli astanti e le musiche militari, 
già fremeva impaziente della partenza. Chi 1' avrebbe mai 
detto! Pochi approdarono all'isola di Cipro, e nessuno tornò 
dalla terra fatale. Tutti quanti perivano consumati dagli stenti 
o dal ferro nemico, né più giunse di loro fuor che 1' annun- 
cio di tanto e sì deplorabile dissolvimento. Il Martinengo 
medesimo, mal reggendo agli stenti del mare, infermatosi 
quasi tosto, e mal sovvenuto, morì 2 . 

Nò per questo s' avvilivano i padri della Repubblica. De- 
terminato il soccorso di Famagosta, raccoglievano per ogni 
parte armati, navigli e provvigioni. Rrescia non mancò: de- 

1. Nicolò Gambara il 15 febbr. 1571 sulla galera di Zaccaria Barbaro 

vi condusse mille fan li, colonnello v' accorse con 28 soldati a tutte 

che era della Repubblica (Ducale sue spese). Idem, p. 79, Ducale 

15 febb. 1571. Cod. 8, p. 79 della 20 aprile 1570. 

mia raccolta; e del 20 aprile 1570 2. Paruta, Guerra di Cipro, p. 28. 



234 DECADENZA E FINE 

i.tiH stinati mille fanti a tutte sue spese per sei mesi di guerra, 
ne designò capitani Carlo Ducco, Lodovico Ugoni, Mario Pro- 
vaglio, Ortensio Palazzo e Camillo Brunello ! . Cento militi 
stipendiati da! Comune decretavano i Benacensi 2 per tutta la 
guerra, facendone capitano Giuseppe Mazzoleni. Il piano 3 , le 
valli tuttequante gareggiavano a sostegno della Repubblica 
e del nostro onore. La Valcamonica poi, larghissima obla- 
trice delle sue vite e dell' aver suo, non veggendo ad atto 
pratico raccolta la sua profferta, volendo ad ogni modo 
(sono le parole del Consiglio 4 ) mostrar in parte almeno V ar- 
denlissima sua fede in questi tempi calamitosi, lasciava alla Se- 
renissima V arbitrio delle restanti sue facoltà e vile loro ; e non 
sapendosi che meglio offrire di quello che la natura vi produce, 
che è il ferro, cosa necessaria nelle occasioni di guerra, de- 
cretava che in nome universale di quella valle fosse fatta 
oblatione di pesi cinquemila di ferro crudo, condotto a Brescia 
pagato et a spese proprie della vallata: munus parvum, sed 
magni affecti testimonium, supplicando Sua Serenila degnarsi 
cV accettarlo, e riguardare più agli intimi sensi del cuore che alla 
cosa offerta. Oratori spediti ai rettori di Brescia colla presa 
deliberazione furono Giambattista e Gerolamo Federici. 

Ma tornando alla flotta dalla Repubblica gittata in mare, 
essendosi vilmente rifiutato Rangone Pallavicino d' assu- 
merne il comando, Luigi Martinengo, altro nostro conter- 
raneo, governatore in quel tempo alla Canea, non badando 
alla misera fine di Gerolamo suo congiunto, intrepido si of- 

1. Spini, Supplemento alle Storie bre- correre d' uomini quella spedi- 

scane del Capriolo, p. 308. zione, di cui vcggasi il Codaglio, 

2. Lumen Revelali onis, cod. cit prcs- Storia Orccana, pag. 177. 

so il Comune di Salò. 4. P. GREGORIO, Tratt. Camuni, p. 

3. In quanto al piano, m'appagherò 585.586, dov'è la Ducale 23 aprile 
dell' ardore degli Orceani per soc- 1570, da cui risulta quel fatto. 



DELLA REPUBBLICA 235 

ferse, e fu eletto generale delle artiglierie di Famagosta *. 
I nostri Porcellaga vi condussero per conto loro duecento 
fanti, ma Scipione che li guidava restò sul campo. 

Guerra in oriente e pestilenza in terraferma. Tredicimila 
uomini mieteva in Brescia la morìa 2 ; la quale non ispegneva 
colle vite 1' ardore per le difese del vessillo veneziano sulle 
coste deir isola di Creta, nel quale ardore i Martinenghi si 
distinguevano. Ercole di Annibale ebbe cura di fanti sotto 
Famagosta; fatto prigioniero dai Turchi, vagò per V Egitto, 
T Arabia, 1' Armenia, la Soria, la Natòlia: fu schiavo in Co- 
stantinopoli; liberato, e venturiero un' altra volta, finì la 
vita in oriente fra mille perigli e casi da romanzo. Giam- 
maria figlio di Ercole, avuto il governo della Canea e diCorfu, 
dopo la morte di Baldassare Rangone, sostenne quello del 
regno di Candia. 

Gianfrancesco figlio di Bartolomeo fu alla testa di mille 
cinquecento fanti per la guerra del 1570, la quale finita, ri- 
chiamato dal duca di Savoja, ebbe titolo di maestro del cam- 
po. Nestore gli successe, figlio di Alessandro Martinengo che 
nella spedizione dell' animoso Gerolamo fatto prigioniero 
sotto le mura di Famagosta, fuggitosi con arte maravigliosa, 
fu il primo che recasse ai padri della Repubblica le notizie 
dei casi di quella guerra infelice 3 . 

A questi lontani commovimenti s' aggiugnevano allora 
le paure vicine: perchè la notte del 27 aprile cinquemila tra 
zingari, spagnuoli e genti di ventura, come narra una cronaca, 
invadevano la Riviera. Tutta la patria se mise in tumore et ar- 
me, perchè riprodutli insieme andavano amazando, sachezando et 
brusiando, per il che tutti fuggivano con le robbe et animali ridu- 

1. Paruta, Guerra di Cipro, p. 135. - 2. Spini, Supplem. p. 308. 

Romanin, Storie Veneziane, t. VI, 3. Sansovino, Famiglie celebri d' Ita- 
parte II, p. 284. lia - Martinenghi. 



1.157» 



236 DECADENZA E FINE 

a. 157» cenciosi alti monti. Finalmente furono tali nemici parte morti, 
parte presi. Ed il Comune di Volciano, dalle cui registrazioni 
ritraggo il fatto, liberato da quella peste, facea voto di rin- 
graziarne a ciascun anno con riti solenni il cielo 4 . 

,., 571 Ma la guerra d' oriente era già ricominciata. Caduta nelle 
mani dei Turchi la città di Nicosia, rimanevano le difese di 
Famagosta. Un soccorso aveva potuto penetrare da Candia 
nella città; ed erano millequattrocento fanti italiani con mu- 
nizioni e artiglierie condotti da Luigi Martinengo, troppo 
scarso ristoro a tanto pericolo. Ornai V esercito turchesco 
di sue lunghe schiere aveva tutta d' intorno asserragliata la 
voluta piazza, dove non erano a sostenerne l'assalto che sette- 
mila uomini. Venuti al fine ad uno scontro decisivo, ed era il 
quarto, fu d' ogni parte egregiamente combattuto. Luigi Mar- 
tinengo, cui veniva quel luogo, siccome importantissimo, affi- 
dato, rimettendo spesso la battaglia con soldati recenti, sov- 
venendo gli stanchi, eccitando i gagliardi a sostenere illibato 
in tanto estremo il nome veneziano, ributtato alfine quello 
sforzo nemico, per ogni parte adempiva gli uffici di prudente 
ed intrepido capitano 2 . Cadevano le mura terribilmente 
squarciate dalle turchesche artiglierie, ma pronti sopravveni- 
vano i difensori. Arditissime le donne, precedute da un mo- 
naco greco portante un crocifisso, si mescolavano tra quelle 
pugne portando acqua, sassi, viveri, quanto abbisognasse; e 
il vescovo di Limisso, aggirandosi tra le schiere, predicando 
l'amore della patria e della fede, cadde trafitto. La stanchezza, 
le ferite, le malattie riducevano agli estremi quel gagliardo pre- 
sidio: eppure un' altra battaglia su quelle brecce, invase ornai 
dall'inimico, fu dai Veneti respinta. Finalmente la carità del pae- 
se fece quasi un debito dell'arrendersi. Cessate l'armi al 3 di 

1. Si veggano le mie Memorie Voi- 2. Paruta, Guerra di Cipro, p. 221 
cianensi, p. 1 i. Salò, 1856. 



DELLA REPUBBLICA 237 

agosto, alcuni noLili Ottomani entravano per gli accordi nella 
città. Incontrati dal Baglioni, rassegnavano statici al campo 
turchesco Ercole Martinengo e Matteo Colli, e Y ufficio del 
consegnare le chiavi della bene propugnata terra fu dato a 
Nestore Martinengo, giovinetto di alti spiriti, che venuto alla 
guerra sotto le insegne di Gerolamo suo zio, s' era distinto 
per accortezza e valore. Recatosi dal bascià, otteneva che 
Y esercito turchesco, entrato in Famagosta, frenasse coi vinti 
le principiate violenze. La sera di quel giorno (4 agosto) il 
Baglione, Luigi Martinengo ed Antonio Querini, accompagnati 
da nobil seguito e da quaranta fanti, precedendoli sotto rosso 
ombrello il capitano Bragadino, giunsero dinanzi a Mustafà, 
il quale già meditando qualche infame vendetta, richiesto il 
Querini ad ostaggio delle navi prestate per lo trasporto ad 
altre terre dei miseri Famagostani, e rifiutandosi il Bragadi- 
no, montato in ira, comandò che i veneti ambasciatori venis- 
sero tagliati a pezzi fuor della tenda. Così morivano per la 
patria Lorenzo Tiepolo, Antonio Querini, il Baglione, il Bra- 
gadino, e con altri della nobile comitiva Luigi Martinengo * . 
Ercole Martinengo e Matteo Colli ritrovarono miglior 
sorte, perchè offertisi ad ostaggio nella resa di Famagosta 
(due altri ne avevano dati dal canto loro i Turchi), uscirono 
dalla piazza, ed incontrati dal figlio di Mustafà che li condusse 
al padre, ricevuti con molte carezze e regalati di due vesti 
di broccato d' oro, ebbero albergo nel padiglione dell' agà 
dei giannizzeri 2 . Di Ercole Martinengo vedemmo altrove, e 
come fuggito vagasse per que' lidi orientali. Del resto si sa 
che sciolto ogni freno si gittarono i Turchi pel campo cri- 
stiano e per le navi degli imbarcati, sfogando coi vinti e cogli 
inermi quel subito e vile furore. La pelle del Bragadino, 

1. Paruta, 1. cit. p. 228. -Romanin. 2. Paruta, Guerra di Cipro, lib. Ili, 
op. cit. t. VI, parte II, p. 308. pag. 225. 



a.i5?« 



2^S DECADENZA E FINE 

a.isTi empita di paglia, fu portata a trionfo da Mustafà sotto il rosso 
ombrello di quel martire infelice. 

a.1572 Non avviliti per questo i Veneziani, desiderando che 
T armi loro si facessero in qualche parte sentire ai nemici, 
deliberarono di tentare l' impresa di Castclnuovo, facendosi 
di essa autore Sciarra Martinengo, il quale essendo stato 
Tanno passato a Cattaro, la proponeva come cosa certa. Era 
quest' uomo nato in Brescia di nobilissima famiglia, benché 
di non leggittimo matrimonio, e mandato in esilio per private 
nimistà; ed essendosi in questo tempo lungamente esercitato 
nelle guerre di Francia, avevasi acquistato onoratissimo nome. 
Ottenuto nell'occasione di queste imprese un ampio salvacon- 
dotto, era stato ancora, come si è detto, onorato del grado di 
governatore generale dell'Albania, tenuto coni' era da ciascuno 
in gran concetto per le sue virtù. L' impresa di Castelnuovo 
era stimata grandemente dai Veneziani, perchè stando quel 
sito alla bocca del golfo di Cattaro, chi questo luogo possiede 
può impedire facilmente il passo a chi cerca di penetrare più 
addentro nel golfo istesso. Imbarcatosi Sciarra a Chioggia con 
cinquemila fanti, e tra questi buon numero di Francesi, 
mosse al golfo di Cattaro, portando al generale Veniero un 
ordine del Consiglio dei Dieci di dover aiutare l' impresa. 
Congiuntisi a Lisena, passarono alla bocca del golfo di Cat- 
taro, e penetrando innanzi, fermaronsi al luogo così detto 
delle Catene; ma accortisi gli Ottomani, travagliarono con 
frequenti tiri d' archibugio le genti d' un arsile che mal reg- 
gendosi sulT ancora fu trasportato dalla furia del vento alla 
riva. Pure sostenuto d' alcune venete galee, lo sbarco ebbe 
effetto. Il che fatto, Sciarra ordinò a Siila suo fratello che 
con 200 archibugieri salisse la montagna che è posta alla 
diritta di Castelnuovo, mentre egli marciava innanzi verso la 
terra. Il resto delle sue genti camminar le faceva in tre squa- 



DELLA REPUBBLICA 239 

droni e guidandone egli stesso la vanguardia: col qual ordine si 
fece molto appresso alla fortezza essendo sempre spalleggiato e 
protetto dalle galee che andavano costeggiando la marina. Il Mar- 
tinengo riconosciuto bene il sito, fece dar principio ad alcune trin- 
cee e piantare le artiglierie: operazioni eh' essendo interrotte e 
disturbate dai tiri delle artiglierie nemiche, diedero il tempo agli 
Ottomani di raggrupparsi da diverse parti cdla fortezza calando 
essi per vie disusate dai monti, e dai nostri non conosciute. Ma 
dalla parte ov 3 erano que' di Martinengo s' andavano i nemici 
tanto ingrossando, che non ostante gli speditigli soccorsi non si 
poteva reggere più a lungo, né il fratello sostener lo poteva senza 
suo grave pericolo l .? er mi veggendosi la condizione delle cose 
peggiorare ogni dì, e disperando di poter addivenire al con- 
quisto d'una terra assai meglio difesa che non erasi creduto, 
richiamate le genti, imbarcate le artiglierie e le truppe, le- 
varonsi dall' impresa, tornando il Veniero co' suoi Francesi 
a Cattaro; il qual successo, eh' era da molti già stato pre- 
veduto, levò non poco di riputazione al Martinengo. 

Non tralasciavano i Turchi occasione alcuna d' insidiare 
alle cose dei Veneziani; e però meditando di porre assedio 
a Cattaro, cominciavano dall' erigere ivi presso alla punta 
di Varbagno un forte. Il Senato diede ordine lo si distrug- 
gesse. Quattromila fanti con ventisei galee condotte dal So- 
ranzo movevano all' impresa. Pervenuti a Giannizza, furono 
sbarcate molte genti, parte delle quali con Pompeo Colonna 
andarono a prendere il colle vicino per chiudere agli Otto- 
mani, eh' erano in Castelnuovo a tre miglia di Varbagno, il 
passo; e parte si condussero con Nicolò da Gambara a certo 
luogo vicino per attendere altre genti raccolte dal Salamone 
provveditore veneziano. Il Soranzo entrò con 18 galee nel 
golfo, ed investito per questa guisa il forte dalla parte del 

1. Paruta, Guerra di Cipro, lib. Ili, p. 286 e seg. 



a. 1572 



a.1573 



■" '. 



.I5t3 



240 DECADENZA. E FINE 

mare colle vele del Soranzo, e da terra col fanti del fiam- 
bara e del Colonna, fu gagliardamente principiata la batteria; 
indi accorsero i soldati alla scalata. Impadronitisi del forte, 
fu colle mine dai fondamenti distrutto; e dopo quella fazione 
eseguita dal Gambara e dal compagno con ammirabile pre- 
stezza, ritornossi 1' armata a Corfù dond' era partita * . 

Le quali cose io narro alla distesa, perchè se furono mai 
battaglie di là dai mari sostenute, nelle quali emergesse fra 
popoli stranieri la generosa virtù dei padri nostri, furono 
quelle combattute per la Repubblica veneziana sui lidi acer- 
bamente contesi dell' isola di Cipro. 

Mentre queste cose accadevano, la nostra città ad ogni 
voce di vittorie veneziane era tutta letizia: festeggiavano i 
Benacensi cbe per lettere ducali ricevevano Y annuncio del 
fatto gloriosissimo del 7 ottobre 1571 2 , al quale forse in- 
tervenivano i cento pedoni che avevano offerti 3 , e manda- 
vano oratori al Senato per le congratulazioni; e il 20 set- 
tembre 1572 decretavano processioni perchè Dio facesse 
vittrici contro i Turchi le insegne di s. Marco 4 : nelle quali 
fazioni è duopo credere che Nicolò Gambara facesse il de- 
bito suo, se col decreto 7 marzo 1573 venivagii confermato 
il grado di colonnello di mille fanti con istipendio di mille 
ducati all' anno, oltre due lance spezzate con doppia paga in 
aggiunta alle sei che lo servivano 3 . Fors' egli vide lo scempio 
de'Munsulmani alla battaglia delle Curzolari (27ottob. 1571), 
quando il sangue di ventimila uomini largamente vendicava 

1. Paruta, Guerra di Cipro. les in Registro magno. Lum. Reu. 

2. 1571, 24 oclobr. Ele.ctio oratorum Cod. cit. De diebus feslivis. 

etc ad gratulandum de Victoria 3. Già dal 2? marzo 1570 il Senato rin- 
contra Turcos. - Pars quod feste- graziava i Benacensi de'cenlouomini 
tur die 7 octobris in memoriam offerti in expeditionecontra Turcos. 

insignis victorioz contra Turcos, 4. Idem, p. 256, De fidelitale Riperia-. 

de qua Victoria vide literas duca- 5. Cod. 8, dorimi. Gambareschi, p. 80. 



DELLA REPÙBBLICA 241 

il martirio del Bragadino; donde i trionfi del Colonna a Ro- n.1573 
ma e del Yeniero sulla piazza di s. Marco. Queste erano glo- 
rie veneziane, erano letizie tutte nostre. Felici tempi in cui 
T Italia si rallegrava per se, non per altrui * . Eppur que' tem- 
pi dopo tre secoli, meno il prestigio dell' arti, ricomparvero 
più splendidi e più portentosi. 

Singolare per altro che mentre Italia ribolliva d' oclii, di 
guerre, di terribili contrasti fra principato ed impero, catto- 
lici e luterani (acerrimi partiti che il furore della parola so- 
stenevano colla spada) l'arti belle paressero farsi più gentili 
e più serene: più singolare ancora, che tanto sieno ricadute 
nel nostro così diverso dal secolo XVI per 1' acquistata indi- 
pendenza e per la forza del pensiero e per gli animi sollevati 
alle energiche ispirazioni della libertà. 

Ma 1' opera portentosa che attestava in mezzo a noi col- a.15-5 
1' eccellenza dell' arte la splendidezza municipale, non per 
caso di guerra, né per furore di popolo, ma per ignota e mi- 
steriosa mano doveva tutta avvolgersi tra le fiamme: dovea 
distruggersi in un giorno il monumento eretto dalla costanza 
e dall'amore cittadino di forse due secoli — la Loggia pa- 
lazzo municipale, — meraviglia ancora dello straniero, ed alla 
cui costruzione, come avverte il Sala, concorrevano i primi 
padri dell' architettura, talché il Palladio non esitò chiamarla 
eccellentissima. Decretata in prima dal Consiglio cittadino 
nell'anno 1467 2 , fu principiata con rito solenne il 5 marzo 
1492 3 . Continuata da poi sopra un disegno di Tommaso 



i. Botta, Storia d'Italia 1. XIII, p. fo messa la prima preda, ecc. Meni. 

237-241. di Lucilio Ducco citate dallo Zam- 

2. Zamboni, Fabbriche municipali, capo boni nelle opere indicale. Queste 

V-la Loggia - p. 40,41. memorie sono quelle esistenti alla 

3. 1492, 5 marzo. Memoria, come a Quiriniana in quinternetti slegali e 
dì sudello la vigilia di carnovale senza numero nel coltro G. 

OnoRicr, Sfar. Brcsc. Voi. IX. 16 



242 DECADENZA E FINE 

Formentone, proseguita dal Sansovino, perfezionata dal Pal- 
ladio, cui spettano le finestre, fu quasi al tutto compiuta 
verso il 1572. 

Una Loggia municipale preesisteva sul Garza nel luogo 
istesso, ma indecorosa, ma insufficiente alle patrie magistra- 
ture. Il decreto 8 luglio 14G7 ordinava 1' erezione di più 
vasto e più nobile edificio. Le inevitabili calamità di quel 
tempo, i cittadini contendimenti sulla forma del fabbricato ne 
ritardarono V esecuzione, a cui davvero non si pensò che al 
cadere del secolo l . Fu detto che al Bramante ne fosse allocato 
il disegno 2 , ma 1' Àveroldi ed il Gagliardi errarono del pari. 
Non è certo ancora, eppur tutto farebbe crederne architetto 
un artefice da Vicenza, Tommaso Formentone. E veramente 
F ultimo ottobre 1489 veniva congedato Ser Tommaso Formen- 
tone Ingegner Vicentino qui trattenuto per lo modello in legno 
della fabbrica municipale, che da Vicenza erasi condotto a 
quattro cavalli come a trionfo in Brescia 3 , accompagnato dal- 
l' architetto istesso, e da lui presentato agli eletti perle fab- 
briche cittadine. Parecchie case già da noi comperate cadevano 
intanto perchè 1' area fosse pari alla grandezza del pensiero; 
il vescovo di Brescia Paolo Zane sendo il 5 marzo 1492 pose 
la prima pietra, e Y alacre lavoro continuò, talché al marzo 
del 1501 vi si trasportavano le patrie magistrature 4 . Sopra- 
stante all' esatta esecuzione dei modelli vicentini fu Y archi- 
tetto milanese Filippo Grassi; ed alcuno dei magnifici capi- 
telli fu scolpito da Jacopo da Verona e da Giovanni e Cri- 
stoforo degli Ostelli, avendone 25 ducali d' oro per capitello. 

1. Prov. del Consiglio Gen. 4 feb. ì 190. pensa eorum conducere cum curru 

2. Àveroldi, Scelte pitture, p. 18. et equis qualtuor ultra equus tres 

3. Cons. Goni. 6 novembre 1489 personarum Architecli etc. 

Visisque ipsis modellis magno in- 4. Liber fragment. Cod. Mazzuchel- 
genio structis, el considerala ex- liano presso il can. Onofri. 



DELLA REPUBBLICA 



243 



E capitelli vi lavoravano di sottilissimo magistero ed arte a .i5: 5 
assai gentile Vincenzo Barbieri da Manerbio e Jacopo Fosti- 
nello da Bornato. In quanto allo spendio, quella fabbrica per 
la quale si decretavano dapprima duemila ducati { , al cadere 
del secolo XV già ne costava intorno a ventimila 2 . 

Le patrie sventure della lega di Cambrai, que' fieri e do- 
lorosi conati, que' mutamenti di francese e spagnuola signo- 
ria che dal 1509 al 1526 desolarono colla nostra città Y I- 
talia subalpina, furono inciampo al compimento della Loggia. 
Marmi, fregi, materiali giacquero lungamente ammonticchiati 
aspettando età più bella; e solo intorno al 1549 fu riassunta 
V impresa. Primo pensiero fu quello d' una sala, il cui pro- 
getto si volle dal Sansovino, che in pubblico Consiglio del 3 
giugno 1554 presentò il disegno. Il marmo bianco di cui tutta 
fu eretta venne tolto alle cave di Botticino; il nero, a quelle 
di Degagna nella Valsabbia 3 . Il gran fregio, lavoro di Marco 
Colla padovano e Lodovico Ranza da Ferrara, in cui leggi il 
semplice ma grave motto: Brixia fideìis fidei et justitice come- 
cravit, costò al Comune undici scudi d' oro al braccio; ed è 
di sì maschia, profonda e bene modellata forma, che avverte 
l' eccellenza dell' arte lombarda sul principiare del secolo XVI. 

Le statue degli Aquarii sono del Bonajuti da Firenze e del 
bresciano Bonometti; altre del Bonometti e del Ranza cam- 
peggiano siili' alto dell' edificio; una statua della Fede è di 
Cesare Federico da Bagno fiorentino, e forse la Lodovica 
della Loggia non è che un male riuscito abbozzo di quella sta- 
tua. La gran sala d' auree forme sansoviniane, sorretta da 
colonne, ricca di fregi, di statue, di trabeazioni, era tutta di 
marmo. Le mirabili impalcature, tanto lodate dal Palladio, 

1. Zamboni, 1. cil. p. 41. lib. I, e. 55, parla di questa spe- 

2. Capriolo, Storie Bresciane, p. 239. eie di marmo nostro, del quale venne 

3. Giuseppe Violo, nell'Architettura, decorata la tomba di Carlo V. 



244 DECADENZA E TI NE 

a.1575 scompartite in tre vasti campi, davano luogo a tre dipinti 
condotti dal Tiziano; altri lavori e spartimenti e mirabili fan- 
tasie la decoravano, uscite dai migliori pennelli di queir au- 
reo secolo dell' arti veneziane. Era il tetto coperto di piombo 
con sopravi statue ed obelischi bellamente disposti. 

Ma la Loggia, quel nobile aggregato di sì cari oggetti, in 
poco d'ora fu preda, come dicemmo (1 575), di vorace fiamma 1 , 
nò più rimase di queir ampia sala, orgoglio della nostra città, 
lavoro di quasi un secolo, che lo scheletro delle marmoree sue 
mura. Un secolo dopo fu tentata coi disegni del Vanvitelli una 
ricostruzione, ma i tempi di Palladio non erano più; ed a 
quelle rovine non era ornai chi potesse dar mano senza profa- 
nazione, però che vera profanazione fu il po' che se n' è fatto. 

a.i576 L'anno appresso (1576) correndo il giorno di s. Marco, 
poco tempo innanzi alla morte di Gerolamo Negroboni 2 , 
che è che non è, le famiglie suburbane correvano come inse- 
guite alle porte della città. Parlavasi eli Ugonotti che si dice- 
vano già entrati nel Bresciano. Luigi Àvogadro ed un Palla- 
vicini, duci com' erano del presidio, v' accorsero in armi, e 
non trovarono che un branco di zingari, i quali passato 1' Ci- 
glio avevano incendiate alcune cascine 3 . 

Ma questa piccola sventura fu seguita da un' altra assai 
più grave, benché allora così frequente. Perocché serpeg- 
giando per le terre lombarde la solita morìa, penetrò nella 
città; e già i luoghi suburbani, già le valli principalmente 4 
n' erano intinte. Vuoisi che un disgraziato da Cremona la 



1. Zamboni, Fabbriche cit. capo Vili. verno delle ordinanze delle valli 

2. Moriva il Negroboni l' 8 maggio 1576, Trompia e Sabbia cogli uguali pri- 

e fu sepolto in duomo con molta so- vilegi del genitore. Benemerenze, 

lennità. Il 15 dicembre 1576 Già- p. 209, 210. Cod. presso di me. 

corno suo tìglio di 16 anni veniva 3. Covi, Mcm. Brcsc. Cod. Quii*. E, 1,9. 

eletto pei ineriti de! padre al go- 4. Pannelli, Storia di Bagolino ms. 



DELLA REPUBBLICA 245 

recasse ad Iseo, dove più non rimanevano, di mille, che tre- *.au 
cento abitanti * . Di là toccava il prossimo Passirano; e il 17 
d' agosto Lodovico Ugoni, Lodovico Calino ed Ercole Lana 
con una schiera di 500 fanti chiudevano i passi della Val* 
trompia. Miseranda fu in Brescia la costernazione, procellose 
le consulte, impotenti le provvisioni, perchè le guardie rad- 
doppiate non impedivano che una donna d'Iseo l'avesse re- 
cata con sé il giorno 12 di quel mese. La sua famiglia cadde 
morta al lazzaretto, e fu segnale d' altre vittime. Anche un 
armajuolo della Pallata, lasciato Iseo nell' ottobre del 1576, 
recato seco il miasma fatale, esso, i figli, la consorte mori- 
vano in Brescia quasi tosto 2 . E come avviene talvolta che 
questi arcani flagelli o si arrestano da sé per cause arcane 
come quelle che fra noi li conducono, o si acquetano alla forza 
di pubblici provvedimenti, la morìa parve allentata. Ma la na- 
tura spensierata del secolo non badava; e sorvenuto il carno- a.1577 
vale, con istolido disprezzo di que' che ricordavano fra le pazze 
baldorie - badassero bene, - sulla piazza del duomo si tennero 
bagordi e torneamenti : donde un accorrere, un accalcarsi di 
villici d'ogni contrada, e quindi il lento prepararsi di un' altra 
sventura. Venuta la quaresima, la peste ripullulò, scoppiò 
terribile come incendio lungamente trattenuto, e più non 
valse umano consiglio. Poi che stante la immanità della scia- 
gura, che toglieva ai cittadini poco meno che il senno, si rac- 
coglievano processionando di chiesa in chiesa, donde irrefre- 
nata la pestilenza ringagliardiva. Come stupide s' aggiravano 
le genti: era un popolo che attonito e smarrito lasciava libero 
il corso alla piena di un male contro cui non valeva resistere. 

1 . Spini, Suppl. alle Storie del Capriolo. peste. Dissertaz. con docum. dame 

Ivi narraci della peste, come storico pubblicata (Cronisti Lombardi del 

contempor., con molta precisione. Mùller.Ivi unacronichcttabresciana 

2. 1 due Bcllintani ed il dialogo sulla sulla peste del 1577). 



2U) DECADENZA E PINE 

1.15-7 Li caduti per le case o per le vie si gettavano al terraglie) di 
Torrelunga, dietro all' orto delle monache di s. Giulia; e le 
monache scagliando sassi agli accolti monatti, li obbligavano 
a scavare quelle luride fosse fuor delle mura su alcuni spaldi 
del castello. Fu in queir istante un serra serra, un fuggirsene 
ai colli ed alle montagne 4 . L'amor della vita chiudeva i cuori 
ad ogni senso di pietà, e gl'infelici si abbandonavano, né la- 
mento di padri o di fratelli il figlio ed il fratello tratteneva. 
Nobili fanciulle si lasciavano all' arbitrio dei monatti e degli 
infami, a cui l' attonitaggine e lo spavento di tutti era stimolo 
al delitto, ed i cadaveri, o gittati dalle finestre o fuor trasci- 
nati dalle porte, giacevano in sul battuto. 

Frattanto que' cadaveri del castello, spirando il vento di 
tramontana, ammorbavano l' intera città. Si pensò interrarli 
più lungi al ponte delle Grotte; ma crescendo il male, nò 
sopperendo i molti carri al trasporto delle salme, si ammontic- 
chiavano così nude sui bastionati di porta s. Giovanni a mede 
(misura di legna); et li accomodavano, così la cronaca, come si 
fa la legna al porto del Naviglio, finché la notte bastasse al 
lavoro del trasporto alle rive del Mella 2 . Orrendo a vedersi 
fu tra gli altri un cumolo di trecento cadaveri che al pozzo 
di s. Marco aspettavano i carri non ancor giunti. Eppure so- 
vente putrefacevano dimenticati nei diserti abituri. La strage 
fu miseranda, e trentasettemila vittime al cadere del terzo 
mese venivano registrate. Il medico Francesco Robacciolo, 
che fu presente a quegli orrori, ci fa sapere che nel principio 
ne morivano 15, 20, 30 al giorno: poi crebbero verso 1' ago- 
sto fino a cinquecento e più secondo che la morìa si dilatava, 

1. La citata Cronichelta, p. 58, 59. li cadaveri che furono portati alla 

2. Una lettera del 7 dicembre 1577 Mella, molli di loro furono la- 

aggiunge = Uno spettacolo vi è sciati senza coprirli còme sono al 

mollo horrendo; ed è questo che presente. 



DKLLA REPUBBLICA 247 

talché per ogni contrada non polendo li nettazini e pizzicamorti 
satisfare in andar di casa in casa a levare i corpi morti si man- 
dava la notte persone che ad alta voce gridavano: chi hanno morti 
in casa: e però i cumoli delle salme si vedevano al mattino 
lungo i selciati delle piazze e delle strade. E perchè i monatti 
o non entravano che chiamati nelle case, o chiedevano dalla 
via che loro si consegnassero gli estinti, quelle in cui tutti ri- 
manevano spenti non venivano sgomberate se non quando il 
puzzo dava segno di cadaveri in corruzione. Del presidio del 
castello neppur uno campò: ma Luigi Grimani capitano della 
città, con altri nobili coraggiosi al pari di lui, poste in salvo 
le famiglie, non sopportarono che in tanto estremo fosse 
la patria abbandonata * . Venti medici e sette chirurghi rima- 
sero estinti; né più essendovi fornai, veniva il pane dai luo- 
ghi suburbani, sicché da Castenedolo, da s. Eufemia e dal- 
l' altre terre a noi vicine arrivavano per la porta di Torre- 
lunga i carri delle provvigioni, mentre dall' altra di s. Gio- 
vanni (le sole aperte) escivano quelli dei cadaveri condotti 
agli argini del Mella. Singolare per altro che meno infesto 
venisse quel miasma agli accattoni ed alle meretrici: e la 
ragione, che a' tempi del cronista doveva essere naturale, 
fu rinvenuta nelle influenze di due pianeti, Saturno pro- 
tettore dei primi, e Venere delle seconde, Centomila ducati 
costarono alla città li suoi provvedimenti: ventimila ne furono 
sovvenuti dalla Repubblica; ed una lettera del 28 settembre 
che fra Giovanni Domenico scriveva al cardinale Carlo Bor- 
romeo, narra le meraviglie di quel fra Paolo Bellintano da 
Gazzane, piccola terra del Comune di Volciano Riviera di 
Salò, che uscito per miracolo dal lazzaretto di Milano, dove 
tanti ne aveva operati d' abnegazione, di costanza e d'amore, 

1. / due Bell'interni ed il dialotjo ecc. della inedita cronichetta del Ro- 

doeumenli in fine. Ivi un sunto bacciolo, pag. 61. 



248 DECADENZA K FINK 

3.1577 fu a noi mandalo dal Borromeo per mettersi fra nuove lagri- 
me, nuove morti e nuovi guai ; soccorrere, consolare altri 
infelici, tenere in soggezione altri scellerati. E il lazzaretto 
bresciano di s. Bartolomeo, così com' erasi lasciato a discre- 
zione dell'adunatavi bordaglia, sotto la disciplina del Bellinta- 
no si cangiò tutto quanto 1 . Fu detto che il cardinale 2 , udita la 
fuga del vescovo Bollani, ch'era in s. Eustacchio poco lungi dalle 
mura 3 , volea venirsene egli stesso. Ha scemata FOltrocchi, se 
non tolta, la colpa del presule, il quale, si aggiunge, udita l'ani- 
mosa risoluzione del cardinale, non sopportò che tanto avvenis- 
se, ed avuto fra Paolo, tornò in seno alla Chiesa abbandonata. 
L' Oitrocchi ha fatto assai. Ma se a lui non fu dato assol- 
verlo del fatto, meno lo assolvono le lettere dell' incolpato: 
si custodiscono in due volumi allaQuiriniana; contengono una 
esatta descrizione di quel contagio, ma non danno plausibile 
ragione di quelle assenze, che parvero al Giussani e al Be- 
scapò non senza colpa. Il suo vicario Giacomo Roncalli risie- 
deva in Salò nel 1577, e la loro corrispondenza sarebbe degna 
di essere dai Salodiani conosciuta. = Quiil contagio è in col- 
mo, scriveva da Brescia il vescovo al Roncalli nel 14 luglio, 
con spavento cV ognuno non ne morendo al giorno meno di cento, 
et tuttavia non sono nella città che 1 2 mila persone, né si sentono 
altro che pianti et gemiti et carrette che portano fuori li corpi degli 
infetti . Il lazzaretto fa anche la sua parte dove si trovano quasi 

1. Ogni bene del lazzaretto, scriveva 2. Giussani, Vita di s. Carlo Borromeo, 

al Borromeo nel 28 settemb. 1577 1. IV, e. 13. - Oltrocchi, Note a 

frale Giandomenico Lettore, è opera quella vita. -Sala, Vita di s. Carlo. 

di Fra Paolo, intanto che nel laz- Gradenicus, Brixia Sacra, p. 370. 

zaretto si sta bene. Ha finalmente 3. Si veggano alla Quiriniana i citati 

con la disciplina di Milano così ben volumi di lettere di quel vescovo, 

regolato il lazzaretto diBrescia ecc. dettate da Brescia, da s. Eustacchio, 

Lettera da me pubblicata ne' due da Collcbeato al Roveglia in Salò. 

Bellintani in fine (Cod. B, V, 31, B, V, 32). 



DELLA REPUBBLICA 219 

2 mila persone. Parla altrove del castello di Brescia 
(17 luglio), dove quasi tutti erano morti, meno il castellano, 
assistente il misero otto suoi figliuoli tutti colti dalla peste, 
e delle cose che tutte procedevano disordinatamente et peste 
et giustilia; dice della sua risoluzione di porsi a Collebeato; 
di forche poste in capo alle strade pei trasgressori degli or- 
dini sanitari; di crescente mortalità (19 luglio), duecento al 
di morendone al cadere di quel mese, ed essendo il lazzaretto 
più che asilo quasi tomba di 3 a 4 mila appestati. 11 22 d' a- 
gosto avverte la strage complessiva di 16 mila appestati, ma 
scemata del resto la mortalità, ridotta a 30 al giorno 4 . 

Né la peste, come dicemmo, fu circoscritta alla sola città. 
La Riviera ne fu desolata 2 ; l'Asolano 3 e le terre degli Orzi 4 
ne furono invase, talché ben pochi de' bresciani castelli ve- 
nivano risparmiati. Poco appresso quel terribile flagello (1 580) 
il cardinale Carlo Borromeo, come apostolico legato, visitò 
tutta intera la nostra provincia. Non santuario, no:> solitaria 
cappelletta o nel silenzio d' erma convalle o sugli irti comi- 
gnoli dell' alpi nostre dimenticò. Molti abusi qui tolse, ed il 
corrotto costume dei sacerdoti severamente infrenò. Mise in 
pace odii antichi di nobili casati, e le sostanze dell' altare, 
scialacquate da cotali ch'altro non avevano di sacerdote che 
il nome, a miglior uso rivolse. Superstizioni e riti o ridicoli 
o stolti cancellò; ma tanto bene fu da zelo soverchio qualche 
volta sviato, come quando fatta guerra alle lapidi antiche od 

1 . Patrizio Spini contemporaneo, nella (Meni, autog. presso la Quiriniana). 
sua relazione di quella peste (Spini, Il Violi ( Croni ctaelta Bresciana) 

Appendice alle cronache del Ca- propende anch'esso pei 20 mila, 

priolo), fa salire oltre a 20 mila 2. Cod. 61 della mia raccolta. Docu- 
le sue vittime. 11 NASSiNO,contem- menti Benacensi, p. 206. 

poraneo anch'esso, darebbe 16396 3. Mangini, Storia Asolana, Cod. 180, 
morti entro le mura, 3000 nelle pag. 176. 

chiusure, e 20677 nel territorio 4. Codaglt, Storia Orceana, p. 186. 



2")!) DECADENZA E FINi: 

ai 58o a' preziosi bassorilievi, ne ordinava la distruzione per la paura 
che le chiese appo cui si ritrovavano ne fossero profanate. 

Incontrato alle rive del Mella da Leonardo Donato po- 
destà e dal fiore dei gentiluomini bresciani, giunse alle porte 
di s. Nazaro, dove fu ricevuto dal vescovo e dai sacerdoti che in 
lunga fila ne 1' aspettavano; ed al rimbombo delle artiglierie 
fu sotto ricco baldacchino e lungo le vie parate a festa so- 
lennemente accompagnato in duomo l . La vita recentissima 
di quel sant'uomo redatta con molto amore da Antonio Sala, 
e le altre del Bescapè, del Giussani e dell' Oltrocchi parlano di 
questa sua peregrinazione, e come del 1580 visitasse le terre 
asolane 2 e dall' un capo all'altro scorresse la Valcamonica 3 . 

Nella bresciana visitazione calmò le controversie accese 
qui dall'Aiamonte. La Valcamonica, benché tentennasse, lo ac- 
colse a trionfo. Fu alle cime dell'Aprica, fu al ponte di Legno, 
lasciando tracce dovunque della sua pietà. Scorse le valli 
Trompia e Sabbia, aspre di suolo e d'uomini così che, sepolti 
nelle loro miniere o raccolti ai fuochi delle loro fucine, pas- 
sando il cardinale continuavano al maglio ed alla incudine 
l' ardue fatiche, noi guardando neppure. La Repubblica mi- 
nacciò, e quegli uomini rudi come i loro metalli piegarono 
forzati da prima, indi a stento rammolliti dalla voce di un 
santo; il quale sceso al lago di Garda, s'arrampicò sui gioghi 
di Tremosine; e tolte a Liano alcune superstizioni, trasportò 
in Maderno le ceneri di s. Ercolano, mettendo pace fra quei 
banditi del Bertacioli di Salò, del Sala di Asola, del Clerici, 
degli Avogadri, e così via 4 . 

Eppur queste visite sacerdotali non miglioravano l'età che 
se ri andava disordinata, qui aggiunge il Botta, per colpa dei 

1. Spini, Appendice alle cronache del 3. P. Gregorio, Tratten. Cam. p. 592. 

Capriolo. Venezia ITU. 4. Antonio Sala, Vita di s. Carlo, con 

2. Mangimi, Stor. Asol.Cod 180, p. 177. disperi, e note di suo figlio Aristide. 



DELLA REPCBBL1CA 251 

papi, dei principi e dei popoli. Sola Venezia persisteva ordinata a ., 5 *<> 
ed immobile, continua lo storico, a cagione che tutte le potestà 
dello Stato vi erano ben ponderate, e non uscivano dai termini 
della legge. Ma uno storico da partito, il sig. di La-Hoasye, 
fattoci della Repubblica un quadro a modo suo, toccando il 
veneto reggimento della nostra città, ne racconta di singolari. 
Secondo costui, essendo il popolo bresciano d'indole tumul- 
tuosa e di subiti fatti, gli si mandavano rettori di consumata 
prudenza, più atti alle carezze che alle forti risoluzioni. Era- 
vamo in somma li beniamini della Repubblica che, non osando 
comandarci, era duopo venisse a patti con noi. — 11 popolo di 
Brescia, continua egli, assediando i podestà, li costringe ai 
suoi voleri; spalancate le carceri, v' entra di tutta forza e ne 
libera i prigioni * ; si burla di tribunali e di sentenze, ed 
ha il bandito in conto e lo protegge. Dolcissimo imperio, se 
come Brescia fossero trattate 1' altre città: ma non così di 
Vicenza, di Padova, di Treviso duramente guardate, crudel- 
mente sottoposte agli ultimi rigori. Sulle quali esorbitanze del- 
lo storico straniero, essendo già combattute dal Romanin, non 
io v' intratterrò. Bensì tornando agli apostolici visitatori che 
papa Gregorio XIII avea mandati per tutta l' Italia, noi for- 
tunati che ci venne il migliore di tutti; però che in quanto 
al resto ed alla sacra bottega che sotto pretesto di riforma 
venne per altri aperta, parlano con isdegno le cronache con- 
temporanee. A Gregorio XIII era già susseguilo il terribile 
Sisto V. Il secolo dell' arti e delle lettere era pur secolo ad 
un tempo dell' audacia e della prepotenza: all'una ed all'al- 
tra fece guerra un papa, e vi riuscì; ma contro gli scandali 
della corte pontificale neppur quel fiero pontefice bastò. 

Vittoria Acarambona, la bellissima consorte di Francesco a.tsss 
Peretti, nipote di Sisto, era amata dal cardinale Farnese, 

1. Amelot de la-Hoasye, Storia della Repubbl. di Venezia - 11 Senato. 



252 DECADENZA E FINli 

1585 benché già vecchio di sessant' anni, e da Paolo Giordano 
Orsino, l'uccisore d' Isabella dei Medici sua moglie. Due fra- 
telli di Vittoria favorivano gli amori del Farnese, due altri 
quelli dell' Orsino: ma l'Orsino, che voleva esser solo, prin- 
cipiò dall' ucciderle il marito, e pigliatasi per moglie 1' Aca- 
rambona, fuggendo l' ira di Sisto V, riparava in terra vene- 
ziana. Il magnifico palazzo Pallavicini, ora Martinengo, poco 
lungi da Salò * , fu il nuovo asilo di quello sciagurato, e la 
città di Padova lo fu per la misera donna. 

1/ Orsino moriva in Salò di subita morte, lasciando a 
Vittoria le sue sostanze con pregiudizio del giovinetto Virgi- 
nio figlio d'Isabella. Lodovico Orsino colonnello agli stipendi 
veneziani, irato di quelle nozze, e fors'anco di quella morte, 
ne giurò vendetta. Fu a Salò, fu al palazzo Pallavicini ove tro- 
vavasi l'Acarambona, e cacciatala di là, ne pigliava possesso 
per conto del fanciullo. Poi seguitando la misera Vittoria, fu 
a Padova, armò suoi sgherri e la fece scannare. La P\epubblica 
ne fu commossa. Dato Y assalto dall' armi veneziane alla casa 
dell'Orsino, questi, rimasto prigioniero, fu strozzato in carcere. 
Orribili tempi quando veleni e stili e archibugiate deci- 
devano delle questioni. La Riviera, come terra eli confine, 
era il solito asilo di un branco di banditi; né le torture ap- 
prestate in Salò 2 , nò l' esempio dei patiboli 3 raffrenava quel 
loro andazzo di delitti e di soperchierie. Un solo ne citerò, 
e valga per mille: quello di Scipione Gambara, che dall' a- 
vito castello usciva co' suoi masnadieri, ed appostandosi alle 

.,588 vie, faceva Y assassino, d' onde il bando del 1588 ed un pro- 
cesso lungamente durato. 

1. Cod. Quiriniano B, IV, li. - Annali 2. Docum. Benaccnsi, Cod. 61,p. 1IC, 

di Sisto V dalla pag. 32 alla 72. - (1581) della mia raccolta. 

Botta, Storia d' Italia di seguito 3. Cod. 91 -Giustiziati del 1582. Cod. 

alla Storia del Guicciardini. 01, f. 117, Documenti Benacensi. 



DELLA REPUBBLICA 253 

Del 1590 moriva Sisto V, ed Urbano VII gii succedeva, a.mo 
uomo di facile natura e d' animo tranquillo; ma pochi giorni 
sorvissuto, lasciò la tiara al celebre Sfondrato da Cremona 
che prese il nome di Clemente XIV. Durante il regno suo 
gravi accidenti per tutta Italia si maturavano. Carlo Emma- 
nuel, in guerra co' suoi vicini, passava nelle Spagne onde 
averne soccorsi. In questo mentre il conte Martinengo suo 
generalissimo, scorrendo la Provenza, risollevava la fortuna 
dell' armi piemontesi. Fu sotto Berrà, ma non potè conqui- 
starla. Tornato il duca, ripigliata Y impresa, Berrà fu sua, ma a ., 59l 
i torbidi provenzali non terminarono. La Repubblica vene- 
ziana, sempre neutrale anche quando il porvisi di mezzo sa- 
rebbe stato non foss' altro dignità, pendeva incerta; ed anche a.1595 
allora che Tarmi pontificali minacciavano Ferrara, se ne stette 
in disparte. Ma spente quelle sconcordie ferraresi, Carlo Em- a>1597 
manuele non quetava, e tutta in armi era per lui la terra 
piemontese. Trattavasi del marchesato di Saluzzo preteso 
dalla Francia e dal Piemonte, a cui finalmente colla pace del 
1° febbraio 1801 restò. 

Noi siamo già nel secolo XVII; secolo inerte fuorché di a>l601 
nobili prepotenti e di quanti ridendosi di leggi e di statuti, 
con uno schioppo ad armacollo e due bravi alla coda si te- 
nevano padroni di mezzo mondo. Quindi fra i nobili un 
Maggi, un Occanoni e due Schilini (1801 — 1604) giustiziati, 
ed Andrea Schilino fatto uccidere dal duca di Mantova il 3 
ottobre 1602, per appagarmi di questi pochi. Buon per due a . 1602 
Martinenghi, Massimiliano e Vincenzo dei conti di Villachiara, 
che banditi dalla Repubblica, fattisi venturieri neir esercito 
imperiale sotto Pest, vi si distinsero: la colpa fu riparata 
dall' armi, e T uno di questi lasciò la vita sul campo l . 

\. Bianchi, Diario. - Tommasi, Guerra d'Ungheria, f. 107. 



254 DECADENZA E FINE 

«.tetta Non così del conte Ottavio Avogadro, celebre bandito, che 
trattenuto un giorno alla sua corte dal Medici e da Bianca 
Cappello sua consorte, presentatosi improvviso al padre di 
quest' ultima, gli mise addosso una terribile paura, simile a 
quella del nuncio apostolico che nell' aprile del 158G non si 
arrischiava d'attraversare il Trentino dove aggiravasi l' Avoga- 
dro co' suoi satelliti 4 . Narrano gli storici che venisse conver- 
tito nel 1580 da s. Carlo; ma fu la conversione dei recidivi 2 . 
Una tragica scena contristava in sul cadere di quel secolo 
la intera nostra città. Lodovico Martinengo, poco appena spo- 
sata la giovane Margherita del conte Marcantonio dei Marti- 
nenghi di Villachiara, per subita ira di gelosia la trucidava. 
Roberto degli Avogadri, messo in voce come adultero della 
infelice, protestava innocente la Martinengo, sfidando a morte 
chiunque ne lacerasse la fama. L' atto di sfida sottoscritto da 
Scipione Avogadro e da Camillo Ugoni, serbasi ancora nelle 
miscellanee del Gagliardi 3 . Celio Magno ed Orsatto Giusti- 
niani, due poeti di quel tempo, lasciavano sulla vittima di 
tanto furore tre sonetti, pubblicati dal Muschi * . 

In questo mentre la città di Brescia determinava la co- 
struzione d' una cattedrale che più dell' antica di s. Pietro 
de Dom rispondesse ai bisogni dell' ampliata città: discon- 

a.ieo* sacrata con rito solenne il 16 febbraio 1604 la vecchia basi- 
lica, la prima pietra della nuova cattedrale fu posta nel 12 
maggio dal vescovo Marino Giorgio, presenti le venete magi- 
strature 5 . Frattanto l' armi spagnuole venivano minacciando 
l' Italia centrale. I Veneziani che stavano in sub" avviso, te- 
mendone gli effetti, armavano, e bramosi di raccogliere sol- 
dati, ne cercarono dalla Lorena e furono coi Grigioni a con- 

1. Codice Quiriniano B, IV, 14. 4. Poesie inedite d-el Giustiniani e del 

2. Sala, op. cit. Magno, pubbl. dal Muschi. 1600. 

3. Codice Quiriniano F, IH, 2. 5. Bianchi, Diario cit. p. A. 



DELLA REPUBBLICA 255 

trattarne il libero passo. Gli ambasciatori di quegli alpigiani 
indirizzati a Venezia passavano con seguito signorile il 21 
settembre 1G03 per la nostra città *. 

Ma più gravi cose affliggevano in quel tempo la Repub- 
blica veneziana, vo' dire la celebre contesa dell'interdetto, 
la quale forse tra noi di terraferma si combatteva con più lar- 
go arbitrio 2 ; poiché le venete rappresentanze, non infrenate 
dalla presenza del Senato e del Consiglio dei X, s' abbando- 
navano a maggior libertà, interpretando talvolta a modo loro 
le volontà della Repubblica, quando pure non le piegassero 
alle proprie. Si avverta ancora che il nostro amore pel nome 
veneziano che vedemmo più volte in queste pagine suggellato 
col nostro sangue, non era certo minore che nella stessa Ve- 
nezia. Perchè noi Bresciani, popolo d# confine e però con- 
fortati per massima di Stato dalle indulgenze dei senatori, 
lontani da quanto avrebbe potuto intiepidire talvolta la no- 
stra fede, non vedevamo che il lato più splendido, più bello, 
più generoso della Repubblica, i pericoli della quale si ri- 
guardavano come nostri, e il torto fatto ad essa come fatto 
a noi. Luminosissima testimonianza fu F interdetto; perocché 
quando si trattò di mettere in sulle difese le reggenze di Pa- 
dova, di Brescia, di Verona e dell'altre città, tutte risposero 
all'invito. Ed è un fatto, che in mezzo ai libercoli, ai cartelli 
sparsi dai clericali, alle aperte minacce, alle secrete insinua- 
zioni di sedicenti profeti che andavano di terra in terra va- 
ticinando 1' ira di Dio, non motto di popolo, non resistenze, 
non grave ostacolo surse di fronte alle salde opposizioni del 
Senato veneziano. Veramente la procella per esso lui scon- 

1. Idem, p. 5. del prete Giambattista Bianchi, che 

2. Pei fatti dell'interdetto ci siamo valsi registrava dì per dì con esattezza 

<l' una relazione per noi pubblicata singolare gli avvenimenti. È in due 

dietro la Cronaca inedita bresciana volumi presso il sig. dott. Ducos. 



256 DECADENZA E FINE 

a. 1606 giurata ora grave, molti ed astuti i suoi nemici, e Y armi 
contro di lui basse ed occulte. 

Ma venendo a noi, conosciuta appena dalla Repubblica 
la Colla 17 aprile 1606 pubblicata in Roma contro lo Stato 
veneziano, il podestà di Brescia Leonardo Mocenigo, uomo 
di piglio soldatesco, faceva appendere un manifesto (10 mag.) 
venutogli da Venezia, che dichiarandola ingiusta, ordinava 
che vescovi e sacerdoti continuassero gli uffici loro. Con 
tutto ciò se ne partivano primi i gesuiti lasciando l' interdetta 
città. I loro beni venivano assegnati all' ospitale maggiore; e 
perchè alcuni di que' padri non avevano seguita la fuggente 
compagnia, fu loro intimato, pena la vita, uscissero all'istante. 
Roma intanto faceva gli uffici suoi; ed alle monastiche con- 
gregazioni comandava la subita partenza da tutto lo Stato 
veneziano. Le fraterie ne furono commosse, s' adunarono a 
consulta; ed avendo un loro commesso mostrate al podestà 
di Brescia le lettere curiali, e dimandata licenza, n' ebbe in 
risposta, che dov' egli parlasse di fuga, 1' avrebbe fatto ap- 
piccare alla porta della sua chiesa. Ma scorso il termine fis- 
sato nell' interdetto (14 maggio), tacciono i riti, desistono i 
sacerdoti dalle pubbliche supplicazioni. Protestano i magi- 
strati; e sembra che le chiese, meno pochissime, tostamente 
si riaprissero: poiché il vescovo di Brescia rifuggitosi a Man- 
tova, avuto 1' ordine dalla Repubblica ritornasse alla sedia 
abbandonata sotto pena di ribellione, di confisca delle sue 
proprietà e distruzione delle proprie case, tornò in Brescia 
accompagnato dal conte Francesco Martinengo, e d' allora in 
poi continuamente pontificò. Né tanto ai Veneti bastava; ma 
temendo la fuga dei sacerdoti, ponevano guardie alle porte 
cittadine, come altre ne collocavano sugli angoli delle vie. 
Il podestà mandava come al solito due torce ai cappuccini 
per la messa alla quale doveva assistere; ma serrate in fac- 



DELLA REPUBBLICA 25" 

eia agli ufficiali le porte della chiesa, protestavano i frali 
voler piuttosto morire che mancare agli obblighi dell' inter- 
detto. E il magistrato a farneli scortare dagli sgherri fuor 
delle mura perchè più non ritornassero. Pochi giorni ap- 
presso ricusava un prete il sacramento dei moribondi ad uno 
sgherro ferito: e il podestà che minacciava quel prete di farlo 
strangolare, frenato a stento dal capitano, lo facea porre in 
carcere. A dodici frati domenicani fu dato per corteggio del- 
l' intimata partenza una scorta di birri; ed il canonico Ave- 
roldi, che principiata in duomo una messa pontificale pre- 
senti i magistrati, fuggiva così vestito cogli abiti rituali (18 
giugno), fu bandito dal Consiglio dei X colla taglia di mille 
scudi. L' inquisitore di s. Domenico fu compreso nel bando, 
catturato il prevosto di s. Giorgio e quello di s. Lorenzo; e 
gli abbati di s. Faustino e di s. Eufemia, guadagnate le porte 
sotto vesti mentite, venivano accolti da una carrozza del duca 
di Mantova (28 luglio); mentre i monaci di Rodengo (agosto), 
lasciato il convento, non trovavano sostegno a quella fuga 
che nei masnadieri del famoso bandito Andrea Gatto. Car- 
telli e motti e frizzi contro il capitano, il podestà, la Repub- 
blica di Venezia s' avvicendavano sulle muraglie delle chiese, 
ma quasi tutti di un chierico che fu poi appiccato. Del resto, 
Leonardo Mocenigo non era uomo da curarsene; e perchè le 
monache di s. Paolo, di s. Croce, di s. Chiara, di s. Gerola- 
mo e non so che altre, tutte tutte, così la cronaca, governate 
dai preti, non facevano celebrare, si chiusero le porte dei loro 
conventi e le ruote dei parhtorj con pena che ninno andasse per 
loro. Le monache supplicavano, incolpavano i loro preti ornai 
fuggiti: onde i rettori di Rrescia ne mandavano altri avversi 
all' interdetto, e fu ad esse perdonato. Libelli e motti non 
cessavano, e allusioni e sconce caricature ricomparivano; e 
sulla porta di s. Giuseppe fu disegnato un asino a zoccoli e 

Odorici, Storie Brcsc. Voi. IX. i; 



258 DKCADKNZA E FINE 

sonagli con mia veslicella in dosso alla veneziana e mitra in lesta. 
Singolare per altro che questa guerra villana e piazzaiuola 
fosse tutta dei clericali, mentre il popolo frequentava al so- 
lito le chiese con una calma che non era delle sue abitudini, 
esempio ai sacerdoti che avrebbero dovuto insegnarla 1 . 
Solo una volta i figli del popolo passarono il segno, e fu il 
giorno 28 febbraio 1607. Discopertosi 1' autore di tanti sa- 
crileghi motti sopra le chiese 2 (era un chierico da Milano), 
fu condannato alla forca dal podestà, uomo che in questo par- 
ticolare, aggiunge la cronaca, era diligentissimo. L' esecuzione 
avvenne in piazza del duomo su eminente patibolo. Lo scia- 
gurato morì intrepido; anzi voleva colà in cima predicare: ma 
dal carnefice gli fu data la spinta, perchè ne aveva ordine pre- 
ciso; ed appena morto, li fanciulli si mìsero a lapidarlo da sé 
stessi, e lo ridussero che non aveva più figura umana, durando 
a lapidarlo sino a sera 3 . 

E questo guadagnò Paolo V, che volendo atterrire col- 
Y interdetto le masse, coli' esorbitanza delle minaccie produsse 
li effetti opposti: ed il cadavere di un sacerdote penzolante 
dal capestro fu durante la scomunica miserando trastullo 
della plebe. La romana corte pareva bramosa un' altra volta 
dei fanatismi del regno di Enrico III, ma non riuscì. La virile 
fermezza della Repubblica veneziana e 1' amore dei popoli 
di terraferma pel nome suo, ma forse più le mutate condi- 
zioni dei tempi e delle cose avevano temperata la onnipo- 
tenza curiale. La religione servì di pretesto; il colpo andò 
fallito, perchè i giorni di Sisto V non erano più. 

Chi non conosce del resto le cagioni dell' interdetto? 
Fino dai tempi di Clemente Vili tra il Papa e la Repubblica 

1. Bianchi, Diario cit. an. Iu96. tini: Qui si vende Domine Dio a 

2. Fra questi molli ed imbratti legge- buon mercato, 

vasi p. e. sulla porta dei Cappuc- 3. Bianchi, Diario cit. ari. 1007. 



DELLA REPUBBLICA 259 

eran semi di malumore. Poi vennero le pretese curiali a .i S0 ; 
sulla terra di Ceneda, lite sopita nel 1598, risorta viva- 
cissima nel 1G01. Anche la Bolla del 1595 che proibiva di 
recarsi in terra non cattolica senza il placet degli inquisitori, 
e la romana protezione data agli Uscocchi, terribili pirati, 
perchè tormentassero la Repubblica (1596), furono cause di 
dissapori. Poco appresso volle Roma che i suoi vascelli en- 
trati su quel di Ferrara non pagassero balzelli, e del 1601 
richiamava Clemente Vili un diritto del Senato veneziano 
per la conferma del patriarca eli Venezia. Questo cumolo di 
rancori non aspettava che un pretesto allo scoppio. Un ca- 
nonico ed un abbate, 1' uno più infame dell' altro, si pone- 
vano in carcere dalla Repubblica: ed ecco il Vaticano gridare 
al sacrilegio, alla violata libertà della curia. Venezia non 
bada, e risponde col proibire la costruzione delle chiese e le 
offerte agli istituti sacerdotali non assentite dal Senato. Da 
qui le proteste di Paolo V, le resistenze della Repubblica e 
finalmente l'interdetto, e un chiudersi di chiese e vedovarsi 
di altari e silenzio di preci e niego di assoluzioni e di sa- 
cramenti: cose tutte che ferivano le moltitudini, che è quanto 
dire la parte più numerosa e più innocente, le moltitudini 
che domandavano a se stesse d' onde il castigo, e per quali 
delitti venivano cancellate dalla cristianità. Che avean esse a 
che fare coi dissapori di Paolo V ed il Consiglio dei Dieci? 
Ma la romana commedia non riuscì; e non la città sol- 
tanto, ma tutta la provincia levavasi risoluta ed opposta al- 
l' arti ed alle minacele della curia quando la indifferenza e 
quando 1' armi già pronte al minimo segno della Repubblica 
tenevano in apprensione grandissima il elencato, E il buono 
accordo fra gli Elvetici e Valcamonica risultò qui appunto. 
Poiché Paolo V, temendo che i Grigioni amici dello Stato ve- 
neziano entrassero nella valle (1 607), sollecitava il re di Spagna 



260 DECADENZA E FINE 

perchè il duca di Milano armasse la Valtellina, multo più che 
Valcamonica rumoreggiando contro l' interdetto, era lì per 
venirsene a' fatti * . La Riviera anch' essa protestava ne' suoi 
Consigli di difendere la Repubblica a spada tratta 2 ; non ter- 
ra, non borgata del piano o delle valli che non fosse dello 
stesso proponimento 3 . E già la guerra pareva inevitabile, e 
con nuovo esempio di strana esorbitanza parecchie lettere 
pontificali intimavano ad alcuni feudatarj della Chiesa V ab- 
bandono dello Stato veneziano, pena la perdita del feudo 4 , 
mentre le cernide bresciane a suon di tamburo venivano rac- 
colte di terra in terra e messe in armi. Duemila pedoni si affi- 
davano al conte Pietro Àvogadro 5 , ed altrettanti a Gerolamo 
Martinengo; Estore, Pietro, Bartolomeo, tutti dei Martinenghi, 
Lorenzo Medici, Paolo Àvogadro con altri concittadini veni- 
vano eletti capitani della veneta cavalleria; Giorgio Scalvino 
era fatto commissario delle genti straniere: da per tutto era 
suono di guerra; sicché giunta in Brescia (21 aprile) la 
nuova della pace fra la Repubblica e Paolo V, benché ces- 
sassero per la città i pericoli delle battaglie, fu dal popolo 
accolta con agghiacciato silenzio: non allegrezze, non suono 
di campane. Avresti detto che dispettassero i cittadini ogni 
accordo con Roma. 

Pietro Àvogadro moriva in questi dì. Terribile gentiluomo, 
adorato dal popolo, temuto dai Martinenghi e da tutta la no- 
biltà che nelle fazioni del tempo non fosse con lui, rispettato 
dalla Repubblica, famoso per le guerre di Fiandra nelle quali 

1. P. Gregorio di Valcam. Tratteoim. 5. Bianchi, Diario. — « Ma questo ca- 

Camuni, p. 606 e seg. pitano, uomo famosissimo, agghm- 

2. Lumen Revelalionis cit. Cod. 61 gè il Bianchi, e capo di fallane 
della mia raccolta, p. 119. principalissimo dd quale tutta la 

3 Cod. 94 della mia raccolta. fattone Cesaresca e Martinenga ha- 

4. Bianchi, Diario Bresciano, ms. presso veva sempre avuto notabil paura, 

il doti. Ducos, an. 1607. moriva in quell'anno ai 14 luglio ». 



DELLA KLI'IBBLICA 261 

fa prodissimo venturiero, veniva sepolto in s. Agata (15 luglio). 
Ma con lui non erano spente le nimicizie sanguinose che fa- 
cevano della nostra nobiltà sarei per dire un branco di pre- 
potenti, un partito a sé, una forza indipendente, una consor- 
teria, che richiamava in alcun lato la torbida potenza dei 
gentiluomini del medio evo. Chi ne seguisse dal XII al secolo 
XVII la storia, si vedrebbe innanzi questo quadro desolato = 

Sec. XII. Larghezza e potenza di parte guelfa preponde- 
rante: accordo e vastità di propositi nazionali. 

Sec. XIII. Suddivisione d'interessi municipali. Continua- 
no le leghe fra le nostre città e gli ottimati, che battagliatisi 
per domestiche ambizioni, rimpicciolivano la grandezza del 
pensiero italiano. 

Sec. XIV. Lo spirito di municipio, lo spirito di campa- 
nile è vinto dalle fazioni più minute ancora dei capitani, che 
riescono a farsi donni e principi della patria. Il Comune del 
secolo XII non è più. 

Sec. XV. Sotto i varii dominatori o tirannucci in minia- 
tura ogni Marcello mette corte e bravi e soldatacci, e fa il 
principe del castello, del borgo, e son per dire della bicocca 
da lui tenuta. 

Sec. XVI. Il principato si allarga; e pigliata radice nelle 
varie suddivisioni della povera Italia, assorbe intorno a sé la 
minoranza degli ottimati, e li muta in cortigiani. Restrizioni 
intorno al principe della libera feudalità, fatta serva e come 
avvinta alla corte, la quale a compenso chiude un occhio sui 
resto e lascia fare, esempio ella stessa d'ogni rotto costume, 
d'ogni esorbitanza. Non più fede, non più lealtà. Splendidezze 
cortigiane d'arti e di lettere al di fuori; tranelli e reti fra prin- 
cipi, ed inviluppi nelle cose civili, sozzure d'ogni fatta nei do- 
mestici penetrali; d' onde le nimistà, dirò anche le fazion- 
celle di casato e casato, le baruffe a coltelli ed archibugi in 



a.l6C7 



ì20ì2 DECADENZA li TINK 

a . I607 sullo vie, V infima e più minuta suddivisione del fazioso che 
rompe ad ogni eccesso nel secolo XVII. Basii il dire che al 
suo cominciamento nel solo anno 1G07 nel territorio bresciano 
sono stale interdette novecentosettanta persone l . 

a ., 608 Con tutto ciò 1(3 baldorie cavalleresche e il vivere spen- 
sierato del secolo XVII tenevano lieta la nostra città, ed una 
giostra vi celebrava la molle nobiltà nel carnovale del 1608, 
che il Bianchi lasciò descritta. 

Una elegante comitiva guidata da Ero amor de 3 Semidei 
vestito di tocca d' argento a cavallo d' un lioncorno con una face 
d'oro spirante odorosissime fiamme, divisata a nero con argentei 
fregi, procedeva contornata di paggi, di musiche e di staffieri. 
Un'altra s' avanzava che, sotto il nome di principi dell' i- 
sola dei Fiori, vestita di broccato, e preceduta dalla maga del- 
l' isola su di un carro fra le nubi e trascinata dagli ippogrifi, 
aveva seguito anch' essa non da meno per isfarzo e nobiltà. 
Era la terza il trionfo d' Amore; quindi amorini e belle 
ninfe e sopra tutte le Grazie, ed un corteggio di trenta gen- 
tiluomini alla moresca, e i tenitori a tocca d' oro, e bande 
musicali, e stranissimi cimieri secondo le strane imprese di 
quegli sfaccendati. 

La quarta era tutta di marine deità; li tenitori a stoffa 
d' argento ed a cerulei fregi venivano guidati dallo stesso 
Nettuno sopra scogli e sirti, fra le quali si raggruppavano a 
cavallo di fantastici mostri i soliti tritoni 2 . La qual masche- 
rata mi ricorda quella del 12 febbrajo 1627 degli Academici 
di Brescia chiamati Occulti: era un carro simboleggiante il 
Parnaso, sulla cui cima sedeva Apollo e più sotto le nove 
Muse che gettavano, cantando e suonando al popolo accor- 
rente, madrigali ed altre poesie. 

1. Bianchi, Diario, aa. 1607. ed in prosa da Ignazio Albano, 

2. Quella giostra fu celebrala in versi pubblicala per e stampe. 



DELLA REPUBBLICA 



263 



Non è per altro che qualche egregio pur di quel tempo 
non serbasse, lungi da noi, 1' antico nome della nostra virtù. 
Qui basti il cenno di Tommaso Capriolo, che morto in Praga 
di trentatre anni, fu guerriero di molta fama negli eserciti di 
Rodolfo imperatore, le cui gesta, brevemente toccate dal 
Rossi 1 , ricorderemo più innanzi, ed alla cui memoria fu 
collocato nei tempio delle Grazie un nobile monumento, e 
sul monumento la statua del giovane guerriero 2 . 

Li domestici rancori, stimoli a risse atroci e sanguinose 
che rompevano per le piazze dell' attonita Brescia, conturba- 
rono il 1610; e nel giugno di quell'anno, appiè del Dosso, 
gli Avogadri Girolamo e Scipione da un lato, i Martinenghi 
dall' altro, seguitati per conseguenza, qui aggiunge il Bianchi, 
da tutta la città, vennero a schioppettate, per cui trenta ca- 
daveri lasciavano in sulla via; nò si placavano che a stento 
per le intromesse dei rettori della Repubblica. Anche il no- 
bile Palazzo Palazzi fu colpito da una macchina infernale che 
sotto forma di valigia conteneva dieci canne di pistole cari- 
cate con due ruote ai capi per darle fuoco da. quella parte 
che più si fosse prestata. Fu appiccato il reo collo strumento 
allato, che ne' tempi del Bianchi serbavasi nelle sale del Con- 
siglio dei X qual maraviglia 3 , e che doveva in quelli di 



ì. Rossi, Elogi - Tommaso Capriolo. 

2. Bianchi, Diario 1608. Nel qual anno, 
9 maggio, nota la morte del conte 
Roberto Avogadro fratello di Pietro 
e congiunto di quel conte Odoardo, 
bandito dalla Repubblica, ricordato 
in un codice quirmiano (B, IV, 14, 
Annali di Sisto V, p. 776), che del 
1586 faceva il masnadicro su quel 
di Trento, donde i bandi del prin- 
cipe di colà. Di quel tempo è un 



ch'era della sorella del conte Alfonso 
Piccolomini, e che del 1582 giunto a 
Pratolino franco dilaniibandikce 
riverenza e pranzò col duca di To- 
scana eBianca Cappello. Collamortc 
di Roberto, nota il Bianchi, rima- 
neva estinto l'antico ed illustre ca- 
sato degli Avogadri, non soprav- 
vivendo che una sua figliuola. Di 
Tommaso e Camillo Capriolo nar- 
reremo nel fascicolo venturo. 



Avogadro da noi ricordato, marito 3. Bianchi, Diario cit. a. 1610. 



^()4 DKCADKNZA E FINE 

auto Bonaparte e negli altri di Filippo d' Orleans riprodursi e 
tuonare spietatamente nelle vie di Parigi. 

Arrogi che il nob. Bernardino Ganassoni, mandato dai ret- 
tori di Brescia qual podestà nella terra di Salò, assistendo ai 
sacri riti nella parrocchiale, fu steso morto da un cotale che 
nel dargli una lettera, spalleggiato dai Zanoni famosissimi 
banditi, sparò l'archibugio contro di lui '. Era misero avanzo 
degli antichi rancori fra il nostro ed il Comune di Salò av- 
verso da tempo ai podestà che venissero da Brescia, nò altri 
volendone che non fossero mandati dalla Bepubblica. E quel 
buon uomo di Vincenzo Buttarmi che nel 1606 presentava 
un suo bizzarro progetto di ampliamento della città di Brescia 
al senatore Antonio Memo, neh 1 ' ultimo articolo del vivere 
politico e civile fa un triste quadro della oziosa e prepotente 
nobiltà del tempo. 

In somma era un vivere sciagurato. Nel breve governo di 
Giovanni da Lege, che è quanto dire nel solo 1610, più di 
duemila ed ottocento persone, narra il Bianchi, venivano mas- 
sacrate nella nostra provincia, talché un severo Provveditore 
ci fu mandato che messo freno a quelle scelleraggini, parve a 
noi tutti, dirò col cronista, un Dio. Gli fu posta un' epigrafe 
in Broletto, cancellata coli' altre tutte nel 1692 2 . Ma questi 
non impedì che i Cremonesi fabbricassero tre molini sulle rive 

a.icia dell' Oglio, fatti bombardare dalla nostra città. Le valli bre- 
sciane tutte comprese s'affidavano intanto dal lato militare a 
Giacomo Negroboni, e singolare a questo rapporto è la sup- 
plica da lui presentata alla Bepubblica veneziana 3 . 

1. Diario del Bianchi, e Cod. 61 della della Repubblica, e narra di Giaco- 
mia Raccolta, p. 111. mo suo bisavo, che fallo prigioniero 

2. Idem. dai Francesi (a. 1512) col figlio 
3. 161 2,2ìgenn. Supplica che raccogli?, Giannanlonio^ondoltoquest'ultimo 

lutto le gesta dei Negroboni a prò nel fastello di Cremona, ed a visl.t 



DILLA REPUBBLICA 



m 



La pace per qualche anno goduta dalle città di terrafer- 
ma veniva per un istante conturbata dalla guerra contro gli 
Uscocchi. La Repubblica armava, e questo era segno che le 
sue città ne seguitassero T esempio. Eletto Gerolamo Marti- 
nengo generale dell' armi di Verona, vi si condusse con se- 
guito di gentiluomini e di soldati. La città di Brescia offeriva 
sino a guerra compiuta ed a proprie spese* un migliaio di fanti 
condotti al campo da Pietro Pedrocca. Registra il Bianchi 
sotto il 16 marzo al soldo della Repubblica questi Bresciani: 
Paolo Emilio Martinengo generale in Dalmazia — Camillo 
Capriolo generale dei cavalli nel Friuli — Bortolo Marti- 
nengo di Villachiara governatore di Palma — Gerolamo Mar- 
tinengo generale dell' armi venete sul Veronese — Estore e 
Lelio Martinengo colonnelli di mille fanti — Pietro Avogadro 
e Federico Martinengo condottieri — Francesco Martinengo 
della Motella, Giovanni Martinengo e Marc' Antonio Capriolo 
s' aggiunsero venturieri all' impresa del Friuli. Compagnie di 
Svizzeri e di Grigioni, attraversata la Valcamonica, passano 
per Brescia: parte vi restano a presidio, parte s' avviano al 
campo friulano. L'esercito veneziano era tutto in movimento: 
molta fu la strage dei militi bresciani per quella fazione, e 
perduta Gradisca, fu duopo a' nostri di ritirarsi di qua del- 
l' Isonzo; eppure si venne ad una pace. 
■' Né questi guai della Repubblica rallentavano in Brescia le 
domestiche risse dei gentiluomini, che seguiti da bravi tutti 
armati infino a' denti battagliavano all'aperta fra di loro nelle 
vie della città; la quale doveva aggiugnere a questa un' altra 
sventura, Y inopia e la gravezza incomportabile delle taglie; 

del padre piantate le forche, mi- figlio aveva, e che anch'esso avreb- 

nacciando d'impiccare il giovinetto he sacrificato, piuttosto che mancar 

se il padre non si arrendeva, que- di fede. Benem. delle Valli, p. 212, 

sV ultimo aggiugnesse: cir altro Codice presso di me. 



a.ln i 7 



206 DECADENZA E FI NT, 

v(6.9 talché al 10 settembre 1619 Achille Ugoni, Lorenzo AvcrolJo 
e Lodovico Baitelli si presentavano al Senato esponendo i 
lamenti del popolo concusso. La relazione degli ambasciatori 
parla di un milione senza computare il ciazio della Eredita, l , 
corrispondente alle tasse presenti di Commisurazione. 

A tre milioni vi si dico calcolata dalla Repubblica la ren- 
dita di tutto il Bresciano, donde il terzo veniva tutto assor- 
bito dalle taglie governative. Nota il tarlo secreto di 40 mila 
ducati all' anno pei camerlenghi, e vi si dice che se il dazio 
portava allo Stato il 25 per cento, costava al popolo il 40 
per cento di estorsioni degli esattori. E di più in Brescia 
sono dazj sopra dazj, continuano gli oratori, raddoppiali fino a 
cinque sulla medesima cosa, ed il pane p. e. innanzi che entri 
nella bocca del povero paga quattro dazj 2 . 

Passano quindi i legati a rassegna i varii rami delle in- 
dustrie cittadine che dicono colpite dalle straniere; e detto 
delle lane di cui si fabbricavano mille pezze all' anno, e che 
avrebbero portato al presente un traffico di tre milioni, la- 
mentano il dazio delle sete e del ferro di nuove tasse aggra- 
vato, e le cento ricchissime botteghe di armajuoli che avevano 
commissioni cTAllemagna, di Spagna, di tutta Europa, ridotte 
già dal 1526 (per gli effetti della ducale del 1520 che proibiva 
T estrazione del ferro se non era condotto a Venezia) a sette 
botteguccie, e gli armajuoli dispersi per l'Italia, per la Fran- 
cia e per la Spagna, chiamativi da patti lusinghieri. Revocata 
nel 1533 la parte del 1520, le sette officine risalirono a 77, 
e le maestranze venivano richiamate. Ma gli altri divieti sus- 
seguiti al 1606 disertavano quelle officine, delle quali due 
soltanto rimanevano, e ornai fallite. Onde al presente, conti- 

1. Bianchi, Diario, a. 1GI7. condotta, soldi 5 per islajo; IH. la 

2. /. V imbottalo per la raccolta 'Jet macina, soldi 10 per istajo; IV.il 
grano, soldi 5 per islajo; II. la predino, soldi 30 per istajo. 



DELLA REPUBBLICA 267 

nuano gli oratori, resta priva questa povera città di quel singo- 
larissimo dono che Dio le diede, e si lavora in ogni altro luogo, 
fuori che in Brescia colle maestranze nostre cacciale da noi. 

Dopo questo, eccovi di rincontro come di noi narrasse al 
proprio re Filippo III Y ambasciatore di Spagna, iVntonio 
della Queva, residente in Venezia nel 1619 = Brescia poi 
ha un castello di grandissima fortezza ripieno di tanta quantità 
di vitlovaglie e munizioni che possono stare per molli anni alla 
sua difesa, con acque buonissime che vi sorgono. Tiene più di 150 
pezzi di artiglieria: fra la città ed il castello ha luoghi sotterranei 
e cave profondissime di dove si può uscire e ricevere ogni aiuto. 
La città ha una fossa con baluardi e mura lerrapienate, fa circa 
sessantaduemila habitanti, ma così sono calcate le genti per la 
frequenza grandissima delle mercanzie ed in particolare cV ogni 
sorta di armeggi che non vi è loco che non sia abitato; e siccome 
Verona è la più bella città, così questa è la più ricca e mercantile 
di tutte le altre. Ha bellissime case, perchè i Bresciani non sì cu- 
rano di molta magnificenza di palazzi. Le principali mercanzie 
sono lino, ferro e rame, con qualche quantità di vino, biade, ecc. 
Ha di giurisdizione 240 e più villaggi dei quali si numerano 350 
mila e più anime. — Sono li Bresciani molto ricchi e per conse- 
guenza molto superbi; e la pompa loro è di tenere molti servitori, 
e di sfoggiare essi e le donne loro in vesti, cocchi, livree, bellissimi 
cavalli, e sopra tutto di fare superbissimi banchetti. Gode di stare 
sulV armi questa nazione più d } ogni altra cosa; e veramente ciò 
può fare con molta maggior libertà d' ogni altra nazione, perchè 
la Bepubblica cammina (con essa) con molto rispetto, per essere 
città alle frontiere del Milanese, come anco perchè li Bresciani sono 
molto sensitivi — ma tuttavia li Bresciani non vanno in tutto esenti 
dalle straordinarie gravezze, poiché come città più grossa di tutte 
le altre rimane aggravata più di tutte di contribuzioni e di solda- 
tesca, perchè la Bepubblica vive in continua gelosia di quella città* 



268 DECADENZA E FINE 

a .! 6 "j sapendo benissimo che le pretensioni di V. M. sopra quella ed altri 
luoghi sono assai atte e sufficienti alla disposinone d' Ogni debita 
recuperatione, quale ricuperala che fosse, si verrebbe a troncare 
uno dei principali membri di quella Repubblica. 

Ma i reclami di quel tempo davano immagine di condizioni 
civili più miserande assai di quelle che alcuni storici veneziani 
dipingevano a difesa della Repubblica: non avvertivano che 
minor male sarebbe stato il dirci intera la verità, molto più 
che alleviamento non venne allora dall' impotente Stato, co- 
stretto anch'esso per istrettezze ed iscompiglio della pubblica 
cosa ad emungere pur non volendo le città di terraferma. 

a.i62o In questo mentre per le novità della misera Valtellina, 
tuitaquanta in combustione per furori di setta fra cattolici e 
luterani, Valcamonica anch' essa pericolava. La cattolica Val- 
tellina, sostenuta dall' armi di Spagna, facea guerra allora 
contro i Grigioni protestanti, favoriti da Francia, Venezia e 
Savoja; donde il sacro macello in cui vittima rimase il dott. 
Federici da Valcamonica, ucciso da un sacerdote l . Giacomo 
Negroboni, speditovi dal Paruta provveditore, si recò tutto 
in armi co' suoi valligiani a guardia della valle. E forse a que- 
ste contese è a riferirsi lo scontro dello spagnuolo governa- 
tore di Cremona sub 1 ' Oglio coi sollevati di Seniga e di gran 
parte del Bresciano lungo il fiume contrastato (8 novembre 
1620) colla peggio dei primi, che dovettero serrarsi nella Bi- 
na. Che questi tafferugli succedessero fra gente nemica, la 
cosa correa da se; ma lungo le vie di Brescia gli stanziati del 
presidio, composto di Veneti e di stranieri, per misere ca- 
gioni venivano sovente a fucilate finche il sangue non iscor- 
resse. Parecchie battagliuole di simil fatta che mettevano sos- 
sopra la nostra città registra il Bianchi, specialmente di Greci 
e d'Olandesi. Né mancavano per questo le gride, le condanne, 

1 . CantÙ, Sacro Macello, p. 85. 



a. 1624 



DELLA REPUBBLICA 269 

gli ordini rigorosi dei capitani e dei podestà; ma le gride non a .t622 
tagliavano la radice di quei soprusi, e fra tanto rimescolarsi 
di banditi e di furfanti lo spettacolo dei patiboli era ornai 
divenuto pel popolo un' abitudine; quindi la piazza ad ogni 
istante contristata da cadaveri strozzati e teste recise penzo- 
lanti dall' aste, e birri e carnefici sempre in volta. Con tutto a .i623 
ciò processioni e fraternite e battuti e penitenze e ceneri di 
santi portate intorno, ed un complesso, un miscuglio d'estremi 
delitti e di falsa pietà, di esaltazioni in somma della mente e 
del cuore che davano all' età stessa un carattere singolare. 
Un patrio codice presso di me (Breve historia dei giustiziati in 
Brescia cominciando dal 1573) racconta le ore estreme di 68 
infelici giustiziati in piazza nel breve giro di un lustro. 

La Valcamonica intanto continuava ad essere durante le 
vicende valtellinesi, cioè fino al 1627, il campo dell'armi vene- 
ziane e delle parti loro. Poiché caduta nelle mani del papa 
la Valtellina, né volendo restituirla agli Elvetici, era cosi 
prolungata la guerra tra Spagna ed Urbano Vili, che durò 
fino a queir anno, e il Negroboni ed il Barboglio da Lovere 
comandavano air armi delle terre camune. Due anni dopo 
un' ampia strada veniva terminata che dalla nostra valle 
portava nella Tellina, per cui le artiglierie potevano transi- 
tarsi senz' essere obbligate agli ardui passi d' Aprica. 

Fatta pace nel 1627, i presidii veneziani di Valcamonica 
ritornavano in Brescia (16 marzo). Precedevano a cavallo i Ca- 
pelletti; poi venivano le corazze del capitano Barboglio, quindi 
i fanti albanesi e dietro ad essi una mano di guastatori, indi 
il capo di Bergamo co ? suoi bombardieri, e tutta di fila in otti- 
ma tenuta l'artiglieria, falconetti, salta-martini, sagre, canno- 
ni, colubrine; poscia il traino de' carriaggi e delle munizioni, 
ed il sergente maggiore di Valcamonica; ultimi i fanti italiani 
colle picche ad armacollo ed un ramo di ulivo in sul cappello. 



270 DECADENZA E FINE 

Alle mostre militari andavano di pari passo le gentilezze 
della cavalleria; sicché nel marzo del 1G28 gli Accademici 
Erranti bandivano una giostra che, tenuta in piazza del Duo- 
mo, riesci maravigliosa. Maestro del campo fu il conte -Lelio 
Martinengo. Preceduto da otto tamburi e sei trombe a ca- 
vallo, passeggiava la piazza con lungo seguito di gentiluomini 
e di staffieri; poi venivano li tenitori guidati da Diana ed in 
costume di guerrieri antichi; Venere conduceva un' altra mano 
di cavalieri; una terza l'Aurora, una quarta lo stesso Apollo 
in sull'alato Pegaseo. Pazze cose dol tempo; ma dopo la festa 
un cartello sulla porta del Broletto fu rinvenuto col motto: 

I PADRONI STANNO ALLEGRI MENTRE I POVERI MUOIONO DI FAME. 

I padroni per altro non badavano; e dovendo accogliere 
il duca di Toscana, una scelta mano di loro, con altri genti- 
luomini riccamente vestiti alla francese con sei carrozze a sei 
cavalli per ciascuna, con lunga coda di paggi e di staffieri, 
movevano incontro all'ospite illustre. Ed anche allora e suoni 
e canti e poesie composte da Ottavio Rossi pittore, istorico, 
poeta, senza del quale parean morte le feste cittadine. Non 
torneo, non pompa, non ingressi che il fantastico Rossi non 
dirigesse ed animasse de' suoi bizzarri trovati; non forestieri 
di gran conto cui non fosse mandato a far gli onori della città 
F autore e qualche volta inventore delle sue Memorie. 

Eppur fremeva non lontana la guerra di Casale, cui fu 
cagione Y eredità di Vincenzo Gonzaga duca di Mantova, ago- 
gnata da quatu o principi, e fra questi don Ferrante Gonzaga, 
Carlo di Nevers, il duca di Savoja; donde il Monferrato assa- 
lito dagli Spagnuoli e dai Piemontesi, ed il celebre assedio 
di Casale, gelosissimo luogo. Il Nevers, calato pei Grigioni e 
per la Valtellina, passando per Valcamonica, entrava sul 
Mantovano, protetto dai Veneziani sempre in sospetto di Spa- 



DELLA REPUBBLICA 271 

gna proteggitrice allora delle pretese di Carlo Emmanuele. 
Mantova intanto si combatteva dagli imperiali del conte dì 
Collalto, che veneti di Valtellina ci portarono la morìa del 
trenta; e se li Veneziani protetti da Francia non fossero ac- 
corsi con sussidio di militi e di vittovaglie, la città sarebbe 
caduta. Quindi un movimento per lo Bresciano di soldati e 
d' armi, un apprestarsi alla guerra, una serie di piccole fa- 
zioni ai nostri confini verso Mantova, talché per Medole, Ca- 
salalto, Castiglione, Solferino, per tutto 1- Asolano correrie 
d J Alemanni che rubavano la terra e vi lasciavano la peste, 
d' onde 1' ordine del 25 dicembre che a cotestoro non fosse 
fatto quartiere ed abbruciati ne venissero i bagagli. 

Intanto i preti gridavano dai pulpiti bresciani la crociata 
contro i barbari che tempestavano pel Mantovano, respin- 
gendoli talvolta i Veneziani. E da Venezia fra tanto squallore 
venivaci capitano Luigi Mocenìgo ponendo stanza fra noi poco 
meno che alla orientale. A quello sfarzo, inusitato sin qui, ma- 
ravigliarono i cittadini: perchè sale coperte di preziosi arazzi 
con trionfi e storie e prospettive mirabilmente tessute, altre 
a damasco e frange d' oro, e divani a velluti e broccati d' oro, 
e nobili portiere e tavoli e forzieri tempestati di gemme, e 
dovunque uno sfarzo di vasellame d' argento che sarebbe ba- 
stato ad un principe, e superbi baldacchini e letti messi ad 
oro ed a stoffe di pregio inestimabile; in somma, conchiude 
la cronaca, era cosa da re l . Ed intanto la peste disertava e 
la guerra impoveriva le nostre terre costrette alle tolte delle 
entrate per soccorrere Mantova, bersagliate ad un tempo dai 
nemici e dagli amici, tassate ed espilate coni' erano da tutti 
e due. Goito, la Volta, Castiglione assalite dall'armi tedesche, 
resistevano talvolta, tal altra pagavano molto cara la nobile 

1. Bianchi, Diario, t. II. Cod. presso iti copia presso di me: contiene le 

l'egregio sig. Marziale Ducos, ed cose bresciane dal 1G39 al 1743. 



a. 1630 



2/2 DECADENZA E FINK 

fi3 o difesa. Gli Asolarli uscivano come a caccia di quo' luridi 
Alemanni e davan loro di gagliarde battoste; ma non di rado 
erano essi li battuti. 

Era lotta dolorosa di tutto il Bresciano verso i limiti dello 
Stato. Ma la Francia di Richelieu non era tale da lasciarci in 
preda all' Austria: 20 mila fanti e 20 mila cavalli scendevano 
da Val di Susa; la guerra di Gasale si ravvivò, e per le cose 
mantovane fu non piccola diversione. La Repubblica vene- 
ziana, fattasi forte a Valeggio, vi raccoglieva fra l' altre genti 
le nostre cernicle, le munizioni lavorate a furia nella rocca 
cittadina, le milizie di tutte 1' armi. La città si converte poco 
meno che in arsenale; Zaccaria Sagredo, provveditore di terra- 
ferma, era preside del campo valeggiano in cui tremila Fran- 
cesi s' erano aggiunti al grosso della Repubblica. Premeva 
Coito, vinto il quale, potea aprirsi un adito ad introdurre in 
Mantova le provvigioni l . Le ordinanze condotte dal Negro- 
boni non mancavano all' invito. 

Frattanto la morìa si manifesta 2 . Venutaci da Palaz- 
zolo, dove ornai faceva strage, cominciò lenta dapprima e 
quasi dubbia (10 maggio). Al 13 il dubbio si muta in cer- 
tezza. Le nostre magistrature provvedono a casaccio ed a 
tentoni; ogni sospetto denunciato è susseguilo da ordini, ma 
eseguiti a stracca; il contagio si dilata, le paure della peste 
sono divise coli' altra delle orde alemanne che si aggruppano 
a Ponte di Legno sulle giogaje di Valcamonica. Gerolamo 
Negroboni (23 maggio) vi accorre co' suoi montanari e mette 
in armi la valle. Intanto la peste va pullulando per le terre 

1. Bianchi, Diario, t. II, p. 9 e sog. s. Domenico. Non appare però che 

2. Bianchi, il quale annuncia ancora fosse di peste, della quale a tutto 

che a di 19 aprile more Tom- aprile non fu caso accertato in Bre- 

maso Sandrino pittore di prospet- scia, benché già in Falazzolo ne 

Uva eccellentissimo, ed è sepolto in fossero morti assai. 



DKLLA REPUBBLICA 273 

del Bresciano sparsavi dai soldati, alimentata dalla incuria di 
chi ornai tra guerra e miasmi non sapeva trovar bandolo a 
qualche provvedimento. Ma le morti nella città moltiplica- 
vano; correa voce si guardassero bene i cittadini: essersi 
vedute incognite figure per appestare i galantuomini come 
avevano appestata la città di Milano * . 

Le grosse terre piantano lazzaretti, intimano quarantene, 
vietano i transiti, mettono guardie, cancelli e stecconati; 
tutto è pieno di paura e di sospetto. Poi vengono ducali pei 
liberi passi, ma i rettori di Brescia non ne vogliono sapere. 
Con tutto ciò la processione del Corpus Domini si fa, e peste 
o no peste vien ordine d' alloggi ai militi senza foglio di via. 
Frattanto gli Alemanni imbizzarriscono intorno a Peschiera 
(1 giugno) e minacciano Lonato, donde un serra serra per 
le ville fino a s. Eufemia; poi sul tramonto del 2 giugno una 
sfuriata di soldatacci male in arnese irrompono in città, si 
piantano in Mercato nuovo e vi alzano le tende. Quali prov- 
vedimenti di sanità porre ad atto con quelle bestie? E la 
morìa cupamente serpeggiava, mentre anch'esse le cose della 
guerra volgevano alla peggio; donde le fughe degli sbandati 
ed un raccorsi nella città come a luogo di salvamento. Anche 
la moglie del duca della Valletta, generale dell'armi francesi 
rimasto prigioniero nei fatti di Valeggio e Villabuona, ven- 
nevi mascherata e con nobile corte. Valeggio era vinto; donde 
un terrore, una fuga, uno scompiglio quanto altro mai deplo- 
rando; donde infine la stessa Mantova caduta nelle mani di 
que' barbari del Collalto che orribilmente la svaligiarono. 

1. Vien avvisata la città che vi siano Antonio Ducco, e data dal Gambara 

arrivatepersoneincognikperappe- (Ragionali), di storia patria, t. Ili, 

stare ecc. come han fatto a Milano. p. 8 1 e seg.). Il d.r Gallo pubblicò al- 

Bianchi, Diario. Ma più la relazione lora in Brescia / secreti particolari 

su quella peste lasciata dal medico per preservare e curare la peste. 

Odorici, Stor. Brest. Voi. IX. IH 



Tl\ DECADENZA E FINE 

V esercito veneziano era tutto disciolto; e qui venivano a 
torme scarmigliate i fuggitivi, o seduti a ridosso di qualche 
cavallaccio o trascinati da bicocche, la più parte appiedi, 
col terrore sul volto e colla rabbia nel cuore: sedevano e 
qualche volta cadevano già stanchi in sulla via: laceri, affa- 
mati, vendevano ai passeggeri non so che panni o preda fatta 
lungo la fuga nelle corse campagne; e la peste maturava. 
Ordini e gride vietavano 1' acquisto di quel sudiciume, ed 
eran gride al vento. Anche il pane mancava agli stipati, e la 
fame s' aggiunse alla guerra ed alla pestilenza { . 

Lunghe file di carri del campo disciolto si condensavano 
in Brescia, e dietro ad essi continuava immenso per quanto 
è lunga la via sino dal campo mantovano il subbuglio della 
fuga. Fra quel terrore un unico villaggio mostrò il viso e tenne 
fermo; combattevano gli abitanti, lasciavano che le case n'an- 
dassero in fiamme, ed essi a chiudersi in castello ed a resistere 
ancora, onde la terra di Pozzolengo, avuti soccorsi, ebbe la glo- 
ria di vedersi fuggitiva dinanzi la tedesca rabbia (10 giugno). 

La Repubblica non ismarrisce. Tutto il Bresciano è da lei 
richiamato all'armi, e condotto il duca di Roano, gli dà carico 
di porre in assetto 10 mila Francesi. Munizioni da bocca e da 
guerra vengono radunate a Galvisano, Lonato, Montechiaro e 
per tutta quella vasta campagna. I nostri valligiani ridiscen- 
dono anch' essi; ed in sospetto che il castellano di Rocca 
d' Anfo patteggiasse coi Lodroni, pigliata la rocca, n' avver- 
tono la città, che desolata dalla peste ha tutt' altro pel capo 
che i Lodroni e la Valsabbia. 

Frattanto in Brescia crescevano le morti; ed al cader dei 
monatti, colti anch'essi dalla peste, si mettono ad ufficio 12 pri- 
gionieri che così co' ceppi alle piante fanno il becchino, Y ap- 
paritore, un po' di tutto. Fra queste miserie 50 mila ducati si 
1. Bianchi, Diario, a. 1030, dalla pag. 15 alla 19. 



DELLA REPUBBLICA 275 

pigliano a prestanza dal Comune: quarantamila per farne dono a.ieso 
alla Repubblica, diecimila per le provvisioni della mortalità ' . 
Ma le vittime non cessano e giacciono perle vie, né monatto 
si vede che le raccolga 2 : La città si fa diserta, serrate le 
officine, mute le contrade, silenzio per ogni dove 3 . 

Non così per la campagna, dove la triste lotta fra i 
nostri e gli Alemanni durava ancora. Da Volongo movevano 
questi sopra Fiesse, ma ne venivano respinti: dall' altro 
lato i Veneziani s' accostavano ad Àsola, pigliavano Canneto 
(22 giugno), combattevasi a Volongo, Ustiano, Gambara, Fies- 
se, Pratalboino. Cadevano intanto come mosche li Alemanni 
a Gotto, aggiunge il Bianchi, pel flusso e per la peste. Nella 
città crescevano le morti; più di sessanta se ne contavano al 
dì sul principiare di luglio, novanta al sesto giorno. Sospese 
le pubbliche magistrature, trasportate le salme al ponte 
delle Grotte ond' esservi abbruciate per manco di monatti 
e di seppellitori, ed inseguiti per le piazze alcuni Francesi 
perchè dicono esser quelli che avvelenano li catenazzi alle porle. 
Giugneva in questo la nuova di Mantova già quasi vinta; 
nessuno vi badò: le vittime raddoppiavano 4 , al 29 passavano 
le 150; legna, zolfo e calce viene requisita per abbruciare 
cadaveri. Tuttavolta nelF agosto diminuì, ma lo storico Otta- 
vio Rossi vi lasciò la vita 5 . 



i. Bianchi, Diario, p. 23. di quella peste fa orrore. Ne rac- 

2. Idem. E vi sono su pel Dosso (18 conia le origini ed i progressi in 
giugno) e altrove dei morti di chi- Palazzolo ed in Ospitaletto, da cola 
que dì. Qui ritengo per altro od probabilmente pervenutaci nell' a- 
una incuria non esplicabile, od una prile. 

esaltazione dello scrittore. Egli dice 4. Al 18 i morti salivano a 133. 

altrove che i morti di que' giorni 5. Idem, p. 38. A dì 21 ottobre. More 

non erano che intorno a tredici per il sig. Ottavio Rossi istoriografo 

dì. Come accadeva quell'abbandono? bresciano alle ore 23 e tre quarti. 

3. La descrizione che il Ducco ci dà Questo ha scritto ecc. 



276 DECADENZA !•: FINI-: 

a.i63i La caduta di Mantova cambiava intanto le condizioni della 

guerra, ed al 6 d' aprile 1G31 fu celebrato il congresso di 
Cherasco. Mantova e Canneto furono al duca restituite. Le 
terre del Monferrato, usurpate dalla Francia ad un principe 
italiano, furono vendute al Piemonte, che gli costarono Pine- 
rolo, Perosa ed altri luoghi. Ne furon lieti li Veneziani per 
gelosia di Stato, e non capivano che i perduti antimurali 
d'Italia era danno comune. Ma la piaga antica d' Europa, 

a.i634 dico la gara d'Austria e di Francia, s' inacerbava (1634); 
donde il trattato di Rivoli dell' 11 luglio 1635, la cui prima 

a.i636 tempesta si rovesciò contro la misera Valtellina. La Valca- 
monica, che ad ogni moto della sua consorella dovea starsene 
in armi, vegliava attenta a quelle subite novità. Le genti di 
Spagna, di Francia, di Germania desolavano la prima, e i 
Veneziani sempre in sospetto radunavano ne' monti camuni 
gagliardo presidio che fu salvezza delle nostre valli. 

Racquetate le cose colà, ripullulavano altrove le cagioni 
di novelle sconcordie, per cui Spagna fu sotto Casale un'altra 

ai64o volta (1640). S' intromisero per la pace i Veneziani, ma le 
furono parole. La Francia liberò quella terra, ed alla paura 
del predominio di Spagna succedeva ne' principi italiani l' al- 
tra delle francesi preponderanze: la solita altalena che du- 
rerà fino a che Italia non avrà più bisogno né dell' armi nò 
de' consigli altrui, li quali a lungo andare si fanno protezioni, 
di protezioni tutele, e di tutele servitù. 

Brescia intanto come città di terraferma vegetava; più che 
calma eraci inerzia. Le cronache non registrano che la fabbrica 
terminata del nuovo Museo aperto il 25 giugno 1643, ed il voto 
del 1640 di erigere una chiesa togliendone il modello dal san- 
tuario di Loreto, nella quale fu poi locata con rito solenne 
la Madonna dell'Albera l . Se questa fu pietà, 1' altra d' una 

1. Bianchi, Diario, tomo II, dal 1629 al 17k>, pag. 43. 



DELLA REPUBBLICA li 1 

donna di Valcamonica fu impostura. Poiché facendo la rapita a .i64 2 
da visioni celesti, il vescovo Giustiniani la fece condurre in 
Brescia con iscorta di Eiiliti, e molto popolo fu intorno a lei 
baciandone le vesti come santa cosa; preti e frati furono in 
moto: scoperta la ribalda, fu gittata in carcere. 

Ma più ancora fu in moto il popolo nel 1644, quando a ., 64 4 
stanco di veder convertito il Consiglio cittadino in un diritto, 
in un privilegio della nobiltà, reclamò. Fuvvi altissimo scal- 
pore: i rettori appoggiavano i malcontenti, e la Repubblica 
intimò si richiamassero le consuetudini antiche del Comune. 
Tutti volean essere allora del Consiglio: e fu duopo ritornare 
agli statuti del 1488 — 1517 che decretavano il Consiglio 
composto di soli cittadini originari e benemeriti, salva la rico- 
gnizione di sette perquisitori. I rettori, a mettere ne' consi- 
glieri qualche popolano, eleggevano que' giudici tra i fiscali, 
ed il Baitelli, nobile e relatore di quei fatti, ne fu scandolezzato. 
Le vertenze durarono a lungo, finché i nobili ottenevano 
(7 aprile 1645) che si ripristinassero le cose; le cariche ritor- a .i645 
narono ad essi, ma fu soltanto vietato l'occuparne due l . 

La guerra di Candia chiedevaci intanto sacrificio d' uo- 
mini e di denaro, e le libere offerte moltiplicavano anche 
allora perchè la Repubblica resistesse. Furono imposti, p. e., al6U 
205 galeotti all' arti della nostra città, ma ben altro ella fece 
non richiesta; e non fu grossa borgata, non fu Comune che 
non soccorresse in qualche guisa lo Stato; ma lo Stato pe- 
nuriava. Eppur la guerra fu dichiarata, benché i principi 
italiani, pronti sempre a dividere colla Venezia i beni delle 
grandi vittorie, 1' abbandonassero poi nelle grandi sventure. 
Tre quarti degli argenti domestici e delle corporazioni furono 

1. Battelli, Fedeliss. Relazione delli moto dei malcontenti seditiosi, 

successi occorsi in Brescia et Ve- 1644. Ms. del quale esistono molti 

netta per occasione del validissimo esemplari God. 99 della mia Race 



278 DECADENZA E FINE 

a.ie^s domandati; né più sapendo a qual fonte attignere denaro, si 
pubblicarono vendite di nobiltà e di venete procuratorie, che 
fruttarono otto milioni di ducati. Fu allora che i Gambara 

a.i647 da Brescia venivano registrati nel libro d' oro 1 . Memorabile 
nei fasti veneziani è ¥ assedio di Gandia, che principiato nel 

a.i648 1648 durò vent' anni e più, dove Leonardo Mocenigo quasi 
solo difese dalla rabbia ottomana il baloardo Martinengo e i 
rivellini di s. Nicolò. E fu quest' atto, come osserva il Daru, 
che valse agi' inimici vent' anni di guerra; perchè dal forte 
Martinengo dipendevano le difese dell' intera città. La lotta 

a.1653 continuò; ma morto il gloriosissimo Mocenigo (1 653), fu sosta 
di grandi fatti sino al 1656, quando Lorenzo Manello pagò 
col sangue una splendida vittoria. Poi vennero le prodezze 
di Lazzaro Mocenigo e di Marco Bembo, nomi sacri nonché 

a.1657 a Venezia, all'Italia (1657). La guerra intanto mugneva l'e- 

a.ieeo rario (1660), ma non per questo inaridiva i cuori: fu stabi- 
lito che venisse continuata. I fatti prodigiosi di Gandia com- 
movevano finalmente anche i principi cristiani: il re di Fran- 
cia vi mandava quattromila fanti e 200 cavalli; un reggimento 
d' Alemanni offeriva l' imperatore, e due ne metteva in armi 

a.i667 (1665) il duca di Savoja. Del 1667 si ripigliavano dagli eser- 
citi rivali sotto la misera Candia le grandi fazioni. Quattro- 
cento bocche da fuoco difendevano la città; un vasto cerchio 
di mine poteva in due minuti balzare in aria gì' interi batta- 
glioni nemici; provvigioni da guerra e da bocca non manca- 
vano, e l'ardore dei combattenti era volto in furore. La lotta, 
di giganti più assai che di braccia umane, quattro mesi durò, 
ed è fama che in queir unico anno vi perissero ventimila 
Turchi. A trentadue ferocissimi assalti scagliaronsi gl'inimici; 
trentasei fazioni sostennero gli assediati, e tutte sotterra giù 
nei pozzi e negli antri cavati dai combattenti, per mine e 
I. Botta, Storia d'Italia, a. 1660, lib. XXVI. 



DELLA REPUBBLICA 279 

contromine che avevano con tuoni orrendi e vomitar di cada- 
veri e di terra disordinato il campo degli assalitori. Ma questi 
si rannodavano, tornavano agli assalti più feroci di prima; e 
fattisi forti di verso il mare, stringevano 1' ostinata città. La 
fama di quest' assedio risuonava per tutta Europa, trepidante 
anch' essa per 1' onore dei popoli cristiani, ed il nome vene- 
ziano n' andava a cielo. Tutti plaudivano a tanta virtù che in 
suolo straniero rinnovava gli esempi dell' antica. D' ogni terra 
cristiana correvano venturieri e specialmente di Francia a 
profferirsi anima e corpo per la causa della Repubblica, fatta 
causa allora, più che di sé stessa, dell' intera cristianità { . 

Ma le subite impazienze dei venturieri non. valsero contro 
1* urto poderoso degli Ottomani. Venezia resisteva ancora, e 
correvano cinque lustri di guerra che costò più di venti mi- 
lioni di franchi a ciascun anno: basti il dire che nel solo 1668 
n' andarono tre milioni di libbre di polvere, ed il debito del- 
la Repubblica fu accresciuto di sessantaquattro milioni di du- 
cati. Un ultimo sussidio di Francia ravvivò lo spirito dei com- 
battenti, ma fu cagione dell'ultima rovina; perchè i Francesi, 
più bramosi del venire alle mani, che sofferenti nei lunghi tra- 
vagli della guerra, insistevano perle sortite. L'una di queste 
decise delle sorti, e più che micidiale fu perdita vergognosa 
dei militi di Francia, che per colmo di viltà, lasciata Candia, 
s'imbarcarono, seguitandone altri l'esempio doloroso. L'ab- 
bandonata Repubblica fu costretta venirsene a patti coli' a- 
borrito nemico. Ho toccato di que' celebri fatti perchè molti 
Bresciani perivano gloriosamente cohà per la difesa delle mu- 
ra di Candia con alto sacrificio d'armi, di munizioni, di vii- 
tovaglie e d'oro dai padri nostri sostenuto, i quali per cinque 
lustri divisero coi prodi Veneziani fino all'ultimo istante i pa- 
timenti, i pericoli, gli onori di quell'impresa da eroi: ma era 
1. Rotta, Storia d'Italia, Kb. XXVII, a. 1668. 



a.l6G7 



a. 1669 



^80 DECADENZA E FINE 

a . 16 69 fatale che i' isola veneziana diventasse turca. Moriva intanto 
Clemente IX, uno dei pontefici più virtuosi che fossero mai 
saliti alla cattedra romana; Emilio Altieri, che prese nome 

a.i67o di Clemente X, gli fu successore. 

Terraferma era in pace, e Brescia ne profittava. La fab- 
brica della nuova cattedrale, smessa pei miseri tempi e per- 
chè la guerra di Candia aveva astretti i cittadini ad oblazioni 

«1672 delle quali si risentiva il pubblico tesoro, nel 1G72 fu ripi- 
gliata. Indi ai voti del Consiglio fu messa innanzi un' assai 
bella impresa, la costruzione d'un canale navigabile. L'antico 
di cui parlammo venne scelto per base; lo si voleva condotto 
e ricavato fino a Pavone, poi fu proposto di gittarlo nel Mella, 

a.1673 e dal Mella in Oglio. Un certo Renati con un suo progetto 
preferiva il canale della Fusia in Franciacorta, contrastatogli 
fortemente 4 da Gerolamo Baitelli: ma l'antico Naviglio fu pre- 
scelto e si diede mano all' opera: molt' oro fu gittato, e tutto 
indarno, perchè sì ardita e nobile impresa giacque negletta. 

a .i674 In quanto ad arti fabbrili, cita il Bianchi un ordigno rega- 
lato fra 1' altre cose dal nostro vescovo a Flavio Ghigi car- 
dinale e nipote di Clemente X: un leggiero bastone benché 
dì ferro contenente una canna d' archibugio e nel manico la 
ruota coperta con tale artifizio che parve maraviglioso, co- 
stato al vescovo la somma, rimarchevole in allora, di dieci 
doppie di Spagna 2 . 

Ma se la guerra non turbava lo Stato veneziano, gravi 
risse tra i principi Gonzaga di Castiglione mettevano sossopra 
le piccole loro terre. Ferdinando signore di Castiglione non 
aveva che due fanciulle. 11 Gonzaga di Solferino, sdegnato 
che ad un suo figlio venisse negata l'una di queste, fingendo 

1. Bianchi, Diario, a. 1673, p. 65. Brescia il card. Flavio Ghigi ni- 

2. Bianchi, Diario, p. 66, t. II, a. 1674. potè di Sua Santità, ed alloggia 

Sul finire di maggio passa per in s. Francesco. Moni. Vescovo ecc. 



DELLA REPUBBLICA 281 

recarsi dal fratello, pigliò possesso a tradimento di quel «1674 
suo castello; ma sollevatosi tutto intorno il paese, di vin- 
citore si trovò, nonché vinto, prigioniero. Fatto processo, ac- 
comodata dallo stesso imperatore la cosa, non fu tranquillo 
per altro il principe di Castiglione, la cui vita, minacciata ad 
ogni istante da un branco di congiurati, terminava in que- 
st J anno nel suo palazzo. 

Nessun politico avvenimento alterava in questi dì la vita 
inerte e dilombata del nostro Comune. Sempre la solita pre- 
ponderanza del patriziato, sempre la sua prepotente albagia, 
sempre la muta sofferenza dello Stato e la più muta indiffe- 
renza del popolo, anche allora considerato come servo e le- 
gato a doppie mani a codesti padroni che uscendo coi bravi 
alla coda dai loro palazzi, lo vedevano inchinarsi e tacere. 
Vi basti un esempio. 

Allorché nelle Cronache Lombarde pubblicate dal Mùller limi 
diedi un processo di congiurati bresciani, recando un passo 
del Nassino — andavano a monache — *, lasciava correre quella 
frase che fieramente stimatizzava il rotto costume del secolo 
XVI, talché, senz' altro, le prodezze abbominevoli di Loren- 
zino elei Medici e dell' Dogherò suo compagno parean fatte 
galanterie della nostra città, fu chi mise in dubbio cotanto 
rilasciamento. E perchè in simili casi chi ne va di mezzo è 
l' innocente narratore, sicché la colpa dei tempi è pigliata 
per colpa del suo cervello, non solo è bene, ma talvolta è 
giustizia che metta innanzi le ragioni di ciò che qualche sa- 
cerdote direbbe fantasie di un libertino, e qualche buon ga- 
lantuomo sogni romantici alla Dumas, mentre invece non 
sono che deplorabili miserie del cuore umano. Veniamo dun- 
que ai fatti. Nei codici quiriniani è il seguente manoscritto: 

1. Se parve strana a'nostri dì quella frase, codesti assalitori di conventi fem- 

non lo era nel secolo XVII, nel quale minili si chiamavano li moneghini. 



282 DECADÈNZA E BINE 

a.1582 Iìelatione di quanto s'è saputo Vanno corrente (1 682) «w Brescia 

nel monastero di s. Caterina (Misceli. Quirin. F, IV, 4, mise. III). 

Una simile ed inedita relazione corredata di documenti 
più che noi sia la quiriniana, m' ebbi ancora dalla cortesia 
del sig. Pontoglio. Noi varremei di entrambe. 

Ai claustri femminili presiedeva in quel secolo nella no- 
stra città una grave deputazione <T uomini intemerati, o che 
n'avevano la fama, levati dal Consiglio municipale. Tenevano 
quel grado nel 1682 Giambattista Averoldi, Pandolfo Nassi- 
no, Camillo Martinengo, Augusto Bona e Terzio Lana, e li 
dicevano deputati sulla onestà dei monasteri; ma su quello 
di s. Caterina vigilavano d' altronde i padri Domenicani, i 
quali addatisi da qualche tempo delle dissolutezze, così la cro- 
naca, che in materia di senso vellicano praticate da molte di 
quelle giovani claustrali, ne avvertivano i deputati, e questi 
i rettori di Brescia Francesco Pisani podestà ed Antonio 
Bellegno capitano, accusando particolarmente due monache 
più dell' altre perdute, Bartolomea Cattaneo e Diamante 
Ganassoni, che i padri Domenicani bramavano tirare a sé 
nelle carceri loro, ma che loro non vennero concesse. 

Ottanta claustrali, per la più parte nobili e dilicale fan- 
ciulle, ivi languivano trascinatevi dall' arti e qualche volta 
dalla violenza degli avidi casati, che si valevano dei conventi 
perchè intatta passasse al primogenito l' accumulata sostanza. 
Federici, Negroni, Lana, Fenaroli, Avogadri, Martinenghi, 
Palazzi, 'Bargnani, Poncarali, Gambara, Sala, Foresti, Para- 
tico, brevemente le più illustri case della nostra città vi po- 
nevano figlie, sorelle, congiunte d' ogni grado; talché la triste 
verità sfuggiva dal labbro involontario del cronista quiriniano 
(benché fosse tra i caldi panegiristi dell' innocenza verginale di 
frati et monache di qualunque condìtione) là dove disse aperti i 
claustri anco per sollievo di molte famiglie nobili. Dopo ciò nulla 



DELLA REPUBBLICA 283 

di più naturale, di più scusabile degli scandali succeduti. 
Un proclama fu pubblicato al 21 febbraio 1682, ma fu grida 
al vento, perchè li rei moneghini erano potenti. 

La desolata priora e V altre buone donne, che serbando 
nel claustro la santità del costume, inorridivano agli eccessi 
delle compagne, supplicavano i deputati perchè provvedes- 
sero. E i deputati correvano dal podestà affinchè si conten- 
tasse di slegare le mani al padre priore di s. Domenico perchè 
protesse passar prigione le due monache Catania e Ganassoni: 
ma il podestà pigliava tempo a rispondere, e frattanto le cose 
volgevano alla peggio. Quanti erano per la nostra città dis- 
soluti e potenti avevano mutato quel monastero in un bor- 
dello. E poiché v' erano implicati, colla prima nobiltà del 
paese, e preti e magistrati, le povere monachelle (intendo le 
buone) per quanto reclamassero e supplicassero, non erano 
ascoltate. Ignoravano che gV illustrissimi Signori cui dirizza- 
vano i lamenti erano impigliati nella medesima belletta. 

Godevano le monache dissolute, così la cronaca, a segno, che 
sopraggiunto il carnovale, si pigliavano libertà d' ogni disonesto 
passatempo, etiamdio con uscir di notte e anche di giorno dal 
monastero portandosi sopra pubblici et privati festini, andando in 
maschera et alle opere che si recitavano in questo teatro. Ma ciò 
è nulla. Udiamo la supplica delle buone, eh' erano 25 j Le 
dissolutezze van sempre crescendo: non vi è più regola nfaoéer- 
vanza, non vi è più obbedienza. Lo star nei parlatorj in i n?7 dì 
è poco. S' ha trovato buchi nelle muraglie verso V orto, cavala la 
terra con profondità di buche che corrispondono fuori. Si ha tro- 
vato un buco sotto al letto d' una cella ecc. talché non solo ven- 
gono introdotte liberamente persone, ma coWiiso di chiavi contra- 
fatte, le monache più dissolute ne sono uscite a sua soddisfatene. 
In somma il male è incancrenito, e in questi due anni sono venuti 
in luce due parti e due se ne stanno aspettando. Perciò di nuovo 



2 Si DECADENZA E FINE 

li preghiamo (i deputali all' onestà) per V amor di Dio a far che 
vi sia messo qualche rimedio, od il monastero diventerà un postri- 
bolo se la giustizia lascicra andar le cose a questo modo. 

Immaginatevi che il conte Tommaso Caprioli, il cui palagio 
era attiguo al monastero, fatto scavare un largo sotterraneo che 
dall'ime stalle penetrasse negli orti del convento, apriva un a- 
dito secreto per cui le sedotte calavano di soppiatto e salivano 
non viste agli intimi appartamenti del palazzo fatale, dov'erano 
aspettate daunbranco di sciagurati. Un cotale, Giuseppe Fonta- 
na, furfante matricolato, era l'anima di quelle sozze congrèghe. 

Correvano appunto i giorni estremi del carnovale. Quelle 
misere fanciulle col favore della notte ai noti segni dell' a- 
mante s' involavano dal convento, e affascinate dall' ebbrezza 
della colpa, bizzarramente travestite, vagolavano quali bac- 
canti per le vie della nostra città, e quando entravano in con- 
vegni di giovialoni o di scapestrati, quando si mescolavano 
all' onda festosa del popolo accorrente alle veglie teatrali od 
alle pazze mascherate di qualche allegra compagnia. Infelici! 
quante volte sbollita la febbre delle tristi soddisfazioni, dile- 
guata per un istante la vertigine faticosa che la accompagna, 
tornò la mente alla calma solitudine del chiostro, alle pure 
letizie dell' anima innocente eh' esse avevano reiette, e fu- 
ror^ per istrapparsi all' amplesso del seduttore. Ma la tor- 
bid hè^mma delle passioni ha una forza misteriosa che di 
son rici 'l e muta m una sa ^ a e potente necessità. Sicché 
t?}St -i passando notturne lungo le vie fra un pugno di ma- 
schere folleggiane, cessatone per un momento lo schiamazzo, 
udita di lontano la campana del convento, ristavano allibite 
come chi sente il rimprovero dell' amico; ma poi scuotendo 
la loro testa bollente, mormoravano frementi: è troppo tardi! 
E in quella subita disperazione del cuore s' immergevano 
quasi furenti negli osceni tripudii. 



DELLA REPUBBLICA 285 

Ma il sotterraneo del conte fu discoperto: quindi altri in- 
gegni ed altre vie. Perchè gittato dallo sporto d' una piccola 
finestra di quel palazzo un ponticello che facea capo sulle 
muraglie del convento, od essi, gli ainici, vi si calavano, o con 
iscale a corda ricevevano le sconsigliate. Poi larghe breccie 
apparivano praticate nelle cinte claustrali e nelle celle, tran- 
siti secreti, trabocchetti, quanto insomma l'arte infame della 
seduzione potè co' suoi trovati organizzare le tresche del se- 
colo XVII. Tanto risulta dalle citazioni dell'avogadore intimate 
ai colpevoli, e nelle quali sono le colpe minutamente descritte. 

Non è quindi meraviglia se le povere direttrici di quel- 
1' asilo, senza consiglio e senza forza, più non sapessero a 
qual partito appigliarsi. Rinnovarono le loro supplicazioni, e 
F istanza fu troppo esplicita per non temere che le monache 
stesse, perduta la pazienza, volgendosi od alla corte di Roma 
od alla Repubblica, svelassero le colpe dei magistrati. Il 30 
maggio per secreta consulta si venne a questa deliberazione, 
che 1' uno dei deputati all' onestà dei monasteri, Camillo 
Martinengo, fosse mandato ai veneti protettori della nostra 
città Alvise Delfino e Francesco Grimani. Con pari segre- 
tezza fu tosto il Martinengo alla capitale, ma giuntovi appena, 
ritrovò pubblicata nella piazza (così Y anonimo quiriniano) 
la sua missione. Sbalordito il Martinengo, cercò dei protettori, 
ma li trovò già corrotti e prevenuti. Tuttavolta gli fu sugge- 
rito che ne venisse informata la Consulta dei X; onde i pub- 
blici deputati rivoltisi primieramente ai rettori di Brescia, ne 
li pregavano perchè fosse confortata del loro voto l' istanza 
al principe diretta. Ma i rettori, brutalmente rimescolati in 
quella lurida pasta, pretessendo cavilli e sottigliezze, facevano 
gli offesi, e dicendosi posposti ai protettori della città, pro- 
lungarono la cosa. Ma costretti alfine dalla medesima gravità 
del fatto, spedivano il memoriale. 



v 28() DECADENZA E FINE 

Tutto il sinedrio dei compromessi fu in molo: nobili, 
preti, magistrati per appositi corrieri spedivano lettere a Ve- 
nezia, non si volesse con un rimedio peggiore dello scandalo 
svelar cose delle quali n' andrebbe macchiato il nome della 
potente nobiltà; le frivolezze di gioventù venissero perdonate 
a quelle misere fanciulle obbligate dagli avidi parenti a sa- 
crileghi voti: dalla veneta prudenza esser venuta quella calma 
dignitosa di terraferma che invidiavano alla Repubblica i 
principi italiani sempre in lotta colle loro città: la pubblica 
morale dalla stessa ed inutile pubblicità dei processi ne tor- 
nerebbe più offesa che vendicata; si pensasse al rimedio, ma 
senza strepito di tribunali e di condanne. A queste sollecita- 
zioni, tanto può l' istinto della propria riputazione, s'aggiu- 
gnevano i casati illustri delle colpevoli, ed i padri costernati 
facean causa comune cogli aborriti che le avevano trascinate 
alla colpa. Quasi tutta la nobiltà veneziana ebbe suppliche, 
ebbe uffici perchè lo scandalo passasse dimenticato, e fosse 
il riparo involuto di tenebre e di mistero. E certo sarebbe 
stato miglior consiglio. 

Tutto fu inutile. Le venete rappresentanze ne furono in- 
dignate. Eletto un apposito avogadore, Natale dei Donati, e 
giunto questi fra noi da semplice privato, alloggiò nel palazzo 
di s. Alessandro, ed avea seco due legali e due frati. Tutta- 
volta il Comune delegava due consiglieri, Giannantonio Con- 
forti e il nobile Clemente Rosa, perchè facessero gli onori 
della città. Questi accolse il Donati, ma rimandò le refezioni 
che gli si erano offerte. Un tribunale fu eretto, e le monache 
reclamanti e i testimoni allegati sostennero un processo per 
cui frattanto era sossopra la città nostra, ed in grande aspet- 
tazione la terraferma. Nel corso di questi giorni, così la cronaca, 
chi ne diceva una chi ne discorreva un' altra. Alcuni approva- 
vano il ricorso dei deputati, altri lo biasimavano dicendo che men- 



DELLA REPUBBLICA 287 

tre havevano le corna in (scarsella, se le flettessero volute poner 
in lesta, e che sarebbe stato meglio provvedere segretamente ai di- 
sordini, che tutto far palese al mondo intero. Partì V avogadore 
il 16 luglio. Fatta al magistrato elei X la relazione, col 28 
di quel mese si pubblicavano i bandi perchè nel termine di 
fiore 24 dovessero gli accusati presentarsi personalmente 
nelle prigioni dello Stato per discolparsi. Erano questi ! : 

I conti Tommaso e Paolo Caprioli. Prete G. B. Zini, can. di s. Nazaro. 

Giuseppe Fontana, milanese. Francesco Querini, camerlengo. 

Scipione Maggi, deputato. Cristoforo Valier, castellano. 

Conte Camillo Avogadro q. Celso. Conte Marcantonio Gambara. 

Camillo Coradello. Nob. Costanzo Papafava. 

Abate Floriano Belloni, canonico Alessandro Bon, castellano. 

regolare di s. Giovanni in Andrea Pisani, nob. veneto. 

Brescia. Domenico Loredano, camerlengo. 

Frate Prospero Codignola. Marco Corte. 

Donne 

Paola Piva. Barbara moglie di Paolino Speziali. 

Marianna sua figlia. Lucia Belloni. 

Non mi regge il cuore di recarvi un solo dei mandati spe- 
diti ai colpevoli perchè si presentassero ai tribunali, e dove 
quanto può la licenza di un secolo corrotto è narrato con 
quella nuda e cinica parola dei processi del tempo, che non 
si leggono mai senza che Y animo non vi ripugni. 

Que' terribili bandi furono come razzi gittati in una pol- 
veriera. Il convento, gli accusati, le famiglie loro furono in 
tumulto. Lucia Belloni fu tosto mandata in catene nelle car- 
ceri di Venezia. Due monache, Bartolomea Cattaneo e Ce- 
cilia Rovella, calandosi dal campanile al tetto dei Rampinelli, 
e da questo con altre corde alla via, lasciavano Brescia, e 
quelle corde stettero a lungo di poi testimonio della fuga. 
1. Relazione e documenti Pon foglio. 



2SS DECADENZA E FINE 

Travestite da contadine, guadagnata la porta di s. Nazaro, 
passato il Mella, riparavano entrambe in una casa fuor di mano 
tra quel torrente ed il ponte di s. Giacomo. Paolo Caprioli 
vestito da lacchè le accompagnava, dopo essersi indarno tra- 
fugalo or nel palazzo Averoldi or nelle case del sig. Mario 
Longo, il quale poi veggendosi compromesso, mutata mente, 
corse in traccia delle monache fuggitive. Sventurate! Erranti 
di casa in casa dove fosse più deserta la campagna, perveni- 
vano a Gerola, ivi accolte da Camillo Avogadro, 1' uno dei 
colpevoli. Per una rissa di villici là seguita, per cui venivasi 
all'armi ed alle archibugiate, suonava in quel punto campana- 
martello. L' Avogadro ed il Caprioli che sospettavano in quel 
suono una levata del paese per arrestarli, trascinavano seco 
le fuggitive al prossimo confine, e toccata la terra cremonese, 
lasciavano quelle misere in sulla via, affrante dagli stenti, 
scalze e spogliate ancora, dice la cronaca Pontoglio, dì quel poco 
che havevano. Mario Longo le ritrovò nella terra di Genivolta, 
dove il conte Caprioli avea loro procurato un asilo. 

Il Longo, poste guardie alla terra, fu di ritorno a Brescia: 
n' avvisò i congiunti delle infelici, ed il fratello della Cattaneo 
fu con altri a Genivolta, dove arrestate dal vescovo di Cre- 
mona, furono tradotte nelle carceri curiali, e consegnate al 
s. Ufficio di colà, donde nuovo processo: per cui fra gli stenti 
sostenuti e le distrette dell' anima desolata e fors'anco le corde 
e i molinelli sacerdotali, la misera Cattaneo poco stante morì. 

La faccenda venne all' orecchio di Sua Santità. Eletto 
vescovo di Brescia dopo lunga vacanza Bartolomeo Grade- 
nigo, questi, due giorni dopo 1' assunta prelatura, di concerto 
coi X, fu al convento riprovato (17 agosto), e lo seguivano 
coi birri della curia due canonici di s. Pietro. Fatte chiamare 
ad una ad una le colpevoli donne, e innanzi a tutte, Diamante 
Ganassoni, Marta Picinelli e Violante Cigola, strappato loro 



DELLA REPUBBLICA 281) 

di dosso il velo claustrale, ordinò che fossero chiuse fino a 
processo finito in altrettante celle, ed ivi a tutto rigore cu- 
stodite intantochè si terminavano le prigioni in cui dove- 
vano rinserrarsi. Le tre che abbiamo nominate si condanna- 
vano tra' muri per tutta la vita; Rosalia Sala e Rosa Marti- 
nengo Villachiara per dieci anni: tre altre (Picinelli, Rampi- 
nelli e Fenaroli) per cinque. 

Or si dica che gli storici per avversione al clero ed ai 
conventi vanno pingendo in nero, quando pure non gì' in- 
ventino, i fatti claustrali. 

La cronaca del Bianchi, giunta al 1682, cosi alla buona 
raccontaci quel fatto =--In questi anno si scopre che il convento 
di s. Caterina antico con ottanta monache in circa, è denigrato da 
qualche tempo nell'onore per fama di bordello. Pel quale effetto è 
venuto un avogadore da Venezia a formar processo con ritenere 
però le cose secrete, ma si teme di gran disordine. 

A dì 28 agosto — questa mattina vengono con pena capitale 
banditi li mo negli ini per eccessi commessi con le monache di s. Ca* 
terina con taglie di tre ed anco quattro mila ducati, fuori dello 
Stato, e mille o doi mille nello Stato con confiscatone di beni, pri- 
vatione di nobiltà ecc. Essi sono in numero di tredici circa con 
tre religiosi, con che siino decapitati venendo presi e poi abbruciati 
e fatti in cenere ecc. Tre serve di monache ut supra: ai conti 
Tommaso e Paolo Caprioli, compresi in detti, sia spianato in 
parte sua il logo, isolando il monastero e piantandovi una colon- 
na dì perpetua infamia l . 

11 codice Pontoglio contiene ancorale sentenze dei Dieci 
pubblicate in Venezia sopra le scale di s. Marco il 15 agosto, 

1. Bianchi, Diario, p. 76. L'epigrafe e titoli di conti e di nobili di 

era questa =2 1682, 17 agosto. Brescia e d' ogni altra città del 

Tommaso e Paolo fratelli Caprioli dominio veneto, et aboliti i loro 

furono banditi dall' eccelso Con- nomi da qualunque registro, per 

selio di Dieci, e privi del carattere colpe gravissime et enormi. 

ODORICI, Sfar. Brrsr:. Voi. 1\. 19 



290 DECADENZA E FtNK 

a.iesj ed in Brescia ne' luoghi soliti, le quali stampate da Giampietro 
Piacili tipografo ducale, portano la data 17 agosto. 

Aggiunge la cronaca, che al conte Tommaso fu perdonato 
il bando per intromessa del granduca di Firenze e per gli 
uffici del conte Camillo Martinengo Ccsaresco, uffici per al- 
tro che gli costarono tremila scudi. Ma la colonna rimase 
fino al cadere del secolo passato. Fu allora che un Caprioli 
facevala di nottetempo gittare a terra, recando a Scarpizzolo 
l'epigrafe quale trovasi nel bando pubblicata. Intorno al 1797 
la nobile famiglia ottenne la proprietà della piazzetta e del 
vicolo rimasto pei decretati atterramenti, e ne chiuse Y in- 
gresso abbracciando nel domestico giardino quel vicolo così 
detto delle Muse. La famiglia Caprioli, assai distinta fino dal 
secolo XIV, e che diede nel XVII uomini insigni per militari 
virtù, è a tenersi fra le illustri della bresciana nobiltà: né cre- 
do che il racconto di fatti da due secoli consumati e resi ornai 
patrimonio della storia, possa ledere menomamente il chiaro 
nome dei Caprioli. Eran colpe dei tempi, e lo storico nò 
può, nò debbe dimenticarle. 

a.4683 Ma ritornando ai fatti esterni dello Stato, le ottomane 
sconfitte che ne' campi ungheresi rendettero famoso il 1683, 
risollevavano le speranze e gli ardimenti della Repubblica. 
Parevale giunta Y ora della vendetta di Candia; né potendo 
assumerla da sé, contrasse lega offensiva e difensiva coir Au- 

a.i684 stria, col re di Polonia e col papa (1684). Ond' ecco Brescia, 
U valli, tutto il piano che la circonda richiesti un' altra volta 
e d' uomini e di denaro: ecco in armi un' altra volta il veneto 
naviglio. Ma non appena principiata la guerra, il tesoro già 
esausto per la gravissima di Candia, e le angustie munici- 
pali prodotte da quel titanico conflitto, arrestarono in Terra- 
ferma quel primo ardore. Mancavano i soldati, mancava 
V oro; un' altra volta gli uffici di s. Marco, i diplomi di no- 



DELLA REPUBBLICA 291 

biltà furori messi all' incanto; le imposizioni sul popolo e sulle a.ies* 
terre facevano il resto. Francesco Morosini, quel gagliardo 
difenditore di Candia, fu alla testa dell' impresa, e la sorte 
dell'armi fu per lui. Liete novelle pervenivano in Terraferma 
delle greche città riconquistate (1 687); donde anche in Brescia a.ies7 
pubbliche letizie, suoni, falò, quanto il popolo, festoso di sua 
natura, usa a render vive le sue baldorie. Ed altre letizie con- 
seguitavano: perchè morto papa Innocenzo XI (1 689), vennevi a.iese 
sostituito Pietro Ottoboni veneto cardinale stato vescovo di 
Brescia per dieci anni, uomo di facile ingegno e d'arrendevole 
natura, che prese il nome di Alessandro Vili. Ma brevissimo 
ne fu il regno, poiché moriva col 1° febbraio 1691, lasciando a.iegt 
alla nostra cattedrale ricchi palii sacerdotali; e grato il nostro 
clero alla sua memoria, una statua gli poneva nell' episcopio. 

Or l' Italia settentrionale un' altra volta si conturba. Il duca 
di Savoja, stanco alfine della terribile protezione di Francia, 
nò potendo sentirsi in bocca que' due freni di Pinerolo e di 
Gasale, tenute in prima alcune pratiche coli' Austria, ruppe 
coi Franchi ad aperta guerra. Austria dunque, Spagna e 
Savoja da un lato; Francia dall' altra coli' esercito condotto 
da Gatinat: guerra, che fu lenta, miserabile, fastidiosa: 
quindi i soliti Alemanni alla sfilata che attraversavano, ben- 
ché neutrale, la terra bresciana, indirizzati co' loro carriaggi 
al Milanese i . 

Intanto nella nostra città non so quale combriccoletta di 
preti veniva scompigliata. Si radunavano lassù nelle casupole 
delle Consolazioni; che vi trattassero o facessero non so. Il 
canonico Negroni fu mandato alle prigioni del castello di 
Salò; il prete Gavardino a quelle di Bergamo, l'Agazzi altrove, 
l' ab. Zamboni da Montechiaro (antenato del nostro istorico), 
fuggito a Roma, se n' andò nelle Indie. Dicevasi di conferenze 
1 Bianchi, Diario, p. 86. 



292 



DKCADKNZA E FINE 



più o meno spirituali, le quali poi con quattordici mesi di 
prigione furono scontate e col rilascio del prò nunc. 

Un' altra provvisione metteva qualche rumore nella nostra 
città, e fu quella (marzo del 1692) che venissero cancellate 
tutte le epigrafi onorarie poste in Broletto ai capitani e po- 
destà, e che le statue e busti loro che decoravano gli atrii del 
palazzo, fosser tolte di là. Dette statue, aggiunge il Bianchi, 
accomodate sotto altre divise, dopo otto o dieci anni furono poste 
per ornamento nel giardino del capitano come si vedono tuttodì i . 

D J una terza, non senza dolore, m' è duopo farvi ricor- 
do. Ed è che per fazioni e liti sanguinose ond ? era tutta 
sossopra (1696) la terra di Gardone e le vicine di Valtrom- 
pia, gì' inquisitori di Stato ordinavano la morte di Lazzarino 
Cominazzi, eccellentissimo armajuolo di fama piuttosto eu- 
ropea che strettamente lombarda. Principalissimo della fa- 
zione, come chiamavano, di sotto, sdegnando presentarsi alla 
l'orza dello Stato, nò volendo mai rendersi agli sbirri, sor- 
preso a tradimento, venne appiccato in Brescia, il suo cada- 
vere (29 ottobre), ad esempio de' suoi terrazzani, fu lungo 
il Mella sulla via di Yaltrompia appeso ad un patibolo. Pietro 
Caltrani, eli' era capo dell' altra fazione, pochi mesi appresso 
subì la sorte uguale. Indi una grida (1697) vietava in Gar- 



1. Bianchi, Diario, p. 88. Non so dire 
se a Marino od a Bartolomeo figli 
del dott. Giambattista Bianchi cane, 
episcop. spetti la cronaca di cui ci 
serviamo: poiché a pag.92, a. 1696 
si annuncia la morte del padre loro 
senza che risulti l'autore della cro- 
naca. Sia l'uno o l'altro, lo scritto 
si risente dei pregiudizj del secolo; 
quivi stesso p. e. nota con molta gra- 
\ ita: 1 695. In questo mese di ottobre 



uno spirito folletto bersaglia le 
monache di s. Marta facendo loro 
nelle celle mille insilili così che 
sono in una grande agitazione e 
spavento. — A dì ecc. More al- 
l' ospitale una femmina dissoluta 
strangolata dal diavolo col quale 
aveva fatto alcuni patti — e così 
via che è una meraviglia. Il po- 
verello vestivasi di chierico nel 6 
aprile 1698. 



DELLA REPUBBLICA 293 

done le caccio, i festini, le pubbliche adunanze, tutlo che pò- *.im 
tesse dare motivo di torbidi e di risse. 

Il secolo, principiato male, terminava peggio. Tutto il 
mondo era volto alla successione di Spagna, né la pace fra 
i principi cristiani dava certezza di lunga durata; mentre la 
morte vicina di Carlo II faceva preconizzare altissimi commo- 
vimenti. Quattro principi pretendevano alla sua eredità, ed 
erano anche troppi per una guerra universale, ond' Austria, 
Francia, Baviera e Piemonte si mettevano in guardia. 11 te- 
stamento di Carlo fu l'origine di lunghi guai, de' quali fu 
contristata ed avvolta l'Europa intera. Come, in quanto alle 
cose veneziane eh' erano pure le nostre, si risolvessero, ve- 
dremo più innanzi. 

Qui ne giovi uno sguardo rapidissimo a questo povero 
secolo XVII. 

Leziosità da per tutto, nell'arti, nelle lettere e nel costume. a .i?uo 
Erano gli anni del Marini e dell'Achillini, e quell'andazzo am- 
manierato e bistorto durò fino oltre la metà di quel secolo. 
Poi vennero alcune menti sdegnose, che scienze e lettere del 
pari avvivarono di luce più candida e più serena. L' arti della 
guerra caddero anch' esse; e col languido tramonto della pa- 
tria italiana, coli' abbandono d' ogni speranza che Y elemento 
straniero venisse al tutto divelto dal nostro suolo, cessate le 
nobili occasioni d' una guerra veramente nazionale, spegne- 
vansi le fonti delle patrie virtù. Arrogi la continuata barbarie 
degli eserciti più nemici che amici al suolo in cui venivano 
chiamati; l'arbitrio, Y insolenza irrefrenata del militare, e più 
quella dei venturieri cui niuna legge era freno, ninno scopo 
era stimolo fuor del predare. Qualche splendido esempio 
diede il Piemonte, diede Venezia di militare virtù: ma soli- 
tario nell' andazzo di queste armate incondite d' Alemanni, 
di Spagnuoli e di Francesi, che poco dissimili dalle antiche 



294 DECADÈNZA E FINE 

dei padri loro, lasciavano correndo le nostre campagne pro- 
fonda traccia 

Come in campo di biada già matura 
Nel cui mezzo passata è la tempesta. 

E questo esempio vivente e sopportato era fatale anche ai 
militi italiani; perchè se l'ordine ha cento seguaci, mille 
ne conta 1' arbitrio e la licenza. 

In quanto a religione, era in parte cessata l'antica acer- 
bità. Anche Roma, avvertita dall'interdetto del 1606, fatto 
senno a proprie spese, avea rimesso alquanto delle insistenti 
caparbietà della curia. Le dottrine del Sarpi e del Micanzio, 
insegnamento ai popoli, non furono indarno, e Venezia, 
pur non movendosi, diede a Roma una forte lezione. Dura- 
vano però le solite superstizioni, le usate pinzoccherie e qual- 
che inquisitoria crudeltà dei passati tempi. Streghe ancora 
e s. Uffizio, ma non di roghi alla foggia del secolo XVI: pro- 
cessioni e riti dove appunto il pericolo delle pesti dovevano 
vietarsi, e miracoli e frati gridanti dalle piazze misericordia, 
ma non più seguitati da intere popolazioni. 

Le forme di governo poco o nulla variavano; ed alle con- 
dizioni degli ordini amministrativi erano inciampo i diritti del 
patriziato, la terribile feudalità del medio evo, il bisogno di 
soldati e di denaro che toglieva gli Stati dal pensare ad altro 
fuorché agli intrighi dei gabinetti ed ai rumori del campo. 

ffoiiso&ìaso e Camillo Caprioli. 

Non è però che qualche lampo di maschio valore non 
risplendesse, benché solitario, come dicemmo, di mezzo a 
tanto abbandono. Ne giovi un esempio, che noi porremo fra 
questi inerti e molli spiriti del secolo XVII, a non mai dispe- 
rare, anco ne' tempi più corrotti, della umana virtù. 



DELLA REPUBBLICA 295 

Costanzo Caprioli, condottiero di Alessandro Farnese nel- 
le guerre di Fiandra (1585) 4 , come lo fu del 1587 per la Re- 
pubblica che lo volle governatore di Cittadella nuova (1588), 
di Bergamo (1593), del regno di Creta (1599), di tutto il 
Polesine (1606) e di Verona (1609) dove morì; che sotto 
Anversa meritò che il duca Farnese nella gioja della vittoria 
levatasi Y aurea collana ed abbracciatolo presente Y esercito, 
gliela ponesse in collo 2 , ebbe due figli, Tommaso e Camillo. 
Ritrovandosi questi col padre venturieri di guerra nell' e- 
sercito farnesiano, chiamati da Giorgio Basta ai servigi di 
Rodolfo imperatore nell'impresa d'Ungheria, lasciati i campi 
fiamminghi, furono entrambi nell' armata imperiale, il primo 
del 1597 3 , l'altro del 1600 4 . Tommaso Caprioli, sergente 
maggiore generale del Basta nei torbidi transilvani, fu ca- 
gione principalissima di splendide vittorie dell'armi cristiane. 
Perchè lungo il Tibisco, tesa un' imboscata sostenuta dai 
cavalli del fratello, tagliava a pezzi nel maggio del 1600 due- 
mila Tartari 5 ; e nel 18 settembre poneva in rotta Y esercito 
valacco con bottino immenso del vincitore e la strage di 
dieciottomila uomini lasciati dai Tartari sul campo, talché il 
Basta inviava alla Corte, preceduto da 143 stendardi nemici, 
il nostro Caprioli. Accolse Rodolfo con isplendida letizia l'in- 
trepido Bresciano; e donatolo di preziosa collana, accomiata- 
valo portatore al Basta della nomina di generale della Transil- 
vania 6 . Un mese dopo altra insigne vittoria coronava l'armi 
del Basta e del Caprioli, che rimandato a Praga nunzio del 

1. Sommario delle prerogative, esen- 3. Sommario delle EsenL cit. 17 luglio 

lioni e facoltà della III. Casa Ca- 1597. Licenza ecc. per lasciare le 

priola di Giacomo Bulgaro. Ms. Fiandre ed andarsene in Ungheria. 

presso la famiglia, da cui leviamo 4. Idem. 

T elenco di queste cariche da Co- 5. Ciro Spontoni, Istoria della Tran- 
stanzo sostenute. silvania, Venezia 1638, p. 99. 

2. Rossi, Elogi - Costanzo Capriolo. 6. Idem, p. 131. 



a.noo 



296 DECADENZA E FINE 

tute tatto, deponeva appiè del trono altri 125 stendardi. V impe- 
ratore, regalatolo di un superbo destriero, volle che sovr' es- 
so, preceduto dalla Corte imperiale e dalle vinte bandiere, 
scorresse come a trionfo le vie dell' esultante città, che il 
nome del Caprioli mandava a cielo. Debellatore di Tartari 
e di Vaiacela sui campi di Tergovista eh' essi correvano tu- 
multuando alla guisa dei Parti (20 settembre 1603) l , man- 
tenitore austero ne' più difficili frangenti delle leggi militari, 
talché fu costretto un giorno erigere le forche alle uscite 
del campo onde frenare le imprudenti sortite de 7 suoi com- 
pagni, tanto valse coli' arte e colla forza che riuscì di ren- 
dere all' impero quella vasta regione. Senonchè le rivolte 
delle genti domate, e le subite fortune dell' armi nemiche 
(1604) ritoglievano alle imperiali que' campi a tanto prezzo 
conquistati. Sorpreso il Caprioli da un' orda di Tartari, fu 
serrato in Castel Sangiovago da cui vedeva orribilmente sve- 
nati sette suoi militi, e il carnefice sbracciato lavarsi le mani 
nel sangue loro. Tentato indarno perchè rompesse fede al 
suo sovrano, fu tradotto in ceppi ad Alba Giulia. Ma le sorti 
del Moises, condottiero nemico, volgevano alla peggio. I ri- 
belli d' Alba Giulia, già prossima a cadere nelle mani del- 
l' impero, trascinavano su di un carro fuor delle mura l' in- 
catenato Caprioli per rovesciarlo in sulla via. Una mano di 
Tartari lo incontra, e sperando da Cesare buoni uffici, spez- 
zano colle accette le catene del prigioniero, che libero fa ri- 
torno all' esercito del Basta. Commovente fu 1' incontro del 
fratello e degli amici che lo tenevano estinto l 9 ma che dovea 
per quella vece ricevere dai commissari dell' impero la infeu- 
dazione dei castelli di Balasfalwa e Manera 2 , luoghi già dei 
ribelli. Camillo intanto, delegato per la consegna dell'imperiale 

1. Idem, p. 535. Concessione del Dasla ai conti Ca- 

2. Idem, p. 244, ed E seni. \ 603,5 aprile. millo e Tommaso di due castelli. 



DELLA REPUBBLICA 297 

stendardo al principe di Valacchia, conducevasi a Tergovista 
con regale corteggio, donde feste e trionfi per l'intera città. 

Ma il Basta generale, mandato ad altre imprese, lasciava 
nel 1605 la Transilvania, di cui fatto governatore il conte 
Tommaso, ne riceveva dai messi venuti di Praga a Claudio- 
poli le insegne, e colle insegne lo stendardo dell' impero l , 
pel quale dovette assumere una importante spedizione oltre 
il Danubio 2 . Il suo Camillo non fu sì avventurato : dopo 
varie imprese contro i ribelli che ad ogni tratto ripullulavano, 
vedendo il suo reggimento imminente ad una rivolta per man- 
canza di paghe, le quali mai non giugnevano dalle casse mi- 
nisteriali, rinunziato il comando, passò in Italia (1605) 3 , in 
cui lo trovo del 1613 (20 aprile) intendente delle milizie di 
Crema, ed ivi stesso 1' anno dopo regalato dalla Repubblica 
d' una collana d' oro. Governatore di Bergamo nel 1617, fu 
nel 1629 capitano di Rovigo, e nel 1630 sopraintendenle 
generale del Friuli & . 

Tanto non visse il fratel suo, le cui belle imprese, narrate 
dallo stesso Basta 5 , gli ottennero di aggiungere allo stemma 
di famiglia il corvo dei Valacchi sul ramo di ginepro in campo 
d' argento, l'elmo a fronte scoperta ed altre insegne 6 . Ma 
trofei conquistati sul campo ai Tartari, ai Transilvani ed ai Va- 
lacchi recava lieto a Brescia, ed appendevali nelle sale del 
suo palazzo quando appunto le molli ed oziose piume avean 
sbandita dalla patria nobiltà l'antica energia 7 . Recatosi a 

1. Esentioni cit, — Spontoni, p. 248. probabilmente il Rossi nel lungo 

2. Esentioni cit. articolo sopra quel suo concittadino. 

3. Spontoni, p. 282. 6. 1607, 10 febbraio. Carlo V avea 

4. Esentioni cit. già dal 1533(31 maggio) fatti conti 

5. Idem. 1606, 30 ottobre. Attestazione palatini i nobili Caprioli. 

di Giorgio Basta della fede e virtù 7. Rossi, Elogi - Costanzo Caprioli, 
di Tommaso Caprioli, e narrazione p. 443. Misera strage è della no- 

delle sue gesta, della quale si valse biffa bresciana V olio e l' orgoglio. 



298 DECADENZA E PINE 

a .t7oo Praga, Tommaso vi morì giovane ancora di trentadue anni, 
nò senza sospetto di veleno, vittima di livori lungamente co- 
vati dagli emuli suoi. Colà fu sepolto *, e non in Brescia, 
come altri sospettavano; ma nel tempio bresciano delle Gra- 
zie gli fu innalzato un monumento, e sul monumento ricor- 
data con lunga epigrafe la serie di sue nobili gesta. 

Or eccoci alla guerra di Lombardia. 
a.i7oi Quattro potenze, come dicemmo, si preparavano alla 
guerra per una eredità; la Francia, il Piemonte, l'Austria, la 
Baviera. Trattavasi della Spagna: la cagione era pari alla tem- 
pesta che già fremeva. Anche il papa, riuscito vano lo sforzo 
d' una lega nazionale, temeva pericoli, e tentava la Repub- 
blica perchè si unisse alla Chiesa. L'Austria anch' essa vole- 
vala compagna, la volevano gli altri tutti, e dolci promesse 
venivano al Senato da re Luigi, da Leopoldo e da papa Cle- 
mente; né mai la Serenissima, contesa dai due rivali, provò 
come allora le angustie dell'incertezza. Rispondeva ella dun- 
que all' uno ed all' altro lusinghiere ma vaghe parole cal- 
zanti ad ogni caso, mentre la Francia si collegava coi duchi 
di Mantova e di Savoja. 

Fermate le confederazioni che abbracciavano mezza Eu- 
ropa, si venne alla guerra. Già i Tedeschi facean massa nel 
Tirolo, e condensavano in Roveredo più di trentamila uomi- 
ni; Eugenio di Savoja li comandava. La neutrale Venezia a- 
vea già fatto intendere che al loro passaggio avrebbe tacita- 
mente acconsentito. Francia, Piemonte e Spagna facean testa 
in Cremona, su quel di Mantova e di Parma. Il maresciallo 
di Catinat ne moderava le schiere. Vaudemont eh' era con 
lui persuase i condottieri a mosse ardite per contenere nelle 
fauci del Trentino 1' Austria invadente. Ecco dunque i Fran- 
1. Rossi, Elogi - Tommaso Capriolo, pag. 45G. 



DELLA REPUBBLICA 299 

cesi lungo i monti del lago di Garda, ne' dorsi meridionali di 
Montebaldo e in riva all' Adige schierati. L' Austria si rove- 
sciò sul Vicentino e su quel di Verona; e tra Francia ed Al- 
lemagna la povera Terraferma pagava le spese a tutte e due. 
La Francia, retrocessa al Mincio, perdette del campo; l'altra 
incalzava tra Peschiera e Ponti, e passato il fiume, costrinse 
la rivale a retrocedere fino all'Oglio, dove senz'altro, volente 
o non volente la Repubblica, pigliava Palazzolo. I suoi la- 
menti furono soggetto più di riso che di sdegno. Avea per- 
messo all'Austria sola il passaggio di Terraferma salve le città 
murate; ma Francia, Piemonte, Spagna ed Allemagna deso- 
lavano e disertavano le terre veneziane: colpevoli d'aver cre- 
duto agli stranieri, sentivano duramente di che sapessero le 
promesse loro. Al prudente ma forte Gatinat fu intanto so- 
stituito il superbo Villeroi, il quale, preso Canneto, varcò il 
Chiese, occupò Castel Goffredo, Goito, Castiglione; gagliardi 
fatti che sciolsero dall'assedio la città di Mantova liberandone 
da un lato i passi non più serrati alle vittovaglie. 

Di qua dall' Adige aveva intanto la Repubblica radunati 
da ventimila fanti e tremila cavalli. Settemila soldati guarda- 
vano Rrescia. Eugenio di Savoja, battendo, come fu detto, i 
Gallispani condotti dal Catinat e da Vittorio pur de' Sabaudi, 
essendo il luglio del 1701, passato il Mincio, respinse 1' armi 
francesi ne' nostri campi. Giunto a Rorgosatollo, fuvvi ospi- 
tato da Francesco Grotta. Di colà fu a Roncadelle, indi a 
Chiari ed a Pontoglio, e posto il campo ad Urago d' Oglio, 
ivi ebbe stanza nelle case di Leonardo Martinengo * . 

Alessandro Molino provveditore dei Veneti, recatosi fra 
noi, radunò il Consiglio, ne dimandò il sostegno, ed a sette 
commissari di guerra fu confidata la pubblica tranquillità — 

I.Averoldi, Miscellanea di cose patrie eredi suoi. — Gambara, Ragiona- 
ci più volumi, disposta presso gli menti di storia patria, t. V. 



300 DECADENZA E FINE 

Pietro PoncaraK, Vincenzo C'aliai» Ippolito Fenaroli, Carlo 
Duranti, Lanfranco Oriani, Gerolamo Negroboni, Curzio Mar- 
tinengo — . Inutili misure. Tre mesi durò lo stanziamento 
nella misera nostra terra di più che centomila stranieri, dieci- 
mila Veneziani e sessantamila cavalli, a non contare gì' im- 
mensi traini da guerra, che di quel tempo serbavano tuttavia 
la tracotante, incomposta e barbara natura degli eserciti del 
secolo XVI. Eran orde invadenti, era sperpero, tumulto e 
prepotenza. Il solo Paolo Uggeri, voluto a sé dal principe 
Eugenio qual nostro commissario, in soli trenta giorni do- 
vette somministrare agli Alemanni 12 mila carri di fieno. 
Moltitudine immensa d' uomini diversi d' indole, d' armi, di 
schiatta, di religione; uguali soltanto nel porre a soqquadro lo 
innocenti ville, ridendosi di noi, della Repubblica, della sua 
stolta neutralità, ci trattavano come cosa da rubello. 

L'altero e vanitoso Villeroi avea tolto il campo d' Anle- 
gnate: i suoi Francesi varcato l'Oglio a rincontro di Rudia- 
no, ottenevano una piccola vittoria, per la quale Villeroi, 
levato 1' animo ad imprudenti audacie, voltò la fronte verso 
Chiari, dove Eugenio aveva posto il grosso delle sue genti. 
Era Chiari terra murata, e Y austriaco duce ad onestare il 
fatto poneva innanzi quello di Palazzolo che l'armi nemiche 
avevano occupato. Mandati alcuni esploratori, riferivano a 
Villeroi la forte posizione dei Tedeschi preparati all'assalto, 
perchè realmente aveva Eugenio con notturne fatiche pian- 
tate in sugli spaldi le batterie, perforate le case nei dintorni 
e fattivi posti avanzati. La sentinella della torre di Chiari 
all' ora pomeridiana del 1° settembre gridava all' armi *, ed 
alle due già la battaglia rumoreggiava. Era mente del Catinai, 
rimasto coH'esercito, si desse dentro con tutte le forze da tutti 
i punti a distrarre V inimico sparso com' era per quelle difese 
i. Botta, Storia cit. 1. XXXIV, a. 1701. 



DELLA REPUBBLICA 301 

di facile approdo e improvvisate. Villeroi, fisso che parte a.noi 
dell' esercito bastasse, urtò solo da un lato, e sloggiati gli 
Austriaci dalle prime trincee, spinse la battaglia sotto le mura: 
ma ricevuto da una grandine di palle e di scaglia, ripiegò sì 
fattamente, che la speranza dell' acquisto andò perduta e si 
trovò costretto di fermarsi ad Urago. Cinque ore durò quel 
terribile conflitto; duemila Francesi vi restarono morti 4 , e 
assai feriti e prigionieri. Catinat diede prove in quel fatto che 
la prudenza non esclude il valore. Anche l' armi piemontesi 
condotte sotto i fuochi micidiali dall'intrepido loro principe, 
vi operarono prodigi, e la giusta riputazione cui erano salite, 
dopo il fatto di Chiari si raddoppiò. 

Dalle memorie dell' Averoldo, recatosi a Chiari pochi 
giorni dopo, risulta che tre volte i Francesi tentarono Y as- 
salto ed altrettante ne furono respinti; che due ore soltanto 
durò la mischia; che 2500 furono i morti lasciati sul campo 
con cinque stendardi ed altri arnesi da guerra; che il reggi- 
mento Bouillon fu quasi distrutto; che gli uomini di Chiari 
sostennero potentemente le tedesche falangi, fra le quali eb- 
bero vanto i reggimenti Guttenstein e Negrelli; che due soli 
feriti di conto furono tra questi, Mansfeld e Drictenstein; 
che sdegnati contro il popolo clarense, sbollirono i Francesi 
la rabbia dei vinti (che nelle ritirate è sempre accanita) 
contro gì' innocenti, sicché le terre di Castrezzato, Castel- 
covati, Travagliato, Pontoglio, Palazzolo e così via furono 
corse e manomesse. 

Tenendo la sinistra dell'Oglio, raumiliati ristettero i Fran- 
cesi; poi mancando le vittovaglie, levato il campo di Rudiano, 
ripassarono il fiume. Villeroi mandò Y esercito alle tende, ed 
esso fu in Cremona. Eugenio di Savoja, lasciato Chiari, nò 
consentendo i Veneziani che svernasse nelle nostre terre, si 
1. àvep.oldi, nella citala e manoscritta raccolta. 



302 E FINE DECADENZA 

i.iToi volse a tempestare pel Mantovano, prese Canneto, Borgoforte, 
Ostiglia, Goito, Novellara, Marcaria, Mirandola, Gonzaga, 
talché Mantova restò poco meno che cinta. Caduto prigionie- 
ro in Cremona il Villeroi per una trama felicemente riuscita, 
fu mandato air esercito il duca di Vandomo, vasta mente e 
cuore risoluto, che giunto all' Oglio, passatolo a Pontevico, 
attraversate le terre nostre, piantava il campo a Manerbio. 
V accorse indarno Eugenio; però che giunto ad Ostiano l , 
trovata impossibile V impresa d' interrompere il corso al suo 
rivale, si ridusse a Borgoforte. 

a.no2 E chi pagava le spese di questa guerra era sempre la po- 
vera Repubblica. Dio ci difenda dalle unghie dei Tedeschi e dei 
Francesi, scriveva il Muratori ad un amico suo 2 ; e in altra 
lettera del 18 maggio 1702 3 (con non so quanta carità cri- 
stiana): Finalmente, scriveva, si sono adempiuti i voti nostri. Ecco 
probabilmente ridotto sul Bresciano il torrente della guerra; — e 
più innanzi, 22 maggio: Si sa di certo che i Francesi si sbrigaro- 
no senza opposizione dal Bresciano e passarono a Medole. Pare 
eziandio certo che i Tedeschi siensi posti fra Mantova, Goito e il 
campo francese, avendo essi abbandonato Ostiano e Canneto, 
nulla più servendo la loro gran linea sulV Oglio 4 ; — e al 23 di 
quel mese: Quello che è certo si è la presa di Ostiano e Canneto, 
resi o abbandonati dai Cesarei. Le lettere di Guastalla portano 
che il duca di Vandomo presentandosi all' ultima terra col can- 
none, vi facesse prigionieri 500 Tedeschi con 2 ufficiali di conto 5 ; 
— e nell' ottobre 6 : Temo che in avvenire tutte le nostre nuove 
consisteranno in contar ruberie e saccheggi e simili altre insolenze, 

1. Botta, lib. 3ì, 1702, p. 236. — Cremona. Lettera 24 novemb. 1701. 
Romanin, Storie Veneziane, t. Vili, 3. Pag. 44 del mio ms. 

p. 17, seguitando il Botta. 4. Pag. 47. 

2. Corrispondenza inedita del Muratori 5. Pag. 48. 

(in copia presso di me) coir Arisi di 6. Pag. 69. 



DELLA REPUBBLICA 303 

giacché tutta la guerra cV Italia s' è ridotta a questo solo. A que- 
sf ora siamo conci per le feste; — e in altra lettera l : Se io sa- 
pessi bestemmiare, direi cose da turco contro i Tedeschi e contro 
qualche altra persona. Quei cani traditori ultimamente hanno 
saccheggiate le nostre ville ecc. Fin qui quel dabbene e bravo 
uomo del Muratori. Ora udiamo un altro narratore degno 
anch' esso di fede, il prete Alfonso Gazzago di Brescia, che 
dal 1700 al 1733 raccolse ogni memoria del suo paese, re- 
gistrando così alla buona, ma non senza candore nativo 2 . 

Narra egli come dal primo rompersi della guerra (1701) 
la nostra città fosse tutta in due fazioni divisa: chi teneva 
per Austria, e chi per Francia; ma che Francia ed Austria 
parevano congiurate a beffarsi di quelle parti, facendo scempio 
dei nostri campi e delle nostre case. La povera Repubblica, 
con quella sua benedetta neutralità da tutti schernita e da 
nessuno rispettata, n'andava di mezzo. Pigliavano i Francesi, 
per mo' d' esempio, la terra di Palazzolo (luglio 1701), Eu- 
genio la rocca di Chiari: alle proteste dei Veneziani rispon- 
devano i soldati coi saccheggi e colle rovine. Il rubare dei Te- 
deschi, aggiunge il buon Cazzago, era pia universale perchè vi- 
vevano sul nostro e non avevano paghe; quello dei Francesi era 
più insolente: uomini intollerandi, qui replica, specialmente colle 
donne ecc. Ma i Levantini nostri soldati rubano anch'essi, e vegga 
il lettore da ciò soltanto in quali mani fossimo caduti. 

Brescia venivasi presidiando: le porte, il castello, le patrie 
mura si rafforzavano; tratte fuori le artiglierie, s' appostavano 
sui ciglioni ed alle cortine degli spaldi. 11 generale' Molino 
era in croce: venivano lamenti di terre poste a sacco dai Te- 
deschi e dai Francesi; ma quella stolta neutralità tenevalo 

1. Pag. 74, 22 novembre 1703- zago,principiandoramioì100fuio 

2. Libro che contiene tutti i successi di a quando Dio mi darà questa vita, 

Brescia, scritti da me Alfonso Gaz- 1718 Ms. Quiriti, in f. Brescia € , 1, 1 . 



H703 



304 DECADENZA E HM 

inchiodato. Alle inerzie ed alle impotenze della Repubblica 
susseguivano i furori delle plebi inascoltate e quelle subite 
giustizie degli offesi, che mal rattenute dai bandi e dalle gri- 
de, irrompevano tremende. Si cominciò dal tendere agguati 
ai militi stranieri che ronzassero lontani dai corpi loro: quanti 
sbandati, e massime Tedeschi, altrettanti uccisi; e loro tolto 
il cavallo e dispogliatili di quanto avevano, ne lasciavano pei 
campi li cadaveri miserandi. Talvolta li sotterravano così vivi, 
e rinnovando il fiero esempio della propagine *, insegnavano 
alla Repubblica che colla disperazione dei popoli non si 
scherza. Se vuoisi credere al Cazzago, parecchie migliaja di 
soldati tra Tedeschi e Francesi dal 1700 al 1705 »' uccide- 
vano dai nostri paesani, o per rabbia o per guadagno, senza 
misericordia. Minore fu il danno dei militi francesi, perchè i 
loro capitani si ricattavano senz' altro incendiando le terre, 
colpevoli od innocenti, come a ventura 2 . E la Repubblica 
intanto non che trovarvi un riparo, esausta nelF erario, do- 
mandava un prestito sui nostri agiati dai 50 ai 1000 ducati per 
ciascuno; e benché tutti strillassero, fu pagato 3 . Neil' estate 
del 1703, opponentesi indarno il generale Molino, 1' armi 
francesi pigliavano Desenzano. Reclamò il Senato alla corte 
di Francia, e diede ordini al generale provveditore che, mu- 
niti i luoghi, vietasse ai corpi belligeranti l'ingresso; ma tutto 
fu indarno. Tentarono que J Francesi anche il forte di Sermio- 
ne, ma furono respinti dal presidio della Serenissima; il per- 

\. La uccisione che fecero i nostri le arme, tutto che avevano. Anche 

paesani in questi cinque anni, di furono di quelli che fecero a questi 

poveri Tedeschi sbandati, fu assai poveri Tedeschi cavare la buca, e 

grande; poiché tanta della nostra poi li seppellivano dentro. Insomma 

gente disperata, o per rabbia o per ne avevano uccisi delle migliaja. 

guadagno procurava di trapolarne Cazzago, p. 23. 

molti , ed uccidendoli barbara- 2 Cazzago, Cron. cit. 

mente, toglievano loro il cavallo, 3. Idem. 



della repubblica 805 

che datisi a battere sul litorale del Garda que' pochi resti 
d' Alemanni, pigliata la via di Salò, ne sgomberavano i colli 
circostanti, cacciandoli di monte in monte sino ai limiti del 
Tirolo italiano, mentre dal lato della riviera di Montebaldo 
un altro corpo risalendo per le Sarche, congiuntosi al primo, 
fu quasi fino a Trento; ma respinti entrambi, ridiscesi per 
le terre benacensi, ne facevano governo da masnadieri. 

Gli Austriaci per tal modo rinvigorivano: la stessa Verona 
era malsecura; ed al cader di settembre già possedevano la 
Riviera. Perchè scesi di Valsabbia ed apparsi d' improvviso 
al 22 di quel mese nella terra di Gavardo 300 loro cavalli 
guidati dal bolognese Da-Via, raggiunti per altre squadre 
venute dalle valli e dalla riviera di Salò a noi condotte da 
Leiningen, Sereni e Roccavina, principiarono le solite requi- 
sizioni, talché Gerolamo Martinengo ed il povero Molino prov- 
veditore non sapevano come farne paga V avidità. Frattanto 
T armi di Francia pigliavano Montechiaro, Carpenedolo, Cal- 
cinato, mentre un Vandomo, fratello del duca, presidiato il 
castello di Desenzano, armate parecchie barche sul lago, ten- 
tava di spingersi fino a Salò: ma i Tedeschi lo prevenivano, 
ed occupata la terra, ponevano presidio neh" isola di Garda, 
quando appunto il Sereni, spingendosi fino a Nave, tempe- 
stava di colà Gussago, Cellatica, s. Vigilio 4 . Eran orde di ladri 
organizzate, che sotto una bandiera si chiamavano soldati. 
Vandomo ed Eugenio, non la Repubblica, erano gli arbitri 
delle nostre campagne, ed il castello di Lonato fu inutil- 
mente dai Veneti munito. 

In questo mentre (1705) quattro ambasciatori si manda- 
vano a Venezia dalla nostra città pei danni incomportabili dati 
alla misera provincia dall' armi straniere. Il conte Vincenzo 
Galini lesse in Senato (21 genn.) l'orazione dataci dal Cazza- 

1. Averoldi, Memorie patrie citate. 

Odorici, Star. Br<>$c. Voi. i\\ &fi 



306 DECADENZA E FINE 

go 4 , la quale benché risentasi del tronfio stile di un secolo 
eh' era appena tramontato, non è priva di liberi sensi, di forza 
e di maestà. Toccò la storia dolorosa di un lustro intero, e 
disse che il popolo era pronto a morire per la gloria dell'armi 
veneziane e per la propria indipendenza, non di fame, di ob- 
brobrio, di patimenti, ai quali veniva condannato così inerme 
sotto la larva della neutralità da eserciti stranieri, che dicen- 
dosi amici della Repubblica, ne andavano espilando quasi a 
scherno la misera terra. — Disse che il danno degli spoglia- 
menti, degli sciupi e delle avanie, tra derrate e mobili rubati 
ed incendiati casali e campi disterminati, ascendeva per molto 
ristretta liquidazione a quasi nove milioni; e tanta rovina nel 
breve spazio di sei mesi, dal luglio al dicembre del 1701. 
Passati dalle tende alle case, continua 1' oratore, si vide nuovo 
genere di mali. Non fu quartiere d' inverno, ma fu precipitosa 
invasione non regolata da ordine alcuno, da veruna pietà. Cac- 
ciate le famiglie, disertate le case, e i proprietari non poter sten- 
dere la mano senza essere bastonati od uccisi. 

Dicesi che i Padri maravigliando a quel racconto ci per- 
donassero il campatico e non so che altro balzello. Ma la 
guerra continuava: da 1500 cavalli francesi entravano in Pa- 
lazzolo; i Tedeschi nella terra di Gavardo. Era guerra minuta, 
staccata dai gravi centri d'ambo gli eserciti, ma che tutte fla- 
gellava dal Chiese all' Adda le nostre campagne. Una mano 
di 600 Francesi guidata dal Lautrech oltre il ponte di Ronca- 
delle battevasi (era il verno) con un corpo di Tedeschi del 
Sereni, contro il quale, staccatasi da Nave, s* era mossa. 
Ferito a morte, gittato il Lautrech su di un carro, fu condotto 
a Brescia, lamentandosi il caduto d' esservi trascinato come 
una bestia, egli nepote di quel generale di Francia che a' tem- 
pi del Bajardo e di Gastone era in questa città governatore. 

1. Cazzago, Gron. p. 45. — Duolci che il breve spazio ci tolga di poterla dare. 



DELLA REPUBBLICA 307 

Ospitato dal nobile Ippolito Fenaroli, non valsero né cure, né 
sussidii dell' arte, per cui, florido ancora di trentatre anni, 
spirò 4 : sepolto in s. Giuseppe nel mezzo della nave mag- 
giore, gli fu posta sul pavimento questa epigrafe : 

D. o. M. 

HIC IACET 

ILL.MVS FRANCISCVS DE GELAS 

CO. DE LAVTRECH 

COHORTIS PR^FECTVS 

IN LONGOBARDIA 

DESVLTORVM EQVITVM DVGTOR 

QVI 

DVM ADVERSVS (LESARIANOS 

FORTITER PVGNAT 

RECEPTO LETHALl VVLNERE DECVMBENS 

OBIIT BRIXLE VI NON. MARTII 

ANNO SALVTIS M.D.CC.V 

/ETATIS SV.E XXXIII 

HEV MORS INVIDA 

Tanto avveniva sei mesi prima che il cadavere del principe 
di Lorena, rimasto nel fatto di Cassano, passasse di qui a 
ridosso d'una mula bardata a corruccio, per essere condotto 
alle avite sepolture. Quasi un secolo dopo (1 796) Napoleone 1° 
visitava in s. Giuseppe la tomba del giovane Lautrech. 

La terra di Lonato a malo stento resisteva : e cessato lo 
sforzo dei Tedeschi e dei Francesi per occuparla, volsero 
del pari quasi di concerto ai danni dell' agro circostante 
battendolo fino ai campi suburbani. Gavardo ancora, essendo 
l' aprile, veniva occupato dal principe di Wittemberg, mentre 
Langhellerie generale di Francia entrava in Brescia. Quasi 
ad un punto, forte di seimila Prussiani capitanati dal prin- 
cipe Anhalt-Desseau, calato Eugenio co' suoi Tedeschi dal- 

1. Cazzago, Cronaca Bresciana. Ms. qnirin. p. 52. 



;{08 DECADENZA E FINE 

Mi*j l'Alpi tirolesi, correva i colli salodiani; e ponendosi colio 
stato maggiore nella terra di Salò, dilatava V esercito dal- 
l' Arzaga a Gavardo ed agli sbocchi delle vaili Trompia e 
Sabbia, mentre i Gallispani tenevano la Valtenese, talché 
le rive deliziosissime del lago brulicavano d' armati e d' armi 
d' ogni natura. Alla Bolina tra Gavardo e Goglione, in cui 
s' erano i Francesi fortificati, fu duro scontro: 400 cadaveri 
ed altrettanti feriti vi lasciavano i Tedeschi assalitori; ma gli 
assalili dovettero abbandonare la terra fortemente contrastata. 
Che se nel luglio fu breve sosta per lo ridursi degli eserciti 
sull'Oglio, non cessavano le scaramucce. Fra quest'ultime un 
Toralba generale di Spagna, stanziato in Palazzolo con otto- 
cento de' suoi, costretto dai nemici a sgomberarlo, ripiegando 
a Bergamo, restò prigioniero presso il borgo di s. Caterina. 
Ma le sorti d' una grande battaglia dovean decidersi al- 
l' Adda sulle cui sponde gli eserciti rivali guardaronsi pa- 
recchi dì. Voleva Eugenio sforzare il passo a Cassano vigi- 
lato dal Vandomo. Era il 15 d' agosto, e poche battaglie 
furono combattute a quel secolo con pari virtù. Quella di 
Francia trionfò; 1' Austria anch' essa dicevasi vittrice, ma 
scopo del Vandomo era impedirle il passo, e veramente 
riuscì. L' esercito alemanno, così respinto ed incalzato, ri- 
piegò sulle nostre campagne, e però nuove immanità, nuove 
barbarie. Quindi nuovi lamenti alla Repubblica degli spogliati 
e degli oppressi, e come al solito buone promesse e tristi fatti. 
Paolo Uggeri ed Orazio Galini presso il principe Eugenio, 
Vincenzo Calini ed Antonio Negroboni appo il Vandomo 
pregavano, scongiuravano che a tanta licenza fosse posto 
riparo. Inutili e spregiate preghiere. 

a .i706 Così tramontava queir infausto anno del 1705. Né fu più 
dolce il novello. Sendo Eugenio richiamato da Cesare, qui 
lasciava 1' esercito al conte di Reventlaw, che aveva posto 



DELLA KEPUBBL1CÀ 300 

quartiere in Mazzano nelle case di Pietro Scalvini. Altri ora- 
tori ed altri lamenti mandavamo intanto alla Repubblica. 
Francesco Calini ed Ottavio Rodengo narravano in Senato 
(24 marzo) le miserie nostre, ed ebbimo remissione del 
campatico, della taglia ducale, del dazio macina e di non so 
che altri gravami. Ma le concessioni qual ristoro potean 
essere per noi svaliggiati da' luridi Tedeschi, da quei petulanti 
come aggiunge il Cazzago, e affamatissimi ladri? Le armate 
belligeranti si piantarono adunque sul nostro suolo come in 
terra di conquista, vivendo a nostre spese, particolarmente la 
tedesca che s' era fatta quartiere a Montechiaro, Calcinato, 
Lonato, Gavardo, Castenedolo, Rezzato. La terra di Nave, 
perchè i villici sconsigliati si argomentarono di chiudere i 
cancelli e porsi alle difese, fu pigliata d' assalto da una mano 
di Francesi: talché fra gli Alemanni da un lato, che prolun- 
gavano le scorrerie fino a s. Eufemia ed alla Pusterla, ed i 
Francesi dall' altro, che le avevano distese da Roncadelle alla 
Fiera, la povera Rrescia potea dirsi bloccata. Erano i primi 
condotti dal generale di Reventlaw, che impaziente di venir- 
sene a' fatti, senz'altro attendere i rinforzi della Germania, si 
fermava sulle rive del Chiese nei dintorni di Montechiaro, e 
con lungo ordine di soldati avea messo le proprie ordinanze 
dalla rocca di Montechiaro sulle rive della Seriola fino a Lo- 
nato *. Dal canto loro i Gaìlispani, che tenevano la linea di 
mezzodì, Leno, Bagnolo ed altri siti di colà, cogliendo ap- 
punto 1' assenza d' Eugenio e le impazienze del Reventlaw, 
già pensavano ad un colpo di mano; sicché il Vandomo, vo- 
lendo giungere improvviso, mandò voci diverse falsanti il 
vero, dalle quali preso all' amo il Tedesco, tenea sbandato 
e senza guardia il campo. 

1. Miscellanea Averoldi. — Ragiona- gionamento XX. Vicende bresciane 

ramili patrj del Gambara, t. V, ra- del secolo XVIII. 



310 DECADENZA E FINE 

Fra le tenebre della notte dal 18 al 19 aprile il Vandoino 
piombò terribile e inavvertito sui campi di Montechiaro, e fu 
sì rapida sorpresa, che l'inimico, fra stordito e sonnacchioso, 
non ebbe tempo a rimettersi fuorché dal manco lato. Ma 
l'impeto irresistibile di venticinquemila Francesi ruppe verso 
Lonato tutta la destra del Reventlaw di guisa, che per poco 
non gli fu tolta la ritirata. La fuga fu miserabile, precipitosa, 
e gravemente ne sofferì la prussiana cavalleria. Visconti e 
Falchestei, che pur la comandavano, fatta testa nel piano per 
salvarsi a Castenedolo, vennero sperperati. Non fu dato quar- 
tiere ad alcuno. Duemila vittime (altri dicono tremila) rima- 
sero sul campo, altrettanti vennero presi; sei cannoni, venti- 
quattro bandiere e più di mille cavalli furono largo bottino 
della giornata. 

Montechiaro aprì le porte a discrezione, mentre i vinti 
si rannodavano a Gavardo: ma respinti di là, scendevano al 
lago gittandosi per la riviera di Salò l , dove appunto ridi- 
sceso Eugenio (23 aprile) dalle valli tirolesi, incontravali così 
dispersi e fuggitivi. Messo quartiere nella grossa borgata di 
Salò, e radunate alla meglio le atterrite reliquie del vinto 
esercito, le dispose lungo i colli vicini, fattosi argine per un 
istante a quelle fughe scompigliate. Fino agli sbocchi delle 
patrie valli lo respingevano i Francesi di terra in terra, e 
lungo il lido benacense da Salò a Maclerno gli davano la 
caccia. Ma colà ricevuti da vivissimo fuoco, furono anch' essi 
ributtati, e la Riviera intanto era come ad arbitrio dell' ar- 
mi straniere: perchè se dal lato meridionale la rabbia del 
Francese respinto volse a danno delle ville salodiane che 
furono corse e poste a sacco, a tergo di que' colli gli Ale- 
manni venivano ingrossando ed empiendo la parte settentrio- 
nale della Riviera di terrori e di sangue 2 . Finalmente la 
1. Averoldi e Cazzago, Ms. cit. 2, Idem. 



BELLA REPUBBLICA 3 1 1 

pace del 13 maggio 1707 * racconciò per un istante le cose. 8 .moi 
Francia e Spagna ritirarono le proprie insegne: anche l'Au- 
stria ci lasciò; ma se in Italia era pace, era guerra oltre 
Y Alpi, talché già tutta ne ribolliva Y Europa. 

Singolare, a proposito di politici criterj del secolo XVIII, 
è la pubblica opinione che intorno a quegli eserciti correva 
tra i padri nostri. Benché i Tedeschi fossero più ladri nota il 
Gazzago, pure, a dirla, erano più quelli di genio tedesco che di 
genio francese. In quanto agli Spagnuoli, continua la cronaca, 
furono sempre onoratissimi nei loro accampamenti; pagavano tutti, 
e nel verno si ritiravano sul Milanese, che come tutti sanno era 
terra di Spagna; il generale Toralba ne li guidava, e le me- 
morie municipali encomiano la puntuale sua disciplina 2 . 

Respiravano intanto le misere nostre ville, e se crediamo 
al Gazzago, anche le industrie cittadine si ravvivavano. Egli 
parlaci di stoffe di Francia, di carrozze messe ad oro ed a 
velluti, di case rabbellite, e perchè noi dirò? di parrucche del 
valore dalle 20 alle 30 doppie di Spagna, di orologi da tasca 
di dieci doppie, d' abiti alla francese e, doloroso a dirsi, di 
giuochi d' azzardo in cui si perdevano centinaia di zecchini senza 
badarvi. Le pubbliche costruzioni si rabbellivano; ed essendo 
il 5 marzo 1708, caduta con ispavento della città e nessun a ., 7 o8 
danno, la gran torre, che di larghezza quasi uguale a quella 
del popolo ergevasi di fronte alla Rotonda, fu tosto riparato 
l' ingresso del tempio e la fabbrica rintoppata. Cagione notis- 
sima della caduta furono gli aditi aperti nella torre, e due 



1. Di quella pace fu causa principalis- un palriotico pensiero di un illustre 
sima la battaglia cosi detta di To- Spagnuolo, Andres Borrego, venuto 
rino e la mirabile difesa di quella V anno scorso in Lombardia ricer- 
cata, quando il famoso Pietro Micca calore di documenti del governo 
vi lasciò la vita. di Spagna in Italia, per appurarlo di 

2. Gazzago, p. 48. — Il che mi ricorda molte accuse degli storici italiani. 



'M2 DECADENZA E VISI. 

mtoi scale praticate ivi presso già fino dai tempi del vescovo Bollani: 
opere tutte che, rastremando le sostruzioni dell' edifizio, do- 
veano renderne col tempo inevitabile ed ornai preveduta la 
rovina, che fu proprio il giorno in cui s' erano principiati al- 
cuni ristauri per impedirla; talché il veneto architetto Andrea 
Tirali, cui venivano commessi, accorgendosi che la torre ce- 
deva, dicendosi chiamato di tutta sollecitudine a Venezia, con 
cento zecchini che gli vennero pagati, quatto quatto sfumò * . 
Fu narrato altrove come la torre venisse elevata contem- 
poraneamente alla Rotonda 2 , della quale era parte già dai 
tempi carolingi. 

Or m' è duopo toccarvi d' altre cose. Taluno di voi può 
rammentarsi di alcune non dirò sètte ma congrèghe, che ce- 
lando sotto il velo di pratiche religiose assai brutte faccende, 
si raccoglievano in Brescia già dal secolo XII. Noi le vedem- 
mo estinguersi, rinascere, sfidare parecchie volte il rigore dei 
bandi, involarsi ad essi, nascondersi nelle tenebre del miste- 
ro, e colà rinvenute, dissolversi; poi di tempo in tempo sotto 
altri nomi, altre leggi ed altri riti, ma cogli stessi intendimenti, 
quasi che a ciascun secolo ricomparire; ne giovar leggi, ana- 
temi, carceri, tormenti, come non valse, e fu sì deplo- 
rando (colpa dei tempi), il rogo. Stolta del resto e barbara 
persecuzione, che celando talvolta un cupo disegno di sfre- 
nate ambizioni pontificali, tal altra la torbida soddisfazione 
d' ire fanatiche o di lungamente meditate vendette, veniva 
sostituendo alla mite soavità del Vangelo le pagine roventi 
della santa Inquisizione. 

Di queste piaghe noi vi toccammo sino al cadere del se- 
coloXVI. Nel XVII Giacomo de-Filippi, istitutore, come disse 
taluno, dei Pelagini da Milano (una setta come tutte le altre), 

1. AvEROLDi,Narraz. della caduta della 2. Nella seconda parte delle Antichità 
torre di fronte allaRotonda. Ms.quir. cristiane. La Rotonda. 



DELLA REPUBBLICA 3J3 

fu chiamato in Valcamonica perchè vi aprisse un oratorio. 
Fuvvi nel 1652; e le cose procedevano sì velate, che il Mo- 
rosini vescovo di Brescia Y approvò; ma 1' anno dopo, sco- 
pertasi la magagna, ne tentò indarno la soppressione: poiché 
Francesco Negro, facendo il santo e rispirato, gridando con- 
tro il vescovo, per poco alla sua volta non gli dava dell' ere- 
tico pel capo. L'Ottoboni, altro vescovo bresciano susseguito 
al Morosini (indi Alessandro Vili), pigliò sul serio la cosa, ed 
avuto il braccio della Repubblica, fattine carcerare i capi 
(1657), riusciva per un istante a dissipare quelle unioni. 
Due lustri dopo un prete Bona ed Agostino Recaldino, en- 
trambi da Valcamonica, ricominciarono in Brescia la diffu- 
sione delle pratiche moliniste. Francesco Lana, eh' era ge- 
suita, non vi so dire come fosse in croce: scoperse la conven- 
ticola, ed ottenne lo sfratto del Bona e di due settarj. A que- 
sti primi fatti s' attribuiscono le origini di un altro assai più 
grave di cui resta ancora la dolorosa memoria. 

Nel cadere di quel secolo, Giuseppe Beccarelli da Ponto- 
glio, vissuto in Urago d' Oglio col padre eh' era sarto, fattosi 
prete, indi recatosi alla città, di modi squisitissimi com'era, si 
acquistò ben presto la simpatia dapprima, indi la protezione 
del patriziato e soprattutto di Cesare Martinengo, il quale 
come seppe volersi dal Beccarelli aprire un convitto, gii cesse 
la propria casa poco lungi das. Agata, che stata in prima del 
Carmagnola, passata in altre mani, era già non è gran tempo 
degli Archetti * . Il convitto Beccarelli prosperava, talché vinse 
per fama ogni altro istituto di patria gioventù 2 . Come lo sop- 

1, E preso in affitto il palazzo dei direzione, cheinpocki anni venne ad 

Visconti ora sig. Archetti, arrivò avere concetto di primo maestro di 

ad avere cento e più collegiali. tal professione in Brescia-liei. cìt. 

Relaz. quirin., misceli. F,IV,8, n.9. E si noti che il cronista è fra gli 

Q.Tantonome acquistò costui colla sua apologisti del vescovo Badoaro. 



314 DECADEVA E PINE 

1,4701 portassero i Gesuiti, che pur tenevano scuola, non è duopo 
aggiungervi. Certo che al Beccarelli sussidj non mancavano 
dalia nostra nobiltà, e specialmente dai Maggi. 

Fu detto che il libero costume lasciatovi correre dal Bec- 
carelli, e le più libere rappresentazioni teatrali da lui concesse 
agli alunni (ed altri aggiungono la molle e disonesta sua vita) 
destassero i sospetti del vescovo Gradenigo, poi di Marco Dol- 
fino a lui succeduto (1700). Sarà. Noto peraltro che nella 
relazione quiriniana, a lui nemica, è questo passo: Dava ac- 
cademie a pubblici rappresentanti con esercizj di suoni, balli e 
scherme; ed eretto un teatro, vi rappresentava operette dilettevoli, 
di modo che gli avevano conciliato il favore di molti nobili e le- 
gato V affetto di chiari cittadini: e fin qui nulla veggo di rilas* 
sato e di colpevole. 

Comunque vogliasi, un ordine improvviso del Consiglio 
dei X decretava lo scioglimento di quel collegio, che sotto 
altro nome, deludendo il bando, faceva il prete riaprire da 
un suo fidato, mentre egli stesso recatosi a Venezia, ne 
venne con ampia assoluzione. Gli amici suoi ne furono sì 
lieti, che in poco d' ora lo fornivano d' ogni mezzo a rimet- 
tere nella via di s. Spirito il suo convitto, in cui troppo 
fidando de' suoi successi, gittavasi per quanto pare, e dove 
le cronache del tempo ci narrino il vero, a tresche ed a 
laidezze indegne di lui. 

Giunto in Brescia nel febbrajo del 1707 il vescovo Ba* 
doaro, tanto si adoperò che nel 30 maggio 1708 fu intimato 
al Beccarelli dai tribunali della Repubblica la immediata 
chiusura dell' istituto. Tutto pareva terminato : ma il 4 
giugno una forte schiera di birri e di soldati, circondata 
la casa del Beccarelli, ne lo traevano incappato more 
veneto in un torrione del castello. Lunga e rigorosa ne fu 
l'inquisizione; le confessioni vennero strappate dalla tor* 



DELLA REPUBBLICA 



315 



tura ' , e 1' arciprete del duomo Carlo Bargnani, il canonico 
Tombini, il prete Àngeri ed il parroco di s. Vigilio furono 
in quelle accuse avviluppati. 

t fautori dell' accusato, che molti aveva in Brescia e nella 
stessa Venezia, furono in moto. 1/ avvocato Pietro Duranti, 
uomo di molto grido, n' assumeva le difese; ma il vescovo 
risollevò tanto rumore, che spuntato V impegno di vederla 
finita, otteneva dalla Repubblica che nel 13 settembre 1710 
fosse celebrata con immenso apparato nella piazza del duo- 
mo 1' abiura del condannato. 

Era spettacolo che nel secolo XVIII rinnovava in Bre- 
scia le stolte scene di abiura del XIV. Su largo palco eretto 
innanzi alla porta dal destro lato di chi entra nella nuova 
cattedrale, circondati di guardie si disponevano in sedie di vel- 
luto dinanzi ad un gran tavolo coperto pure di velluto cremisi 
il Badoaro cardinale, l'inquisitore del s. Uffizio, i due rettori 
della città Zeno e Barbarigo; a destra del Badoaro i due ca- 
nonici Duranti e Luzzago, a sinistra del capitano due altri 
frati dell' Inquisizione. Più di sedicimila spettatori, a stento 
trattenuti dalla forza pubblica, erano rivolti alBeccarelli, che 
fiancheggiato dai birri, grave di ceppi, sosteneva non senza 



,1708 



a. 1710 



\. Misceli. Quirin. F, IV, 8, n. 6. Rag- 
guaglio dell' afajura di don Giuseppe 
Beccarelli. Alti nove di settembre 
del presente anno 1710 fu condotto 
dal castello nel palazzo episcopale 
di Brescia attorniato da più di 1 00 
soldati: fu assicurato nella prigione 
del suddetto palazzo, e fu guidato 
nel luogo destinalo per dargli il 
tormento della corda. Lui assisten- 
dovi YEmìnenùss. nostro Cardinale, 
il rev. padre inquisitore, V eccel. 
podestà, fu messo alla tortura ac- 



ciocché confessasse i capi di cui 
veniva richiesto dall' 1 inquisitore. 
Dopo questo, fu levato dai tormenti 
ecc. E più innanzi: Non fucilato 
come eretico formale per mancanza 
della intenzione perversa che non 
ha mai confessata; ma sospetto de 
vehementi. Per questo nell' abjura 
non si è fatto vestire delV abito 
penitenziale, ne gli si è data in 
mano la candela come cogli eretici 
convinti. — Tutto queir apparato 
non fu dunque che per sospetti \\l 



316 DECADENZA E FINE 

a . i:10 dignità appo il nudo sgabello del reo la lettura del suo pro- 
cesso e le rabbiose invettive del padre Manganoni, tanto più 
vili quanto già predisposto era il paziente alle sue confessioni. 
Ma udiamo un testimonio di quella scena, e tutt' altro che 
parziale l : La mattina del 13 fu condotto di nuovo colla guardia 
di 1 50 persone, essendo tutte armate le strade che fanno capo 
al castello, di truppe di cavalleria, nella prigione del vesco* 
vado, finché arrivasse V ora della comparsa. Le dame si erano 
preparate su le ringhiere e finestre di tutte le case che circon- 
dano la piazza; il popolo in piedi in tutta la piazza istcssa, 
la nobiltà a sedere in uno steccato di duemila persone. I capi di 
strade che mettevano sulla piazza erano tutti armati da un 
corpo di cavalleria, ed altri soldati a truppe correvano per la 
città, e si tennero chiuse le porte della medesima. I solari 
delle case e sopra i letti per quanto poteva correre V occhio erano 
tutti seminati di gente. A suono di tamburi ed altri militari stru- 
menti comparvero prima i dodici consultori (che scesero ai loro 
sedili) ecc. A mano destra era un pulpito dove si lesse vicende- 
volmente in quattro volte da due preti tutto il processo. Comparve 
(il Beccarelli) col cappello in capo, con una veste logora e corta, 
con il fazzoletto in mano, e con un volto tra V attonito ed il bieco. 
Il contenuto della lettura erano fatti enormi, impuri ed osceni, 
stupri, fornicazioni, sodomie ecc. La lezione durò due ore uden- 
dosi sempre più osceni casi! Dopo il processo cominciò la sua 
predica il padre inquisitore con voce sì alta e sonora che tutta la 
piazza non ne ha perduta parola. Egli usò e tirò fuori tutti gli 
epiteti contro il reo, accusandolo, aggiunge il narratore, di 
aver sempre desiderato per sue figlie spirituali delle giovani 
nobili ed avvenenti, non curandosi troppo di donne vecchie. Una 
seconda relazione a stampa, forse di qualche frate domeni- 
cano, ci fa sapere che tutta la notte antecedente dalle 5 ore 
I. Miscellanea quiriniana cit. n. 6. 



DELLA REPUBBLICA 317 

alle 12 affollavasi il popolo d' ogni sesso e d' ogni grado per a>mi 
occupare i primi posti. Non mai soggiunge quello scritto, la 
religione bresciana vide scena più gioconda! e non lo era per 
quella vece che di dolore e di vergogna. Pubblicata la 
sentenza, fatta in ginocchi e sottoscritta V abiura, che poscia 
ad alta e franca voce pronunciò, con lungo seguito di sgherri 
venne ricondotto il Beccarelli al suo torrione. Fu condannato 
a sette anni di galera: poi gli fu commutata la pena nel car- 
cere dei Piombi, dove morì nel 5 luglio 1716, mentre stava 
per compiere lo scritto delle sue difese. 

Durante il processo, Ricciardo Leoncino, buon ritrattista, 
delineò l'immagine del condannato, che tosto, incisa dal Cap- 
pello, fu sparsa per tutta l'Italia, com' era sparso il grido di 
quel fatto singolare, che fu poi riprodotto per conto degli 
inquisitori in una tela che tuttavia si conserva nell'anticamera 
del Municipio. Presso la Quiriniana esistono, con un esem- 
plare di quel ritratto, due stampacce recanti la scena del 
processo quale ognuno può bene rappresentarsi. 

Una vita del Beccarelli fu compilata da Vincenzo Peroni; 
ma sventuratamente non mi fu dato rinvenirla. Forse è quella 
cui allude il Gambara dove narra di molti documenti per 
altri radunati a difesa dell' infelice. Dall' esame degli atti di 
quel processo risulta intanto : 

I. Che in fatto di eresia, gli errori del povero Beccarelli, 
anche ritenuti quali vennero deposti dai frati della Santa In- 
quisizione, più che errori da punirsi coi Piombi, erano folli 
aberrazioni, le più volte ridevoli e così strane, da non sapere 
se maggior fosse la fanciullaggine o la tristizia di chi sul serio 
n' avea mosso così grave e deplorando scalpore. Basti il dire 
che fu accusato con tutta gravità d' aver nomato il Padre 
Eterno quello dalla barba grigia, lo Spirito Santo dagli occhi 
Manchi, chiamata la Madonna la bella Margarita, e compo- 



318 DECADENZA E FINE 

trio sta una canzonetta spirituale sopra l' aria della Nina ! (!). — 
li. Che in fatto di morale, la pubblica lettura di non più intese 
nefandità, nelle quali si avvoltolavano in quel tempo alcuni 
sacerdoti, il costringere donne, ragazzi, fanciulle a svestirsi 
d' ogni pudore per isvelare sfacciatamente dinanzi ai tribu- 
nali nauseanti sporcizie, da pubblicarsi al cospetto d' un in- 
tera città, è tale, più che errore, un' infamia che peserà per 
sempre sulla memoria del cardinale Badoaro. Sia colpevole 
il Beccarelli: ma il modo e del processo e della condanna è 
un disonore, più chedegli uomini, del sacerdozio di quel tempo, 
che per iscopi chi sa forse ben altro che cristiani, non rifuggiva 
da quelle esuberanze fra stolte e crudeli non saprei qual più. 
Del resto, non so comprendere come un uomo colpevole 
di tante e così stolide enormità quali venivangli affibbiate dai 
Domenicani e dai Gesuiti, godesse l'amicizia, la protezione di 
casati cospicui (nei quali non è possibile supporre l'inaudita 
bassezza di connivenza e di correità), com' erano fra gli altri 
i Maggi ed i Martinenghi. Il patriziato di quel tempo, anche 
colpevole, non iscendeva sì basso. Non so comprendere come 
il collegio del Beccarelli, fatto chiudere nei 1703 per accuse 
che sarebbero bastate in ogni tempo ad annientarlo per sem- 
pre, riaperto nel 1705, fiorisse ripopolato di cento allievi 
delle prime famiglie straniere e cittadine. E poi come tener 
celati fra tanti giovinetti gli eccessi abbominevoli che al loro 
maestro venivano attribuiti? Come non averne sentore i pa- 
renti, che poi non dovevano essere così perduti da gittare 
que' candidi cuori fra mani sì bruttamente contaminatrici? 
V hanno infamie che la storia non accoglie se non provate 

i. Eccovi alcune sue proposizioni fatte II. Clic l'orazione vocale non fa 

abjurare sul serio da quel consesso: paura al diavolo come la mentale. 

I. Che il matrimonio sia il sa- III. Che i baci ecc.... sicno opere 

cramento dei porci. meritorie e sacrifici fatti a Dio! 



DELLA REPUBBLICA 319 

da ben altre testimonianze che quelle non sono dei miseri a .tut 
processi e delle torture del secolo XVIII. 

Nulla di più probabile che le colpe del Beccarelli venis- 
sero aggravate dai frateschi livori e dalle invidie dei preti 
emuli suoi, dai Gesuiti p. e., conducenti scuole ed istituti, ai 
quali doveva essere dolorosa la fama del nuovo convitto. Chi 
non sa quali fossero a quel tempo 1' arti dei figli di Lojola? 
Non potrebbe essere che da quest' arti venisse abbindolata 
la buona fede del Badoaro? Io non assolvo il Beccarelli: dico 
soltanto che il cardinale ha colle forme del processo e colla 
immanità della condanna disonorata la porpora e rinnovati 
nel suo gli scandali d'un tempo che pareva dimenticato. Per 
adularlo ne' suoi santi furori gli fu coniata una medaglia col 
suo ritratto e col superbo motto ob cives servatos, ed uscirono 
poesie sull' ingresso trionfale del Badoaro nel tempio della 
immortalità! Ma satire mordaci uscirono ad un tempo, ed 
una del Paglia, notissimo pittore, coli' acquila Badoaro che 
volendo salire in alto, ha da due genii tarpate le ali; 
mentre il pontefice, ponendosi di mezzo fra 1' idra del- 
l' eresia ed il P. Manganoni che s' era levato col Badoaro a 
flagellarla a lor modo, sollevando una croce, sembra dir lo- 
ro: non voi fanatici e maligni, ma vincerà questo segno di 
pace e di perdono 4 . 

E tornando alle cose dello Stato, nessuna guerra turbava 
intanto la Terraferma, e passavano gli anni senza gravi com- 
movimenti. La pace d'Utrecht segnata 1' 11 aprile 1713 prò- a .ni 3 
lungava quello stato' di veneta tranquillità che poco dopo si 
conturbava dai Turchi, nemici eterni della Bepubblica. Ma la 
guerra si combatteva nella Morea (1715): sventuratissima 
guerra che alzato l'animo degli Ottomani, rivolsero a Corfù 

1. 11 rame di quella incisione, discretamente condotta, è presso il sig. Gelmini. 



320 DECADENZA E FINE 



a.iTic 



(1716) tutto lo sforzo dell' armi loro. La Repubblica, sovve- 
nuta dai popoli di Terraferma (di duecentomila ducati fu per 
quelle imprese taglieggiata la provincia di Brescia) e da un 
lampo dell'antica virtù, sostenne allora una lotta che, pei fatti 
a.i7i7 del 12, 13 e 16 giugno 1717, terminò colla vittoria delle no- 
stre insegne. La lieta novella fu dai Bresciani accolta con 
ispari e feste celebrate il 28 e 29 di quel mese. 

Ma la lotta non era cessata; bensì aveva esaurito lo Stato, 
a.nis talché avendo la Repubblica nel marzo del 1718 dimandato 
alla nostra città che volesse a proprie spese mandarle un 
reggimento di fanteria per sostenere contro la Porta le inse- 
gne di s. Marco, l'intero Consiglio, messo innanzi l'aggravio 
già sostenuto di que' dugentomila ducati, si rifiutò. 

Eppure le pubbliche miserie non impedivano che nelle 
nozze di Antonio Fenaroli (3 agosto 1718) colla contessa 
Margarita Sangervasi di Parma, figlia d' una sorella di Sci- 
pione Avogadro da Brescia, non isfoggiasse la nostra nobiltà, 
mossa incontro al Fenaroli con venti cocchi a sei cavalli per 
ciascuno, uno sfarzo principesco. 

La pace di Passarowitz, fermata il 21 di luglio 1718, 
colla quale i Veneziani perdevano la Morea, non fu lieta per 
essi, ma lasciolli in quiete. 

Noi toccammo del prete Beccarelli. Una rissa fra qualche 
giovinastro lassù di Valcamonica nacque sulla reità od inno- 
cenza di esso, ed era appunto il 1718. Giorgio Vicario, av- 
ventatosi ad un rivale, lo stese morto. Da questo primo de- 
litto la stemperata sua vita. Bandito dalla valle, bersagliato 
dalla giustizia, vagolò per le natie montagne, ma que' monti 
gli erano divenuti uggiosi. Passò in Tirolo, cercò nella vita 
del soldato ammenda e pace; quella vita non era per lui, e 
tornossene in patria. Gli amici dell' estinto non gli avevano 
perdonato, talché fattosi capo di fazione, costrinse i rivali 



fcELLÀ REPUBBLICA 321 

od a sfrattare od a temerlo. D' allora in poi l'intera valle a . m „ 
parevagli soggetta, poiché raccolti quanti ladri o perduti od 
arrischiati desolavano quelle terre, le correva liberamente, 
ridendo in viso ai birri ed ai capitani che lo bandivano. 

Non era Giorgio per altro comunissimo masnadiero. Se^ 
veramente frenando le tracotanze de' suoi, assumendo tal- 
volta la difesa di qualche oppresso, mettendosi tal altra me- 
diatore di gravissime contese, e accomodandole sempre a 
modo suo, già tutti lo salutavano per l' Illustrissimo signor 
Giorgio : carico di bandi e di confìsche, abitava in Piso- 
gne; ed un bel giorno ricevuto a campana-martello in Val di 
Glusone, tranquillamente vi rimase pranzandovi co' suoi, 
senza che anima viva osasse avvicinategli. 

Succeduto al governo di Brescia Giorgio Pasqualigo 
(1723), spediva questi una mano di birri per dargli la caccia; a .n23 
ma tesa loro un' imboscata, rimandavali ben conci e colle 
pive nel sacco. Le più volte, quando la sbirraglia cittadina 
dovea salire a Valle per altre cose, giunta a Pisogne, lo di- 
mandavano del suo permesso, ed egli = andate pure, ma non 
facciamo bricconate. Queste erano piaghe della Repubblica, 
che il Romanin, limitandosi a Venezia e sorvolando ai fatti 
di Terraferma, non ha tocche. 

Ma frattanto non era nobile prepotente che non ambisse 
1' amicizia e qualche volta la protezione di Giorgio. Bortolo 
Bargnani, 1' uno dì essi ma dei più scellerati, raccomanda- 
vasi a lui; siccome n' avea chiesta ed ottenuta l' amicizia quel 
conte Marcantonio di Lelio Martinengo da Barco, che bandito 
quale uccisore del dott. Passerini da Cedegolo, viveva inco- 
lume nel suo castello di Malonno. 

Del 1725 usciva il quarto bando con taglia di 500 ducati a .i?25 
a chi T avesse pigliato. Gli fu recato 1' annuncio essendo in 
un convento di cappuccini, dei quali aveva, come di alcune 

Oporud, Storie Brctc. Voi. IX 21 



322 DECADENZA E FISE 

ì.itjs pratiche religiose, una sua particolare venerazione. La paura 
del bando fu questa, che presentatosi ad un Damioli da Piso- 
gne per averne denari, ed essendosi rifiutato, mandò il Vicario 
pel prete perchè si confessasse; poi 1' ucciderlo e gettarlo in 
Oglio fu tutt' uno. Indi sentendo che il signor capitano Bevi- 
lacqua voleva accomodarlo per le feste, radunati quaranta 
de' suoi, trascorsa Franciacorta, comparve in sul mattino alle 
porte di Rovato, ed occupate le più forti posizioni della bor- 
gata in cui stava co' birri il Bevilacqua, si piantò nel mezzo 
della piazza, ove deposte le armi si mise allegramente a giuo- 
care alla palla, pregando i Rovatensi di salutargli V amico l . 
L' ultimo suo delitto fu anche il più vile: perchè ospitato 
da Giuseppe Tecchi, altro bandito di colà, lo costringeva 
soscrivere un vaglia di grossa somma; poi giunto in Lovere, 
consegnavalo qual bandito alla giustizia. Il Tecchi ribollì di 
furore. Giustificatosi presso il Comune, ottenuta licenza dal 
nostro capitano d' uccidere il traditore, abboccatosi con altro 
nemico del Vicario eh' avea macello in Pisogne, sorpresero 
il bandito nella sua bottega, e con due colpi di moschetto 
1' atterrarono. Poi trascinatolo al gran ceppo, impugnata la 
scure del macello, d' un colpo gli troncarono la testa, che il 
Tecchi portossi a Lovere mostrandola a ludibrio ed a turpe 
guadagno: indi condita di sale ed avvolta in foglie d' alloro, 
recolla fino a Venezia per averne le taglie. Ma il Consiglio dei X, 
raccapricciando alla fredda e barbara letizia del Tecchi, nega- 
togli il premio, obbligavaio abbandonare le venete lagune 2 . 
Eppur di simili miserie pervenuteci dalle indolenze e dalle 

i. Tutti questi fatti noi raccogliamo dal Brescia. — Costa, Avvenimenti di 

racconto che ne ha pubblicato un Brescia del sec. XVIII. Ms presso il 

egregio Bresciano, il co. Luigi Fé. co. Luigi Fé, e presso la mia Race. 

(Giorgio Vicario. Trieste 1855). cod. 50. — Morvndini e Bander, 



% Fé, l. cit. — CAZZAGO, Successi di La Canvinia. Ms presso il F 



DELLA REPUBBLICA 323 

paure della Repubblica dovremo citarvi più dolorosi e vicini 
esempi. Dove però la Repubblica sapeva farsi da tempo rispet- 
tare, era nei casi di ecclesiastiche pretensioni. Udite questa. 

Nel 1714 un ferito, fuggendo i birri che lo inseguivano, 
ripara nel monastero di s. Giulia. La sbirraglia lo insegue; 
ma passate le soglie claustrali, eccoti, come un' erinne, ar- 
mata di pistole, la monaca Lucrezia Cigola intimar loro la 
uscita. Già nota nel convento pe'suoi amori col cav. Bernardo 
Cornelio, che la badessa fu costretta dai lagni di un'altra don- 
na ad impedire, di nobile casato, di subito e fiero animo, sbi- 
gottì que' manigoldi, che vinti da quella strana apparizione, 
lasciaronsi guidare fuor della porta cui la Cigola sbarrò loro 
a tergo. Poi fatto assistere il ferito, eccitato il puntiglio di 
tutta la nobiltà del paese a sostenerla, messi armati nel cor- 
tile, si pose in capo di resistere a tutta oltranza. Già il con- 
vento era tutto accerchiato di militi perchè il bandito non 
fuggisse. Né la Cigola s' arretrò: veduto che l' infermo poteva 
uscirne, cominciò dal blandire i birri più vicini ad una porta 
secreta del convento; ed avendoli un giorno rimpinzati di vino 
e di vivande, travestitolo da donna, il pose fuori. Una mano 
di armati 1* accompagnava, e giunto a porta Pile, ove un ca- 
lesse ne l'attendeva, uscì di Stato. La corte del podestà, tro- 
vandosi canzonata, sbuffando e bestemmiando fu a palazzo. 
La città tutta quanta rise del fatto, ma non ridevano i rettori, 
che scrittone al Senato, venne decreto che il pretore pigliasse 
in giuridica forma possesso del monastero, e due lapidi furonvi 
poste colle impronte di s. Marco a solenne testimonianza che 
il tempo dei sacri asili privilegiati, ove il ladro e l' assassino 
poteano ridersi dei bandi e della giustizia, non era più ! . 

Ma tornando alla storia generale, la pace di Passarowitz 
non avea tutte accomodate le cose. I Veneziani stavano sem- 

i. Costa, Cose bresciane de! sec, XVIII. Ms presso di me, Cod. 50. 



',V2Ì DECADENZA K VIMZ 

*.im pre in apprensione per quelle di Levante; e poiché i' Otto- 
mano, memore ancora delle rotte ungariche e di Corfù, pen- 
sava ai modi della riscossa, la Repubblica fortificava queir i- 
sola, che dopo la perdita di Morea fu V àncora di quanto le 
rimanesse colà. E lo spendio era grave, e lo Stato ne solfe- 
riva, e la pace non era per lui senza corrucci * . 

Frattanto qui vivevasi come al solito: prepotenze dell'alta 
nobiltà, colpevole silenzio delle magistrature, vani lamenti 
del popolo concusso. Del 26 settembre 1725 usciva bando 
mortale contro il celebre Bargnani ed Alessandro suo figlio, 
con premio di mille ducati a chi l'uno di questi vivo o morto 
consegnasse alla giustizia 2 . Erano gride che i banditi irride- 
vano passeggiando illesi le terre nostre. Qual proclama più 
rigoroso p. e. del pubblicato il 29 aprile 1739 contro i duelli? 
Privazione di feudi, di titoli, di diritti civili; bando perpetuo, 
e nel caso di cattura il taglio della testa fra le due colonne 
di s. Marco 3 : ma duelli e sfide continuarono come prima e 

a.1727 forse più. Del 1727 sollevatasi intera la nobiltà, tumultuava 
in Broletto e per la piazza, ferma di voler essere assolta dalle 
taglie perchè altri V avevano ottenuto dagli inquisitori. Una 
loro commissione fu tosto dal capitano, il quale promise 
avrebbe scritto, avrebbe fatto: si calmassero intanto. Ma per 
la città si mormorava dei rettori dirò col Cazzago, che mangias- 
sero a piena bocca, e del capitano che facesse a metà coi birri; 
che tre sorta di persone predominassero : il Lechi famoso parti- 
tante ossia impresario di molti dazj; il capo-bino, ed il Preti 
che lo era dei bombardieri; onde il motto : 

« Chi regge, chi comanda e chi conquista? 
« Un birro, un partitante ed un bombista 4 . 

1. Botta, Storia d'Italia, lib.XXX.VIil, 3. Raccolta di docum. dei sec. XVII e 
a. 1720. XVlll.Cod. presso Paul, a carte 1134. 

% Cazzago, Succ. di Brescia, p. 209. 4. Cazzago, l cit. 



DELLA REPUBBLICA 325 

Le furono inutili mostre, e la risposta non venne. Ma con 
tutte le pecche dello Stato veneziano la Repubblica era ama- 
ta, preferita dai popoli di Terraferma ad ogni altra signoria, 
perchè di lunga mano ad ogni altra migliore. Ora udite il 
Cazzago, che un secolo e mezzo prima di noi sembra che 
parli de' tempi nostri: — I Tedeschi dilapidano V Italia, scriveva 
il buon uomo al 1728; v' è gran denaro a Vienna, tutte spoglie 
della nostra povera provincia; ed è vera quella profezia che 
Alemanni servantur a Deo ad dilapidandam Italiam. Anche li 
duchi della nostra Italia sono tanti piccoli tir annetti; e se bene ci 
lamentiamo della nostra Repubblica per le grandi taglie che ci ad- 
dossa, con tuttociò sono minori di quelle degli altri principi. 

Brescia frattanto rallegravasi di un grande avvenimento: 
della venuta, qua! suo vescovo, del cardinale Angelo Querini. 
Uomo allora di fama, più che veneta, europea, vogliasi o per 
la dottrina che vasta era in lui, o per larghezza ed isplendore 
dell' animo, o pe' suoi modi cortesi e di tale munificenza, che 
serbando la maestà del principe cristiano ritraevano della mite 
e cara semplicità dell' evangelo. Lungo sarebbe narrarvi il be- 
ne per lui fatto alla diocesi bresciana ed alla nostra città; del 
resto dovrò toccarvene altra volta parlandovi delle lettere 
cittadine del secolo XVIII. Giunse il grand' uomo in Brescia 
il 27 marzo 1728. Alla innata grandezza de' suoi divisamenti 
dobbiamo la patria biblioteca serbante ancora il suo nome, 
e il ricostrutto episcopio, e la compiuta cattedrale, e il semi- 
nario di s. Eustachio, ed altre pubbliche benemerenze che 
resero imperitura la sua memoria 4 . Con esso lui, sarei quasi 

1. Del card. Querini mollo fu scritto: Brescia come un'altra vita: fors'anco 

eppur gli è un tema che da nessuno i semi preesistevano di più libero 

fu preso dal suo lato più rimarchevole procedimento di sludj e di larghezza 

e degno di minute indagini. Fatto è civile, ma certo è che in gran parte gli 

che dal suo venire principiava in fu dovuto se meglio germogliarono. 



a.t 728 



32(ì DECADENZA E FINE 

a .mi per dire, principiava in Brescia lo sviluppo di più larghi e 
più civili pensieri: perchè innalzato dagli accademici un nuo- 
vo teatro (1742) con disegni di Carlo Manfredi bolognese 
(dipinto poi dal bolognese Bibiena), convertendo il vecchio 
in una sala; e terminato il tempio della Pace, il più nobile 
tempio che dal secolo passato si levasse nella nostra città, 
per non estendermi ad altri edilizi provvedimenti che la 
resero più bella e più gentile. 

Anche 1' arti fabbrili davano segno di molta vita; perchè 
Alfonso Cazzago descrive un pajo di pistole delle nostre fab- 

a.i?3i briche (1731) pel capitano bascià Zanin Cozia, capo dell'ar- 
mata navale del gran visir, del valore di 50 doppie. Ma d'al- 
tra parte nella Valtrompia le officine tanto un giorno lodate 
giacevano diserte. Voi sapete che la fame istessa e la nudità, 
scriveva il prete Giacomo Scaluggia curato di Gardone ad 
Antonio Ghinelli eh' era in Venezia il 24 gennaio 1733, ha 
forzati molli di questi artefici a fuggir disperati et andar nella 
Savoja a servire e lavorare canne da guerra nella nuova fucina 
fabbricata da quel principe; e benché sieno tornali qui in Gardone 
loro patria ben ristorati di forze e ben vestiti tutti da capo a piedi 
e provveduti di argento, non di meno sono stati pregati da quelli 
signori Torinesi di tornar colà nel venturo aprile a nuovo lavoro: 
et andranno senza alcun dubbio se non avranno pane qui in Gar- 
done patria loro da essi mal volentieri veramente abbandonata. 
Questi poveri artisti dunque et artefici, rivolgendo li suoi occhi e 
le loro speranze a Venetia sola sede reale del loro principe, pre- 
gano la vostra bontà e del sig. Francesco Augusti vostro confi- 
dentissimo, di rappresentar alla solita provvidenza paterna di esso 
serenissimo nostro principe di Venetia la fame estrema et la nu- 
dità vergognosa che tormentano e consumano queste maestranze, 
acciò esso mandi in effetto senza dilatione il lavoriero di canne 
nuove aspettate che manderanno in bando le presenti gardonesi 



DELLA REPUBBLICA 327 

miserie ecc. * . L' ambasciatore di S. M. Cattolica dimandava a ., ; n 
nel 1735 il permesso di estrarre dalle fabbriche di Francesco 
Acquisti e d'Antonio Chinelli daGardone seimila fucili, il che 
venne accordato con ducali 1 e 5 settembre, purché la cosa 
fosse in via privata. Chi sa che questo picciolo ristoro non 
fosse venuto per le sollecitudini del Chinelli? Dolorosa ne- 
cessità fu per altro della stessa Repubblica di accettar. com- 
missioni, per miseria dello Stato, dall' Austria invadente al- 
lora con arbitrarie da nemico la Terraferma! 

Da qualche tempo non si parlava di guerra; ma le austria- 
che influenze per tutta Italia destavano le gelosie di Francia 
e di Spagna, ed un accordo fu stipulato (26 settembre e 25 
ottobre 1733) col quale si conveniva di cacciare V Austria a .i-3j 
dall' Italia, unire al Piemonte la Lombardia col titolo di re- 
gno, e mettervi a governarlo 1' infante don Carlo. Anche fu 
stipulato con altri patti che acquistata Mantova dal re di Sar- 
degna, cederebbe quest' ultimo alla Francia la Savoja. La 
guerra fu principiata sul Milanese: la Repubblica non ci en- 
trava, e Terraferma non fu tocca. Ma però 2000 cernide ci si 
domandavano dal Senato perchè fossero pronte al caso di 
bisogno 2 ; cinquantamila ducati si volevano a prestito dalla 
Valcamonica pei gravissimi occorrenti dispendii 3 ; e per le 
ardue congiunture laudavasi il Mocenigo capitano di Rrescia, 
poiché nobilmente ospitati li duchi della Tremoglie e di No- 
vailles, destramente facevali uscire in varii discorsi sulle cor- 
renti cose, e vietando loro con belle maniere di salire al 
castello, placava non so che sdegni del Novailles 4 . Tenevasi 
carteggio, da me posseduto, col Mocenigo sui movimenti degli 

1. Cod. 65 della mia raccolta patria. del 4 luglio 1735, presso l'autore. 
Ivi la lunga lettera dello Scaluggia. 3. Ducali 28 luglio 1735, ivi p. 56, 

2. Raccolta di documenti bresciani dei e 18 agosto, p. 60. 

sec. XVII e XVIII, p. 54. Ducalo 4. Ducale dell' agosto 1735, p. 6!. 



3i8 DKCADKNZA E FINE 

a .i:33 alleati ■ , sulla vigilanza dei confini di Valsabbia e Valcamoni- 
ca, e cosi via 2 . Con queste antiveggenze la burrasca passò, 

3.1735 e tutto fu terminato coi trattati del 3 ottobre 1735. 

Ma quella pace non credevasi duratura, e la Repubblica, 
benché ferma neir antica neutralità, per ogni evento si pre- 
parava. Volevaci denaro, e nell'inopia dello Stato si decreta- 

a.1738 vano taglie. Gravissima fu quella uscita nel 1738 3 a carico dei 
negozj, traffici ed industrie della nostra città. Onde al 7 gen- 

a . 17 3 9 naio 1739 un' eletta di negozianti chiedeva di assumerne il 
pagamento, facendosi garante appo il governo delle somme 
esposte. Centomila lire venivano assunte da G. B. Archetti 4 . 

a . 174l Un altro trattato veniva conchiuso il 18 maggio 1741 per 
la morte di Carlo VI, nel quale Francia, Spagna, Baviera, 
Prussia, Sardegna e le due Sicilie determinavano di togliere 
a Maria Teresa gli Slati suoi. Chi ne voleva uno, dice il 
Botta, chi tutti 5 . Fu allora che la Repubblica mandò prov- 
veditore di Terraferma Angelo Emo a rivedere le piazze, pre- 
disporre le rocche, 1' armi, le vittovaglie. Maria Teresa, alla 
quale più prospere già sorridevano le sorti, tentò la Repub- 
blica per aversela compagna; la tentarono i Gallispani colla 
cessione di Mantova 6 . Non ne fu nulla. Era la guerra della 
austriaca successione, la quale terminò colla vittoria di Maria. 
In quanto a noi di Terraferma, nessun politico movimento. 
Dolorosa bensì fu pel popolo di Brescia la morte del cardi- 

a.t755 naie Querini, che al 6 gennaio 1755, compiute le cerimonie 

1. Nella lettera 27 agosto si ringrazia 2. God. sudd. dalla pag. 61 alla 86. 

il capitano delle notizie sulle con- 3. Ducale 18 dicem. 1738, carte 185. 

ferenze del maresciallo Novailles, 4. God. 75. Documenti bresciani del 
duca di Savoja, marchese d'Ormen, sec. XVIII, p. 40. 

pel resto della campagna - sulle 5. Botta, Storia d' Italia, lib. XLIV, 
morti e infermità di Mantova- sul- a. 1741. 

le osservazioni del principe di Savoja 6. Romanin, Storia docum. di Venezia, 
intorno ai monti della Valsabbia ecc. t. Vili. p. 83. 



DELLA REPUBBLICA 329 

dell' Epifania, di malessere coni' era, s' era posto a letto. i.m$ 
Giunta l'ora del vespro, il cameriere eh' aveva ordine d'av- 
vertirlo, bussò alla porla; nessuna risposta: entrato in camera, 
trovò l' infelice quasi estinto e mezzo arrovesciato dal letto. 
Ad un' ora di notte non era più. L' intera città ne fu com- 
mossa: sontuosissime ne furono le pompe estreme, e che 
più è, santificate dalle lagrime di tanti infelici de' quali, più 
che vescovo, era padre. Lui perdendo, assai perdeva il sacer- 
dozio, al quale, come agli ordini claustrali, fu in questi tempi 
la Repubblica nobile esempio del come certi processi doves- 
sero condursi. Era duopo dell' arresto di alcuni preti osser- 
vanti di s. Francesco, due de' quali in s. Giuseppe, il terzo a 
Lonato, il quarto al lago d'Iseo, tutti rei di sozzi amori colle 
monache bresciane di s. Cristoforo: nessun ebbe sentore che 
tardi assai del loro arresto e della loro condanna * . 

Ma queste cose non alteravano il buon umore della nostra 
nobiltà, che a darsi buon tempo rappresentava, correndo il 
1761, la tragedia di Sara in Egitto del padre Ringhieri, sen- a.nei 
dosi eretto perciò nella gran sala del palazzo Cigola 2 un 
apposito teatro. Eccovi gli attori : 

Faraone Alfonso Cazzago. Pelasgo Co. Carlo Roncalli. 

Abramo Pietro Longhena. Serpedonte Co. Gerolamo Negro- 

Sara Lodovica Ustiani-Fè. boni. 

Iside Co. Elisabetta Avogadro. Aronte Co. Filippo Mazzuchelii. 

Povertà nel popolo, esuberanza nel patriziato. Lady Mon- 
tague, nelle lettere scritte da Lovere nel 1749 a sua figlia 
contessa di Bute, descrivendo il lago di Garda e la terra di 
Salò, parlaci della villa Martinengo, a poco tratto da quella 
terra, come di luogo il più rimarchevole da lei veduto; e col- 
l'enfasi straniera che la trasse a dirci spropositi d'ogni natura, 
soggiunge: Il palazzo è grande bastevolmente perchè vi possa 
ì. Costa, Mem. bresc. del sec. XVIIT. 2. Idem. 



330 DECADENZA E FINE 

3.1T61 stare tutta la Corte del re di Francia! È più vasto di quello del re 
di Napoli e di qualunque di Germania e d' Inghilterra! È stato 
costrutto dal grande Cosimo duca di Firenze ecc. Narraci di 
terrazzi, fontane, giardini, cascate, bagni, statue, pelaghetti a 
livello degli appartamenti, cedri grossi come i tigli d' Inghil- 
terra. Ce ne fa un palazzo incantato, il più delizioso d'Europa. 
Lo dice venduto per debiti fatti nel giuoco dal duca di Firenze 
agli antenati del proprietario conte Martinengo. — Cito la 
lettera: ne do qualche brano perchè a dispetto dei granchi 
enormi della scrittrice, non è men vero il fatto che la villa da 
lei descritta fosse più che da semplice privato. 

a.i;63 Mentre che il patriziato si divertiva, le patrie valli pati- 
vano di fame. Il caro del 1763 aveva esausto tra que' monti 
ogni mezzo a campare la vita: non casale, non borgata in cui 
non brulicassero mendici, ed erranti famigliuole n' andavano 
di porta in porta limosinando per amor di Dio. Poscia più 

a.1764 che 1' umano rispetto potè il digiuno; ed al 1° di marzo 1764 
da cinquecento Valsabbini, armatisi dei loro moschetti, cala- 
rono dai monti, e giù fino a Desenzano. Era giorno di mer- 
cato : la vista di tanto grano fu come scintilla in una polveriera. 
Per quegli affamati non ci volle di più, poiché guatandosi a fu- 
rore ne' magazzini, quanto rinvennero altrettanto portarono a 
furia sul porto e accatastarono in grosse barche, alle quali dato 
di remo scomparivano gli spogliatori lasciando neir attonito 
paese le vuote e spalancate conserve. Giunti a Salò, scaricata 
la preda, risalirono a valle. L' esito di quella strana correria 
fu stimolo ad altra valle d' imitarne 1' esempio; ed una forte 
accozzaglia di Triumplini, brandite le armi, scese anch' essa 
più procellosa della prima. Il 19 di marzo comparve a porta 
Pile, e pigliatala come in tempo di guerra, attraversò bra- 
vando la nostra città: poi circondato il palazzo dei rettori, 
una lor commissione senza tanti complimenti fu innanzi ai 



DELLA REPUBBLICA 331 

magistrati, e gridando: vogliamo del grano, giurava che a.twi 
senza pane non sarebbesi partita. Il povero capitano non 
sapeva che risolvere: prometteva che Y avrebbe e tosto, ma 
tatti ritornassero frattanto alle loro case: metteva in pegno 
la sua parola, pregava, scongiurava, talché alfine rassicurati 
che il grano dei magazzini eli castello sarebbesi mandato in 
valle, si allontanarono: senonchè nelF andarsene, mettendosi 
nelle case e nelle osterie, volean bevere e cibarsi con un fare 
alpigiano che teneva del masnadiere. Il capitano mantenne la 
sua parola, e molto grano il giorno appresso fu mandato in 
valle; ma un'altra ne mantenne che a sé medesimo avea fatta. 
Perchè avuto il nome dei capi di quel subbuglio, e fattili di 
cheto imbavagliare, condotti a Brescia, dopo breve processo 
facevagli strozzare nel carcere; poi comandava che le misere 
salme si appendessero alle forche nella pubblica piazza * . 
L'esempio fu da barbari, ed altrimenti che colle forche denno 
i governi o porre un argine a que' disordini, o prevederli. Ma 
la Repubblica veneziana che per massima di Stato o per im- 
potenza, e più ne' popoli confinali, lasciava correre, nell' ar- 
ruffarsi delle matasse qualche volta tagliava i nodi colla spada, 
riconducendo le cose con un buono esempio, come dicevano 
allora, all' ordine primo. Il che non era un evitare i mali, era 
aggiungerne degli altri. Ma se da queste note pensasse taluno 
che altamente io primo non apprezzassi e ponessi in cima di 
tutti gì' italici di quel tempo il governo veneziano, andrebbe 
errato. Ed in questo sia lode al Romanin, che francamente 
rivendicatolo dalle pagate accuse del Daru, diede una grave 
e nobile lezione ad un potente, che dicendolo ornai decrepito 
e da rifarsi colle libere istituzioni della Senna, gli dava l'ul- 
timo crollo per venderlo anima e corpo allo straniero. Se 
v' erano mali, anche era più facile il guarire che T uccidere. 

1. Costa, Memorie bresciane del secolo XVIII. 



332 DECADENZA E FUNE 

1764 E que' mali istessi non provenivano dalle leggi, che v'erano 
e buone e liberali e filantropiche; ma dalla inettitudine al 
farle eseguire, ma dalla condizione speciale dei popoli, e più 
del patriziato rimpetto al governo. In quanto ai municipj, al 
nostro di Terraferma, quante belle provvisioni che non furono 
obbedite! A non toccare che del secolo di cui parliamo, ed 
a citarne come a caso taluna: del 1701 (23 gennaio) l veni- 
vano espulsi gli accattoni forestieri, ma gli accattoni molti- 
plicavano. Durante la fiera guerra di successione uscirono 
tali decreti pei cadaveri abbandonati e per le spoglie 2 , che 
non uscirono fra noi dopo le stragi di Solferino e di s. Mar- 
tino: ma lo spoglio delle salme ed il loro abbandono pei no- 
stri campi durò. Del 1735 (20 agosto) Andrea Dandolo prov- 
veditore di Salò pubblicava non un ordine, ma un intero sta- 
tuto per il quieto e pacifico vivere con quel di più che riguarda 
il bene ed il vantaggio dei sudditi di Salò e sua Riviera 3 : ma 
de' suoi quarantotto articoli, quanti allora ne venivano ese- 
guiti? Neppur uno. In queir anno si proibiva l' accogliere ed 
ospitare girovaghi sospetti e quegli erranti alla ventura che 
si dicevano gli zingari 4 ; le furono parole al vento. Del 1740 
(10 aprile) si proibivano gì' ingaggi militari per conto di 
estere potenze; ma non cessavano. 

Intanto alcuni provvedimenti della edilità ci liberavano 
dallo ingombro di trabacche mercantili lungamente soppor- 
tate qua e colà, traslocandole ricostrutte con ordine mi- 
gliore sulla piazza del Lino; e fu notato il largo animo del 
conte Gerolamo Martinengo, che pagava del suo mille zec- 
chini perchè fosse ricostrutta la gran sala della Loggia; 
duemila perchè la fronte della cattedrale si terminasse; cin- 
quecento per gli affreschi di cui bramava decorata la sala 

i . Docum. del sec. XVIII, Cod. 75, p. 1 . 3. Idem, pag. 38. 
% Idem, pag. 2. i. Idem, pag. 39. 



DELLA REPUBBLICA 333 

dell' accademia. Se non che quella della Loggia, ricominciata a<l76& 
nel 1766, d 5 improvviso minò * . 

Ma da sventura ben altra fu contristata tre anni dopo la aAU $ 
patria nostra. Perchè all' aurora del 18 agosto 1769 oscu- 
ratosi il cielo con venti che battagliavano; cessato appena 
uno scroscio di pioggia, due tuoni fragorosissimi parvero 
scuotere come di terremoto V intera città. Era Y uno di ful- 
mine caduto; Y altro di scoppio d' una polveriera da quel 
fulmine colpita. Serrata nel centro dì massiccio torrione che 
levavasi quasi rocca rasente la porta di s. Nazaro, narra il 
Costa contenesse poco meno di tremila barili di polvere da 
140 libbre per ciascuno 2 ; donde lo schianto delle forti mu- 
raglie e lo slanciarsi in alto delle rovine, che ricadendo tra 
neri vortici di fumo come grandine desolatrice, sfondarono 
tetti, camere, loggiati; atterrarono case, squassarono torri e 
palazzi, talché per largo tratto più non rimasero che travi e 
macerie e ammassi informi di squallidi diroccamenti 3 . Per- 
chè guastando ed abbattendo il borgo intero di s. Nazaro, 
centonovanta case lasciarono distrutte, e più di cinquecento 
profondati i tetti o sfasciate qua e colà. Spettacolo più mise- 
rando fu lo scempio dei cittadini colpiti ancor nel sonno dalle 
crollanti loro case, donde subite e strane guise di morti, di 
sepolti così vivi e soffocati, e di spenti prima che desti, o di 
schiacciati sotto le travi e le muraglie, e da per tutto dispera- 
zione e sangue. Più di trecento vittime registrava il Garbelli 4 . 

1. Zamboni, Fabbriche municipali di da lire 7, cioè molto più di tre mi- 
Brescia. — Costa, Memorie bre- lioni. 11 Costa, ignoto al Garbelli, 
sciane del sec. XVIII. e che a pag. 50 con molta esattezza 

2. Costa, 1. cit. racconta il fatto, calcola quel danno 

3. Fu allora il danno, per calcoli pre- invece di due, tre milioni di ducati, 
suntivi del Garbelli (eh 1 esso dice 4. Garbelli, Le rovine di Brescia per 
lontani dal vero perchè basato alle lo scoppio della polvere. Brescia, 
sole polizze presentate) di se. 40366 177 1 , e. IV. Persone morte e ferite, 



334 DECADENZA E FINE 

Tea Qual rapido passaggio dalla placida calma del sonno ai ter- 
rori improvvisi, ai gemiti della morte! Quanta pietà di ma- 
dri che la sfidavano per amore dei figli, e profondate con 
essi nelle rovine! Quanta d' amici e di fratelli ivi spenti nel- 
T accorrere al grido del fratello e dell'amico! Quant/ impeto 
e cecità di fortuna in que' casi orribili, violenti, disusati fra 
gente esterrefatta dalla immanità della sventura! E qual senso 
delicato e gentile ti rattenne, o infelicissima fanciulla, quando 
imminente ad essere stritolata dal rovinio del tuo povero 
tetto, sollecitata dai presenti alla fuga, preferisti la morte 
perchè un velo non copriva le tue caste membra ! ! 

Poi nuovo e commovente spettacolo di carità cittadina. 
Un accorrere ai fiero caso, un addensarsi di popolo, un soc- 
correre pietoso che stringeva il cuore : perchè nobili, arti- 
giani, d' ogni sesso, d' ogni età si contendevano le fatiche 
dei primi sgomberi, dei primi provvedimenti; e dove un ge- 
mito ne li chiamasse o traccia d' anima viva, eranle attorno, 
e sollevate le opprimenti rovine, ne traevano gY infelici. Ma 
tanto lavoro chiedeva un ordine, un regolare procedimento. 
Cinquecento villici, chiamati a soccorso dal capitano, s' ag- 
giunsero a cotanta alacrità; e ad ogni smuovere di macerie, 
nuovi orrori e cadaveri deformi stranamente rimescolati, 
serbanti ancora i tratti convulsi dello spasimo a cui la morte 
fu termine pietoso, e petti e cranii sfracellati, e volti insan- 
guinati con bocche aperte all' ultimo lamento. Quanti miseri 
casi giacquero sepolti fra quei rottami coperti da silenzio 
eterno! Un ampio steccato, con militi agi' ingressi, teneva 
lontana dall' opera pietosa la moltitudine soverchia. Gli ospi- 
tali rigurgitavano di feriti, altri ne venivano raccolti dai mo- 

i. « Orsola figlia del sig. Gio. Battista il diciottesimo anno, mori mar- 
Gnaga. Questa giovinetta, nel più tire della sua verecondia ecc. » 

bel fiore dell' età, poiché toccava Garbelli, png. 2ì. 



DELLA REPUBBLICA 335 

nasteri e dalla privata carità, Nò bastando ai cadaveri le 
tombe e gli ossarii delle chiese, cavate lungo gli spaldi ampie 
fosse, ne venivano ricolme. Calci e bitumi provvedevano alla 
meglio perchè l'aere ammorbato non fosse cagione di miasmi 
pestilenziali, ed una commissione vegliava perchè 1' oro, le 
suppellettili preziose venissero gelosamente ai superstiti con- 
servate. Ma più valse a ristoro degl'infelici rimasti senza tetto 
e senza pane la pubblica e privata munificenza; della quale 
fu nobile esempio Alessandro Fé vescovo di Modone, pre- 
vosto di s. Nazaro, nella cui parrocchia, dinanzi al cui pa- 
lagio quella scena di lagrime e di desolazione era accaduta. 
La generosa indole sua trovò fra quegli orrori un campo degno 
di lei; non misero abituro che non visitasse, non isquallore 
di languenti famiglie che non riconfortasse di larghi sovveni- 
menti, non dolore che per lui non si alleviasse, non derelitto 
di cui non fosse padre. — Benedizione alla sua memoria * . 
Dicemmo altrove delle nobili resistenze della Repubblica 
contro alle tenaci pretensioni del clero, rimpetto a cui fu mi- 
rabile sempre. La celebre ducale 9 settembre 1768 intorno 
ai regolari metteva in iscompiglio monache e frati. Al 9 giu- 
gno 1769 altra ducale comandava 1' espulsione dai conventi 
della nostra città di tutti i padri forestieri; ed era come 
un porre ad atto la risposta della Repubblica del 19 novem- 
bre 1768 alle vive rimostranze pontificali. Un bel giorno 
(13 die. di quell'anno) invece di adempiere la visita dei rego- 
lari a lui commessa dal podestà, il Molino cardinale e nostro 
vescovo, lasciata la curia, n' andava per le poste a Roma. 

1. E noto che del 1765 la collegiata ioidi fatto alla chiesa, non ai ca- 
di s. Nazaro avea venduto ad Un nonici. 11 podestà mandò guardie 
Inglese per 3000 zecchini la cele- perchè non fosse tocco. Ma bastò la 
bre Risurrezione del Tiziano. Tutta parola del Fé, che facevasi respon- 
la parrocchia ne fu sossopra- 11 sabile di quel quadro, perchè tutto 
quadro era dono del prevosto Ave- fosse terminalo. Costa, Gron. cit. 



336 DECADENZA E FINIS 

.1769 II suo palazzo fu chiuso dai magistrati, i mobili sequestrati, 
sequestrati gli ecclesiastici proventi, avvertito a Roma ¥ am- 
basciatore della Repubblica. Clemente XIV, che osò frammet- 
tersi, n ? ebbe risposta che il cardinale non aveva obbedito ai 
comandi del veneto Senato: come suddito, chiamarsi ribelle; 
come vescovo, disertore della sua Chiesa. Vi tornasse, obbe- 
disse, e tutto sarebbe perdonato. Il Molino chinò la fronte* 
dimandò venia per lettere al Senato, e benché mezzo cieco 
visitò docilissimo i conventi che la Repubblica voleva dal ve- 
scovo riveduti, e tutto fu accomodato ! . D' allora in poi la 
corte papale avea compreso che il secolo XVI non era più. 
Il monopolio delle mani morte era una piaga dello Stato, 
e la Repubblica noi sopportò. Fremevano i preti, ma la giu- 
stizia distributiva degli oneri e delle ricchezze doveva essere 
al di sopra dei frati e dei cardinali. Il Senato vi pose mano, 
e fu primo degli Stati italiani. In quanto a noi, per decreto 

a . i770 24 gennaio 1770, veniva commesso ai rettori di Rrescia la 
esecuzione della ducale 7 settembre 1768. Molti piccioli 
conventi venivano soppressi. Dove fu resistenza, come in Got- 
tolengo e Calvisano, si mandarono corpi di cavalleria, e le 

a>177l ducali furono eseguite. Di più, col 31 agosto 1771 principia- 
rono i pubblici incanti dei beni lateranensi di s. Afra e di s. Sal- 
vatore in Brescia detti di s. Giovanni evangelista, quelli dei 
padri domenicani, agostiniani, carmelitani ecc.: ed ai Pasotti, 
acquisitori per 4000 ducati del convento domenicano a s. Cle- 
mente, fu imposto ¥ obbligo di cancellare tutte le immagini, 
probabilmente del s. Ufficio, che vi si fossero trovate. In somma 
il regno dei clericali era cessato: forse dai pulpiti di campa- 
gna qualche pievano avrà gridato ¥ ira di Dio, mostrandola 
ad ogni incendio, ad ogni arsura; ma intanto il popolo sentiva 
il germe onnipotente di un' altra civiltà. 
1. Gli atti singolari di questo episodio sono dati dal Costa nelle memorie citate. 



DELLA REPUBBLICA eòi 

Ed un incendio divoratore distruggeva nel 30 ottobre 
1779 la terra di Bagolino, che dal Costa è detta fra le più 
ragguardevoli della Valsabbia pel numero degli abitanti e pei 
commerci del ferro. Le faville uscite appunto dalla bocca di 
una fucina ne furono cagione; due sole case rimanevano inco- 
lumi, e per poco non fu distrutta la parrocchiale. Questo è un 
popolo, continua il cronista, che vive con estrema effemminala 
libertà, dedito all' omicidio, che poco teme la suprema giustizia 
né quella del mondo; per questo Iddio gli ha mandato il flagello. 
Ma il Costa, che volle indovinare anche i secreti della prov- 
videnza, non sapeva che il popolo bagolinese era forse dei 
pochi alpigiani che serrati nelle loro montagne serbassero 
la fiera indipendenza dei padri loro. Nessuno in fino ad ora 
seppe darci un' esatta idea del carattere singolare di quel 
popolo valligiano, che lottò solo contro i Lodroni, argine tre- 
mendo come i suoi dirupi alle ingorde brame dell' Austria 
vicina; che serbò intatto il confine, alla sua lealtà dalla Rep- 
pubblica confidato; che mai non mendicò nò protezioni, nò 
onori, ma che non volle ch'altri si mescolasse delle cose sue. 
Volea fare da sé, e la Repubblica, che il conosceva, lascia- 
valo nell' alterezza della sua solitudine. Ma di lui sarà detto 
in apposito mio libro. 

Dopo vent' anni di esilio il conte Alemanno Gambara, 
l' uno di que' nobili che nello sfarzo e nella prepotenza facean 
consistere la vera grandezza del loro casato, rivedeva la pa- 
tria. E come di tipo singolarissimo del patrizio di Terraferma;, 
valendoci della sua vita per noi pubblicata, narreremo di lui. 

AleniasfiBio Gaiufear». 

Dal conte Alemanno Gambara e da Chiara di Giambatti- 
sta degli Allegri di Verona nasceva questi nel suo castello iì 

OBOP.ru, Sfar. Brrsc. Voi. IX. 22 



338 DECADENZA E FINE 

2 marzo 1731. Alemanno suo padre, eli' eragli premorto il 22 
gennaio, doveva essere personaggio di gran conto; poiché 
del 1729 giunto il conte colla Clarina sua novella sposa in 
Brescia, seguitato dai nobili e dalle dame della città, s' in- 
trattenne con essi per tutto il carnovale con molta lode della 
grandezza bresciana. I feudatarj di Pratalboino, al giungere 
del loro signore, con isfarzo tra festevole e guerresco applau- 
dirono tripudiando agli sposi, ed un grande falò fu acceso 
nella piazza vicino alla berlina ' , eh' era un tronco di colonna 
cui solevano i Gambara far legare i malfattori, e che da poi 
lungamente rimasto, avvisava le reliquie feudali di quelle 
strane giustizie che la Repubblica non ebbe mai né la forza, 
nò il coraggio, nò forse la volontà di togliere ai signorotti 
di Terraferma. 

Il bambino fu battezzato in s. Giovanni di Brescia con 
isplendore principesco, sendosi noverati quaranta cocchi che 
V accompagnavano. Era portato da Gerolamo Terzi, bracciere, 
dirò col cronista, della Clarina, essendone patrini Giambat- 
tista e Maria dei Martinenghi. 

La Clarina sposavasi poco dopo col conte Carlo Marti- 
nengo, il quale soleva dire : Il titolo d'illustrissimo lo rifiuto, 
quello di signore lo pretendo, quello di eccellenza lo sopporto. 
Inezie municipali, ma che noto perchè dipingono i tempi. 

Alemanno Gambara, di cui la tradizione parlaci ancora 
con parole oscure, serbò nel proprio secolo la prepotente 
albagia del XVII. In lega occulta e procellosa coi venturieri 
più celebri ed arrischiati de' tempi suoi, come l'Innominato 
del Manzoni, s' era fatto del castello di Pratalboino quasi un 
temuto asilo, nel quale, superiore di lunga mano per opulenza 
e per seguito a tutta la nobiltà del territorio, eccetto i Mar- 

1. Odorici, Cron. di Brescia. Strenna Gorno, Cronichelta di Pratalboino, 
bresciana del 1852. — Giulio presso Y autore. 



DELLA RLPLKnLlCA 339 

tinenghi emuli suoi, divenne il terrore dei luoghi circonvicini; 
e l' impeto spensierato con cui gittavasi a compiere le sue 
prepotenze e la serie palese ed impunita delle sue sopraffa- 
zioni avean fatta credere del conte ogni più strana cosa. Bu- 
cinossi d' infami orgie notturne, di colpe arcane dinanzi alle 
quali tacevano impaurite le rappresentanze della Repubblica: 
perchè il conte avea pratiche secrete cui le gride non tocca- 
vano e contro le quali cadeva impotente la vuota ampollosità 
dei veneti decreti; onde il costui castello era come il conve- 
gno d' uomini sinistri, un' officina di mandati alcuna volta 
atroci e sanguinosi. E quando era tutto in festa per baccanti 
brigate che dentro vi tripudiavano, e quando silenzioso ma 
del torbido silenzio di chi medita il delitto. 

Onde il volgo, che sempre esagera e travede, mormorava 
sommessamente di trabocchetti e di pozzi nel cui profondo 
dicevansi travolte le vittime dell' ira d' Alemanno. Sogni di 
plebe. In una torre di quel castello erano bensì le prigioni di 
Pratalboino e sovr' esse una bella sala d'armi; ma nò pozzi, nò 
cave, nò sotterranei non furono mai di supplizi e di morte ' . 
Educalo all' orgoglio e all' insolenza fastosa dei nobili lom- 
bardi del secolo XVIÌI, signore di feudi amplissimi, arbitro 
di una gente avvezza ad obbedirlo e tacersi, corteggiato da 
servi e da clienti, d' alti e gagliardi spiriti, e tutto ciò in un 
governo debole, indolente, irresoluto, non è meraviglia se il 
veggiam di buon' ora considerarsi al di sopra delle sue leggi. 
Guai se alcuno si fosse attraversato a un suo comando ! Del 
resto, libéralissimo coli' indigente e col supplichevole, pro- 
leggitore per debito, com' egli dicea, de' suoi soggetti, di modi 
signorilmente affabili e gentili, erano grandi in queir uomo 
singolarissimo vizj e virtù, che fortemente in se ritraevano 

J . Relazioni verbali avute dal vecchio scia, figlio di Giacomo, cancelliere 

sacerdote Alemanno Barelli da Bre- del conte di cui parliamo. 



3\Q DECADENZA E FINE 

del vasto, altero e poderoso animo suo. Voleva essere temuto 
e riverito, e veramente lo era. Aborriva a morte i malfattori 
di bassa sfera; il ladro di professione severamente puniva; 
proteggeva il bravo cui 1' esorbitanza dei delitti e delle con- 
danne avesse data quella infausta celebrità eh' era nel secolo 
passato per quei perduti un' ambizione. Con tutto ciò non fu 
tapinello che al conte di Pratalboino ricorresse indarno. 

Delle sue violenze citeremo alcuna fra le a noi raccontate 
dai nostri vegliardi. Un bravo del conte, armato insino ai 
denti, venne arrestato in Calvisano. Lo seppe il conte, e 
messo in armi un drappello de' suoi risoluti, mandavali io 
quel paese. La guardia veneta uscì, ma fu costretta da una 
grandine di palle a rinchiudersi in quartiere. I Gambereschi, 
padroni del campo, corsero la terra come presa in giusta 
battaglia; poi bravando e bestemmiando, fieri dell'aver data 
ai Veneti una lezione, si allontanarono * . Povera Repubblica! 

In altro tempo alcuni birri veneziani per inseguirvi un 
cotale toccavano le terre del conte. Questi li accolse lieta- 
mente, li convitò. Alla dimane un pesante carro di verzura 
entrava in città : soffermato dai villici condottieri a mezzo il 
Broletto, residenza del capitano, staccatine i buoi, 1' abban- 
donavano. Nessuno vi badò. Il giorno dopo, scoperchiato il 
carro, apparvero i cadaveri sanguinosi degli infelici dal conte 
Alemanno due giorni prima allegramente ospitati. Al grave 
fatto la città fu tutta conturbata; mormorò l'indolenza della 
Repubblica, e la Repubblica schernita non ebbe il coraggio 
d' una forte risoluzione: avea paura di un uomo; e la con- 
danna che tutti aspettavano suprema, non fu che d' esilio e 
di confisca, pronunciata nel 1760 2 . 

1. Cose narratemi da un vecchio di manno fu chiamato tempo tre giorni; 

Calvisano, che fu presente al fatto. e li suoi dipendenti in delitto, tempo 

2. « Saprà che mercoledì il co. Ale- 24 ore » . Lettera 28 gemi. 1 760 



DELLA REPUBBLICA 341 

Bandito dallo Stato, partivasi Alemanno da Prataiboino 
con largo sfarzo di cavalli e di famigli come a trionfo; e scelta 
la terra di Monticelli d' Ongina sul Parmigiano, colla licenza 
del duca di Parma vi si fermò { . Avea già ricondotta moglie, 
la marchesa Marianna dei Carbonara di Genova, d' alto li- 
gnaggio e di povere fortune. Il conte, innamorato della fan- 
ciulla, non sostenne che alcuna cosa portasse dalla famiglia: 
non dote, non corredo; rifiutò la prima, il secondo egli stesso 
signorilmente offerì a . 

La rocca di Monticelli sua dimora fu ben presto il ritrovo 
di nobili personaggi e di allegre brigate, radunamento d' uo- 
mini sconosciuti dalle facce sinistre e misteriose, di bravi, 
di fuorusciti, di avventurieri, che rotto il confine, riparavano 
in quel castello, e ritornando assai volte in sul Bresciano, 
mantenevano fra noi la recondita e tenebrosa potenza delle 
sue relazioni 3 . 

Giuocatore appassionato, con una corte non compatibile 
colle angustie del proscritto, avea duopo talvolta di denaro. 
Un bel mattino il traino conduttore delle somme che la Re- 
pubblica riscuoteva dalla nostra città, viene arrestato. Era 
una mano di risoluti, che richieste con bastevole buon garbo 
alle guardie le chiavi del forziere, levate non so che migliaia 
di ducati, e postane bellamente la ricevuta firmata dal conte, 
rinchiuso lo scrigno, rese le chiavi all'attonita ed impotente 
scorta, allegramente come da buoni amici b- accomiatavano. 

Per largo tratto del Parmigiano era già sparsa la rino- 
manza fatale dell' esule nostro: ma un non so che di grande, 
di altero, di generoso che pur nella sventura serbò; la nobiltà 

del nob. Luigi Fé a G. B. Riotti bliografo ed istoriografo parmense, 

di Padova. con lettera 29 agosto 1851. 

i. Informazioni avute dal dotto e ve- 2. Relazione Barelli, 

nerando amico Angelo Pezzaiia bi- 3. Pezzana, Lett. citata. 



a. 1792 



342 DECADENZA E FINE 

della nascita; quei velo istesso di cui piacevasi avvolgere la 
propria vita, gli acquistarono il rispetto e qualche volta la sim- 
patia d'alcuni uomini d'alto affare. E quando nel 1772, uscito 
co' suoi bravi dal castello, circondato col favor della notte un 
forte polso di masnadieri desolatori del Parmigiano contro cui 
non era valsala ducale cavalleria, l'assaltò, e dopo lungo ed 
ostinato conllitto ne sbarazzò per sempre le ville circostanti, 
fece sì che al rispetto del suo nome venisse aggiunta la gratitu- 
dine. Erano duci dei vinti masnadieri i nobili Guzzoni di Parma. 

Giacomo Barelli intanto s' affaccendava per ottenergli 
perdono dalla Repubblica, mentre al duca di Parma non 
garbava gran fatto che in un suo castello s'annidasse un uo- 
mo di simile natura: sicché tra i lagni del duca ! e gli uffici del 
Barelli fu mandato a Zara; indi ebbe facoltà di venirsene a 
Chioggia: finalmente gli fu tolta la condanna e rivide la patria. 

Tre figli ebbe il Gambara nell' esilio: Francesco, Uberto 
e Brunoro. Del primo, 1' unico sorvissuto, dovremo intratte- 
nerci nel prossimo volume. Alle sventure d' Alemanno s'ag- 
giunse la vita licenziosa della moglie, che innamoratasi del 
conte Miniscalchi da Verona, faceva dire brutte cose di se. 
Ne venne il divorzio 2 ; ond' ecco il nostro Gambara, vecchio, 
diserto, infortunato, ritrarsi come ad ultimo porto nella no- 
stra città, che lui giovane aveva empita del proprio nome. 

Del 1792 il popolo di Brescia levatosi a rumore, voleva 
deposti i giudici delle vittovaglie: la Repubblica finse distrug- 
gere quel magistrato, nominando invece li provveditori (che 
erano la stessa cosa sotto altro nome). Furono questi Alemanno 

1. Pezzana, Lettera 27 ottobre 1851. 2. « Ilo frequentato io slesso la scelta 
« Non piacendo la di lui condotta società di questa nobile dama riti- 
anche per soperchierie, fu chiamato ratasi a Venezia ecc. » Lettera del 
a Parma, e rilenevasi che il prin- march. Carlo Tredicini di Parma 
cipe lo persuadesse a «partire ». al cvr. Pezzana 28 agosto 1851. 



DELLA REPUBBLICA 34 ,] 

Gambara e GiorgioMartinengo: ma quell'ufficio poco durò. Poi 
sorvennero i tumulti del 97, poi la breve repubblicaCisalpina, i 
cui decreti distruggitori della feudalità accolse il vecchio senza 
lamento. Morì al termine di gennaio del 1804 nel suo castello 
di Pratalboino, del quale più non rimangono che pochi avanzi. 

Ma la vita di un uomo ci ha fatto dimenticare quella del 
popolo. Torniamo dunque a lui. 

Io non so per qual ragione duri ancora il malvezzo di 
tutti ascrivere i larghi impulsi del vivere popolano, che già tra 
noi consolavano le rinascenti generazioni, agli stranieri. Ita- 
liani furono i primi scuotitori di popoli italiani, vivi esempi 
del secolo fra genti di lunga mano già preparate a seguirne 
le tracce luminose. Che aura o che non aura francese? Ca- 
raccioli, Filangeri, Alfieri, Parini, Beccaria, non dalla Fran- 
cia, ma dalla potenza dell'intelletto nazionale traevano la sacra 
fiamma delle loro ispirazioni, dei grandi loro concepimenti. 
E la grande rivoluzione del pensiero italiano sarebbesi tra 
noi splendidamente compiuta senza duopo di quegli orrori 
che bisognarono alla Francia per compiere la sua. 

In quanto a Brescia vedremo più innanzi come nell'arti, 
negli studi e nelle migliori condizioni civili sentisse i tempi 
mutati. La Repubblica veneziana, fra le più lente, non per in- 
time convinzioni ma per la forza inveterata delle antiche pru- 
denze che terminarono col rovinarla, fu trascinata, dirò quasi, 
dall' onda irresistibile del secolo rigeneratore * , al quale per 
molti lati politici e religiosi diede prima l'esempio 2 . Ma il caro 
dei viveri, il lusso enorme, la corruttela dei costumala deplo- 
rarla venalità degli uffici, e quell'istante d'italiano fermento 3 

i. Romanin, Storia di Venezia, p. 1 GO, 3.Duolci che il bravo Romanin dia tanta 
164, 166 ecc. t. Vili. preponderanza sui moti veneziani 

2. Noi lo vedemmo. agli scrittori forestieri, p. 244. 



a.lT9J 



34 \ DECADENZA E F1NK DELLA REPUBBLICA 

8.U92 conturbavano la quiete della Repubblica. Carlo Contarini 
non tacque, e le sue forti parole scuotevano l'intero Senato. 
Giorgio Pisani, eloquentissimo e violento a" affetti e di pen- 
sieri, lo sosteneva: ma nel Pisani covavano altre mire. La 
società pisanesca facea terrore, ed il governo era in bilico : trat- 
tavasi di novazione di tutti gli ordini della Repubblica. Fu 
il Pisani messo in carcere il 31 maggio 1780. Tutto com- 
preso delle idee sovvertitrici della Francia, era suo divisa- 
mento di restringere il Consiglio dei Dieci ed abbattere il 
tribunale degli inquisitori. Al 18 maggio 1781, per ducale 
avuta, i rettori di Brescia depennavano dal libro dei protet- 
tori della nostra città Giorgio Pisani *, il quale assolto dalla 
prigionia nel 1790, riprovata per altri e più terribili docu- 
menti la sua reità, fu nel 1794 chiuso di nuovo nel ca- 
stello di Brescia, donde poi fu liberato dagli insorgenti 

a.i797 quando questa città nel marzo del 1797, ribellando alla 
Repubblica, s' aggiunse alla Francia; la quale raggirando con 
arti indegne di un popolo libero la Repubblica veneziana, 
stringendola sempre più ne' ferrei ceppi di una dura ne- 
cessità, colto un momento di veneto terrore, la costrinse a 
gittarsi nelle sue mani, che poi dovevano avvinghiarla delle 
austriache catene. Fidatevi degli stranieri. 

Così cadde la veneranda Repubblica di Venezia. Ma della 
sua caduta, e dei fatti che 1' avevano di lunga mano prepa- 
rata, dovrò largamente in altre pagine narrarvi. 

1. Costa. Memorie bresciane del secolo XVlll, p. 186. 



FINE DEL VOI UME NONO. 



INDICE DEL VOLUME NONO 



Prefazione Pag. v 

Dalla Lega di Cainnrai 
alla caduta della Repubblica di Venezia. 

(:t. l5©9-t79*) 

Capo I. La Lega M 

« li. La Rivolta G*2 

« III. Mutamenti alterni di servitù 114 

« IV. Il ritorno della Repubblica veneziana . 147 

« V. Decadenza e fine delia Repubblica 193 



// presente volume non ha che la tavola rappresentante il castello, 
da collocarsi a pag. ii2. Nel X volume se ne daranno tre. 



òuppt/eiiieu/to cuOL cXe/uco ùeaw qJXdòòociclIv. 



I Signori 

Tarsis contessa Carolina vedova Saini, di Cremona. 

Vannucci prof. Atto, di Firenze, per la biblioteca. 

Canale avv. Michele Giuseppe, di Genova. 

Eroli marchese Giovanni, di Narni. 

Braguti sacerd. cav. Paolo, di Crema. 

Bissolati prof. Stefano, per la biblioteca di Cremona. 



Ballini professore succede a Ballini R. D. Angelo. 

liberti « 

Franzini « 

Franzini Tommaso « 

Bonicelli avv. a 

Gei Angelo « 

Calini dott. « 

Bussi Pietro « 



Zanotelli Luigi 



Bianchini R. D. Luigi. 
Carboni Domenico. 
Bona co. Agostino. 
Couchard Francesco. 
Agosti Francesco. 
Marchetti Bernardo. 
Rossi Antonio. 
Conter Luigi. 



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UN.VERS.TY OF ILLINoa-URBANiT 
945.25 0D5S C001 v 9 

Storie bresciane dal primi tempi sino al 



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